Category Archives: Contro carcere, CIE e OPG
Dopo 4 anni è stato finalmente rilasciato anche l’attivista contro la vivisezione Gavin Medd-Hall, che si trovava in carcere dal Gennaio del 2009 con accuse di “cospirazione” in riferimento alla campagna SHAC, contro il laboratorio inglese di sperimentazione Huntingdon Life Sciences.
La pesante repressione scatenatasi negli ultimi anni, specialmente in Inghilterra e Usa, contro gli attivisti della campagna SHAC è nota. È degli ultimi giorni la notizia di ulteriori arresti in Inghilterra.
Il 25 Ottobre 2010 sei attivisti di liberazione animale (Alfie Fitzpatrick, Tom Harris, Jason Mullen, Nicola Tapping, Nicole Vosper, Sarah Whitehead) sono stati condannati per il loro coinvolgimento nella campagna SHAC (Stop Huntingdon Animal Cruelty). Gli attivisti avevano patteggiato riguardo ad accuse di “cospirazione ad interferire nelle relazioni contrattuali di un’organizzazione che fa ricerca su animali” o “cospirazione al ricatto” verso compagnie legate al noto laboratorio di sperimentazione animale Huntingdon Life Sciences.
Sette altri attivisti (Dan Amos, Gregg Avery, Natasha Avery, Gavin Medd-Hall, Heather Nicholson, Gerrah Selby, Dan Wadham) sono stati incarcerati nel Gennaio 2009 in seguito a condanne su accuse simili.
La persecuzione puramente politica e le condanne dure e ingiuste sono un tentativo del governo inglese di distruggere il dissenso e di fermare chiunque tenti di opporsi alla vivisezione.
Dan Amos
Dopo aver scontato 2 anni di carcere, Dan è stato rilasciato nel Luglio 2010.
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Gregg Avery
Gregg è stato rilasciato in Ottobre 2011 dopo aver completato la sua sentenza di 9 anni.
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Natasha Avery
Natasha è stata rilasciata in Ottobre 2011 dopo aver completato la sua sentenza di 9 anni.
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Alfie Fitzpatrick
Sentenza: 1 anno con pena sospesa.
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Tom Harris
Sentenza: 5 anni.
In Gennaio 2011, alla sentenza originaria di Tom (4 anni) è stato aggiunto 1 anno dopo che è stato riconosciuto colpevole di coinvolgimento in vandalismo contro compagnie legate ad Huntingdon Life Sciences nel 2008.
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Gavin Medd-Hall
Gavin è stato rilasciato in Gennaio 2013 dopo aver scontato 4 anni su una sentenza di 8 anni.
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Jason Mullen
Jason è stato rilasciato in Ottobre 2011 dopo aver completato la sua sentenza di 3 anni.
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Heather Nicholson
Heather è stata rilasciata in Novembre 2012 dopo aver completato la sua sentenza di 11 anni.
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Gerrah Selby
Gerrah è stata rilasciata nel Gennaio 2011.
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Nicola Tapping
Nicola è stata rilasciata in Marzo 2011 dopo aver completato la sua sentenza di 1 anno e 3 mesi.
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Nicole Vosper
Dopo aver scontato 21 mesi in prigione, Nicole è stata rilasciata nel Dicembre 2010.
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Dan Wadham
Dan è stato rilasciato in Luglio 2011 dopo aver completato la sua sentenza di 5 anni.
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Sarah Whitehead
Sarah è stata rilasciata dal carcere in Giugno 2012 dopo aver completato la sua sentenza di 6 anni.
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ANKARA, 24 GEN – La nota sociologa turca in esilio in Francia Pinar Selek e’ stata condannata oggi all’ergastolo per ‘terrorismo” da un tribunale di Istanbul.
La sociologa e’ stata giudicata per la quarta volta per complicita’ in un’esplosione che fece sette morti nel 1988 nel Bazar delle Spezie di Istanbul, di cui e’ pero’ contestata la matrice terroristica. Era stata assolta nei tre precedenti giudizi.
Selek, che oggi vive a Strasburgo, non e’ rientrata in Turchia per il processo. La sentenza ha provocato reazioni di sgomento e di indignazione fra i suoi numerosi sostenitori presenti nell’aula. Ci sono state grida ”fascisti! fascisti!” da parte di alcune attiviste straniere. La decisione di sottoporla a un nuovo processo presa alla fine dell’anno scorso dalla Corte di cassazione aveva gia’ provocato forti polemiche in Turchia e nel mondo. Numerosi intellettuali e artisti turchi si sono mobilitati in sua difesa. L’attrice Deniz Turkali ha parlato di un ‘processo farsa’. Il sindaco di Strasburgo, il socialista Roland Ries, si e’ schierato a fianco della sociologa turca denunciando ”l’accanimento giudiziario di alcuni magistrati, per motivi politici”.
Selek, allora giovane sociologa di 28 anni nota per le sue ricerche sulla minoranza curda, era stata arrestata nel 1998 e accusata di complicita’ con i ribelli separatisti del Pkk sospettati di essere responsabili dell’esplosione del bazar delle Spezie. Una nuova perizia nel 2000 aveva pero’ concluso che l’esplosione era dovuta ad una fuga di gas. Sulla base di questa perizia Selek era stata precedentemente assolta.
Fonte: ANSAmed
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da informa-azione
Nella giornata del 24 gennaio 2013, un detenuto nel carcere di Bergamo si è tolto la vita.
Dei suoi compagni di prigionia si erano accorti che nell’aria c’era qualcosa che non andava e hanno dato subito l’allarme, ma le guardie accorse non hanno voluto aprire le sbarre immediatamente. Quando lo hanno fatto, ormai era troppo tardi. Non sappiamo ancora quale era il suo nome, sappiamo solamente che era originario della Colombia. L’informazione ci è pervenuta dalla moglie di un detenuto rinchiuso in quella sezione.
Aggiornamento
Il gesto estremo è avvenuto giovedì 24 gennaio, quando un ragazzo di 23 anni ha atteso di restare da solo in cella e si è impiccato. Il giovane era stato detenuto per aver violato gli obblighi previsti dagli arresti domiciliari. Indagato per una rapina, il magistrato aveva scelto comunque di imporrgli la misura cautelare, nonostante fosse incensurato e avesse sempre professato la propria innocenza . il giorno prima del suicidio, il detenuto aveva saputo in carcere di essere stato condannato a 2 anni e 8 mesi di reclusione. Era davvero necessario sottoporre agli arresti domiciliari un giovane incensurato in attesa di giudizio? Secondo i dati di Ristretti Orizzonti questo è l’ottavo suicidio che avviene nel carcere di Bergamo negli ultimi 10 anni.
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Era la primavera del 2011. Migliaia di tunisini presero la via del mare per cercarsi un’altra vita in Europa. La rivolta che aveva scosso il paese, contagiando quelli vicini, aveva reso meno chiuse le frontiere. Il ministro dell’Interno, il leghista Maroni, affrontò l’ondata di sbarchi da par suo, trasformando Lampedusa in un gigantesco carcere a cielo aperto, nella vana speranza di scaricare la patata bollente agli altri Stati Europei. Quando la situazione divenne incandescente decise di aprire campi-tenda e vecchie caserme per rinchiudere gente che voleva solo proseguire il proprio viaggio.
Finì all’italiana. Quelli arrivati entro il 5 aprile ottennero un permesso di sei mesi, quelli sbarcati dopo erano clandestini.
In questo caos in cui la criminalità del governo era pari solo alla sua cialtroneria i CIE si riempirono all’inverosimile di gente più che disponibile ad animare rivolte su rivolte. L’intero sistema concentrazionario italiano andò in crisi. In questo clima maturò l’affare Mineo.
A Mineo, 35 chilometri dalla base militare di Sigonella, la ditta della famiglia Pizzarotti aveva costruito un residence per le famiglie dei militari statunitensi. Nella primavera del 2011 il residence è vuoto, perché gli americani hanno optato per soluzioni più comode ed economiche.
Pizzarotti si ritrova una patata bollente che non riesce a piazzare in nessun modo, finché un governo amico non decise di togliergli le castagne dal fuoco trasformando il residence in CARA, ossia un centro per richiedenti asilo. Lì vennero deportati richiedenti asilo da ogni angolo di’Italia, interrompendo le pratiche già in atto, spezzando le relazioni con la gente del luogo. In questo modo i CARA si potevano trasformare in CIE e la famiglia Pizzarotti non ci rimetteva un euro.
Due anni dopo il CARA di Mineo è strapieno, luogo di proteste e rivolte da parte di profughi e rifugiati, dimenticati in questa prigione nel deserto. Le pratiche, tutte concentrate a Catania, si sono allungate all’infinito, le risposte tardano, Mineo è diventata una polveriera.
Anarres ne ha parlato con Antonio Mazzeo. Ascolta l’intervista a radio blackout
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SASSARI. «San Sebastiano, una Guantanamo ante litteram». Dove nel 2000 la violenza di agenti della Penitenziaria contro una trentina di detenuti – in quella che i giudici hanno ribattezzato «galleria degli orrori» – «fu un vero e proprio atto di tortura».
Sono passati tredici anni da quegli abusi, otto trascorsi in un’aula di Tribunale per arrivare a una sentenza di prescrizione. Ma solo ora, per uno dei reclusi che subì umiliazioni da chi doveva prendersene cura, botte con pezze bagnate, manganellate sui genitali, ora forse si apre lo spiraglio della giustizia europea. La Corte di Strasburgo ha avviato l’istruttoria per l’allora detenuto V.S., originario del Sassarese, che si è rivolto ai magistrati garanti della Convenzione sui diritti dell’uomo per violazione dell’articolo 3, che vieta la tortura e «pene o trattamenti inumani o degradanti». Il ragionamento del suo avvocato, Giuseppe Onorato, è semplice. V.S., come tantissimi altri “ospiti” del carcere sassarese, in quel 3 aprile 2000 era affidato all’amministrazione penitenziaria. Eppure, è la stessa sentenza di primo grado (2009) a riconoscere come «la Repubblica italiana non sia stata in grado di garantire il rispetto dei diritti fondamentali riconosciuti dalla Convenzione». Dunque, chiede alla Corte di condannare il nostro Paese, così come l’8 gennaio Strasburgo ha fatto con la sentenza che ci bacchetta per la stessa violazione – trattamento inumano e degradante – ma per il sovraffollamento nelle galere di Stato. Un verdetto che ha riaperto il dibattito sulla necessità di codificare il reato di tortura, che avrebbe potuto evitare, ad esempio, la prescrizione delle lesioni inflitte dagli agenti di polizia alla Diaz, durante il G8, in qualche modo simili a quelle di San Sebastiano. Perché quello di tortura sarebbe un reato che il tempo non può scalfire. V.S. non ha ottenuto alcun risarcimento per essere passato attraverso la «galleria degli orrori», caso che sollevò un’onda di indignazione in tutta Italia. Anche per la freddezza con la quale sarebbe stata portata avanti. Quella esplosa tra le mura dell’istituto sembrò violenza su commissione dell’allora amministrazione penitenziaria regionale, con agenti chiamati da altri penitenziari. Ma la verità processuale sconfessa in parte questa ricostruzione. Dopo le botte molti detenuti vennero trasferiti per evitare contatti con i parenti e denunce. Forse proprio per l’unicità del caso, a tre anni dal ricorso, la Camera – così si chiama il collegio composto da 7 giudici – sta valutando il merito delle richieste e ha informato la parte convenuta, cioè il Governo italiano. Lo ha comunicato all’avvocato del ricorrente con una lettera datata 8 gennaio.
Alla rappresentanza nostrana a Strasburgo si impone di rispondere a sei quesiti entro il prossimo 30 aprile, poi potrebbe essere fissata la data di udienza e sentenza. All’Italia si chiede, ad esempio, se chi è stato processato per quei fatti sia poi stato oggetto di procedimenti disciplinari e quali sanzioni, eventualmente, abbia subito. E poi se il ricorrente abbia la possibilità di ottenere una “compensazione” economica in altri modi; se l’inchiesta penale, alla luce della tutela processuale, abbia soddisfatto i criteri della Convenzione, oppure se il detenuto non abbia già ottenuto un ristoro per quei fatti. Ma non potrebbe mai averlo avuto, proprio perché non si può chiedere il risarcimento per un reato che non esiste, la tortura.
All’inaugurazione dell’Anno giudiziario il primo presidente della Cassazione, Ernesto Lupo, ha ricordato come sull’introduzione di questa fattispecie nel nostro ordinamento, l’Italia sia «in notevole ritardo».
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Nel carcere Bellizzi Irpino di Avellino ci sono dieci celle di isolamento. Dieci celle piccole, sporche, buie e rovinate, dove pare che accada di tutto. Maltrattamenti, violenze, abusi.
Dieci piccole celle che ricordano, e non poco, ciò che accadeva nel carcere di Abu Ghraib…
“Nelle celle di isolamento del carcere di Avellino – racconta Paolo nell’ultima puntata di Radio Carcere su Radio Radicale – le persone vengono sistematicamente maltrattate. I detenuti vengono spogliati, picchiati e poi lasciati nudi su materassi bagnati, con addosso una coperta bagnata e vengono lasciati lì con la finestrella della cella spalancata. Ho passato un mese in quelle celle di isolamento e ne ho visti tanti trattati così”.
Ma perché una persona detenuta subisce questi maltrattamenti nel carcere di Avellino?
Secondo Paolo i motivi sono spesso banali. O perché si chiede pacificamente un trasferimento o perché si chiede di essere curati. “Ricordo un signore che chiedeva solo dei medicinali per essere curato – precisa Paolo – ebbene quel signore, è stato spogliato, picchiato e poi messo in una cella di isolamento con altri detenuti. Io l’ho visto quel signore con gli atri detenuti in quella cella ed è stato terribile. Erano in tre, nudi, infreddoliti e rannicchiati uno vicino all’altro sullo stesso materasso (ovviamente bagnato) sembravano tre cagnolini maltrattati. È stato agghiacciante!”.
Già agghiacciante. E non solo per il racconto di Paolo, ma soprattutto per la sistematicità, per il metodo che pare caratterizzare tali maltrattamenti.
“È vero – risponde Paolo – nelle celle di isolamento del carcere di Avellino c’è un metodo, un metodo ai maltrattamenti. Un metodo che viene attuato sistematicamente sempre dagli stessi agenti. Agenti che abbiamo ribattezzato “il clan”, proprio perché sono sempre gli stessi. Sono gli esperti delle torture che si consumano nel carcere di Avellino”.
Ora è lecito domandarsi: ma perché nessuno nel carcere di Avellino denuncia questi maltrattamenti?
Secondo Paolo, perché regna una grande omertà, e non solo tra gli agenti.
“Anche i medici – precisa Paolo – conoscono queste realtà, ma non fanno nulla per fermare le torture. Si limitano a passare davanti a quelle celle e a darci le gocce per farci dormire”.
E la direttrice del carcere?
“C’ero anche io quando la direttrice è passata davanti a quelle celle di isolamento – risponde Paolo – ha visto quei detenuti spogliati, ma nulla è stato fatto. Eppure, tempo fa un ragazzo è morto in quelle maledette celle di isolamento, o meglio, non ce l’ha fatta più e si è impiccato”.
Dunque, la prigione di Avellino come quella di Abu Ghraib?
Nell’impossibilità di verificare la veridicità del racconto di Paolo, si spera che la magistratura risponda a questa domanda.
Commenti disabilitati su Avellino: il carcere di Bellizzi Irpino… come quello iracheno di Abu Ghraib? | tags: abu ghraib, abusi, anticarceraria, avellino, bellizzi irpino, carcere, CordaTesa, detenuti, isolamento, maltrattamento, violenza | posted in Comunicati, critiche e riflessioni, Contro carcere, CIE e OPG, Dentro le mura, Tutti
Gli istituti penitenziari coinvolti sono il Mammagialla di Viterbo, quello di Latina e le due strutture di Civitavecchia. Il Garante: “I reclusi sono attualmente costretti o a bere l’acqua dei rubinetti o a pagare di tasca propria bottiglie di acqua minerale”.
Arsenico nell’acqua anche nelle carceri. Lo denuncia il Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni: “Quattro carceri interessate in tre diverse città, con oltre 1.600 detenuti, oltre agli agenti di polizia penitenziaria e a tutte le altre figure che vivono e lavorano in carcere, alle prese con il drammatico problema dell’acqua all’arsenico. È una vera e propria emergenza”.
Un problema irrisolto nonostante la scadenza della deroga accordata alla Regione Lazio dall’Unione Europea. Le carceri interessate dall’emergenza sono il ‘Mammagiallà di Viterbo (719 detenuti), quello di Latina (158 reclusi, fra cui 32 donne), le due strutture di Civitavecchia, il “G. Passerini” (118 detenuti) e il “Nuovo Complesso” (627 presenti, fra cui 42 donne).
“Mentre all’esterno le autorità si stanno organizzando con distributori di acqua depurata, in carcere questo ancora non avviene – ha detto il Garante – e i liberi cittadini, rispetto ai detenuti, hanno anche l’opportunità di spostarsi per prelevare acqua non contaminata. I reclusi sono attualmente costretti o a bere l’acqua dei rubinetti o a pagare, di tasca propria, bottiglie di acqua minerale per bere, cucinare e per la cura personale”.
“La salute dei cittadini è un diritto inviolabile, e la sua tutela ci impone di assumere ogni tipo di cautela – continua Marroni – un principio che vale a maggior ragione quando si parla di chi lavora nel carcere e delle persone private della libertà che spesso non possono, anche per motivazioni di carattere economico, scegliere l’alternativa più sicura”.
A Viterbo la direzione del carcere ha chiesto urgentemente l’installazione di un potabilizzatore per tutelare la salute dei detenuti e degli operatori e l’ordine e la sicurezza all’interno dei reparti detentivi. E già due anni fa il Garante fu protagonista di una polemica con il locale gestore idrico sui livello di arsenico riscontrati nell’acqua utilizzata nel carcere.
La struttura, che attualmente ospita 719 detenuti a fronte dei 444 posti disponibili, “ha un fabbisogno di almeno 400 mc di acqua al giorno – si legge nel comunicato – l’urgenza inderogabile del potabilizzatore è legata al fatto che l’invio di acqua potabile garantita dal gestore idrico, è vanificata dal fatto che il serbatoio del carcere, dove questa confluisce, è unico, e dunque l’acqua potabile si mischia con quella contaminata, vanificando la fornitura stessa”.
“Inoltre l’impianto del carcere non è frazionabile e fornisce acqua a tutte le strutture, comprese le cucine dei detenuti e quella degli agenti, il bar, le sezioni detentive per l’utilizzo diretto (bere, cottura, reidratazione e ricostituzione alimenti, uso personale, docce etc.) – prosegue la nota – a Civitavecchia, a seguito della scadenza della deroga, il sindaco Pietro Tidei, con ordinanza del 31 dicembre scorso, ha vietato l’acqua contaminata per uso potabile, per la cura dell’igiene personale e per la preparazione degli alimenti ordinando, contestualmente, al gestore idrico di garantire, fino al termine dell’emergenza, un adeguato rifornimento di acqua potabile (5/6 litri al giorno) ad ogni cittadino, compresi quelli detenuti nelle due carceri cittadine, dove ancora non è stato risolto il problema dell’installazione di potabilizzatori”.
Analoghe problematiche si riscontrano nel carcere di Latina dove, nonostante l’emergenza, i detenuti continuano ad utilizzare l’acqua che esce dai rubinetti. Al fine di sollecitare un intervento urgente nelle carceri interessate, il Garante ha inviato una lettera ai sindaci di Viterbo, Civitavecchia e Latina e ai Prefetti di Viterbo, Roma e Latina”.
“Le mie prerogative istituzionali – ha scritto Marroni – mi impongono per legge, d’intervenire di fronte a seri rischi che possono ledere i diritti dei detenuti. Uno dei più importanti è il diritto alla salute, alle cure e alla prevenzione sanitaria. Quello che sta accadendo rispetto al problema arsenico, è una lesione grave a questo diritto per tutti i cittadini liberi; a maggior ragione per i cittadini detenuti, costretti ad utilizzare solo l’acqua inquinata del carcere, non potendo approvvigionarsi altrove. Le chiedo di intervenire presso gli Enti gestori del Servizio idrico, per assicurare, con qualsiasi mezzo approvvigionamenti idrici sani al carcere. Questo, oltre che per garantire il diritto alla salute, anche per assicurare ordine e sicurezza negli istituti”.
Fonte: paesesera.it, 25 gennaio 2013
Commenti disabilitati su Lazio: troppo arsenico nell’acqua erogata in quattro carceri, salute a rischio per 1.600 detenuti | tags: acqua inquinata, anticarceraria, arsenico, carceri, civitavecchia, CordaTesa, latina, lazio, mammagialla, situazione carceraria, viterbo | posted in Comunicati, critiche e riflessioni, Contro carcere, CIE e OPG, Dentro le mura, Tutti
In data odierna, il giudice della Southwark Crown Court di Londra, ha emesso la sentenza ai danni degli hacker del team Anonymous che hanno colpito aziende comePyapal, Mastercard e Visa.
Christopher Weartherhead è stato condannato a 18 mesi di carcere, se non lo sapete, è il capo del noto gruppo Anonymous, accusato di aver organizzato numerosi attacchi. Christopher analizzava i mass media per ideare dei piani futuri via chat con gli altri membri del noto gruppo.
Altri hacker condannati sono :
Ashley Rods, ragazzo di 22 anni noto con il nickname nerdo che dovrà scontare 7 mesi di carcere. Rods è stato accusato di aver installato sul proprio PC un software per attaccare computer connessi alla rete
Peter Gibson uno dei membri che prese parte all’operazione Payback, condannato a 6 mesi di carcere e a 100 ore di servizi sociali.
Jake Burchall, minorenne, sconterà la sua pena a inizio Febbraio, accusato di aver reso inaccessibili diversi siti web come Ministry of Sound, International Federation of the Phonographic Industry e il British Recorded Music.
Paypal a causa del team Anonymous ha subito danni pari a 5,5 milioni di dollari! Cosa ne pensate di queste sentenze? Credete che siano troppo severe o lievi? Siamo curiosi di conoscere una vostra considerazione personale, per cui vi invitiamo a lasciare un commento.
Che siano colpevoli non vi sono dubbi in quanto gli stessi hacker hanno ammesso la loro colpa al tribunale di fronte al giudice e alla corte, quindi dovranno pagare per i crimini commessi. Complessivamente agli hacker è andata anche troppo bene non trovate? 11 mesi sono 11 mesi questo è vero ma non è un tempo paragonabile a 22 anni di carcere che dovranno scontare alcuni membri di NinjaVideo per aver condiviso file protetti da copyright.
Inutile dire che le pene possono essere lievi o pesanti in base al paese in cui si trova.
SOLIDARIETA’ per gli attivisti! LIBERI SUBITO!
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La corte d’assise di Port Said ha chiesto la condanna a morte per 21 dei 73 imputati nel processo per il massacro allo stato di Port Said nel quale vennero uccisi 74 supporter dell’Ahly del Cairo . La sentenza ha scatenato un’ondata di violenza tra i familiari degli imputati e negli scontri scoppiati all’esterno del carcere sono morte almeno 27 persone, mentre altre 150 sono rimaste ferite. Tra le vittime anche due calciatori: Tamer el Fahla, ex portiere del Masri, la squadra locale di Port Said coinvolta nel massacro, e Mohamed el Dezwi, del Marikh.
Scontri e slogan. «Port Said è uno stato indipendente» e «abbasso Morsi e Fratelli musulmani» scandiscono i manifestanti che hanno incendiato copertoni di auto. La polizia ha lanciato lacrimogeni per contenere l’assalto.
Il processo. La sentenza definitiva per i 21 imputati condannati a morte deve attendere, secondo la legge egiziana, il via libera da parte della massima autorità religiosa del paese, il gran mufti. La condanna a morte riguarda le accuse di omicidio premeditato. Rimane in sospeso la sentenza dei nove ufficiali di polizia e dei tre manager della squadra avversaria, el Masri, accusati di avere permesso la peggiore strage della storia del calcio egiziano. Il verdetto per gli altri 52 imputati sarà pronunciato il 9 marzo.
26gennaio2013
Commenti disabilitati su Strage Port Said, chieste 21 condanne a morte. Scoppiano scontri fuori dal carcere: 27 vittime | tags: 27 morti, Ahly, anticarceraria, assalto al carcere, cairo, carcere, condanne a morte, CordaTesa, egitto, familiari, feriti, Port Said, processo, scontri | posted in Assassinii di stato, Contro carcere, CIE e OPG, Tutti
Ieri mattina, nel carcere di Uribana, a ovest del Venezuela, è scoppiata una violenta rivolta che è terminata in un bagno di sangue. I detenuti hanno manifestato contro i militari, agenti della Guardia Nazionale e del Gruppo di pronto impiego, inviati per perquisire il carcere in cerca di armi, così ha riferito il Primo Ministro Iris Varela.
Inizialmente, la perquisizione è avvenuta senza problemi, ma dopo che un gruppo di detenuti si è rifiutato di fare come i militari chiedevano sono cominciati i primi spari. Probabilmente, questo ha scaldato gli animi di entrambi e alla fine ci sono stati ben 54 morti, tra detenuti , militari e personale di servizio al carcere, oltre 80 feriti, di cui almeno 30 in modo grave.
Secondo Ruy Medina, direttore dell’ Emergency Central Hospital “Antonio Maria Pineda de Barquisimeto”, i primi 20 detenuti feriti sono arrivati in ambulanza a metà mattinata ed hanno ricevuto le cure necessarie ed alcuni sono stati sottoposti ad intervento chirurgico. Il direttore dell’Ospedale ha anche aggiunto che molti feriti sono in condizioni delicate. “Alle 08:00 abbiamo avuto una stima provvisoria di quasi 90 feriti, la maggior parte da armi da fuoco, mentre un numero davvero allarmante di almeno 50 morti giaceva in ospedale“.
In breve, il pronto soccorso è stato preso letteralmente d’assalto dai parenti che si sono recati in ospedale per verificare le condizioni di salute dei propri familiari. Medici e infermieri hanno minacciato i parenti ed è intervenuta la polizia.
Poi i familiari hanno circondato il carcere e sono dovute intervenire le autorità per calmare la folla e dare loro spiegazione sulla situazione. Nel pomeriggio alcuni prigionieri sono stati trasferiti in altre carceri e si ritiene che nella confusione un pericoloso prigioniero sia fuggito dall’ospedale. Le forze militari sono rimaste a presidiare il penitenziario fino a tarda notte.
L’operazione è stata ordinata dal Procuratore Generale ed ha avuto inizio alle ore 7.00 di ieri mattina, ma già da giovedì notte, la Guardia Nazionale aveva installato postazioni in prossimità dell’edificio penitenziario. Il leader dell’opposizione, Henrique Capriles, ha condannato la violenza e “il comportamento incompetente ed irresponsabile del governo”.
Le carceri Venezuelane sono tristemente famose per il sovraffollamento e la proliferazioni di armi e di droga. Il carcere di Uribana, in particolare, ospita 2.498 uomini e 143 donne.
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Commenti disabilitati su Venezuela. Violenta rivolta nelle carceri soppressa nel sangue | tags: 54 morti, anticarceraria, carcere, CordaTesa, detenuti, morti, perquisizioni, rivolta, scontri, uccisi prigionieri, uribana, venezuela | posted in Assassinii di stato, Contro carcere, CIE e OPG, Dentro le mura, Fuggiaschi, Tutti
Commenti disabilitati su Presidio al CIE di Torino | tags: anticarceraria, basta cie, CIE, CordaTesa, corso brunelleschi, lager, ore 16, presidio, rivolte, sabato 26 gennaio 2013, solidarietà, torino | posted in Contro carcere, CIE e OPG, Presidi, cortei, saluti e iniziative
Tra le immigrate rinchiuse al Cie di Ponte Galeria (Roma) quattro su cinque sono vittime di tratta. E dopo essere fuggite da criminali che le hanno costrette a prostituirsi, diventano prigioniere della legge Bossi-Fini(23 gennaio 2013)Rita è salita sull’aereo in partenza da Roma Fiumicino con gli occhi gonfi di lacrime. Destinazione Lagos, Nigeria. Trecento chilometri a nord est da Benin City. La città da cui tre anni prima era partita inseguendo il sogno europeo, cadendo nel tranello di false promesse dei trafficanti di essere umani. L’undici gennaio scorso è stata rimpatriata contro la sua volontà. Mettendola in serio pericolo. Rita è una schiava, vittima della tratta. Il suo corpo è una merce a buon mercato. Arrivata con grandi sogni da realizzare e abbandonata al proprio destino sui marciapiedi della fortezza Europa.
Insieme ad altre donne e uomini ha affrontato un viaggio lungo due mesi. Sessanta giorni di pane e acqua. Senza potersi lavare né rinfrescare dopo ore di traversata nel deserto. Ogni giorno un autobus differente. Così fino in Iran. Qui è stata rinchiusa in una casa di transito affollata da altri fantasmi come lei. Poi ancora un pullman l’ha portata al confine tra Iran e Turchia: la frontiera doveva attraversarla a piedi. Infine un ennesimo autobus per raggiungere Smirne, la terza città turca . C’è rimasta otto mesi, trincerata in un’altra baracca di transito, piena di persone che, come lei, erano in attesa di arrivare in Europa. Lei, diretta in Grecia, ci prova in tutti i modi a conquistare le coste dell’isola di Lesbo. Tenta la prima, la seconda, la terza, la quarta e la quinta volta. Respinta. Ancora prima di aggrapparsi all’ultima speranza: il barcone delle forze dell’ordine.
Poi arriva il giorno fortunato e la Grecia diventa realtà per Rita. Appena il tempo di poggiare il piede sulla terra promessa e viene arrestata come clandestina. Comincia la trafila di carte e richieste. Ottiene la protezione internazionale e riceve il cedolino del permesso di soggiorno da richiedente asilo. Era salva, pensava. Non le rimaneva che contattare Queen, la sua futura sfruttatrice, che le ha pagato il biglietto fino ad Atene, portandola a casa sua. A quel punto del suo lungo viaggio scopre di aver contratto un debito di 45 mila euro: l’ha costretta con le botte e le minacce a prostituirsi, forzandola a andare in strada tutte le notti, dalle dieci di sera alle cinque di mattina. A Rita non restava che subire. Non poteva rifiutarsi, neanche quando era malata. Una vita impossibile, da cui riesce a divincolarsi. Nonostante la paura della maledizione del rito voodo a cui la madame l’aveva sottoposta, e che tutte le ragazze nigeriane temono più di ogni altra cosa. Convinte che spezzare il patto siglato possa comportare la morte o la follia.
Dopo due mesi di vita negli inferi della prostituzione alla mercè di violenti e malattie, Rita ha avuto il coraggio di fuggire dalla sua aguzzina. E fugge fino in Italia. Arriva a Padova dove le si aprono le porte del Centro di indentificazione ed espulsione. “Appena portata al Cie, siamo state allertata dalla dalla Caritas di Padova, l’hanno incontrata, più e più volte, spiegandole che in Italia esiste l’articolo 18 del testo unico sull’immigrazione che poteva proteggerla”, osserva Francesca De Masi, responsabile dell’associazione Be Free che assiste le donne vittime di tratta all’interno del centro di Ponte Galeria a Roma.
E attacca: “Una volta arrivata a Ponte Galeria, abbiamo steso insieme una denuncia contro la sua sfruttatrice, l’abbiamo portata al Tribunale di Roma, consapevoli, da un lato, che la tratta è un crimine transanzionale, e quindi anche se una ragazza ha subito lo sfruttamento in un altro Paese è comunque vittima di una gravissima violazione dei diritti umani, e deve imprescindibilmente essere tutelata; dall’altro lato, eravamo però conscie della miopia delle nostre Istituzioni, per cui in Italia si contano sulle dita delle mani i giudici, le forze dell’Ordine, le procure, i governi, che pongono attenzione su tale problema, troppo impegnati come sono a perseguire i “clandestini” e a sbatterli nelle gabbie, reali e simboliche, in cui le persone straniere vengono rinchiuse, cancellandone la storia di vita, di sfruttamento,e tutti i traumi subiti”.
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Il Commissario Generale Gustavo Peña, che da pochi giorni ha preso il posto di José Benítez come Direttore del Servizio Penitenziario Provinciale calcolava stanotte i danni dopo la violenta rivolta che per 15 ore si è concretizzata da ieri fino le prime ore di stamane. Sempre questa mattina si è appresa la notizia che 6 evasi sono stati ricatturati, anche se non è chiaro il numero reale dei detenuti evasi.
23gennaio2013 – Dopo la violenta rivolta attuata da circa 150 reclusi nel Complesso Penitenziario di Sáenz Peña,
il nuovo Direttore del Servizio Penitenziario Provinciale, commissario Generale Gustavo Peña il pomeriggio di martedì si è riunito con i suoi agenti riconoscendo che “è una situazione molto delicata, dove sono di pubblico dominio i fatti accaduti. Grazie a Dio oggi tutto è tornato alla normalità”.
A proposito della rivolta commenta:” l’obiettivo è concludere questa situazione critica, che si è venuta a creare e ritornare a cominciare, a sviluppare una pianificazione al riguardo del personale, cercare una convivenza armonica, ascoltando anche le critiche verso le autorità”.
Ristrutturazione
Al seguito dell’assunzione di Peña, verrà effettuata una ristrutturazione su tutti i livelli, in quanto” necessita di un lavoro che implica il coinvolgimento di varie strategie nelle diverse aree, perchè questo è un sistema carcerario, è un tema complesso per cui si ha bisogno di un punto di vista completo. Si deve ricercare la convivenza armonica e il rispetto imprescindibile dei diritti umani garantendo la sicurezza sul lavoro”.
La situazione con gli agenti penitenziari.
Al riguardo della manifestazione di protesta attuata questa mattina dagli agenti del Servizio Penitenziario che compiono servizio al Sáenz Peña, il nuovo direttore manifestò:”Analizzeremo quello che è accaduto con il personale, uno dei punti importanti sarà ascoltarli e sulla base di ciò si risolverà il tutto, quello che noi vogliamo è dialogare con il personale e che loro abbiano le garanzie necessarie per poter lavorare in tranquillità”.
Peña ha segnalato anche che gli agenti in servizio devono essere equipaggiati d’accordo alle esigenze necessarie “non possiamo improvvisare con qualsiasi altro elemento”.
Gravi danni nel penale.
Ancora si stanno calcolando gli ingenti danni effettuati nel Complesso Penitenziario, il nuovo Capo ha riconosciuto che i danni riscontrati dopo la rivolta di Lunedì sono molto ingenti.
“E’ stato bruciato il locale dove i reclusi ricevevano classi, si è bruciata per completo la biblioteca e i computer, si sono distrutti sedie e banchi”. Ha concluso il direttore Peña.
I fuggiaschi sono ancora 7! ne sono stati ripresi, purtroppo 13 su 20
Fonte diariochaco.com
Traduzione Cordatesa
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Clinica Colle Cesarano: un morto ogni 50 giorni. Polverini ignora le denunce

Lo strano caso della casa di cura psichiatrica di Tivoli. Fino al 2004 era un centro d’eccellenza, ma, dopo il cambio di gestione e l’accreditamento (provvisorio) al servizio sanitario regionale, da tre anni muore un paziente ogni 50 giorni. L’ultimo caso ad agosto. Le interrogazioni si susseguono dal 2009 e ora la Commissione parlamentare d’inchiesta sugli errori sanitari vuole vederci chiaro.
Di Ambra Murè
Un fuoco incrociato di interrogazioni bipartisan presentate in Consiglio Regionale e in Parlamento. Denunce. E la Commissione parlamentare di inchiesta sugli errori sanitari che chiede un supplemento d’indagine. La casa di cura psichiatrica Colle Cesarano sta a Tivoli, ma è diventata un caso nazionale.
UN MORTO OGNI 50 GIORNI – Sul sito si legge che la struttura, accreditata provvisoriamente al servizio sanitario regionale per 200 posti letto, è un “moderno centro di cura, con utilizzo di tecnologie di gestione avanzate”. La asl Roma G assicura che gli esiti dei controlli, “completi, puntuali e severi”, sono sempre stati positivi. Ma il numero impressionante di decessi tra i pazienti (42 dal 2004 al 2011, uno ogni cinquanta giorni negli ultimi tre anni) è già di per sé fonte di un legittimo sospetto.
L’ultimo, ambiguo caso è quello di un uomo di sessantacinque anni, morto ad agosto per soffocamento da cibo, mentre si trovava nella sala mensa. Il signor Saporetti, questo il suo nome, era affetto da depressione. E avrebbe dovuto essere adeguatamente sorvegliato. I familiari hanno sporto denuncia, consegnando ai Carabinieri anche un video girato col cellulare nella camera mortuaria della clinica (che in quel momento aveva peraltro l’impianto di condizionamento fuori uso).
Nelle immagini, scrive il senatore Domenico Gramazio (Pdl) in un’interrogazione presentata il 14 ottobre scorso, “appare il corpo straziato del signor Saporetti, in un lago di sangue, defluito dall’incisione praticata dai medici alla trachea, nel tentativo di farlo respirare. Incisione poi non suturata una volta constatato il decesso”. “Condizioni inumane, in apparente violazione della normativa in materia”, aggiunge il presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sugli errori sanitari, Leoluca Orlando (Idv), che in questa vicenda è deciso “ad andare a fondo”. E per questo è tornato a suonare alla porta della Polverini, chiedendo informazioni più precise. La relazione inviata in precedenza dalla Regione infatti “non basta a chiarire quanto avvenuto”. È necessario un supplemento d’indagine.
3 ANNI DI DENUNCE – Le prime denunce sulla clinica Colle Cesarano risalgono al 2009. Già allora il consigliere regionale Tommaso Luzzi (Pdl), in un’interrogazione urgente, la paragonava a “un girone dell’inferno dantesco”. Già allora si parlava di “condizioni igienico-sanitario scandalose”, “farmaci scarsi”, “sicurezza inesistente” e “decessi palesemente sospetti”. Un caso su tutti: un paziente trovato morto, in stato avanzato di decomposizione, a oltre un chilometro di distanza dalla casa di cura. Era fuggito circa dieci giorni prima e i dipendenti già allora denunciarono la mancanza di un adeguato servizio di sorveglianza dei ricoverati.
In tre anni nulla è cambiato. Anzi. Il 16 giugno scorso, due mesi prima della morte del signor Saporetti, i consiglieri radicali Giuseppe Rossodivita e Rocco Berardo avevano (ri)sollevato il problema presentando un’interrogazione urgente sulla clinica. Diventata, a loro giudizio, “una realtà agghiacciante”, “il terrifico esempio di cosa produce la mala gestione se abbinata al torpore degli enti preposti al controllo”.
Le accuse contenute nel documento erano gravi e circostanziate: igiene e sanificazione dei reparti “inadeguati”, “servizi igienici spesso indecorosi”, “vitto scarso” e “non adeguato” alle patologie dei pazienti (tra cui diabetici, obesi, affetti da sindromi metaboliche, iponutriti ecc.), acqua attinta da “pozzi dove non sempre si rilevano parametri di potabilità”, riscaldamento “acceso per un numero di ore assolutamente insufficiente”, centro di riabilitazione chiuso.
Se tutto questo non bastasse, scrivevano Rossodivita e Berardo, “il solo dato delle morti dei degenti, pari a circa uno ogni cinquanta giorni negli ultimi tre anni, dovrebbe esser fonte di un immediato intervento della Regione per verificare lo stato della assistenza ai pazienti psichiatrici ricoverati”. Così non è stato. L’interrogazione urgente è rimasta senza risposta. Un altro ricoverato è morto. E i due consiglieri c’hanno riprovato, presentando una nuova interrogazione il 9 settembre.
L’ECCELLENZA PERDUTA – Se questa è la nomina, non proprio lusinghiera, della struttura, verrebbe da chiedersi come mai la Regione abbia deciso di inserirla (provvisoriamente) tra quelle accreditate al servizio sanitario. La risposta è semplice: fino a qualche anno fa, la casa di cura era considerata un centro di primo livello. Ottenendo riconoscimenti in entrambe le due prime edizioni (2003 e 2004) del premio “Eccellenza in Sanità”.
I problemi sono cominciati nel 2004, quando il centro ha subito un cambio di gestione. Passando dalla mani della Centro Clinico Colle Cesarano spa a quelle della Geress srl. Dal 1999, il tasso di mortalità del ricoverati era pari a zero. E nessuno aveva mai avanzato dubbi sulla qualità del servizio offerto. Poi, nel 2009, le prime morti sospette, le prime interrogazioni in Consiglio regionale e i primi articoli sui giornali.
La situazione, secondo Leoluca Orlando, è ulteriormente peggiorata dopo la decisione (marzo 2010) di “mettere in mobilità 26 lavoratori senza ridurre però i posti letto, obbligando il personale a turni fino a 178 ore mensili (a fronte delle 156 previste), lasciando turni scoperti e facendo svolgere attività delicate da personale non qualificato”. “I carichi di lavoro degli infermieri – scrivevano a giugno i consiglieri regionali Rossodivita e Berardo – sono tali da non permettere di agire secondo responsabilità e priorità assistenziale. La carenza è tale che talvolta un intero piano, pari circa a 57 degenti, è presidiato da un solo infermiere in nulla distinguendosi la situazione dal sovraffollamento delle carceri”.
Alla luce di questo i due consiglieri radicali hanno formalmente chiesto alla presidente Polverini “se non ritenga opportuno sospendere qualsiasi procedura volta ad un accreditamento definitivo della struttura”. Si attende ancora la risposta della governatrice (e commissario straordinario alla sanità).
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A tutt* i ragazz* del Boccaccio,
voglio inizialmente abbracciarvi e ringraziarvi tutti x l’aiuto e la solidarieta’ ricevuta da voi tutt*.
Purtroppo assieme alla notizia della serata benefit che avete organizzato x me, ho appreso
che Peppino e’ stato arrestato e che oltre a scontare i domiciliari non puo’ neppure comunicare
con l’esterno. In nessun modo!
Ne sono addolorato, in primo luogo perche’ Peppo e’ un amico di lunghissima data (ci conosciamo
da piu’ di 10 anni) e in secondo luogo perche’ devo constatare che la repressione dello stato
contro gli oppositori non si e’ affievolita, ma anzi sta peggiorando di giorno in giorno.
In ogni caso sono certo che Peppino superera’ quest’ultima ingiustizia e ne uscira’ a testa alta
come tutte le altre volte!
Ormai e’ evidente che, nonostante la grande frammentazione del movimento Anarkico e Antagonista,
“loro” ci temono e vogliono reprimerci. Ogni girono che passa e’ sempre piu’ ovvio che il neoliberismo
ha fallito, che la sinistra parlamentare e i sindacati sono sempre piu’ conniventi con i potenti e
insensibili alle grida d’aiuto della popolazione.
Sempre piu’ italiani non vanno piu’ alle urne anche i pochi che ci si recano hanno ormai perso le
speranze di assistere ad un cambiamento.Non vedono alternativa a questa merda e quindi la subiscono
scegliendo il meno peggio.
Voi, grazie alle vostre iniziative, avete dimostarto di avere un’arma che a “loro” fa paura: la solidarieta’!
La NO TAV e la NO TEM ne sono un esempio concreto. Un esempio di come movimenti con profonde
differenze tra loro possono lottare contro un male comune.
Io personalmente sono sempre stato un anarchico individualista e come individuo libero mi sono
semre recato dove fosse possibile aiutare i cittadino contro le ingiustizie.
E’ per questo che per me e’ impossibile non essere un cittadino che si contrappone con “forza” alle
istituzioni e/o alle grandi opere per me inutili (TAV, TEM, ponte sullo Stretto etc…) e che si affianca
e cerca di aiutare studenti e operai che dicono “no”, noi non ci stiamo, rivogliamo sicurezza per
il nostro futuro.
Anche ora che sono rinchiuso fra queste mura non possono togliermi le mie idee, unica cosa realmente
mia!
Scusate tanto per le divagazioni e se vi ho annoiato con lo sproloquio.
Vi ringrazio un mondo per quello che avete fatto per me e miraccomando, fatemi avere notizie di Peppino.
E salutatemi tanto Paolo, che anche se non conosco di persona sento comunque vicino per la sua situazione.
Un abbraccio, Dayvid “Ciga”
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GROSSETO – Non voleva rientrare nella sua cella del carcere di Via Saffi, così un detenuto albanese ha cercato di ribellarsi, scagliandosi contro tre agenti della Polizia Penitenziaria di Grosseto. Un episodio avvenuto questa mattina e che ha visto gli uomini della forza dell’ordine riportare ferite. A seguito dell’aggressione, infatti, gli agenti sono stati trasportati al pronto soccorso dell’ospedale Misericordia per le medicazioni del caso.
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questo e’ quello che scrivono i pennivendoli
I carabinieri hanno bloccato il tentativo di evasione progettato da due pericolosi malviventi detenuti a Tolmezzo
Una fuga di quelle degne del migliore film d’azione con tanto di elicottero che atterra nel cortile del penitenziario. Fosse andato in porto, il tentativo di evadere diMaurzio Alfieri di 49 anni, detenuto per associazione a delinquere (fa parte di una gang milanese specializzata in rapine) e Valerio Salvatore Crivello di 39 anni, detenuto per vari reati, avrebbe suscitato sicuramente un acceso dibattito sulla sicurezza del carcere di Tolmezzo, considerato tra i più efficienti del Nord. I due e i loro numerosi complici, però, non avevano fatto i conti con la determinazione della Polizia penitenziaria e con la capacità dei carabinieri del Raggruppamento operativo speciale e territoriali, di fare bene il loro mestiere.
I dettagli dell’operazione “Escape” che ha sventato il tentativo sono stati illustrati ogginel corso della conferenza stampa alla quale erano presenti il comandante provinciale dei carabinieri, colonnello Roberto Del Piano, il procuratore capo di TolmezzoGiancarlo Bonocore, il comandante del Ros di Udine capitano Gabriele Passarotto, il commissario Raffaele Barbieri, comandante della Polizia penitenziaria della casa circondariale di Tolmezzo e il capitano Mauro Bonometti, comandante della compagnia carabinieri di Tolmezzo.
La rete è stata tirata dagli investigatori ieri, quando ormai erano chiari modalità e organizzazione del tentativo, ma i carabinieri al caso lavoravano da tempo, dall’agosto del 2012, quando emergono segnale sul fatto che uno degli agenti ha rapporti poco chiari con alcuni detenuti.
La guardia carceraria corrotta, M.E. di Tolmezzo, è stata subito trasferita ad altro istituto con una scusa, per essere sostituita da un carabiniere infiltrato dei Ros che si è finto un agente di polizia penitenziaria pronto a fare “favori”. In due date, il quattro ottobre e il 17 dicembre, Romolo Alfieri, fratello di uno dei detenuti, ha consegnato all’esterno di un locale, poco distante dal casello autostradale di Amaro, quattro coltelli a serramanico e circa un etto di hashish: “Un piccolo tesoro da utilizzare all’interno del carcere – come ha spiegato Bonocore – per tessere alleanze con altri detenuti e consolidare i rapporti ottenendo preziosa collaborazione in vista della fuga”.
Il piano era di noleggiare un elicottero spacciandosi per ricercatori e, una volta partiti dall’eliporto di Tolmezzo, distante in linea d’aria tre chilometri e mezzo, dirottarlo costringendo il pilota ad atterrare verosimilmente dentro uno dei cortili della casa circondariale. “Il messaggio è molto chiaro – ha sottolineato il commissario Barbieri: le mele marce nella Polizia penitenziaria non hanno futuro e chi si sporca le mani non ha futuro”.
L’operazione è riuscita molto bene ed è la dimostrazione di cosa si possa ottenere quando le varie forze di polizia collaborano. Emerge tuttavia il malcelato disappunto del Procuratore per il parziale accoglimento delle richieste di custodia cautelare in carcere, concesse dal Gip solo per Alfieri già detenuto, trasferito a Saluzzo, e per uno degli altri dodici indagati, Cosimo Damiano Alario, che ha fornito la droga, ufficialmente operaio ma ritenuto molto vicino agli ambienti della n’drangheta , mentre per altri due, fra i quali Romolo Alfieri, pure arrestato in flagranza di reato, è stato disposto l’obbligo di dimora.
Desta un certo sconcerto il fatto che Maurizio Alfieri sia diventato una sorta di icona dei movimenti di protesta dopo aver fomentato in carcere varie azioni di protesta, diventando così una sorta di paladino dei diritti dei carcerati, mentre invece si tratta semplicemente di un criminale.
Fonte> ilfriuli.it
Riceviamo e diffondiamo
GRAVE PROVOCAZIONE NEI CONFRONTI DI MAURIZIO ALFIERI
Ritorsioni e rappresaglie nei confronti di Maurizio Alfieri, dal 18 dicembre nella sezione di isolamento del carcere di Saluzzo, continuano da tempo. Ma ora hanno raggiunto un livello tale per cui è davvero fondamentale che la solidarietà nei suoi confronti diventi quel “giubbotto antiproiettile” a cui Maurizio la paragona spesso nelle sue lettere.
Ecco i fatti relativi all’ultimo periodo di carcerazione a Tolmezzo.
Poco prima che Maurizio venisse trasferito, una guardia (dedita a traffici di alcol e fumo con i detenuti) aveva chiesto a un familiare di Maurizio di portare due coltelli e un po’ di fumo nel tale posto alla tale ora per farli entrare in carcere. Il familiare, con molta ingenuità, porta quanto chiesto ma assieme alla guardia trova un… carabiniere in borghese. Dopo il colloquio in carcere, il familiare viene arrestato e, durante l’interrogatorio, il giudice gli parla di un fantomatico piano da parte di Maurizio per evadere con un elicottero assieme ad un altro detenuto. Dopo tre giorni di carcere, al familiare vengono concessi gli arresti domiciliari.
Maurizio, che ha subito scritto al giudice per scagionare il familiare, ammette solo di aver fatto entrare e usato un po’ di fumo (su proposta, da lui ingenuamente accolta, della guardia) e precisa di aver rifiutato le insistenti richieste da parte di quest’ultima (doppiamente infame) di far entrare della cocaina.
Aggiungiamo questo all’episodio di un altro coltello “scoperto” nella cella di Maurizio – e segnalato da un delatore in cambio di qualche “privilegio” – il giorno del suo trasferimento a Saluzzo, e a recenti interessamenti del ROS dei carabinieri nei confronti suoi e di un altro detenuto: il quadro appare tutt’altro che casuale. Chi c’è dietro questa operazione sporca? La direttrice del carcere di Tolmezzo? Il ROS? Qualche Ministero?
Chiunque sia, è evidente il progetto di applicare a Maurizio il 14 bis, che in passato ha già subìto per ben tre volte, o qualcosa di peggio.
Chiunque sia, sappia che Maurizio non è solo.
Ai compagni, alle donne e agli uomini di cuore e di coraggio dimostrarlo nei fatti.
P.S. Anche nel raccontare questa grave provocazione, Maurizio non perde occasione per ringraziare i compagni che hanno organizzato le recenti iniziative solidali a Roma e a Tolmezzo e per salutare quelli rinchiusi in AS2 ad Alessandria.
AGGIORNAMENTO – A quanto pare la macchinazione segnalata da Maurizio si è repentinamente tradotta in un’operazione repressiva guidata dai ROS. In attesa di raccogliere maggiori informazioni e testimonianze, riportiamo quanto diffuso dalle veline di regime sull’ANSA:
TRIESTE, 23 GEN – I carabinieri del Ros stanno eseguendo 4 provvedimenti cautelari, emessi su richiesta della procura della repubblica di Tolmezzo,per tentata evasione, corruzione, traffico di droga e armi. L’operazione, che comprende anche 12 perquisizioni nei confronti di altrettanti indagati in stato di liberta’, in Friuli Venezia Giulia, Lombardia e Piemonte, ha sventato un progetto di evasione spettacolare con uso anche di un elicottero dal carcere di Tolmezzo e un traffico di hashish ed armi.
Solidarieta’ e stima per Maurizio!
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Deve tornare in Spagna, Lander Arrinda Fernandez accusato di aver partecipato nel 2002 a Bilbao ad un corteo di protesta in appoggio dell’Eta. I giudici della IV sezione penale della Corte d’appello di Roma hanno accolto la richiesta di estradizione presentata dalla magistratura iberica. “La decisione non sarà comunque eseguita sino a quando la Cassazione non si sarà pronunciata sul caso”, hanno spiegato i legali di Fernandez.
Nel corso della manifestazione a cui partecipò l’indagato, venne bloccato un autobus che fu poi incendiato dopo aver fatto scendere i passeggeri. Fernandez è stato arrestato a Roma nel giugno scorso in forza di un mandato di cattura internazionale.
In occasione della udienza davanti alla corte d’appello si è tenuto un presidio in sostegno del “compagno arrestato”. In un volantino si sottolineava che la “misura a cui e sottoposto attualmente a Fernandez è ingiusta e immotivata”. E poi “Fernandez è un militante politico che conduce da sempre la lotta per la dignità e la libertà del paese Basco”.
Fonte: tmnews
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Al di là di quelle sbarre, le cure sono minime. Nei Centri di identificazione ed espulsione (Cie), come da capitolato d’appalto del ministero dell’Interno, l’assistenza sanitaria è di primo soccorso. Un approccio emergenziale che risale all’istituzione dei primi Cpt nel 1998, che però non è più adeguato ad un trattenimento dilatato fino a 18 mesi negli odierni Cie, perché interrompe de facto i percorsi terapeutici e le cure di medio – lungo periodo. Nel 2011, secondo i dati del ministero dell’Interno, sono stati 7.735 (6.832 uomini e 903 donne) i migranti trattenuti nei 13 Cie operativi in Italia. 7.735 persone, per le quali un diritto fondamentale come quello della salute, come emerge dal monitoraggio sistematico effettuato dall’Ong Medici per i diritti umani (Medu), non è stato sempre garantito. All’ingresso in quell’istituzione chiusa, il check-up iniziale è superficiale. Il personale sanitario delle Asl non ha accesso.
I medici che ci operano sono privati, “chiamati” dall’ente gestore che gestisce il centro per conto dello Stato, e mancano spesso delle competenze specialistiche in ambiti come ginecologia e psichiatria. Inoltre scarseggiano i servizi di mediazione culturali e gli interpreti qualificati per le consultazioni medicali, come esige invece il Comitato europeo per la prevenzione della tortura (Cpt Standards).
Se l’ente gestore assicura spesso di avere stabilito un buon collegamento con i servizi delle Aziende sanitarie locali (Asl), in realtà la maggior parte dei centri non ha stipulato protocolli. Cioè, non esiste alcun regolamento per l’invio dei pazienti a visite specialistiche o analisi di laboratorio, per la diagnosi e il trattamento di patologie infettive come Tbc, Hiv o epatiti.
Per una visita medica fuori dal Cie è obbligatoria la scorta di polizia. Ma la paura che il detenuto simuli o usi il trasferimento in strutture esterne per allontanarsi, porta spesso a sottovalutare la sua richiesta o sottostimare i sintomi denunciati. I pazienti lamentano la persistente disattenzione dei sanitari nei confronti delle loro patologie, e loro il timore delle simulazioni. All’interno di una struttura del tutto simile al carcere ma che non ne possiede i requisiti né le garanzie, viene quindi meno il normale rapporto di fiducia tra medico e paziente: sostituito da una relazione carceriere – sorvegliato.
Detenzione peggiore del carcere
Se ti senti male, quindi, devi chiamare la guardia, che chiama l’ente gestore, che chiama il medico, e vieni inserito in una lunga lista d’attesa… Dall’indagine dell’International University College sul Cie di Torino emerge che i casi di gravi ritardi nella prestazione delle cure sarebbero numerosi. I detenuti hanno raccontato di un ragazzo che aveva ingerito un oggetto e che è rimasto per ore disteso a terra vicino al cancello, senza soccorso. Un altro, soggetto a crisi epilettiche, avrebbe dovuto essere ricoverato in ambito ospedaliero visto i gravi pericoli insiti nella patologia. A Omar, caso reso pubblico dall’Ong Medu e raccontato qui a fianco, i ritardi nella corretta diagnosi, sono stati devastanti, quasi fatali. Ma nei carceri per solo migranti, i casi di negazione delle cure potrebbero essere ancora per lo più sconosciuti e più numerosi.
Quando non è il corpo, in quelle “gabbie”, è la psiche ad ammalarsi. La promiscuità totale. I percorsi di vita anche. Tra migranti appena giunti, persone che vivono e lavorano da anni in Italia, ex carcerati, richiedenti asilo, persino cittadini dell’Ue (romeni), e categorie particolarmente vulnerabili come tossicodipendenti e vittime della tratta. Persone quindi che hanno esigenze diverse. La prospettiva di 18 mesi separati dai propri figli spesso nati in Italia e senza visite dei famigliari, è un incubo.
Mesi vuoti, obbligati in uno stato di ozio coatto, dove non è consentito ai cosiddetti “ospiti”, per motivi di sicurezza, il possesso di un giornale, di una penna, di un pettine. Nemmeno di un libro. Un nulla spazio – temporale che il Rapporto della commissione diritti umani del Senato non esitava a definire “peggiore del carcere”, per l’assenza delle garanzie offerte dal sistema penale. Una detenzione arbitraria e inutile, visto che meno della metà dei trattenuti viene rimpatriata, ma che ha invece pesanti conseguenze sulla loro vita. Il profondo e diffuso malessere è testimoniato dai continui tentativi di suicidio e dalle numerose autolesioni inferte sui corpi. Viti, tubi, batterie, tutto va ingoiato o le vene tagliuzzate pur di essere trasferiti all’ospedale. Nel solo 2011, nel Cie di Torino, sono stati riscontrati 156 episodi di autolesionismo (100 dei quali per ingestione di medicinali e corpi estranei, 56 per ferite da arma da taglio). L’indicibile è poi denunciato dalle dirompenti perdite di peso, dall’insonnia, dalla depressione, dalle patologie ansiose e mentali.
Ma nei Cie non sempre è prevista la presenza di un servizio di sostegno psicologico, o è minimo e reattivo. Solo dopo i ripetuti atti Violenti nel centro di via Brunelleschi a Torino sono stati introdotti degli psicologi, ma in altre strutture non ce ne sono sempre. Pur non essendo disponibili dati ufficiali, molti professionisti e volontari riferiscono di un ampio ricorso ai psicotropi a base di benzodiazepine. Ritrovil, Tavor, Talofen, ecc..
Il problema: si somministrerebbe senza prescrizione o supervisione di un medico psichiatra specialista. “Mi danno 40 gocce di Minias e 30 di Tavor ogni sera”, confessa una detenuta nel Cie di Torino. 0 come racconta un ragazzo diciottenne al 26 giorno di trattenimento: “Certo che prendo psicofarmaci, se non lo fai, vai fuori di testa qua”. Difficile, poi in caso di sovraffollamento gestire tutti i casi. Angoli bui, opachi, inquietanti della salute pubblica. Lasciati alla discrezionalità totale dalla parte degli enti gestori. Nei Cie, presidi sanitari, livelli igienici e di vivibilità degli ambienti e condizioni sanitarie degli stranieri detenuti non sono monitorati dalle autorità sanitarie pubbliche.
I dati sanitari sono gravemente carenti – per assente raccolta e sistematizzazione – e non ci sono linee guida a livello centrale. I continui dinieghi del ministero dell’Interno di rendere disponibili a Medu o a Msf, a parte singoli casi, le convenzioni stipulate tra i singoli enti gestori e le Prefetture locali testimoniano di questa mancata trasparenza. Oltre quelle mura, le veridicità delle condizioni di detenzione è raccontata, in silenzio, dai ripetuti scioperi della fame, incendi dolosi e atti di vandalismo, dalle continue rivolte e fughe – raddoppiate rispetto all’anno precedente in quasi tutti centri visitati da Medu. Senza nominare le denunce di abuso – punizioni, manganellate, quotidiane imposizioni, insulti verbali – che costituiscono potenziali casi di trattamento inumano e degradante della persona umana. “Qui è peggio di un carcere” è la frase che si capita sempre di sentire con più frequenza quando si ha accesso ad un Cie. “Vorrei che questo centro scomparisse e basta”, dice un’altra trattenuta a Torino; altri si vedono come “corpi a disposizione totale della struttura”. In 18 mesi, la mente e il corpo hanno tempo di ammalarsi e da quel luogo si esce in generale con condizioni peggiori di salute.
di Flore Murard-Yovanovitch
Fonte: L’Unità
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Arriva per l’Italia una nuova condanna da parte della Corte di Strasburgo che ha stigmatizzato ancora una volta l’eccessiva durata dei processi nel nostro paese, sottolineando le problematiche legate al funzionamento della legge Pinto (cioè di quella norma con la quale si introduce il diritto per un cittadino di ricevere un risarcimento per danni morali e patrimoniali, qualora si avesse in corso una causa da più di 3-4 anni).
La sentenza è arrivata su tre diversi ricorsi riguardanti processi che erano stati intentati contro una decisione di esproprio indiretto, tutti durati tra i 12 e i 14 anni rispettivamente. La Corte ha riscontrato la violazione del diritto a godere della propria proprieta’, ma anche allo stesso tempo una violazione dell’equo processo, dal momento che sia la durata che il risarcimento sono risultati troppo esigui. Per questo motivo, l’Italia dovrà risarcire chi ha presentato ricorso per una somma complessiva di 120mila euro.
Fonte: clandestinoweb.com
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CALENDARIO 2013 BENEFIT PRIGIONIER*
Questo progetto nasce come un benefit per i/le compagn* colpiti dalla
repressione e rinchiusi nei lager di stato.
PER RICEVERNE DELLE COPIE, PER PRENOTAZIONI O INFO scrivere a:
la.zona@canaglie.org
la.zona@live.it
LABORATORIO ANARCHICO LA*ZONA
via bonomelli, 9 BG (bergamo)
X più immagini neroveleno
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Sovraffollamento delle carceri significa sovraffollamento delle celle: impossibilità pressoché totale in cella di movimento fisico, d’intimità, di attenzione, rispetto proprio e di chi è concellino; un bagno, un rubinetto per sei o nove persone…
Sovraffollamento vuol dire anche sovraffollamento del cortile dell’aria, dove ginnastica e calcio sono difficili perchè in contrasto con la densità delle persone in piccoli spazi, con l’assenza d’acqua corrente, con i cessi intasati e puzzolenti.
Sovraffollamento prodotto dalle condanne decise arbitrariamente da polizia, carabinieri, giudici.
Si è chiusi in cella 2 x 4 metri quadrati in 5/6 persone per 21 ore al giorno; le ore d’aria sono ridotte dalle quattro previste a tre, a volte ancora meno perché in quelle ore è compreso il tempo della doccia.
Pestaggi e umiliazioni praticati dalle guardie contro chi non accetta di essere trattato come e meno di un animale da macello. Una condizione che spesso finisce nella tragedia del “suicidio”.
Le persone immigrate oltre che del sostegno dei propri cari mancano della lettura poiché a San Vittore vengono venduti solo giornali e riviste in italiano e la tv diffonde solo programmi in italiano.
I prigionieri catalogati “malati psichici” sono costretti in una condizione di vero e duro isolamento, senza fornello, impossibilitati a scambiare cibo, parole…
Cure, lavoro, igiene e vitto sono sempre più scarsi e scadenti; costruire nuove carceri non può che aggravare la situazione. La spesa interna al carcere è invece a prezzi da rapina.
Detenuti ridotti a larve umane con tranquillanti e bombe farmacologiche di stato che invece abbondano. Per fortuna che c’è ancora chi le rifiuta.
Anche amici e familiari scontano la loro condanna: lunghi e costosi viaggi per andare ai colloqui, file d’attesa, pacchi respinti per ragioni affidate alla massima arbitrarietà delle guardie.
Vogliamo lottare contro questa situazione, anzitutto sostenendo le proteste che per queste ragioni nascono a San Vittore così come nelle carceri di tutta Italia dove amnistia è la parola che più abbiamo sentito urlare.
Riteniamo questo un obiettivo generale immediato che può dare forza al movimento di lotta se c’è unità e determinazione nel conseguirlo, ma che può indebolirlo se si confida nell’imparzialità dello stato o nell’illusione che basti mettere il tutto nelle mani di un partito.
Siamo persone che direttamente ed indirettamente hanno provato sulla propria pelle il carcere e le sue conseguenze.
Se l’amnistia è l’indicazione che esce dalle prigioni è da lì che vogliamo partire, lottando per una riduzione della pena carceraria altrettanto generale.
Milano, gennaio 2013
Solidali nella lotta contro il carcere
volantino distribuito a San Vittore da OLGa
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Un carcere nuovo di zecca dove piove dal tetto, il cibo è scarso, le porte delle celle rimangono sempre chiuse e la palestra è inagibile. A pochissimi giorni dalla condanna di Strasburgo che definisce “inumane e degradanti” le condizioni dei detenuti nei penitenziari italiani, la lettera di 35 condannati descrive la situazione nel carcere “Salvatore Soro”, inaugurato da una manciata di settimane nella frazione Massama di Oristano, descritto sulla carta come “carcere modello” e invece già sottoposto a interventi di ristrutturazione.
Il taglio del nastro è avvenuto negli ultimi giorni di novembre 2012, in fretta e furia per rimediare al sovraffollamento degli altri istituti sardi. Eppure sembra andare quasi tutto storto. Così un gruppo di detenuti ha preso carta e penna per descrivere quello che succede: “Non esiste la socializzazione né nelle celle né nell’apposita saletta. Non funziona la palestra né il campo sportivo né è possibile svolgere alcuna attività ginnica. Perfino il cibo è scarso e per dotarsi di qualche tegame si devono fare acrobazie. La situazione è ancora più critica relativamente al vestiario che è ridotto allo stretto necessario e chi non ha colloqui con i familiari non può neanche lavarsi i panni in quanto è vietato stenderli”.
Costretti e rimanere dietro le sbarre, senza alcun programma di rieducazione, i firmatari sono preda della depressione: “Le porte delle celle sono sempre chiuse e spesso vengono chiusi gli spioncini. Anche le docce funzionano solo a tratti e così il riscaldamento”. La fretta con la quale il ministero della Giustizia ha voluto aprire il nuovo edificio carcerario, accusano anche i sindacati di polizia penitenziaria, è la ragione del malfunzionamento degli impianti tecnologici che dovrebbero aprire e chiudere automaticamente le celle – senza dunque l’intervento degli agenti.
La missiva è arrivata nelle mani di Maria Grazia Caligaris, ex consigliera regionale della Sardegna e presidente dell’associazione Socialismo Diritti e Riforme: “Sappiamo che quando apre un nuovo penitenziario ci vogliono tempi lunghi per mettere in funzione i servizi, ma questo disagio è scandaloso”.
Per il provveditore regionale del Dap, Gianfranco De Gesu, le condizioni del carcere di Oristano-Massima sono invece “quasi alberghiere”: “Ogni cella ospita due detenuti e se l’acqua calda è erogata secondo fasce orarie è per risparmiare”. Non nega, De Gesu, che la struttura abbia dovuto essere parzialmente rifatta a causa di difetti di costruzione: la ditta non aveva previsto una guaina di impermeabilizzazione nelle docce e sotto il tetto e così, dopo nemmeno 24 ore, si sono verificate vistose infiltrazioni nelle celle. Un assurdo difetto di progettazione, ancora più grave visto il costo della costruzione del penitenziario: 40 milioni di euro.
Delle quattro nuove case circondariali volute dall’allora ministro della giustizia Roberto Castelli, oltre a Oristano-Massama è stata aperta una struttura a Tempio Pausania mentre attendono quella di Uta (Cagliari) e Sassari.
Quello che preoccupa maggiormente i detenuti – coloro che hanno firmato la lettera sono 35 su 161 presenti – è comunque la qualità della vita. Pessima. Alcuni di loro provengono dal carcere che sorgeva nel centro di Oristano, ospitato da un edificio di origine medievale e fatiscente dove topi e scarafaggi erano ormai abituali compagni di cella. Con il trasferimento nella nuova struttura avevano sperato di trovare un sistema migliore: “Non possiamo nemmeno acquistare prodotti per la pulizia delle celle. Se queste sono le condizioni in cui siamo costretti a sopravvivere allora è meglio che venga ripristinata la pena di morte”.
di Laura Eduati
Huffington Post, 21 gennaio 2013
Commenti disabilitati su Oristano: lettera di un detenuto; il carcere di Massama è nuovo di zecca, ma sembra un lager | tags: anticarceraria, carcere nuovo, cibo, CordaTesa, dagrado, inagibilità, infiltrazioni, lager, lettera di un detenuto, oristano, salvatore soro, sardegna, sbarre, situazione carceraria, vitto | posted in Contro carcere, CIE e OPG, Dentro le mura, Tutti
LECCE – Nel carcere leccese di Borgo San Nicola, secondo l’Organizzazione sindacale autonoma della polizia penitenziaria (Osapp), «aumenta il numero di punterioli e lame rinvenuti nelle celle». In quantità più abbondante rispetto agli anni passati, verrebbero scovati dietro le sbarre dal personale di sorveglianza durante le ispezioni e ciò, a sentire il sindacato dei baschi blu, sarebbe diretta conseguenza del sovraffollamento e delle tensioni che il fenomeno creerebbe tra i detenuti. Aumenterebbero i rischi di aggressioni tra detenuti ma anche nei confronti degli agenti di polizia penitenziaria.
IL SOVRAFFOLLAMENTO – Nella casa circondariale salentina sono rinchiuse circa 1250 persone, ma la capienza massima della struttura è di 700 posti. Va da sé che a risentirne, come spesso è stato evidenziato da più parti, sono le condizioni di vita dei carcerati. «A Borgo San Nicola, da giugno a dicembre 2012, durante quattro-cinque controlli, abbiamo trovato diversi oggetti contundenti e questo è un fatto che ci preoccupa perché riteniamo sia diretta conseguenza del sovraffollamento e del clima di tensione», osserva Domenico Mastrulli, vice segretario nazionale dell’Osapp, che si sofferma anche sulle carenze di organico esistenti tra i ranghi della polizia penitenziaria. Particolarmente delicata sarebbe la situazione che riguarda la sorveglianza dei detenuti sottoposti al regime di «alta sicurezza», vale a dire quelli che scontano pene scaturite dai reati più gravi commessi durante la militanza tra le file della criminalità organizzata. «A Lecce abbiamo circa 200 individui sottoposti all’alta sicurezza – spiega ancora Mastrulli – e spesso c’è un solo agente per sorvegliare 80 detenuti, mentre il rapporto dovrebbe essere di tre guardie per ogni recluso. Non possiamo che essere preoccupati». La situazione, almeno dal punto di vista della vivibilità, potrebbe, comunque, migliorare nel momento in cui saranno disponibili ulteriori 200 posti nel nuovo plesso che si prevede possa essere cantierizzato nell’area di pertinenza del penitenziario entro la prossima estate. Anche se sul punto l’Osapp ha più di qualche perplessità. «Secondo noi, a Lecce, potrebbero arrivare altri detenuti rispetto a quelli già presenti, quindi, il nuovo edificio carcerario non servirà ad alleggerire la situazione di sovraffollamento», osserva Domenico Mastrulli. Ma tornando al ritrovamento di materiale potenzialmente pericoloso come strumento di offesa, il direttore del carcere leccese, Antonio Fullone, ravvisa: «Troviamo oggetti tra i più svariati, dalla lametta dotata di manico in legno, alle posate che, in qualche modo, diventano arnesi per tutt’altro uso, ma nella maggior parte dei casi non si riscontrano intenzioni moleste da parte di chi li possiede. Li si può utilizzare anche per tagliare la frutta o per altri scopi, non è detto che debbano diventare per forza armi, ferma restando che per noi vanno classificati come oggetti atti a offendere, una categoria molto ampia. Ma questi ritrovamenti si verificano in tutti gli istituti».
IL DIRETTORE – Il direttore Il direttore Fullone, tuttavia, conferma le carenze negli organici della polizia penitenziaria. E dice: «Complessivamente Lecce ha una carenza di personale che sta diventando sempre più preoccupante anche perché il personale è molto anziano. Dovremmo essere 770, ma siamo sotto di circa parecchie unità. Quanto al numero dei detenuti, va detto, comunque, che rispetto agli ultimi anni, abbiano ora toccato le cifre più basse. Nel 2012 la popolazione carceraria è diminuita: solo qualche anno fa avevamo 1.500 persone. La destinazione del nuovo plesso, in ogni caso, ancora non è stata chiarita».
Fonte: corrieredelmezzogiorno.corriere.it
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Giuseppe Gulotta, muratore di Certaldo fu arrestato a 18 anni con l’accusa di aver ucciso due carabinieri ad Alcamo Marina. L’assoluzione è arrivata il 13 febbraio scorso nel processo di revisione
“Chi mi ridarà la mia vita perduta?”, aveva detto Giuseppe Gulotta il 13 febbraio 2012. Quel giorno la Corte d’Appello di Reggio Calabria aveva pronunciato la sua sentenza: innocente, dopo 21 anni, 2 mesi, 15 giorni e sette ore di carcere. Giuseppe Gulotta, 50 anni, muratore di Certaldo, era stato arrestato a 18 anni, prelevato e portato nella caserma dei carabinieri di Alcamo (Trapani) e sospettato dell’omicidio di due militari. Ad un anno di distanza dalla sentenza che lo ha assolto, dopo 21 anni di carcere, Gulotta ha chiesto 69 milioni di euro al ministero di Grazia e Giustizia. “La riparazione dell’errore giudiziario – spiega l’avvocato Pardo Cellini – va commisurata alla durata dell’espiazione della pena e alle conseguenze personali e familiari derivanti dall’ingiusta condanna”.
Una condanna che ha segnato la vita del muratore di Certaldo, che nel 1976, accusato dell’assassinio, insieme a due complici, dei due carabinieri Salvatore Falcetta e Carmine Apuzzo, venne picchiato e seviziato per ore finché non confessò quello che non aveva fatto. Poi Gulotta ritrattò, ma fu condannato, ugualmente, al carcere a vita nel 1990.
Tanti anni di carcere, e poi la revisione del processo scattata dopo le dichiarazioni di un ex ufficiale dei carabinieri che nel 2007 raccontò che le confessioni di Gulotta e degli altri erano state ottenute attraverso torture.
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Savino Finotto, 70 anni, di Staranzano era in cella da dicembre per espiare una condanna di 3 anni e 9 mesi. Una guardia l’ha trovato già in condizioni molto gravi, ha dato l’allarme. Portato in ospedale, è morto poco dopo. Inchiesta della Procura. Era arrivato nel carcere di Udine a fine dicembre, per espiare una condanna di 3 anni e 9 mesi. Ma nella notte di sabato scorso si è sentito improvvisamente male ed è stato trasferito nel reparto di Terapia intensiva dell’ospedale cittadino, dove è morto di lì a poche ore.
Sul decesso di Savino Finotto, 70 anni, di Staranzano, ora, la Procura di Udine intende fare chiarezza. Il medico legale Lorenzo Desinan effettuerà l’autopsia sul suo corpo nel pomeriggio di giovedì. L’obiettivo del procuratore capo, Antonio Biancardi, è stabilire le cause esatte che ne hanno determinato la morte.
L’uomo, che si trovava in una cella riservata a detenuti con problemi di deambulazione, è stato trovato in condizioni già molto gravi dall’agente addetto al giro notturno di controllo.
Chiamati la guardia medica della casa circondariale e il personale del 118, era stato immediatamente trasportato al “Santa Maria della Misericordia”. Da quel momento, però, non aveva più preso conoscenza. Gli accertamenti sono stati delegati alla sezione di Pg della Polizia di Stato.
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Un detenuto italiano di 48 anni ha tentato il suicidio oggi alle Novate. Solo grazie al pronto intervento di un agente della polizia penitenziaria è stato evitato il peggio.
Un detenuto italiano di 48 anni ha tentato il suicidio nel carcere di Piacenza. Lo ha reso noto il sindacato di polizia penitenziaria Sappe, spiegando che l’uomo, approfittando dell’assenza del compagno di cella che si trovava nella saletta della socialità, insieme agli altri compagni di detenzione, dopo aver fatto un rudimentale cappio con dei lacci che ha legato all’armadietto del bagno ci ha infilato la testa e si è lanciato in avanti. Solo grazie al pronto intervento di un agente della polizia penitenziaria, in servizio nella sezione detentiva, è stato evitato il peggio. L’uomo era rientrato a Piacenza dopo aver trascorso 40 giorni all’ospedale psichiatrico. (Ansa)
Commenti disabilitati su Piacenza, tentato suicidio in carcere | tags: agente, anticarceraria, carcere, CordaTesa, detenuto, impiccato, lacci, novate, ospedale psichiatrico giudiziario, piacenza, pronto intervento, tentato suicidio | posted in Contro carcere, CIE e OPG, Dentro le mura, Tutti
Martedì alle ore 8:30 presidio al Tribunale di Monza in Piazza Garibaldi
per l'udienza preliminare di Paolo e Peppino, i due compagni monzesi
colpiti dalla repressione.
SIAMO TUTTI CON PE’
Da mercoledì 16 gennaio 2013, Peppino, membro del collettivo del centro
sociale Boccaccio, è stato colpito da un provvedimento repressivo che
lo obbliga agli arresti domiciliari, con divieto di comunicazione con
l’esterno.
E’ accusato di “concorso anomalo in rapina”, insieme ad altri tre
compagni NOTAV (tra cui anche Paolo, altro compagno monzese), per
un episodio verificatosi il 14 luglio 2011 a Cuneo, nell’ambito di
un corteo spontaneo che concludeva una giornata di solidarietà e
sostegno a Maurizio (altro compagno allora detenuto nel carcere di
Cuneo per i fatti successivi allo sgombero della Maddalena in
Valsusa del 3 luglio 2011).
Prima di entrare nel merito di questa assurda vicenda processuale,
crediamo doveroso ricordare chi è Peppino e qual è il contributo
che quotidianamente offre nello sviluppo delle attività del Boccaccio,
in particolar modo in quelle rivolte all’esterno.
Peppino è uno dei fondatori del Comitato Monzese per il Diritto alla
Casa ed è in prima linea nel supporto a coloro che rischiano di
essere sfrattati dalle proprie abitazioni. Tutti i martedì pomeriggio
cura un servizio rivolto agli inquilini, uno sportello di consulenza
legale di base, che nel corso di questi mesi, in cui l’emergenza a
bitativa ha coinvolto numerosi singoli e nuclei famigliari, ha
registrato numerosi accessi. Insieme ad altri membri del Comitato
ha appena concluso la scrittura di un progetto relativo alla pratica
dell’autorecupero che sarà presentato nella prima settimana di
febbraio all’Amministrazione comunale.
Peppino è tra i promotori dei corsi organizzati nell’ambito delle
attività della palestra popolare del Boccaccio. In particolare è
tra i responsabili del corso di boxe attivato a partire da settembre:
trattasi di corsi gratuiti aperti a tutti coloro che vogliano
condividere attraverso la pratica sportiva momenti di socialità
svincolati da interessi economici e competizione.
Peppino, che ha conosciuto sulla propria pelle la disumanità del
sistema carcerario, partecipa attivamente ai progetti di Cordatesa,
gruppo che si occupa di sviluppare una riflessione critica
sull’apparato repressivo, volto al superamento della società
carceraria, proponendosi come interlocutore con i famigliari dei
detenuti del carcere di Monza. E’ in questo ambito che opera anche
Paolo, l’altro compagno monzese denunciato e colpito da un
provvedimento di obbligo di dimora nei confini comunali.
Peppino è coinvolto nell’attività quotidiana di skipping, ossia di
quella pratica che, in accordo con alcuni commercianti monzesi, prevede
il recupero da parte del Boccaccio degli alimenti invenduti (destinati
a essere eliminati) e di una loro immediata ridistribuzione nell’ambito
di cene di autofinanziamento per progetti sociali o direttamente a
persone in estrema difficoltà economica.
Oltre a queste attività specifiche, Peppino è indubbiamente attivo in
tanti altri fronti di lotta: in particolar modo è coinvolto spesso in
presidi, manifestazioni ed eventi legati alla tutela del territorio e
i suoi cori sono diventati un’immancabile colonna sonora nell’ambito
delle manifestazioni NOTAV, No Pedemontana, No TEM.
La sua assenza coatta da tutte queste attività rende ancor più
inaccettabile il provvedimento restrittivo che lo ha colpito.
Peppino era a Cuneo per portare la propria solidarietà a Maurizio e a
denunciare la criminalizzazione del movimento NOTAV messa in atto
dalla magistratura. Al termine della giornata, nel corteo che stava
riportando tutti i compagni dal carcere verso la stazione, è irrotta,
investendo alcuni manifestanti, una vettura. E’ questo l’episodio
rispetto al quale è stato messo in atto da parte degli inquirenti un
ribaltamento dei fatti che ha portato all’assurda accusa di “concorso
anomalo in rapina”. Accusa costruita semplicemente sulla deposizione
della conducente del veicolo che dichiara di essere stata derubata di
una borsa contenente valori per circa 2000 euro (!).
Un capo di imputazione di questo tipo appare assolutamente pretestuoso,
in quanto si sottolinea l’estraneità degli imputati rispetto alla rapina,
ma, come sta accadendo sempre più frequentemente colpisce in maniera
indiscriminata ricorrendo al dispositivo del concorso.
Questa formula permette allo Stato di colpire con misure repressive chi
partecipa alle lotte indipendentemente da qualunque (presunta)
responsabilità individuale, ma soltanto sulla base della loro identità e
del loro agire politico.
Vediamo inoltre in questa operazione l’ennesimo tentativo di colpire,
criminalizzare e mettere a tacere una delle voci di dissenso più radicale
degli ultimi anni come quella NOTAV: opporsi a questa dinamica è
fondamentale per tutelare il diritto al dissenso e le pratiche di
resistenza che quotidianamente riteniamo necessario mettere in atto.
Esprimiamo quindi pieno appoggio e calorosa solidarietà a tutti i compagni
colpiti dal provvedimento in questione, in particolare al nostro compagno
Peppino ristretto agli arresti domiciliari con l’odioso divieto di comunicare
con l’esterno. Chiediamo il suo immediato ritorno in libertà, nonchè la
rimozione dell'obbligo di dimora a Paolo.
Commenti disabilitati su Presidio al tribunale di Monza 22 gennaio ore 8.30 x Peppino e Paolo! | tags: 22 gennaio 2013, anticarceraria, CordaTesa, cuneo, FOA Boccaccio, liberazione, monza, no tav, paolo, peppino, presidio, solidarietà ai compagni, tribunale | posted in Comunicati, critiche e riflessioni, Contro carcere, CIE e OPG, Presidi, cortei, saluti e iniziative, Tutti
Da tre mesi si trova in isolamento, in una cella del carcere di Bollate; collabora con i magistrati che ancora lo stanno interrogando ma il caso giudiziario di don Alberto Barin, il cappellano di San Vittore che stuprava i detenuti in cambio di favori, dal cibo fino alla fornitura di generi di conforto, tra cui sigarette, spazzolini e shampoo, non si presenta affatto semplice. La matassa è difficile da sbrogliare e quell’uomo continua ad essere un mistero incomprensibile.Una specie di dottor Jeckill e Mr Hide. Don Alberto Barin sembra abbia vissuto contemporaneamente due opposte personalità, da una parte indossando i panni del sacerdote disponibile, amabile e generoso, conosciuto persino dalle autorità penitenziarie come un sacerdote modello, salvo poi rivelarsi dietro le quinte un aguzzino senza scrupoli, capace di approfittarsi delle persone più deboli e bisognose. Sei detenuti stranieri lo accusano pesantemente. La scabrosa vicenda di questo prete lombardo che tutti ritenevano al di sopra di ogni sospetto è emersa grazie alle immagini di una telecamera nascosta. Sono bastate pochi fotogrammi per incastrarlo. Don Barin prometteva loro di dare parere favorevole alla scarcerazione in cambio di favori sessuali. Tra le aggravanti contestate c’è quella di abuso della sua autorità. Dal novembre scorso, quando è stato scoperto, è stato sospeso dalle funzioni di cappellano dall’Amministrazione penitenziaria, mentre la curia di Milano, dalla quale dipende canonicamente il religioso, è arrivata una dichiarazione di fiducia in merito al lavoro che stanno svolgendo gli inquirenti, ai quali è stata offerta collaborazione per le indagini. Ancora però non sembra sia stato aperto nessun procedimento canonico a suo carico. Intanto il capo dei cappellani, don Virgilio Balduzzi interpellato sul caso non ha voluto sbilanciarsi: «In questo momento don Barin ha bisogno di stare tranquillo. La giustizia farà il suo corso» ha affermato senza aggiungere altro. Nemmeno una parola di conforto nei confronti delle vittime. Probabilmente con la fine delle indagini che sono tuttora in corso e dopo il conseguente processo che sarà celebrato entro l’anno, il sacerdote potrebbe essere trasferito in una struttura ad hoc per il recupero e la cura dei preti con problemi di personalità. Qualche anno fa don Barin, prima di celebrare messa nella casa circondariale di piazza Filangeri, parlando ad un giornalista annotava che «il carcere dovrebbe far pensare che ogni uomo è recuperabile». Chissà se questo vale anche per lui.
Fonte: ilmessaggero.it
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Aveva chiesto di essere giustiziato con la sedia elettrica, altrimenti avrebbe colpito ancora. Tanto da aver ucciso anche due detenuti del carcere dove stava scontando l’ergastolo (per un altro omicidio, ndr), per accelerare la sua condanna a morte. Si è la svolta nella notte in Virginia, come spiega Abc.news, l’esecuzione di Robert Gleason, un 42enne che aveva rinunciato anche al suo diritto di appello, nonostante i legali fossero contrari alla sua decisione.
Era stato proprio John Sheldon, uno degli avvocati a presentare ricorso contro la scelta di Gleason, spiegando come l’uomo soffrisse di “gravi disturbi mentali”. Ma il ricorso non è stato accolto dalla corte della Virginia, che non ha raccolto le prove presentate dal legale, che ha tentato invano di dimostrare la sua depressione, citando anche i diversi tentativi di suicidio. Gleason non si è limitato a chiedere la condanna a morte: ha anche scelto di morire non con l’iniezione letale, bensì sulla sedia elettrica. Rimettendo così in azione lo strumento di morte, per la prima volta dal 2010. Il legale ha protestato fino alla fine, ma è servito a poco: la sentenza fatale è diventata esecutiva non appena è stato negato anche il ricorso dalla Corte Suprema.
Gleason aveva ammesso di aver strangolato quattro anni fa il suo compagno di cella, il 63enne Harvey Watson, nello stesso giorno in cui aveva commesso il delitto per il quale era stato punito con l’ergastolo. Da tempo richiedeva di essere giustiziato, tanto da aver pure ucciso un altro compagno di cella, il 26enne Aaron Cooper, utilizzando la rete di protezione del cortile del carcere. Ovviamente, era stato il primo a dichiararsi colpevole.
Come riporta l’Huffington Post, è stato il governatore Bob McDonnell ad aver spiegato come l’uomo non avesse espresso alcun rimorso per gli omicidi. Anzi, aveva dichiarato che, se non fosse stato giustiziato, avrebbe continuato ad uccidere. “Per i giudici competenti ha agito in modo cosciente”, si è difeso, contro le critiche del suo legale. Spiegando in passato la sua scelta macabra, Gleason aveva sottolineato come avesse ucciso “in passato soltanto criminali, mai persone innocenti”, ma che avrebbe fatto di tutto per “mantenere la promessa ad una persona cara”: “Soltanto così potrò spiegare ai miei figli cosa succede se diventi un omicida”, aveva dichiarato l’uomo. Delle 1320 condanne a morte, da quando la pena è stata reintrodotta nel 1976, 157 sono avvenute attraverso la sedia elettrica. secondo quanto spiega il Death Penalty Information Center.
di Alberto Sofia Fonte: giornalettismo.com
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