Mar 7 2013

Monza: detenuto di 48 anni ritrovato morto in cella, ancora da chiarire i motivi del decesso

morte-in-carcereGiovanni Uccellatore, 48 anni, muore in carcere a Monza. Oggi l’autopsia sulla salma, per accertare le cause del decesso.
All’esame autoptico, dunque, l’ultima parola per accertare cosa ha stroncato la vita di Giovanni Uccellatore, 48 anni, paternese, ritenuto uomo di punta del clan Rapisarda-Morabito, riferimento del clan catanese dei Laudani. Rinchiuso nel carcere di Monza, Uccellatore doveva scontare ancora 14 anni di reclusione inflittigli con l’operazione “Baraonda”, condotta a Paternò dai carabinieri della locale Compagnia nel 2010.
E proprio ieri Uccellatore era atteso a Catania, in Tribunale, dove si sta celebrando il processo d’appello per l’operazione “Baraonda”. Lui, uno dei pezzi storici del clan Rapisarda, già da dieci anni dietro le sbarre, in seguito a una prima sentenza di condanna arrivata dopo l’operazione “Rocca Normanna”. Un lungo passato maturato nell’ambito della criminalità locale, con condanne per associazione mafiosa, estorsioni, e tutta una serie di altri reati.
Secondo la ricostruzione dei fatti, raccontata al legale di Uccellatore, l’avvocato Luigi Cuscunà, l’uomo, sarebbe morto per un infarto. Uccellatore sembra soffrisse di ipertensione grave, tanto che l’avvocato Cuscunà più volte aveva avanzato richiesta di scarcerazione, sempre negata. Per Uccellatore la morte è arrivata domenica notte. Pare che i primi sintomi siano arrivati intorno all’1 circa. Poi l’aggravarsi della situazione alle 3,30, quando è spirato.
Uccellatore è sempre rimasto in carcere, i medici hanno solo avviato contatti con l’ospedale senza mai trasferire concretamente l’uomo. Intanto, come detto, oggi l’autopsia, solo dopo si saprà quando la salma verrà trasferita a Paternò, dove verranno celebrati i funerali.
Intanto, i familiari dell’uomo sono partiti alla volta di Monza. Sul caso è stato aperto un fascicolo. Ascoltato a testimonianza di quanto accaduto quella notte in ospedale anche il detenuto che condivideva la cella con Uccellatore. “Verificheremo se ci sono responsabilità – evidenzia l’avvocato Luigi Cuscunà, se vi sono state negligenze nel trattare il caso, a salvaguardia della salute del detenuto”.

Fonte: La sicilia


Feb 26 2013

La prigione norvegese dove i carcerati vengono trattati come persone

carcereEsiste un carcere in cui i detenuti vengono trattati come esseri umani. Non ha muri, non ha manette  non c’è il filo spinato. Questa specie di paradiso si trova nell’isola di Bastoy, in Norvegia.

Stiamo parlando a tutti gli effetti di un carcere che non sembra un luogo di detenzione. Conta poco più di 120 detenuti, i quali godono di ampi spazi per muoversi, nell’ottica dei principi stabiliti dal sistema carcerario norvegese.

Tale sistema mira al reinserimento nella società. Questo moderno regime verrà applicato anche a Anders Behring Breivik. Costui è il killer di Utoya, ed è passibile di condanna.

Come funziona dunque la vita dei carcerati nell’isola di Bastoy? Un anonimo afferma che “nelle prigioni normali si rimane chiusi per la maggior parte della giornata. Vi è solo un’ora d’aria e alle otto si rientra in cella. Non esistono, dunque, costrizioni”.

Un altro uomo, Tom Cristensen trascorre il tempo sulle macchine: Tom ha unico appuntamento fisso, che l’appello al quale deve rispondere quattro volte al giorno.

Tom dice che “Puoi fare le stesse identiche cose che faresti qualora fossi libero, tra le quali il fatto di cucinare il cibo acquistato in negozio”. Una vera e propria overdose libertà, della quale non godono coloro sono dentro altri penitenziari dotati di regole più rigide.”

Ma ci sono anche coloro che non sopportano tutta questa libertà e desiderano addirittura tornare nelle prigioni di massima sicurezza. Lo dice  John Froyland, il capo di Bastoy Island.

Il sistema, fondato sul rispetto della dignità della persona, però, funziona alla perfezione. Da cosa lo deduciamo? Dal fatto che in Norvegia solo il 20% dei carcerati una volta tornato in libertà commette nuovamente reati. Ciò non accade in Gran Bretagna e Stati Uniti, dove oltre il 50% torna dietro le sbarre entro un paio d’anni.

Fonte


Gen 23 2013

Immigrazione: nei Cie molti tentativi di suicidio… e non è garantito il diritto alla salute

cie-1-1-2-4b2732437e7ceAl di là di quelle sbarre, le cure sono minime. Nei Centri di identificazione ed espulsione (Cie), come da capitolato d’appalto del ministero dell’Interno, l’assistenza sanitaria è di primo soccorso. Un approccio emergenziale che risale all’istituzione dei primi Cpt nel 1998, che però non è più adeguato ad un trattenimento dilatato fino a 18 mesi negli odierni Cie, perché interrompe de facto i percorsi terapeutici e le cure di medio – lungo periodo. Nel 2011, secondo i dati del ministero dell’Interno, sono stati 7.735 (6.832 uomini e 903 donne) i migranti trattenuti nei 13 Cie operativi in Italia. 7.735 persone, per le quali un diritto fondamentale come quello della salute, come emerge dal monitoraggio sistematico effettuato dall’Ong Medici per i diritti umani (Medu), non è stato sempre garantito. All’ingresso in quell’istituzione chiusa, il check-up iniziale è superficiale. Il personale sanitario delle Asl non ha accesso.

I medici che ci operano sono privati, “chiamati” dall’ente gestore che gestisce il centro per conto dello Stato, e mancano spesso delle competenze specialistiche in ambiti come ginecologia e psichiatria. Inoltre scarseggiano i servizi di mediazione culturali e gli interpreti qualificati per le consultazioni medicali, come esige invece il Comitato europeo per la prevenzione della tortura (Cpt Standards).

Se l’ente gestore assicura spesso di avere stabilito un buon collegamento con i servizi delle Aziende sanitarie locali (Asl), in realtà la maggior parte dei centri non ha stipulato protocolli. Cioè, non esiste alcun regolamento per l’invio dei pazienti a visite specialistiche o analisi di laboratorio, per la diagnosi e il trattamento di patologie infettive come Tbc, Hiv o epatiti.

Per una visita medica fuori dal Cie è obbligatoria la scorta di polizia. Ma la paura che il detenuto simuli o usi il trasferimento in strutture esterne per allontanarsi, porta spesso a sottovalutare la sua richiesta o sottostimare i sintomi denunciati. I pazienti lamentano la persistente disattenzione dei sanitari nei confronti delle loro patologie, e loro il timore delle simulazioni. All’interno di una struttura del tutto simile al carcere ma che non ne possiede i requisiti né le garanzie, viene quindi meno il normale rapporto di fiducia tra medico e paziente: sostituito da una relazione carceriere – sorvegliato.

OER MURI IMBRATTATIDetenzione peggiore del carcere

Se ti senti male, quindi, devi chiamare la guardia, che chiama l’ente gestore, che chiama il medico, e vieni inserito in una lunga lista d’attesa… Dall’indagine dell’International University College sul Cie di Torino emerge che i casi di gravi ritardi nella prestazione delle cure sarebbero numerosi. I detenuti hanno raccontato di un ragazzo che aveva ingerito un oggetto e che è rimasto per ore disteso a terra vicino al cancello, senza soccorso. Un altro, soggetto a crisi epilettiche, avrebbe dovuto essere ricoverato in ambito ospedaliero visto i gravi pericoli insiti nella patologia. A Omar, caso reso pubblico dall’Ong Medu e raccontato qui a fianco, i ritardi nella corretta diagnosi, sono stati devastanti, quasi fatali. Ma nei carceri per solo migranti, i casi di negazione delle cure potrebbero essere ancora per lo più sconosciuti e più numerosi.

Quando non è il corpo, in quelle “gabbie”, è la psiche ad ammalarsi. La promiscuità totale. I percorsi di vita anche. Tra migranti appena giunti, persone che vivono e lavorano da anni in Italia, ex carcerati, richiedenti asilo, persino cittadini dell’Ue (romeni), e categorie particolarmente vulnerabili come tossicodipendenti e vittime della tratta. Persone quindi che hanno esigenze diverse. La prospettiva di 18 mesi separati dai propri figli spesso nati in Italia e senza visite dei famigliari, è un incubo.

Mesi vuoti, obbligati in uno stato di ozio coatto, dove non è consentito ai cosiddetti “ospiti”, per motivi di sicurezza, il possesso di un giornale, di una penna, di un pettine. Nemmeno di un libro. Un nulla spazio – temporale che il Rapporto della commissione diritti umani del Senato non esitava a definire “peggiore del carcere”, per l’assenza delle garanzie offerte dal sistema penale. Una detenzione arbitraria e inutile, visto che meno della metà dei trattenuti viene rimpatriata, ma che ha invece pesanti conseguenze sulla loro vita. Il profondo e diffuso malessere è testimoniato dai continui tentativi di suicidio e dalle numerose autolesioni inferte sui corpi. Viti, tubi, batterie, tutto va ingoiato o le vene tagliuzzate pur di essere trasferiti all’ospedale. Nel solo 2011, nel Cie di Torino, sono stati riscontrati 156 episodi di autolesionismo (100 dei quali per ingestione di medicinali e corpi estranei, 56 per ferite da arma da taglio). L’indicibile è poi denunciato dalle dirompenti perdite di peso, dall’insonnia, dalla depressione, dalle patologie ansiose e mentali.

Ma nei Cie non sempre è prevista la presenza di un servizio di sostegno psicologico, o è minimo e reattivo. Solo dopo i ripetuti atti Violenti nel centro di via Brunelleschi a Torino sono stati introdotti degli psicologi, ma in altre strutture non ce ne sono sempre. Pur non essendo disponibili dati ufficiali, molti professionisti e volontari riferiscono di un ampio ricorso ai psicotropi a base di benzodiazepine. Ritrovil, Tavor, Talofen, ecc..

Il problema: si somministrerebbe senza prescrizione o supervisione di un medico psichiatra specialista. “Mi danno 40 gocce di Minias e 30 di Tavor ogni sera”, confessa una detenuta nel Cie di Torino. 0 come racconta un ragazzo diciottenne al 26 giorno di trattenimento: “Certo che prendo psicofarmaci, se non lo fai, vai fuori di testa qua”. Difficile, poi in caso di sovraffollamento gestire tutti i casi. Angoli bui, opachi, inquietanti della salute pubblica. Lasciati alla discrezionalità totale dalla parte degli enti gestori. Nei Cie, presidi sanitari, livelli igienici e di vivibilità degli ambienti e condizioni sanitarie degli stranieri detenuti non sono monitorati dalle autorità sanitarie pubbliche.

I dati sanitari sono gravemente carenti – per assente raccolta e sistematizzazione – e non ci sono linee guida a livello centrale. I continui dinieghi del ministero dell’Interno di rendere disponibili a Medu o a Msf, a parte singoli casi, le convenzioni stipulate tra i singoli enti gestori e le Prefetture locali testimoniano di questa mancata trasparenza. Oltre quelle mura, le veridicità delle condizioni di detenzione è raccontata, in silenzio, dai ripetuti scioperi della fame, incendi dolosi e atti di vandalismo, dalle continue rivolte e fughe – raddoppiate rispetto all’anno precedente in quasi tutti centri visitati da Medu. Senza nominare le denunce di abuso – punizioni, manganellate, quotidiane imposizioni, insulti verbali – che costituiscono potenziali casi di trattamento inumano e degradante della persona umana. “Qui è peggio di un carcere” è la frase che si capita sempre di sentire con più frequenza quando si ha accesso ad un Cie. “Vorrei che questo centro scomparisse e basta”, dice un’altra trattenuta a Torino; altri si vedono come “corpi a disposizione totale della struttura”. In 18 mesi, la mente e il corpo hanno tempo di ammalarsi e da quel luogo si esce in generale con condizioni peggiori di salute.

di Flore Murard-Yovanovitch

Fonte: L’Unità


Nov 19 2012

Carceri sovraffollate e in pessime condizioni: la denuncia di Antigone

L’Italia è il Paese con le carceri più sovraffollate dell’Unione europea. Ci sono 140 detenuti ogni cento posti, mentre il tasso d’affollamento medio in Europa è del 99,6 per cento. In totale i detenuti negli istituti italiani sono 66.685. Ben 1.894 in più rispetto al gennaio 2010, quando fu decretato lo stato d’emergenza per il sovraffollamento carcerario. Di contro la capienza regolamentare dei 206 istituti penitenziari è di 46.795 posti. Le cifre e le carenze del sistema carcerario italiano emergono dal nono rapporto nazionale sulle condizioni di detenzione “Senza Dignità” stilato dall’associazione Antigone, presentato oggi a Roma. Un documento di indagine cui per la prima volta si affianca un web-documentario Inside Carceri realizzato da Next New Media.

Un’inchiesta all’interno di 25 istituti con schede e testimonianze della vita carceraria, come quella di Giuseppe Rotundo, un ex detenuto che contattato via Skype racconta di essere stato pestato da tre agenti nel carcere di Lucera (Foggia). Nel video Rotundo denuncia di essere stato convocato dopo aver insultato una guardia. Una volta fatto spogliare, ha raccontato, è stato colpito con pugni e calci, e poi lasciato nudo. Gli agenti hanno inoltre denunciato Rotundo imputato per “aver usato violenza e minaccia per opporsi a pubblici ufficiali” e a potuto soltanto in un secondo momento denunciare a sua volta i poliziotti. Gli esempi delle condizioni in cui versano le carceri italiani si trovano in tutto il Paese. Nella casa circondariale di Brescia Canton Mombello la capienza ufficiale dovrebbe essere di 208 unità. Nelle 90 celle i detenuti sono invece 521. Nelle celle più piccole, attorno agli 8, 9 metri quadri vivono non meno di cinque detenuti, in quelle più grandi si arriva a 8. A Busto Arsizio la capienza regolamentare della casa circondariale è di 167 posti, i detenuti sono 435. A Cagliari il tasso di affollamento è del 150 per cento. Nel reparto maschile della casa circondariale di Latina arriva al 200 per cento, con molti detenuti costretti a dormire con il materasso a terra. A Fermo, struttura piccola e quindi in teoria di più facile gestione, le celle più grandi hanno letti a castello da due o tre piani e in alcune stanze i detenuti non soltanto non riescono a stare tutti in piedi contemporaneamente, ma sono costretti a mangiare a turno perché non c’è spazio per più sedie. I dati sul sovraffollamento non tengono inoltre conto delle molte celle e sezioni chiuse per inagibilità: al momento circa 5.000 posti in meno.

Nelle cifre, nota Antigone c’è anche qualcosa che non torna. Secondo i dati ufficiali, la capienza regolamentare è di oltre 46mila posti. I dati sono aggiornati al 31 ottobre. Appena due mesi fa, la capienza era invece di 45.568 posti. “A che gioco giochiamo?”, si chiedono gli estensori del rapporto, “a noi non risulta l’apertura né di nuove carceri né di nuovi padiglioni nei vecchi istituti di pena”. Uno sguardo al bilancio aiuta a inquadrare la situazione. Nel 2007 con una presenza media giornaliera di oltre 44mila detenuti il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria aveva a disposizione 3 miliardi e 95 milioni di euro. Nel 2011 con la presenza media che saliva a oltre 67mila detenuti, il bilancio subiva invece un taglio del 10 per cento, che non andava a intaccare i costi del personale, ma gli investimenti in edilizia e mezzi e quelli per il mantenimento, l’assistenza, la rieducazione e il trasporto dei carcerati.

È in queste condizioni che quando manca un mese alla fine del 2012, i detenuti morti in carcere sono stati già 93, di cui 50 per suicidio. Se poi si passa a valutare la salute dei detenuti la situazione non è rassicurante, sebbene l’età media sia aggiri attorno ai 35 anni. Mancano dati nazionali affidabili, sottolinea Antigone, ma prendendo come esempio le carceri toscane salta agli occhi come il 73 per cento dei detenuti soffra di qualche malattia, in particolare disturbi psichici o dell’apparato digerente. Secondo il rapporto, però, costruire nuove carceri non è però la panacea per tutti i mali. Prima di tutto occorre rivedere il codice penale e particolar modo le leggi sulla recidiva, sull’immigrazione e sulle droghe. Le tre che generano il maggior flusso di ingressi in carcere. Basta un raffronto con l’estero per capire. In Italia il 38 per cento dei detenuti è stato condannato per aver violato la legge sulle droghe. Percentuale che cala al 14 per cento in Francia e Germania ed è al 28 per cento in Spagna. Proprio dall’estero arrivano esperimenti che possono aiutare a non guardare al sistema carcerario come afflitto dai soliti irrisolvibili problemi. Dalla Germania il basso ricorso alla custodia cautelare, che in Italia contribuisce invece al 42 per cento della popolazione carceraria. Dalla Spagna i cosiddetti “Modulos de respeto”, un particolare regime detentivo che prevede celle aperte tutto il giorno e dà al detenuto maggiori opportunità di socialità, di formazione professionale e di istruzione. Dalla Norvegia le liste d’attesa e le carceri aperte che garantiscono sempre la presenza di posti liberi negli istituti e che, ovviamente, non sono applicate a tutti, ma con a monte una selezione a seconda del rischio di reiterazione del reato e da cui sono esclusi i condannati per reati gravi.

di Andrea Pira

tratto da Il fatto quotidiano, 19 novembre 2012