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NoG20 Hamburg: arriva la prima condanna per uno degli arrestati

Diffondiamo da Infoaut

Nella giornata di ieri, lunedì 28 agosto, si è tenuto il primo processo che ha visto sul banco degli imputati uno dei tanti arrestati durante le giornate del G20 ad Amburgo, uno degli oltre 30 internazionali detenuti nelle carceri di Amburgo da quasi due mesi in attesa di essere sottoposti a processo. A giudizio ieri è andato un compagno olandese di 21 anni, incensurato, accusato di lesioni personali, attacco ai funzionari dello Stato e di gravi violazioni della pace.

Nonostante l’accusa abbia proposto una pena di 1 anno e 9 mesi di reclusione, la decisione ultima del giudice è stata una condanna a 2 anni e 7 mesi di reclusione senza condizionale, aumentando quindi di quasi un anno la pena detentiva proposta dall’accusa. Il giudice giustifica la sua decisione affermando che questa è in piena conformità con l’inasprimento delle pene varato dal governo tedesco qualche tempo fa, in previsione del G20 e delle manifestazioni contro di esso. Niente di eccezionale o assurdo dunque, solo l’applicazione della legge precedentemente modificata ad hoc per colpire meglio i manifestanti accorsi ad Amburgo per Continue reading


Angol, Cile: Chiesti 31 anni di condanna per il comunero mapuche Daniel Melinao

Diffondiamo da Contrainfo

cordatesaLa procura ha chiesto 31 anni + 301 giorni di prigione per il comunero mapuche Daniel Melinao, accusato di essere coautore dell’omicidio dell’agente del GOPE Hugo Albornoz durante un’incursione nella comunità
Wente Winkul Mapu del 2 Aprile 2012.

L’accusa include anche i reati di tentato omicidio e lesioni ad altri due sbirri che accompagnavano Albornoz.

L’accusa presenterà Continue reading


Colombia, 40 anni di carcere ai militanti delle FARC

Farc-ep bandeira. Foto Xurxo Martínez CrespoIl Tribunale Speciale di Villavicencio, nel dipartimento colombiano di Meta, ha riconosciuto colpevoli due capi delle  (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia) e altri venti guerriglieri dei crimini di ribellione, terrorismo e omicidio di persona protetta.

Rodrigo Londoño, alias “”, e Luciano Marin Arango, alias “Ivan Marquéz,” capo negoziatore nei colloqui di pace tra la  e il governo all’, a , sono stati condannati in contumacia a 40 anni di carcere per un attentato che nel 2003 ha lasciato un saldo di quattro morti e trenta feriti.

Il 24 agosto del 2002 un ordigno è esploso all’interno di una barca sul fiume Ariari, nel sud del dipartimento di Meta.

Come riporta l’ufficio stampa della procura della Colombia, la condanna si estende al fondatore delle Farc, Pedro Antonio Marín, alias “”, morto in combattimento nel marzo 2008, e ad altri importanti leader della guerriglia.

La sentenza giunge in momento in cui gli stessi destinatari del provvedimento sono impegnati in trattative ufficiali con il governo colombiano per mettere fine al conflitto. Le trattative si stanno tenendo a Cuba e per le Farc la figura di riferimento è proprio Ivan Marquéz.

Fonte


Grecia: 25 anni di carcere per 3 leader gruppo estrema sinistra

aaaaa(AGI) – Atene, 3 apr. – Mano pesante dei magistrati contro tre leader del gruppo di estrema sinistra greco Lotta rivoluzionaria, che nel 2007 lancio’ un razzo contro l’ambasciata Usa ad Atene. Nikos Maziotis, sua moglie Panagiota Roupa e Costas Gournas sono stati condannati a 50 anni di carcere a testa, ma ne dovranno scontare la meta’. Maziotis e Roupa sono pero’ latitanti dal giugno scorso e per questo sono stati giudicati in contumacia dal tribunale speciale istituito presso il carcere di massima sicurezza di Korydallos. I due erano usciti di prigione nel 2011 e avevano l’obbligo di firma ma sono fuggiti, probabilmente all’estero. Altri due militanti del gruppo sono stati condannati a sette anni e mezzo di carcere e altri due sono stati assolti per insufficienza di prove. Lotta rivoluzionaria, considerato il gruppo di estrema sinistra piu’ pericoloso d’Europa, e’ operativa dal 2003. Di fatto e’ l’erede di 17 novembre, un’organizzazione terroristica che aveva fatto 23 morti tra il 1975 e il 2000. E’ inserita nelle liste dei gruppi terroristici stilate da Ue e Usa e tra gli attentati al suo attivo ci sono anche quelli contro un ministro dell’Interno, la Borsa di Atene e diverse banche. I vertici del gruppo sono stati catturati nel 2010 dopo che un militante era rimasto ucciso in una sparatoria con la polizia.


Nigeria: ex leader del Mend condannato a 24 anni di carcere

MEND-logo(AGI) – Abuja, 26 mar. – L’ex leader del movimento per l’emancipazione del Delta del Niger (Mend), Henry Okah, e’ stato condannato da un tribunale del sudfricano a 24 anni di carcere per l’attentato del primo ottobre 2010 ad Abuja, capitale della Nigeria. L’attentato, nel quale morirono 12 persone, fu messo a segno il giorno del cinquantesimo anniversario dell’indipendenza nazionale nella piazza dell’Aquila, il cuore della capitale che in quel momento ospitava anche diversi capi di stato africani e delegazioni dipomatiche internazionali accorsi per festeggiare la ricorrenza. Il capo del Mend fu arrestato pochi mesi dopo l’attentato in Sud Africa dove si trovava dopo aver aderito al programma di amnistia concesso dal governo ai guerriglieri del Mend, il movimento che affermava di battersi per una diversa ridistribuzione delle rendite petrolifere, di cui la Nigeria e’ il primo produttore africano. I familiari e gli avvocati di Okah hanno gia’ fatto sapere di voler ricorrere in appello contro questa sentenza.


Olanda – Sentenza sul caso Barchem 4

diffondiamo da informa-azione

barchem4Il 26 febbraio 2013, tutti /e e quattro gli/le imputati /e del caso ‘Barchem 4’ sono stati/e condannati/e.

Le accuse a loro carico sono di aver danneggiato parte della recinzione della struttura ed il rilascio di circa 5000 visoni dalle loro gabbie da un allevamento di animali da pelliccia nella cittadina di Barchem, Olanda.

L’accusa non è riuscita a sostenere la tesi dell’esistenza di una organizzazione criminale ( art.140 del codice penale olandese) e le quattro persone sono state condannate sulla base dell’art.350, danneggiamento aggravato.

Ognuno /a degli imputati e delle imputate ha deciso di appellare la sentenza, con tutta probabilità l’appello avverrà a fine 2013 / inizio 2014.

Come gruppo di supporto per i/le ‘Barchem4 ci teniamo a ringraziare ancora una volta tutte le compagne ed i compagni che hanno espresso solidarietà e supporto attraverso dichiarazioni solidali, iniziative benefit, parole ed azioni.

Per ulteriori aggiornamenti  invitiamo a controllare la pagine Facebook  a questo indirizzo

https://www.facebook.com/supportbarchem4 ed il sito del gruppo di supporto www.svat.nl

Un saluto solidale,

Gruppo di supporto ‘Barchem 4’ / Svat


Disordini per lo sgombero 2009 del Boccaccio, giovane condannato

Riportiamo l’articolo dei fatti del 2009, dove i servi dei padroni hanno attaccato con la solita violenza chiudendo in un’angolo i compagni e aggredendo quello che adesso vogliono far passare per l’aggressore! Rompendogli la testa! Mai un passo indietro!

scimmionaturalmente Solidali e vicini a Scimmio!

Secondo l’accusa aggredì un poliziotto durante una manifestazione

MONZA, 14 Febbraio 2013 – Sei mesi di reclusione con la sospensione condizionale della pena e la non menzione della condanna e 2000 euro di risarcimento alla parte civile.
E’ la condanna inflitta dal Tribunale di Monza per resistenza e violenza a pubblico ufficiale a uno dei giovani che il 20 luglio del 2009 aveva partecipato alla manifestazione di protesta di un gruppo di anarchici contro lo sgombero del Centro sociale Boccaccio dall’ex cinema Apollo in via Lecco a Monza. Ad essere aggredito era stato un assistente capo della Polizia di Stato, che aveva subìto delle lesioni e si è costituito parte civile al processo per ottenere un risarcimento dei danni.

Davanti al giudice ieri è stato chiamato a testimoniare il vicequestore Francesco Scalise, dirigente del Commissariato di polizia di Monza allora come ancora adesso. “Il Questore di Milano aveva disposto lo sgombero dall’ex cinema Apollo degli occupanti del Centro sociale Boccaccio e di altri anarchici – ha ricordato Francesco Scalise – Avevo 60 uomini tra il personale della Digos e del Commissariato di polizia di Stato di Monza. Abbiamo sempre cercato di evitare lo scontro con i manifestanti, ma ad un certo punto però una quarantina di loro si sono messi in corteo non autorizzato. Ho mandato una trentina di poliziotti a seguirli sapendo che i manifestanti si sarebbero diretti in Comune per esprimere il loro disappunto. Non ho assistito personalmente all’aggressione contestata, ma so che si è arrivati all’identificazione dell’imputato dai fotogrammi del filmato delle telecamere del Comune”.
Il pm ha chiesto per l’imputato la condanna a 6 mesi di reclusione, confermata poi dal giudice, mentre la difesa dell’imputato sosteneva che non vi era prova che l’aggressore del poliziotto fosse proprio lui.

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Sul “non” ergastolo agli assassini di Vittorio Arrigoni

Diffondiamo da Polvere da sparo

STAY HUMANLa notizia circola da un’ora in rete, attraverso il sito Nena News (qui l’articolo).
Una notizia che a me non fa male per niente, perché una riduzione pena, un annullamento di un ergastolo non può crearmi amarezza…
non avrei questo logo a marcare il blog e non lo avrei tatuato nel cuore.
Quando parlo di abolizionismo del carcere,

ma sopratutto quando parlo di abolizionismo dell’ergastolo,
quello che sulle carte del DAP è catalogato con il fine pena datato99/99/9999,
quello che in francia è detto la ghigliottina secca,
non faccio distinzioni, non posso farle.
Non chiedo l’abolizione dell’ergastolo ad intermittenza, lasciando crepare in cella gli assassini dei miei compagni.

Avreste gioito se gli assassini di Vik fossero stati impiccati in pubblica piazza,
con metodologie iraniche? Io sarei stata sommersa dal mio stesso vomito.
E allora non vedo perché dobbiamo commentare con parole come “scandalo” o “buttate le chiavi cazzo” il fatto che questi ergastoli siano stati commutati in 15 anni di pena.
Certo fa pensare, certo brucia l’idea di non saper perché, di non aver chiaro motivazioni e metodologie usate per uccidere un compagno caro,  che mandava avanti una battaglia in un modo straordinario, con una forza e un sorriso che ci hanno insegnato tanto.

Il suo slogan era “restiamo umani”…
bhè provateci allora quando parlate di ergastolo, a capire cosa intendeva per “restare umani”.
Non credo che chi sostenga il “FINE PENA MAI” abbia tutto ‘sto diritto di ritenersi essere umano, lo reputo più simile a chi c’ha strangolato Vik,
lontano anni luce dal messaggio che ha urlato fino al secondo della sua morte.

Non esiste più grande aberrazione del carcere a vita.
Nessuno mi farà mai cambiare idea a riguardo.

– A Vik, tornato a casa dalla sua amata Palestina
– Hanno giustiziato Ippocrate
– I gattini di Gaza
– Che nessuno pianga, una dedica a Vittorio

lo so che mi odierete….pazienza.


Giudice di Pace condanna lo Stato: il carcere di Fuorni è sovraffollato

Primo caso in Italia per questo tipo di ricorsi dopo le condanne dell’Ue. Risarcimento di mille euro

cashSALERNO – Le condanne contro l’Italia, per le carceri sovraffollate, fino ad ora erano arrivate dall’Unione Europea. Ma mai un giudice territoriale aveva espresso la stessa condanna in un procedimento civile. E invece, adesso, anche questo fa giurisprudenza. Perchè un giudice di pace di Salerno, su ricorso presentato dallo studio legale Sessa di Nocera Inferiore, ha condannato lo Stato italiano al risarcimento danni nei confronti di un detenuto del carcere di Fuorni a Salerno per le «pessime condizioni di detenzione» delle carceri. Il ministero dell’Interno dovrà pagare un risarcimento di mille euro al detenuto. E la motivazione è proprio nel sovraffollamento della casa circondariale. «Si tratta di un traguardo importante non solo per il nostro studio dal punto di vista professionale – commentano gli avvocati Gaetano e Michele Sessa – ma soprattutto dal punto di vista etico e morale per l’intera società. Questa sentenza potrebbe infatti aprire la strada a numerosi ricorsi che, secondo quello che abbiamo potuto constatare, potrebbero trovare sempre fondamento in una situazione a dir poco vergognosa e lesiva della dignità della persona, pur se colpevole di un qualsiasi tipo di reato».

Fonte

 


Kuwait, Twitter manda in carcere

sleeping-twitter-birdUn post su Twitter può trasformarsi in anni di carcere. Succede in Kuwait dove il tribunale ha condannato un uomo a cinque anni di reclusione per aver insultato l’emiro con un commento sul social network. Mohammad Eid al-Ajmi ha ricevuto la pena massima riservata a questo genere di reati. Si tratta dell’ultimo caso di una lunga serie di episodi di repressione dei media online.
EMIRO INVIOLABILE. Negli ultimi mesi il Kuwait ha perseguito diversi utenti di Twitter per aver criticato l’emiro, figura che la Costituzione del Paese descrive come inviolabile. «Chiediamo al governo di ampliare le libertà e rispettare le convenzioni internazionali sui diritti umani», ha detto l’avvocato Mohammad al-Humaidi, direttore della Società per i diritti umani del Kuwait.
CASO NON ISOLATO. Amnesty International ha documentato che dallo scorso novembre in Kuwait sono aumentate le restrizioni alla libertà di espressione e di riunione. Lo scorso giugno un uomo è stato condannato a ben 10 anni di carcere dopo essere stato accusato di mettere in pericolo la sicurezza dello Stato insultando il Profeta Maometto e i governanti  di Arabia Saudita e Bahrain sui social media.

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Condanna Italia per detenuto Foggia

europaSTRASBURGO, 29 GEN – L’amministrazione penitenziaria del carcere di Foggia non ha fornito cure adeguate a un detenuto, Bruno Cirillo, affetto da una paralisi parziale del braccio sinistro. La Corte dei diritti dell’uomo ha quindi condannato oggi l’Italia per trattamento inumano e degradante del detenuto riconoscendogli un risarcimento per danni morali di diecimila euro.


Turchia: ergastolo per ‘terrorismo’ a sociologa Pinar Selek

ANKARA, 24 GEN – La nota sociologa turca in esilio in Francia Pinar Selek e’ stata condannata oggi all’ergastolo per ‘terrorismo” da un tribunale di Istanbul.

pinarLa sociologa e’ stata giudicata per la quarta volta per complicita’ in un’esplosione che fece sette morti nel 1988 nel Bazar delle Spezie di Istanbul, di cui e’ pero’ contestata la matrice terroristica. Era stata assolta nei tre precedenti giudizi.

Selek, che oggi vive a Strasburgo, non e’ rientrata in Turchia per il processo. La sentenza ha provocato reazioni di sgomento e di indignazione fra i suoi numerosi sostenitori presenti nell’aula. Ci sono state grida ”fascisti! fascisti!” da parte di alcune attiviste straniere. La decisione di sottoporla a un nuovo processo presa alla fine dell’anno scorso dalla Corte di cassazione aveva gia’ provocato forti polemiche in Turchia e nel mondo. Numerosi intellettuali e artisti turchi si sono mobilitati in sua difesa. L’attrice Deniz Turkali ha parlato di un ‘processo farsa’. Il sindaco di Strasburgo, il socialista Roland Ries, si e’ schierato a fianco della sociologa turca denunciando ”l’accanimento giudiziario di alcuni magistrati, per motivi politici”.

Selek, allora giovane sociologa di 28 anni nota per le sue ricerche sulla minoranza curda, era stata arrestata nel 1998 e accusata di complicita’ con i ribelli separatisti del Pkk sospettati di essere responsabili dell’esplosione del bazar delle Spezie. Una nuova perizia nel 2000 aveva pero’ concluso che l’esplosione era dovuta ad una fuga di gas. Sulla base di questa perizia Selek era stata precedentemente assolta.

Fonte:  ANSAmed


Milano: detenuto suicida a San Vittore, psicologa e psichiatra accusate di omicidio colposo

jail 3Per mancanza di letti dimisero un ragazzo che aveva già tentato 8 volte il suicidio senza disporne la vigilanza a vista. Si era impiccato a San Vittore, nell’agosto del 2009, dopo essere stato dimesso dal centro osservazione malattie psichiche del carcere. E nonostante almeno otto tentativi di suicidio, Luca Campanale, 28 anni, fu rinchiuso in una cella a medio rischio, senza sorveglianza a vista. Ora, per quel suicidio il giudice dell’udienza preliminare Elisabetta Meyer ha disposto il giudizio per omicidio colposo per una psicologa e una psichiatra in servizio a San Vittore. Dopo la tragedia la procura ha aperto d’ufficio un fascicolo, e nell’indagine del pubblico ministero Silvia Perrucci sono emerse le lacune dei due medici che “con violazione delle regole dell’arte medica e dei doveri inerenti la loro qualifica pubblica, cagionavano la morte del detenuto per asfissia meccanica da impiccagione”. Per le due donne, la procura aveva formulato una prima imputazione di abbandono di incapace aggravato dalla morte, poi i giudici della prima corte d’Assise di fronte a cui si era aperto il processo, a giugno, hanno riqualificato il fatto come omicidio colposo.
Luca Campanale entrò nel carcere di San Vittore il 30 luglio 2009, e pochi giorni dopo, il 12 agosto, si impiccò. Ricoverato al centro di osservazione malattie psichiche del carcere, venne dimesso “per mancanza di posti letto”. Nel processo che dovrà chiarire le responsabilità delle due indagate – l’udienza è fissata per il 12 aprile – compariranno come parte offesa i genitori e il fratello della vittima, assistiti dall’avvocato Andrea Del Corno. La richiesta di rinvio a giudizio del pm Perrucci ricostruisce l’intera storia clinica del giovane, i reiterati tentativi di suicidio, le presunte violazioni del personale medico. “In particolare – scrive il pm – erravano nel valutare il rischio suicidiario malgrado fosse incapace di provvedere a se stesso a causa di disturbi psichici dai quali era affetto e del quale dovevano avere cura, trattandosi di detenuto presso il carcere dove le indagate svolgevano la loro attività professionale psicologica e psichiatrica”. E, ancora, lasciavano il ragazzo “senza sorveglianza a vista, sull’erroneo presupposto che il soggetto apparisse “pretenzioso e immaturo”, non considerando i numerosi precedenti gesti autolesionistici”, ben otto tentativi dal maggio del 2009 fino a quello che lo ha ucciso.

La Repubblica, 18 gennaio 2013  di


Metadone in carcere, va in coma

E’ successo nel 1997 nel carcere di Arezzo riportando una lesione cerebrale, ora la sentenza. Il tribunale ha condannato il Ministero della Giustizia a 1 milione e 600 mila euro

astinenza-metadoneAndò in coma nel 1997 per aver ingerito una dose di metadone mentre era nel carcere di San Benedetto ad Arezzo. Oggi il tribunale di Firenze ha condannato il ministero della Giustizia a risarcire il detenuto, all’epoca dei fatti trentenne, con 1 milione e 600 mila euro. “Una sentenza – ha dichiarato l’avvocato Luca Fanfani, legale dell’uomo – che ha puntato ildito sul fatto che la struttura carceraria deve garantire l’incolumità del detenuto, evitando che ingerisca eroina o altre sostanze e, in caso di somministrazione di medicinali, ciò deve essere fatto in maniera corretta”.

Il trentenne, secondo quanto ricostruito nell’indagine, soffriva di tossicodipendenza e ingerì il metadone datogli dagli agenti penitenziari probabilmente assumendo anche dell’eroina che era riusciuto a portarsi in cella. Subito dopo il giovane andò in coma per un lungo periodo di tempo, riportando una lesione cerebrale che lo ha costretto sulla sedia a rotelle.

Fonte: repubblica.it


Carceri, l’Europa condanna l’Italia E il ministro studia il caso Monza

carcere_2Monza – Celle piccole e sovraffollate, condizioni che violano i diritti dei carcerati e l’articolo 3 della convenzione europea sui diritti umani. La Corte di Strasburgo ha condannato l’Italia per trattamento inumano e degradante di sette detenuti a Busto Arsizio e Piacenza, disponendo un risarcimento per totali 100mila euro e dando un anno di tempo per adeguarsi. La sentenza è «una mortificante conferma dell’incapacità a garantire i diritti elementari dei reclusi», ha commentato il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. «Avvilita, ma non sorpresa» si è detta invece il ministro della Giustizia Severino. Sottolineando che sono urgenti «misure strutturali».
Lo stesso ministro ha recentemente avuto modo di analizzare la situzione del carcere di Monza, carente proprio dal punto di vista della struttura. Severino ha risposto a una interrogazione della senatrice monzese Anna Maria Mancuso disponendo un’indagine, conclusa a dicembre, che ha confermato le condizioni di difficoltà. Ma per ragioni economiche non possono essere erogati fondi ulteriori in questa fase di legislatura, rimandando un eventuale intervento al prossimo governo.

Mancuso aveva comunicato al ministro che «dal punto di vista abitativo la struttura risulta non essere idonea in quanto fatiscente a causa di consistenti infiltrazioni d’acqua, di muffe e macchie di umidità, pertanto senza i requisiti igienici necessari per essere abitata». Una condizione di difficoltà che ricade sui detenuti e su chi lavora in via Sanquirico. E che dovrebbe vedere l’intervento del ministero per prendere provvedimenti.


Lettera aperta di Davide Rosci, condannato per i fatti del 15 ottobre 2011

Quando sono stato arrestato il 20 aprile scorso, dissi che ero sereno; ciò che mi portava ad esserlo era la fiducia che riponevo nella giustizia, la consapevolezza che gli inquirenti non avessero in mano niente di compromettente e la percezione che, nonostante il grande clamore creato ad hoc dai mass-media, il processo fosse equo ed imparziale, così come previsto dalla legge.
davide-rosciMi sbagliavo! Ieri ho visto la vera faccia della giustizia italiana, quella manipolata dai poteri forti dello stato, quella che si potrebbe tranquillamente definire sommaria. Una giustizia che mi condanna a pene pesantissime, leggete bene, solo per esser stato fotografato nei pressi dei luoghi dove avvenivano gli scontri. Avete capito bene, ieri sono stato punito non perché immortalato nel compiere atti di violenza o per aver fatto qualcosa vietato dalla legge, ma per il semplice fatto che io fossi presente vicino al blindato che prende fuoco.
Non tiro una pietra, non rompo nulla, non mi scaglio contro niente di niente. Mi limito a guardare il mezzo in fiamme in alcune scene, e in un’altre ridere di spalle al suddetto.
Tali “pericolosi” atteggiamenti, mi hanno dapprima fatto guadagnare gli arresti domiciliari (8 mesi) ed ora anche una condanna (6 anni) che definirla sproporzionata sarebbe un eufemismo.
Permettetemi allora di dire che la giustizia fa schifo, così come fa schifo questo “sistema” che, a distanza di anni e anni, dopo una lotta di liberazione, concede ancora la possibilità ai giudici di condannare gente utilizzando leggi fasciste. Si, devastazione e saccheggio è una legge di matrice fascista introdotta dal codice Rocco nel 1930, che viene sempre più spesso riesumata per punire dissidenti e oppositori politici solo perché ritenuti scomodi e quindi da annientare.
Basta! Non chiedetemi di starmi zitto e accettare in silenzio tutto ciò, consentitemi di sfogarmi contro questo sistema marcio, che adotta la mano pesante contro noi poveri cristi e che invece chiude gli occhi dinanzi a fatti ben più gravi come il massacro della Diaz a Genova e i vari omicidi compiuti dalle forze dell’ordine nei confronti di persone inermi come Cucchi, Aldrovandi, Uva e molti altri ancora.
Non posso accettarlo! Grido con tutta la voce che ho in corpo la mia rabbia a questo nuovo regime fascista che mi condanna ora a Roma per aver osservato un blindato andare in fiamme e che ora mi accusa di associazione a delinquere a Teramo, solo per non aver mai piegato la testa.
Non mi resta altro che percorrere la via più estrema per far sì che nessun’altro subisca quello che ho dovuto subire io e pertanto così come fece Antonio Gramsci, durante la prigionia fascista, anche io resisterò fino allo stremo per chiedere l’abolizione della legge di devastazione e saccheggio, la revisione del codice Rocco e che questo sistema repressivo venga arginato.
Comunico pertanto che da oggi intraprenderò lo sciopero della fame e della sete ad oltranza fino a quando non si scorgerà un po’ di luce in fondo a questo tunnel eretto e protetto dai soliti noti.
Concludo nel ringraziare i mie fratelli Antifascisti, i splendidi ragazzi della Est, i firmatari del Comitato Civile, i tantissimi che mi hanno dimostrato solidarietà in questi mesi e soprattutto quanti appoggeranno questa battaglia.
Quando l’ingiustizia diventa legge, la resistenza diventa un dovere!
Rosci Davide
MASSIMA SOLIDARIETA’! ACAB! LIBER* TUTT*!

 


Il manicomio impossibile. La lunga strada per chiudere gli Opg

Il sequestro dell’intero Ospedale psichiatrico giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto (ex manicomio criminale) disposto dalla commissione parlamentare di inchiesta sul servizio sanitario nazionale, presieduta da Ignazio Marino, ha rimesso il tema della chiusura degli Opg al centro dell’attenzione nazionale. Come è noto, mercoledì scorso i carabinieri dei Nas, su disposizione della Commissione, che possiede poteri analoghi al potere giudiziario, hanno posto sotto sequestro l’Opg, a causa delle sue pessime condizioni igienico-strutturali. L’ordinanza di sequestro assegna un termine di trenta giorni per il trasferimento dei circa duecento internati presenti. Ma che senso ha sequestrare una struttura che, per legge, dovrebbe chiudere entro marzo 2013? Per comprenderlo è bene fare un passo indietro, in una storia che diviene sempre più complicata.

Sopravvissuti alla chiusura dei manicomi civili, i vecchi manicomi criminali hanno assunto il nome di Opg, ma non hanno mutato sostanza. Sono strutture detentive nelle quali finiscono sofferenti psichici autori di reato che sono condannati a una misura di sicurezza detentiva. Una misura di sicurezza che, se sussistono condizioni di pericolosità sociale o un’assenza di alternative, può essere prorogata un numero infinite di volte. Oggetto di numerose inchieste nel anni Settanta per violenze e maltrattamenti, ma anche di denunce, in anni recenti, da parte di singoli deputati e dell’associazione Antigone, gli Opg sono tornati al centro dell’attenzione pubblica nel 2010. Fondamentale è stato il rapporto del comitato europeo per la prevenzione della tortura (Cpt), organismo di tutela dei diritti del consiglio d’Europa, presieduto allora da Mauro Palma, sulla visita effettuata nell’Opg di Aversa. Il quadro disegnato dal Cpt – letti di contenzione, isolamento prolungato, condizioni inumane e degradanti, povertà estrema, abbandono psichiatrico, assenza di terapie – ha spinto la commissione presieduta da Marino a recarsi in visita ispettiva non solo ad Aversa, ma anche negli altri cinque Opg nelle quali erano presenti circa 1.300 persone.

È così venuto alla luce un diffuso sistema di abbandono, deprivazioni e inumanità esteso in particolare alle strutture di Aversa, Barcellona e Montelupo Fiorentino. Ed è emerso anche un altro elemento inquietante. Centinaia di persone internate vedono prorogata la propria misura di sicurezza perché non ricevevano assistenza dai propri servizi di salute mentale o perché non hanno famiglie in grado di farsi carico di loro. E così molti sofferenti psichici, entrati in Opg per aver commesso o solo tentato piccoli furti, si sono trovati a scontare decine di anni di detenzione in assoluta incertezza sulla fine della pena e in condizioni inumane.

La commissione parlamentare è riuscita, con una tenacia che va riconosciuta, a non far mai cadere l’attenzione sul tema. Ha sequestrato reparti, effettuato sopralluoghi e audizioni, e girato un video in cui le terribili condizioni detentive emergevano in tutta la loro brutalità. Tanto che persino il presidente della repubblica, Giorgio Napolitano non ha potuto che definire gli Opg come “un orrore medioevale”. Si è così giunti all’approvazione, in modo unanime, della legge n. 9/2012 che dispone il termine della chiusura al marzo 2013, ma non incide sul meccanismo delle misure di sicurezza e sulla loro prorogabilità prevista dal codice penale. La norma ha stabilito che gli Opg devono essere sostituiti da mini- strutture sanitarie regionali (venti-trenta posti) e ha stanziato anche risorse significative per le regioni, per la gestione ( trentotto milioni nel 2012, cinquantacinque milioni nel 2013) e per la costruzione (centosettantatre milioni di euro per il 2012 e il 2013). Dove sorgono i problemi allora?

Il primo problema nasce dal fatto che questi soldi sono stati ripartiti solo a dicembre e che, pertanto, tecnicamente, non saranno mai disponibili per le regioni prima di qualche mese. Il ritardo delle regioni nella definizione e individuazione di queste nuove strutture, le cui caratteristiche sono state definite solo nel mese di novembre, è uno degli elementi che spinge in molti a ritenere che sia necessaria una proroga. Proroga della quale Ignazio Marino non vuole sentir parlare. Ha piuttosto proposto al presidente uscente Mario Monti, a nome della commissione di inchiesta, di nominare “una figura che abbia pieni poteri per applicare la legge votata dal parlamento e che possa gestire il percorso di chiusura e le risorse economiche messe a disposizione”. Ma al momento nessuna risposta. Ecco il perché del sequestro, segnale forte e deciso da parte della Commissione. Ma sono in molti a segnalare problemi ancora più gravi dei ritardi. Il Comitato stopOpg (Antigone, Forum Salute Mentale, Psichiatria Democratica, CGIL) segnala il rischio forte che queste strutture regionali possa trasformarsi in mini-OPG. Secondo i portavoce del comitato, “le persone internate negli OPG non sono dei ‘pacchi’ da trasferire da un ‘contenitore’ ad un altro. Sono persone che hanno diritto di essere riportate nella regione di appartenenza per ricevere un’assistenza individuale: con progetti terapeutico riabilitativi, differenziati a seconda del bisogno assistenziale, a cura del Dipartimento di salute mentale di residenza”. E del resto, considerato che queste strutture sanitarie saranno affidate a soggetti privati e senza che sia stato modificato il sistema delle misure di sicurezza, il rischio di nuove forme di internamento è davvero molto alto.

Un altro rischio è evidenziato da Rita Bernardini che, polemicamente, ha commentato “mi auguro che il senatore Ignazio Marino si sia posto il problema dei duecentodieci pazienti che dovranno essere ‘trasferiti’ entro trenta giorni. Dove verranno trasferiti? In altri OPG a centinaia di chilometri di distanza dalla Sicilia, lontani dai loro familiari? Nei repartini che si stanno predisponendo inopinatamente negli istituti penitenziari per incarcerarli?” Rischio più che concreto se consideriamo che, solo per fare un elenco parziale e certo incompleto a campione in tre regioni (Abruzzo, Campania, Lazio), l’amministrazione penitenziaria sta predisponendo reparti detentivi per sofferenti psichici nelle carceri di Rebibbia, Regina Coeli, Civitavecchia, Velletri, Vasto, Teramo, L’Aquila, Sulmona, Lanciano, Pescara, Santa Maria Capua Vetere, Pozzuoli e Salerno. C’è dunque la concreta possibilità che una parte degli internati che non verrà dimessa e che non andrà a finire nelle nuove strutture sanitarie, finirà dispersa nel circuito penitenziario dove si stima siano già presenti circa ventiduemila detenuti con un disagio psichico.

Sarebbe davvero una sconfitta per tutti quelli che desiderano il reale superamento dei dispositivi di internamento manicomiali. La mancata modifica del codice penale rende certo più fragili le speranze di un cambiamento che rimane necessario. “Ciò che è già evidente nel manicomio civile risulta ancora più chiaro nel manicomio giudiziario, dove medicina e giustizia si uniscono in un’unica finalità: la punizione di coloro per la cui cura e tutela medicina e giustizia dovrebbero esistere”. Questo scriveva Franco Basaglia, nel 1973 a proposito di quelli che oggi si chiamano ospedali psichiatrici giudiziari. Allora sembrava impossibile che si potessero davvero chiudere i manicomi. Oggi appare incredibile che siano ancora aperti.

di dario stefano dell’aquila

Fonte: il manifesto


Conversazioni di comuni cittadini sul carcere

Carcere, pena, condanna, rieducazione, sovraffollamento…l’immaginario comune diffuso relativo alla realtà carceraria, alle sue condizioni e implicazioni sociali si sviluppa spesso a partire dalla percezione di una distanza profonda dall’oggetto in questione. Ciascuno di noi si sente in grado di esprimere un’opinione, ma difficilmente conosciamo davvero problematiche nascoste e recluse lontano dagli occhi e dalle orecchie della cittadinanza.


Detenuto trans non avrà permessi

Vergognoso

Vallese: condannato a 11 anni, voleva uscire dal carcere per diventare donna

LOSANNA – Voleva uscire dal carcere (maschile), cambiare sesso e tornare poi in carcere, questa volta femminile, e continuare a scontare la pena di 11 anni inflittagli per aver ucciso la moglie. Ma il Tribunale federale ha confermato il veto emesso dal Tribunale cantonale alla richiesta di rilascio con la condizionale.

Nel febbraio 2002 l’uomo uccise la moglie nel loro appartamento a Sion, dopo che la donna gli aveva annunciato di volersi separare. Quattro anni dopo il Tribunale cantonale vallesano lo aveva condannato per omicidio intenzionale. Nel 2010 la richiesta di sospensione della pena per potersi sottoporre all’operazione che lo avrebbe fatto diventare una donna; uno psichiatra del CHUV – l’ospedale universitario vodese – aveva diagnosticato che l’uomo era affetto da transessualismo, la condizione in cui l’identità sessuale fisica non corrisponde a quella psicologica e aveva affermato che a causa della sofferenza psichica del soggetto, non era più possibile differire il trattamento ormonale. Avendo nel frattempo scontato metà della pena, l’uomo – in carcere a Martigny senza contatti con altri detenuti – nel settembre 2011 chiese di poter beneficiare di un rilascio su condizione, eccezionalmente anticipata. A marzo di quest’anno la Camera penale del tribunale cantonale ha però detto di no e ora il verdetto è stato confermato dai giudici federali.  Il TF rileva che il rilascio su condizione a metà della pena deve rimanere l’eccezione, considerando che il transessualismo non è una malattia così grave da comportare la liberazione dal carcere per ragioni umanitarie. La vicenda tuttavia non è conclusa. Il detenuto aveva nel contempo chiesto anche di poter beneficiare di una interruzione della pena. Il dipartimento vallesano della sicurezza ha risposto di no, ma è stato inoltrato ricorso alla Corte di diritto pubblico del Tribunale cantonale, che dovrebbe pronunciarsi prossimamente.

Fonte: corriere del ticino