Sovraffollamento delle carceri significa sovraffollamento delle celle: impossibilità pressoché totale in cella di movimento fisico, d’intimità, di attenzione, rispetto proprio e di chi è concellino; un bagno, un rubinetto per sei o nove persone…
Sovraffollamento vuol dire anche sovraffollamento del cortile dell’aria, dove ginnastica e calcio sono difficili perchè in contrasto con la densità delle persone in piccoli spazi, con l’assenza d’acqua corrente, con i cessi intasati e puzzolenti.
Sovraffollamento prodotto dalle condanne decise arbitrariamente da polizia, carabinieri, giudici.
Si è chiusi in cella 2 x 4 metri quadrati in 5/6 persone per 21 ore al giorno; le ore d’aria sono ridotte dalle quattro previste a tre, a volte ancora meno perché in quelle ore è compreso il tempo della doccia.
Pestaggi e umiliazioni praticati dalle guardie contro chi non accetta di essere trattato come e meno di un animale da macello. Una condizione che spesso finisce nella tragedia del “suicidio”.
Le persone immigrate oltre che del sostegno dei propri cari mancano della lettura poiché a San Vittore vengono venduti solo giornali e riviste in italiano e la tv diffonde solo programmi in italiano.
I prigionieri catalogati “malati psichici” sono costretti in una condizione di vero e duro isolamento, senza fornello, impossibilitati a scambiare cibo, parole…
Cure, lavoro, igiene e vitto sono sempre più scarsi e scadenti; costruire nuove carceri non può che aggravare la situazione. La spesa interna al carcere è invece a prezzi da rapina.
Detenuti ridotti a larve umane con tranquillanti e bombe farmacologiche di stato che invece abbondano. Per fortuna che c’è ancora chi le rifiuta.
Anche amici e familiari scontano la loro condanna: lunghi e costosi viaggi per andare ai colloqui, file d’attesa, pacchi respinti per ragioni affidate alla massima arbitrarietà delle guardie.
Vogliamo lottare contro questa situazione, anzitutto sostenendo le proteste che per queste ragioni nascono a San Vittore così come nelle carceri di tutta Italia dove amnistia è la parola che più abbiamo sentito urlare.
Riteniamo questo un obiettivo generale immediato che può dare forza al movimento di lotta se c’è unità e determinazione nel conseguirlo, ma che può indebolirlo se si confida nell’imparzialità dello stato o nell’illusione che basti mettere il tutto nelle mani di un partito.
Siamo persone che direttamente ed indirettamente hanno provato sulla propria pelle il carcere e le sue conseguenze.
Se l’amnistia è l’indicazione che esce dalle prigioni è da lì che vogliamo partire, lottando per una riduzione della pena carceraria altrettanto generale.
Milano, gennaio 2013
Solidali nella lotta contro il carcere
volantino distribuito a San Vittore da OLGa
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60 carcerati scappano dalla prigione di Jambi alle 3.30 di Sabato. Il guardiano della prigione Budi Privanto dice che sei degli evasi sono stati ricatturati, mentre gli altri 54 sono ancora liberi (notizia riportata da tribunews.com). I prigionieri sono scappati, continua il guardiano, durante la distribuzione del pranzo pomeridiano. Le guardie hanno aperto le porte in tutti i blocchi allo stesso momento (simultaneamente) prima della distribuzione del cibo. I 60 detenuti avevano probabilmente gia’ pianificato le loro evasione e hanno colto l’occasione per scappare immediatamente. I reclusi sono corsi al cancello (privo di sorveglianza) nella parte piu’ a sud della prigione, hanno forzato la porta e velocemente si sono dileguati in una vasta piantagione di olio di palma che si trova di fronte alla prigione. Il signor Budi dice che la fuga e’ stata anche resa possibile dalla mancanza di sorveglianza in quel momento. Infatti, Sabato solo 5 guardie stavano vigilando i 288 prigionieri. ‘Dobbiamo ammettere che ci manca la forza lavoro, e il sabato e’ anche un giorno in cui alcuni di noi non lavorano.
Fonte: thejakartapost.com
Traduzione: De Monik (grazie)
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Un carcere nuovo di zecca dove piove dal tetto, il cibo è scarso, le porte delle celle rimangono sempre chiuse e la palestra è inagibile. A pochissimi giorni dalla condanna di Strasburgo che definisce “inumane e degradanti” le condizioni dei detenuti nei penitenziari italiani, la lettera di 35 condannati descrive la situazione nel carcere “Salvatore Soro”, inaugurato da una manciata di settimane nella frazione Massama di Oristano, descritto sulla carta come “carcere modello” e invece già sottoposto a interventi di ristrutturazione.
Il taglio del nastro è avvenuto negli ultimi giorni di novembre 2012, in fretta e furia per rimediare al sovraffollamento degli altri istituti sardi. Eppure sembra andare quasi tutto storto. Così un gruppo di detenuti ha preso carta e penna per descrivere quello che succede: “Non esiste la socializzazione né nelle celle né nell’apposita saletta. Non funziona la palestra né il campo sportivo né è possibile svolgere alcuna attività ginnica. Perfino il cibo è scarso e per dotarsi di qualche tegame si devono fare acrobazie. La situazione è ancora più critica relativamente al vestiario che è ridotto allo stretto necessario e chi non ha colloqui con i familiari non può neanche lavarsi i panni in quanto è vietato stenderli”.
Costretti e rimanere dietro le sbarre, senza alcun programma di rieducazione, i firmatari sono preda della depressione: “Le porte delle celle sono sempre chiuse e spesso vengono chiusi gli spioncini. Anche le docce funzionano solo a tratti e così il riscaldamento”. La fretta con la quale il ministero della Giustizia ha voluto aprire il nuovo edificio carcerario, accusano anche i sindacati di polizia penitenziaria, è la ragione del malfunzionamento degli impianti tecnologici che dovrebbero aprire e chiudere automaticamente le celle – senza dunque l’intervento degli agenti.
La missiva è arrivata nelle mani di Maria Grazia Caligaris, ex consigliera regionale della Sardegna e presidente dell’associazione Socialismo Diritti e Riforme: “Sappiamo che quando apre un nuovo penitenziario ci vogliono tempi lunghi per mettere in funzione i servizi, ma questo disagio è scandaloso”.
Per il provveditore regionale del Dap, Gianfranco De Gesu, le condizioni del carcere di Oristano-Massima sono invece “quasi alberghiere”: “Ogni cella ospita due detenuti e se l’acqua calda è erogata secondo fasce orarie è per risparmiare”. Non nega, De Gesu, che la struttura abbia dovuto essere parzialmente rifatta a causa di difetti di costruzione: la ditta non aveva previsto una guaina di impermeabilizzazione nelle docce e sotto il tetto e così, dopo nemmeno 24 ore, si sono verificate vistose infiltrazioni nelle celle. Un assurdo difetto di progettazione, ancora più grave visto il costo della costruzione del penitenziario: 40 milioni di euro.
Delle quattro nuove case circondariali volute dall’allora ministro della giustizia Roberto Castelli, oltre a Oristano-Massama è stata aperta una struttura a Tempio Pausania mentre attendono quella di Uta (Cagliari) e Sassari.
Quello che preoccupa maggiormente i detenuti – coloro che hanno firmato la lettera sono 35 su 161 presenti – è comunque la qualità della vita. Pessima. Alcuni di loro provengono dal carcere che sorgeva nel centro di Oristano, ospitato da un edificio di origine medievale e fatiscente dove topi e scarafaggi erano ormai abituali compagni di cella. Con il trasferimento nella nuova struttura avevano sperato di trovare un sistema migliore: “Non possiamo nemmeno acquistare prodotti per la pulizia delle celle. Se queste sono le condizioni in cui siamo costretti a sopravvivere allora è meglio che venga ripristinata la pena di morte”.
di Laura Eduati
Huffington Post, 21 gennaio 2013
Commenti disabilitati su Oristano: lettera di un detenuto; il carcere di Massama è nuovo di zecca, ma sembra un lager | tags: anticarceraria, carcere nuovo, cibo, CordaTesa, dagrado, inagibilità, infiltrazioni, lager, lettera di un detenuto, oristano, salvatore soro, sardegna, sbarre, situazione carceraria, vitto | posted in Contro carcere, CIE e OPG, Dentro le mura, Tutti
LECCE – Nel carcere leccese di Borgo San Nicola, secondo l’Organizzazione sindacale autonoma della polizia penitenziaria (Osapp), «aumenta il numero di punterioli e lame rinvenuti nelle celle». In quantità più abbondante rispetto agli anni passati, verrebbero scovati dietro le sbarre dal personale di sorveglianza durante le ispezioni e ciò, a sentire il sindacato dei baschi blu, sarebbe diretta conseguenza del sovraffollamento e delle tensioni che il fenomeno creerebbe tra i detenuti. Aumenterebbero i rischi di aggressioni tra detenuti ma anche nei confronti degli agenti di polizia penitenziaria.
IL SOVRAFFOLLAMENTO – Nella casa circondariale salentina sono rinchiuse circa 1250 persone, ma la capienza massima della struttura è di 700 posti. Va da sé che a risentirne, come spesso è stato evidenziato da più parti, sono le condizioni di vita dei carcerati. «A Borgo San Nicola, da giugno a dicembre 2012, durante quattro-cinque controlli, abbiamo trovato diversi oggetti contundenti e questo è un fatto che ci preoccupa perché riteniamo sia diretta conseguenza del sovraffollamento e del clima di tensione», osserva Domenico Mastrulli, vice segretario nazionale dell’Osapp, che si sofferma anche sulle carenze di organico esistenti tra i ranghi della polizia penitenziaria. Particolarmente delicata sarebbe la situazione che riguarda la sorveglianza dei detenuti sottoposti al regime di «alta sicurezza», vale a dire quelli che scontano pene scaturite dai reati più gravi commessi durante la militanza tra le file della criminalità organizzata. «A Lecce abbiamo circa 200 individui sottoposti all’alta sicurezza – spiega ancora Mastrulli – e spesso c’è un solo agente per sorvegliare 80 detenuti, mentre il rapporto dovrebbe essere di tre guardie per ogni recluso. Non possiamo che essere preoccupati». La situazione, almeno dal punto di vista della vivibilità, potrebbe, comunque, migliorare nel momento in cui saranno disponibili ulteriori 200 posti nel nuovo plesso che si prevede possa essere cantierizzato nell’area di pertinenza del penitenziario entro la prossima estate. Anche se sul punto l’Osapp ha più di qualche perplessità. «Secondo noi, a Lecce, potrebbero arrivare altri detenuti rispetto a quelli già presenti, quindi, il nuovo edificio carcerario non servirà ad alleggerire la situazione di sovraffollamento», osserva Domenico Mastrulli. Ma tornando al ritrovamento di materiale potenzialmente pericoloso come strumento di offesa, il direttore del carcere leccese, Antonio Fullone, ravvisa: «Troviamo oggetti tra i più svariati, dalla lametta dotata di manico in legno, alle posate che, in qualche modo, diventano arnesi per tutt’altro uso, ma nella maggior parte dei casi non si riscontrano intenzioni moleste da parte di chi li possiede. Li si può utilizzare anche per tagliare la frutta o per altri scopi, non è detto che debbano diventare per forza armi, ferma restando che per noi vanno classificati come oggetti atti a offendere, una categoria molto ampia. Ma questi ritrovamenti si verificano in tutti gli istituti».
IL DIRETTORE – Il direttore Il direttore Fullone, tuttavia, conferma le carenze negli organici della polizia penitenziaria. E dice: «Complessivamente Lecce ha una carenza di personale che sta diventando sempre più preoccupante anche perché il personale è molto anziano. Dovremmo essere 770, ma siamo sotto di circa parecchie unità. Quanto al numero dei detenuti, va detto, comunque, che rispetto agli ultimi anni, abbiano ora toccato le cifre più basse. Nel 2012 la popolazione carceraria è diminuita: solo qualche anno fa avevamo 1.500 persone. La destinazione del nuovo plesso, in ogni caso, ancora non è stata chiarita».
Fonte: corrieredelmezzogiorno.corriere.it
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Giuseppe Gulotta, muratore di Certaldo fu arrestato a 18 anni con l’accusa di aver ucciso due carabinieri ad Alcamo Marina. L’assoluzione è arrivata il 13 febbraio scorso nel processo di revisione
“Chi mi ridarà la mia vita perduta?”, aveva detto Giuseppe Gulotta il 13 febbraio 2012. Quel giorno la Corte d’Appello di Reggio Calabria aveva pronunciato la sua sentenza: innocente, dopo 21 anni, 2 mesi, 15 giorni e sette ore di carcere. Giuseppe Gulotta, 50 anni, muratore di Certaldo, era stato arrestato a 18 anni, prelevato e portato nella caserma dei carabinieri di Alcamo (Trapani) e sospettato dell’omicidio di due militari. Ad un anno di distanza dalla sentenza che lo ha assolto, dopo 21 anni di carcere, Gulotta ha chiesto 69 milioni di euro al ministero di Grazia e Giustizia. “La riparazione dell’errore giudiziario – spiega l’avvocato Pardo Cellini – va commisurata alla durata dell’espiazione della pena e alle conseguenze personali e familiari derivanti dall’ingiusta condanna”.
Una condanna che ha segnato la vita del muratore di Certaldo, che nel 1976, accusato dell’assassinio, insieme a due complici, dei due carabinieri Salvatore Falcetta e Carmine Apuzzo, venne picchiato e seviziato per ore finché non confessò quello che non aveva fatto. Poi Gulotta ritrattò, ma fu condannato, ugualmente, al carcere a vita nel 1990.
Tanti anni di carcere, e poi la revisione del processo scattata dopo le dichiarazioni di un ex ufficiale dei carabinieri che nel 2007 raccontò che le confessioni di Gulotta e degli altri erano state ottenute attraverso torture.
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Savino Finotto, 70 anni, di Staranzano era in cella da dicembre per espiare una condanna di 3 anni e 9 mesi. Una guardia l’ha trovato già in condizioni molto gravi, ha dato l’allarme. Portato in ospedale, è morto poco dopo. Inchiesta della Procura. Era arrivato nel carcere di Udine a fine dicembre, per espiare una condanna di 3 anni e 9 mesi. Ma nella notte di sabato scorso si è sentito improvvisamente male ed è stato trasferito nel reparto di Terapia intensiva dell’ospedale cittadino, dove è morto di lì a poche ore.
Sul decesso di Savino Finotto, 70 anni, di Staranzano, ora, la Procura di Udine intende fare chiarezza. Il medico legale Lorenzo Desinan effettuerà l’autopsia sul suo corpo nel pomeriggio di giovedì. L’obiettivo del procuratore capo, Antonio Biancardi, è stabilire le cause esatte che ne hanno determinato la morte.
L’uomo, che si trovava in una cella riservata a detenuti con problemi di deambulazione, è stato trovato in condizioni già molto gravi dall’agente addetto al giro notturno di controllo.
Chiamati la guardia medica della casa circondariale e il personale del 118, era stato immediatamente trasportato al “Santa Maria della Misericordia”. Da quel momento, però, non aveva più preso conoscenza. Gli accertamenti sono stati delegati alla sezione di Pg della Polizia di Stato.
Commenti disabilitati su Udine: detenuto 70enne muore poco dopo ricovero in ospedale | tags: anticarceraria, cella, CordaTesa, detenuto, malato, morte, morto, ospedale, savino finotto, udine | posted in Assassinii di stato, Contro carcere, CIE e OPG, Dentro le mura, Tutti
Un detenuto italiano di 48 anni ha tentato il suicidio oggi alle Novate. Solo grazie al pronto intervento di un agente della polizia penitenziaria è stato evitato il peggio.
Un detenuto italiano di 48 anni ha tentato il suicidio nel carcere di Piacenza. Lo ha reso noto il sindacato di polizia penitenziaria Sappe, spiegando che l’uomo, approfittando dell’assenza del compagno di cella che si trovava nella saletta della socialità, insieme agli altri compagni di detenzione, dopo aver fatto un rudimentale cappio con dei lacci che ha legato all’armadietto del bagno ci ha infilato la testa e si è lanciato in avanti. Solo grazie al pronto intervento di un agente della polizia penitenziaria, in servizio nella sezione detentiva, è stato evitato il peggio. L’uomo era rientrato a Piacenza dopo aver trascorso 40 giorni all’ospedale psichiatrico. (Ansa)
Commenti disabilitati su Piacenza, tentato suicidio in carcere | tags: agente, anticarceraria, carcere, CordaTesa, detenuto, impiccato, lacci, novate, ospedale psichiatrico giudiziario, piacenza, pronto intervento, tentato suicidio | posted in Contro carcere, CIE e OPG, Dentro le mura, Tutti
Martedì alle ore 8:30 presidio al Tribunale di Monza in Piazza Garibaldi
per l'udienza preliminare di Paolo e Peppino, i due compagni monzesi
colpiti dalla repressione.
SIAMO TUTTI CON PE’
Da mercoledì 16 gennaio 2013, Peppino, membro del collettivo del centro
sociale Boccaccio, è stato colpito da un provvedimento repressivo che
lo obbliga agli arresti domiciliari, con divieto di comunicazione con
l’esterno.
E’ accusato di “concorso anomalo in rapina”, insieme ad altri tre
compagni NOTAV (tra cui anche Paolo, altro compagno monzese), per
un episodio verificatosi il 14 luglio 2011 a Cuneo, nell’ambito di
un corteo spontaneo che concludeva una giornata di solidarietà e
sostegno a Maurizio (altro compagno allora detenuto nel carcere di
Cuneo per i fatti successivi allo sgombero della Maddalena in
Valsusa del 3 luglio 2011).
Prima di entrare nel merito di questa assurda vicenda processuale,
crediamo doveroso ricordare chi è Peppino e qual è il contributo
che quotidianamente offre nello sviluppo delle attività del Boccaccio,
in particolar modo in quelle rivolte all’esterno.
Peppino è uno dei fondatori del Comitato Monzese per il Diritto alla
Casa ed è in prima linea nel supporto a coloro che rischiano di
essere sfrattati dalle proprie abitazioni. Tutti i martedì pomeriggio
cura un servizio rivolto agli inquilini, uno sportello di consulenza
legale di base, che nel corso di questi mesi, in cui l’emergenza a
bitativa ha coinvolto numerosi singoli e nuclei famigliari, ha
registrato numerosi accessi. Insieme ad altri membri del Comitato
ha appena concluso la scrittura di un progetto relativo alla pratica
dell’autorecupero che sarà presentato nella prima settimana di
febbraio all’Amministrazione comunale.
Peppino è tra i promotori dei corsi organizzati nell’ambito delle
attività della palestra popolare del Boccaccio. In particolare è
tra i responsabili del corso di boxe attivato a partire da settembre:
trattasi di corsi gratuiti aperti a tutti coloro che vogliano
condividere attraverso la pratica sportiva momenti di socialità
svincolati da interessi economici e competizione.
Peppino, che ha conosciuto sulla propria pelle la disumanità del
sistema carcerario, partecipa attivamente ai progetti di Cordatesa,
gruppo che si occupa di sviluppare una riflessione critica
sull’apparato repressivo, volto al superamento della società
carceraria, proponendosi come interlocutore con i famigliari dei
detenuti del carcere di Monza. E’ in questo ambito che opera anche
Paolo, l’altro compagno monzese denunciato e colpito da un
provvedimento di obbligo di dimora nei confini comunali.
Peppino è coinvolto nell’attività quotidiana di skipping, ossia di
quella pratica che, in accordo con alcuni commercianti monzesi, prevede
il recupero da parte del Boccaccio degli alimenti invenduti (destinati
a essere eliminati) e di una loro immediata ridistribuzione nell’ambito
di cene di autofinanziamento per progetti sociali o direttamente a
persone in estrema difficoltà economica.
Oltre a queste attività specifiche, Peppino è indubbiamente attivo in
tanti altri fronti di lotta: in particolar modo è coinvolto spesso in
presidi, manifestazioni ed eventi legati alla tutela del territorio e
i suoi cori sono diventati un’immancabile colonna sonora nell’ambito
delle manifestazioni NOTAV, No Pedemontana, No TEM.
La sua assenza coatta da tutte queste attività rende ancor più
inaccettabile il provvedimento restrittivo che lo ha colpito.
Peppino era a Cuneo per portare la propria solidarietà a Maurizio e a
denunciare la criminalizzazione del movimento NOTAV messa in atto
dalla magistratura. Al termine della giornata, nel corteo che stava
riportando tutti i compagni dal carcere verso la stazione, è irrotta,
investendo alcuni manifestanti, una vettura. E’ questo l’episodio
rispetto al quale è stato messo in atto da parte degli inquirenti un
ribaltamento dei fatti che ha portato all’assurda accusa di “concorso
anomalo in rapina”. Accusa costruita semplicemente sulla deposizione
della conducente del veicolo che dichiara di essere stata derubata di
una borsa contenente valori per circa 2000 euro (!).
Un capo di imputazione di questo tipo appare assolutamente pretestuoso,
in quanto si sottolinea l’estraneità degli imputati rispetto alla rapina,
ma, come sta accadendo sempre più frequentemente colpisce in maniera
indiscriminata ricorrendo al dispositivo del concorso.
Questa formula permette allo Stato di colpire con misure repressive chi
partecipa alle lotte indipendentemente da qualunque (presunta)
responsabilità individuale, ma soltanto sulla base della loro identità e
del loro agire politico.
Vediamo inoltre in questa operazione l’ennesimo tentativo di colpire,
criminalizzare e mettere a tacere una delle voci di dissenso più radicale
degli ultimi anni come quella NOTAV: opporsi a questa dinamica è
fondamentale per tutelare il diritto al dissenso e le pratiche di
resistenza che quotidianamente riteniamo necessario mettere in atto.
Esprimiamo quindi pieno appoggio e calorosa solidarietà a tutti i compagni
colpiti dal provvedimento in questione, in particolare al nostro compagno
Peppino ristretto agli arresti domiciliari con l’odioso divieto di comunicare
con l’esterno. Chiediamo il suo immediato ritorno in libertà, nonchè la
rimozione dell'obbligo di dimora a Paolo.
Commenti disabilitati su Presidio al tribunale di Monza 22 gennaio ore 8.30 x Peppino e Paolo! | tags: 22 gennaio 2013, anticarceraria, CordaTesa, cuneo, FOA Boccaccio, liberazione, monza, no tav, paolo, peppino, presidio, solidarietà ai compagni, tribunale | posted in Comunicati, critiche e riflessioni, Contro carcere, CIE e OPG, Presidi, cortei, saluti e iniziative, Tutti
Michele Paradiso, il 76 enne, arrestato il 14 maggio dello scorso anno per aver tentato di uccidere la figlia con una coltellata all’addome nel centro abitato di Nicotera Marina, in provincia di Vibo, è deceduto questa mattina nel carcere di Vibo Valentia.
Allo stato nessuna inchiesta è stata aperta per accertare le cause del decesso che, ad avviso della polizia penitenziaria e dei sanitari del 118, è avvenuto per arresto cardiaco dopo che l’anziano ha avvertito un malore. Prontamente soccorso, Michele Paradiso è morto durante le cure prestate dai sanitari. L’anziano, posto agli arresti domiciliari dopo l’accoltellamento della figlia, era ritornato in carcere per reiterate violazioni della detenzione domiciliare. La prima udienza del processo a suo carico si sarebbe dovuta tenere a maggio.
Commenti disabilitati su Vibo Valentia, muore in carcere | tags: anticarceraria, arresti domiciliari, arresto cardiaco, carcere, CordaTesa, deceduto, michele paradiso, morto, vibo valentia | posted in Assassinii di stato, Dentro le mura, Tutti
Genova – Questo pomeriggio (19 gennaio) il carcere di Marassi a Genova è rimasto al buio per più di due ore a causa di un black out. Il guasto al quadro elettrico è stato riparato solo dopo le 19 dopo che si erano spente anche le luci alimentate dal gruppo elettrogeno che ha retto fino a quando c’è stato gasolio. La situazione è tornata sotto controllo e non si sono verificati momenti di tensione. Il segretario ligure del Sappe Roberto Martinelli ha sottolineato ancora una volta i tagli imposti sulla manutenzione e la criticità delle condizioni di sovraffollamento in cui versa di penitenziario cittadino.
Commenti disabilitati su Carcere di Marassi al buio per alcune ore a causa di un blackout | tags: anticarceraria, blackout, carcere, CordaTesa, detenuti al buio, genova, marassi | posted in Dentro le mura, Tutti
riceviamo e diffondiamo
Il compagno anarchico Marco Camenisch è stato incarcerato per poco più di 21 anni consecutivi, quindi si qualifica per il rilascio condizionale dal momento che ha già scontato i 2/3 della sua condanna. Per questo motivo, dei prigionieri solidali in Italia hanno anche agitato per azioni contro obiettivi-strutture di interessi svizzeri.
Ecco un richiamo mondiale per giorni di azioni decentrate per il 5-6 Febbraio 2013:
“Il prigioniero anarchico Marco Camenisch è stato confinato nelle carceri italiane e svizzere per due decenni. Negli anni ’70 e ’80, ha preso parte alle lotte militanti del movimento anti-nucleare. La prima volta che è stato incarcerato era nel 1981. Dopo essere fuggito dal inferno Regensdorf (vicino a Zurigo), è stato rinchiuso di nuovo in Italia nel 1991. Nel 2002 Marco è stato consegnato alle autorità svizzere dagli infami statalisti italiani. Entro il 2012 aveva scontato due terzi della sua pena detentiva. La pratica abituale in Svizzera è che i prigionieri che hanno esposto una cosiddetti buona condotta vengono rilasciati dal carcere in libertà vigilata dopo aver scontato due terzi della pena. Dal momento che Marco non ha mai cessato di lottare anche in prigione, ed ha fermamente espresso il suo odio nei confronti del sistema dominante così come le sue prospettive anarchiche-ambientali, la sua liberazione dal carcere è stata ripetutamente negata.
Marco è solo uno tra i tanti. Ci sono persone in tutto il mondo in carcere che non sono stati soppressi da queste relazioni di sfruttamento e di dominazione, e continuano a lottare per le proprie idee. E i detenuti sono solo una piccola parte. Ovunque le persone stanno lottando contro l’oppressione delle autorità e delle istituzioni al di fuori delle mura. Insieme con le nostre lotte quotidiane, è sempre importante non dimenticare i nostri compagni che sono dietro le mura e non lasciarli marcire in prigione.
Le prigioni sono l’espressione di una società basata sulla repressione e lo sfruttamento. Sempre più persone che si sono opposti all’ordine costituito sono stati rinchiusi o etichettati come malati mentali. La custodia è lo strumento idoneo nelle mani del potere che dà agli dominatori l’opportunità di sbarazzarsi dalle persone resistenti e mantenere ancora la sua costituzionalità ipocrita.
Non lasciamoci intimidire dalle loro minacce e dagli apparati della repressione!
È chiaro per noi, la libertà deve essere combattuta!
Non può essere richiesta dallo Stato!”
Non c’è bisogno di aspettare fino ad allora. Il Febbraio può essere solo il picco delle azioni. C’è una campagna di solidarietà in corso, che ha avuto inizio ilDicembre del 2012 con lo sciopero della fame degli anarchici Gabriel Pombo Da Silva ed Elisa Di Bernardo nelle carceri tedesche e italiane, rispettivamente, così come un’azione di solidarietà in tribunale dal prigioniero anarchico Theofilos Mavropoulos e dei membri dell’O.R. Cospirazione delle Cellule di Fuoco in Grecia.
Armatevi ora… fino a quando Marco non sia libero!
qui di seguito la lettera/comunicato di Marco
Amiche ed amici, compas, dal 18 al 25/1/2013 riprendo l’iniziativa, sempre debole ma pur iniziativa, di uno sciopero della fame per interrompere ancora i lunghi silenzi imposti dalla repressione e dall’inazione, per alzare ancora una voce, una voce debole ma almeno voce, di solidarietà, d’apprezzamento e partecipazione alle iniziative di chi continua ad agire e costruire solidarietà e lotta attiva, di chi continua ad osare e ad accrescere continuità fuori e dentro le galere .
Questo è un caloroso e commosso abbraccio fraterno alla compagna Elisa, nel carcere italiano, ed al compagnoGabriel, nel carcere tedesco, per la parte specifica in mia solidarietà della loro iniziativa dello sciopero della fame a staffetta nell’ultimo mese di Dicembre 2012, e di partecipazione incondizionata allo spessore generale della stessa iniziativa mandando anche io, insieme a loro, come dicono questa sorella e compagna e questo fratello e compagno, la mia complice solidarietà a tutti/e i/le degni/e prigionieri/e in lotta sparsi per il mondo . . . e parte enorme anche di questa mia iniziativa sono i saluti ed abbracci alle sorelle ed ai fratelli colpiti dalla repressione, “fuggitive/i” e dell’azione diretta in ogni parte del mondo, dall’Italia e Grecia al Sudamerica, dalla Russia ed Indonesia agli USA. . .
È un caloroso e commosso abbraccio a chi in Svizzera, in Belgio e dappertutto, come il SRI e molti altri gruppi specifici e misti ed individui rivoluzionari, all’insegna della solidarietà contro la repressione oltre le tendenze continuano ed aumentano in questo periodo gli sforzi per la mia liberazione e per la liberazione di tutte le compagne prigioniere ed i compagni prigionieri del mondo, anzitutto quelli e quelle di lunghissima durata, colpite/i dall’infinita ed impotente – impotente contro la nostra salda solidarietà e resistenza rivoluzionaria – sete di vendetta degli Stati-Capitale come contro il compagno Ibrahim Abdallah in Francia, Mumia Abu Jamal e le/gli tante/i altre/i negli USA, i compas del “caso security” in Argentina, insieme alla schiera di tutte/i le/gli altre/i. . . ! Ed è, una volta ancora, solidarietà e partecipazione alle iniziative e profondo segno d’ira contro l’annuale incontro di gennaio del WEF a Davos, contro quest’incontro della più squisita tra la feccia terrorista del mondo. Contro quest’incontro tra ricchi e potenti assassini e sfruttatori del mondo insieme alle legioni dei loro lacché, sbirri, politici, “esperti” (scienziati) e giullari (della “cultura”, dei media . . .) che, come feccia suole fare, sempre nuotano in superficie della brodaglia avvelenata, nauseabonda e resa sempre più mortale da loro stesse/i solo per affermare ed aumentare il privilegio delle loro ricchezze e del loro potere sul mondo .
Quest’anno riscoprono l’acqua calda di un’ lnterazione dei “Global Risks 2013” e di un’urgenza d’azione contro una costellazione con conseguenze potenzialmente gravi. . . dei più grossi fattori di rischio . . ., cioè il divario tra i redditi e gli forti squilibri nei bilanci degli Stati insieme alle (secondarie . . .) conseguenze del cambiamento climatico. Temono il “rischio” pandemie causate dalle resistenze agli antibiotici, il “rischio” dell’aumento delle malattie croniche – anche queste “minacce” antieconomiche di genuina produzione della loro stessa economia industriale stragista ed ecocida . “Rischi” per che cosa? Naturalmente per la crescita economica globale! Allora quali le priorità assolute? La tenuta nazionale contro i rischi globali affinché i sistemi d’importanza vitale (naturalmente per la crescita economica globale!) rimangano in funzione anche nel caso di und disturbo massiccio e, d’altronde, un’urgente collaborazione internazionale ed innovazione accresciuta. Da non sottovalutare sarebbe, poi, il “rischio” dell’accesso sempre più massiccio all’informazione su Internet per i suoi effetti (democraticamente . . .)destabilizzanti (sic!) .
Questi assassini globali e totalitari per i quali è imprescindibile il divario tra i redditi e gli forti squilibri nei bilanci degli Stati da loro depredati, per i quali – ed il loro sistema – è imprescindibile la catastrofe umana ed ambientale d’enormi sofferenze, stragi, annientamenti planetari che sminuiscono come “rischi”, di nuovo ci presentano come “soluzione” ancora più divari, squilibri, catastrofe ed annientamento, per cui ancora più totalitarismo (nazionale, globale, innovante) – vale a dire controllo, dell’incontrollabile – per mantenere in funzione, costi quel che costi, i sistemi di questo loro sistema che è la causa e radice stessa di questi e degli altri 50 “rischi” che citano e degli innumerevoli che non citano, poiché “cavoli loro, di quelli in Basso, che nutriamo di guerra, di manganello, di carcere e di
miseria, per il nostro profitto”. Nulla di nuovo dunque, dimostrano con sfrontata ed imbecille chiarezza, una volta ancora, che sono loro
ed il loro sistema il problema sempre più urgentemente da rimuovere, radicalmente e totalmente.
Via il WEF, via lo Stato-Kapitale!
Libere/i tutte/i!
marco, lager Lenzburg, Gennaio 2013
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Da tre mesi si trova in isolamento, in una cella del carcere di Bollate; collabora con i magistrati che ancora lo stanno interrogando ma il caso giudiziario di don Alberto Barin, il cappellano di San Vittore che stuprava i detenuti in cambio di favori, dal cibo fino alla fornitura di generi di conforto, tra cui sigarette, spazzolini e shampoo, non si presenta affatto semplice. La matassa è difficile da sbrogliare e quell’uomo continua ad essere un mistero incomprensibile.Una specie di dottor Jeckill e Mr Hide. Don Alberto Barin sembra abbia vissuto contemporaneamente due opposte personalità, da una parte indossando i panni del sacerdote disponibile, amabile e generoso, conosciuto persino dalle autorità penitenziarie come un sacerdote modello, salvo poi rivelarsi dietro le quinte un aguzzino senza scrupoli, capace di approfittarsi delle persone più deboli e bisognose. Sei detenuti stranieri lo accusano pesantemente. La scabrosa vicenda di questo prete lombardo che tutti ritenevano al di sopra di ogni sospetto è emersa grazie alle immagini di una telecamera nascosta. Sono bastate pochi fotogrammi per incastrarlo. Don Barin prometteva loro di dare parere favorevole alla scarcerazione in cambio di favori sessuali. Tra le aggravanti contestate c’è quella di abuso della sua autorità. Dal novembre scorso, quando è stato scoperto, è stato sospeso dalle funzioni di cappellano dall’Amministrazione penitenziaria, mentre la curia di Milano, dalla quale dipende canonicamente il religioso, è arrivata una dichiarazione di fiducia in merito al lavoro che stanno svolgendo gli inquirenti, ai quali è stata offerta collaborazione per le indagini. Ancora però non sembra sia stato aperto nessun procedimento canonico a suo carico. Intanto il capo dei cappellani, don Virgilio Balduzzi interpellato sul caso non ha voluto sbilanciarsi: «In questo momento don Barin ha bisogno di stare tranquillo. La giustizia farà il suo corso» ha affermato senza aggiungere altro. Nemmeno una parola di conforto nei confronti delle vittime. Probabilmente con la fine delle indagini che sono tuttora in corso e dopo il conseguente processo che sarà celebrato entro l’anno, il sacerdote potrebbe essere trasferito in una struttura ad hoc per il recupero e la cura dei preti con problemi di personalità. Qualche anno fa don Barin, prima di celebrare messa nella casa circondariale di piazza Filangeri, parlando ad un giornalista annotava che «il carcere dovrebbe far pensare che ogni uomo è recuperabile». Chissà se questo vale anche per lui.
Fonte: ilmessaggero.it
Commenti disabilitati su Il cappellano che stuprava i detenuti: in isolamento, collabora con i magistrati | tags: bollate, cappellano di san vittore, collaboratore, don alberto barin, don barin, infame, isolamento, prete, sacerdote, stupri detenuti | posted in Comunicati, critiche e riflessioni, Contro carcere, CIE e OPG, Dentro le mura, Tutti
14/01/2013
Ciao ragazzi,
vi scrivo queste due righe sul perchè sono dentro, il che, non sapendolo bene neppure io non è semplice. Dunque sono stato arrestato l’11/04/2012 con l’accusa di devastazione dopo la manifestazione milanese che chiedeva la liberazione dei NO TAV arrestati per i fatti del 3 Luglio. Sono stato scarcerato il giorno dopo con obbligo di firma fino alla data della camera di consiglio, dove mi hanno condannato a nove mesi. Nella pena hanno inglobato un mio vecchio definitivo per un’occupazione. Alla camera di consiglio il giudice,visto il parere favorevole dei servizi sociali e il contratto di lavoro ha deciso di farmi scontare la pena presso di loro. Mi hanno quindi revocato l’obbligo di firma e attendevo il definitivo per Febbraio per vedere le condizioni (orario di rientro etc.)
Ero un uomo libero, che aspettava il definivo senza altri carichi pendenti.
Ad Ottobre la sorpresa: il nucleo operativo dei carabinieri nucleo informatico si presenta a casa della mia ragazza,dove non avevo neanche il domicilio, e mi arrestano usando come motivazione che la casa dove avevo la residenza non era
ritenuta idonea per scontare la pena. Voglio sottolineare che in quella residenza avevo già scontato due mesi con obbligo di firma,e che nella richiesta di sorveglianza c’era un’altra abitazione ritenuta idonea dai servizi sociali.
Portato a S.Vittore ho passato quasi un mese in mezzo ad interrogatori non sapendo ancora bene il motivo dell’arresto. Dopo un mese un altra sorpresa: mi è stato notificato dalla Digos di Milano e di Roma una custodia cautelare per il fatti del corteo del 15 Ottobre “Giornata Mondiale dell’Indignazione”,i reati di cui mi si accusa sono:
– devastazione e saccheggio
– più persone che concorrono nel reato
– circostanza aggravante: quando una o più persone concorrono,organizzano o
promuovono il reato (fino a metà in più della pena)
– circostanza aggravante: l’aver commesso il reato per conseguire o assicurare a
sé o agli altri l’impunibilità (fino a metà in più della pena)
– Legge Speciale del 75: disciplina il controllo delle armi, delle munizioni, e degli
esplosivi (da uno a tre anni)
Questo è più o meno quello che ho capito, voglio solamente ricordare che insieme a me ci sono altre 14 persone in custodia, tutte identificate di cui non ne conosco uno.
In più, pare ci sia in giro per i tribunali di Lecco e Milano un’indagine della Digos per terrorismo che il mio legale è riuscito solo a scorgere ma che non compare negli atti ufficialmente nonostante sia stata usata durante gli interrogatori, dove mi sono sempre avvalso della facoltà di non rispondere, visto la mia estraneità ai fatti, visto che il mio riconoscimento e stato fatto confrontando lo zaino secondo loro da me indossato a Milano durante il corteo del 30 Marzo con uno identico avvistato negli scontri di Roma, un comunissimo Seven blu.
Spero di avervi chiarito le idee, perchè io non ci sto capendo un cazzo.
GRAZIE PER IL SUPPORTO
DAYVID
Commenti disabilitati su Lettera di Dayvid dal carcere di Alba | tags: 15 ottobre, 3 luglio, alba, carcere, ciga, dayvid, detenuto, devastazione e saccheggio, lettera, no tav, san vittore, solidarietà, supporto | posted in Comunicati, critiche e riflessioni, Dentro le mura, Tutti
Nel 2005 alla stazione di Verona dopo il match tra Hellas e Brescia, Paolo Scaroni fu manganellato dagli agenti del reparto mobile del capoluogo emiliano. Molte le omissioni durante le indagini, tra cui 10 minuti di video ‘cancellati’ in cui l’uomo viene massacrato di botte, ora acquisiti dalla Procura scaligera che aprirà un’inchiesta.
Fu manganellato fino a essere ridotto in coma e invalido al 100 %. Ora per quel pestaggio otto poliziotti del settimo reparto mobile di Bologna sono stati assolti dal Tribunale di Verona: sette di loro per insufficienza di prove, mentre un ottavo agente, alla guida della camionetta, per non aver commesso il fatto. Tutti erano accusati di lesioni gravissime nei confronti del tifoso del Brescia, Paolo Scaroni, malmenato nel 2005 nella stazione della città veneta dopo una partita di serie A tra l’Hellas Verona e la formazione lombarda. Determinante nella decisione del giudice è stato il taglio e la manipolazione del filmato girato dalla stessa Polizia, che riprese i momenti delle violenze. Il caso, molto simile a quello di Federico Aldrovandi, rischia quindi di rimanere senza colpevoli
La vicenda era stata svelata grazie al lavoro silenzioso di una collega degli imputati, una commissaria di Polizia di stanza a Verona, che aveva sentito a lungo Paolo Scaroni quando il ragazzo, dopo il coma, aveva ripreso a parlare. La agente sfidando l’ostilità intorno a lei aveva ricostruito tutti i passaggi di quel pomeriggio di sangue. Il pestaggio avvenne all’interno della stazione il 24 settembre 2005.
Le prime relazioni ‘ufficiali’ nascosero la vicenda di Scaroni. Parlarono, nell’ordine, di scontri tra gli ultras delle due squadre, poi di una reazione della polizia a un attacco da parte degli ultras bresciani che avevano occupato i binari. La questione di Paolo, ridotto in fin di vita venne derubricata come quella di un “malore sul treno”. A rendere più difficile l’accertamento della verità inoltre, prima del rinvio a giudizio, ci s’era messo anche un pm che aveva avanzato due richieste diarchiviazione perché, sosteneva, i caschi impedivano di riconoscere gli agenti picchiatori.
L’indagine scrupolosa pian piano aveva tuttavia svelato che quel pomeriggio alla stazione dei treni non c’erano ultras avversari. Non solo: gli agenti della Polizia ferroviaria spiegarono che la ‘macelleria’ era partita su iniziativa dei colleghi del reparto mobile. Ma la prova madre del pestaggio di Paolo Scaroni, quei minuti di video ripresi dalla polizia, furono cancellati. Ma da chi? Anche per la manipolazione del video ora verrà aperta un’inchiesta dalla Procura: “Il giudice – ha spiegato dopo la sentenza il legale di parte civile, Alessandro Mainardi – ha inviato gli atti alla Procura per il taglio di 10 minuti nel filmato in cui il mio assistito viene massacrato di botte”
Ma intanto chi picchiò Paolo potrebbe rimanere impunito. “Dobbiamo andare avanti, non dobbiamo mollare”, ha detto Scaroni dopo la lettura della sentenza. “La mia storia è simile a quella di Federico Aldrovandi, Gabriele Sandri, Stefano Cucchi, Carlo Giuliani – aveva detto Scaroni in passato – la differenza è che io sono ancora vivo e posso parlare”. La decisione del giudice è stata accolta con cori di disapprovazione da parte di decine di ultras bresciani assiepati fuori del tribunale. La tifoseria bresciana fin da quando Scaroni lottava per la vita in ospedale, aveva iniziato a chiedere la verità su quanto era accaduto quel pomeriggio. L’avvocato di parte civile si è riservato la lettura delle motivazioni prima di valutare il ricorso in appello.
Fonte: ilfattoquotidiano.it
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A poche settimane dalle violente colluttazioni contro poliziotti nelle carceri di Spoleto, Bologna, Siracusa e Saluzzo, un’altra aggressione a un poliziotto in un carcere italiano. Ieri nel tardo pomeriggio, nella Casa di Reclusione di Padova, due detenuti hanno immobilizzato un agente di polizia penitenziaria di servizio per poter picchiare un altro ristretto: il risultato è stato che il poliziotto è stato inviato al Pronto soccorso per la sospetta frattura del polso e il detenuto per diverse ferite alla testa”. È quanto rende noto Donato Capece, segretario generale del Sappe, sindacato autonomo polizia penitenziaria.
Fonte: androkonos
Commenti disabilitati su Padova: detenuti aggrediscono un poliziotto, per poter picchiare un altro ristretto | tags: agente polizia penitenziaria, aggressione, anticarceraria, carcere, CordaTesa, detenuti, padova, padova picchiato, poliziotto | posted in Dentro le mura, Tutti
Per mancanza di letti dimisero un ragazzo che aveva già tentato 8 volte il suicidio senza disporne la vigilanza a vista. Si era impiccato a San Vittore, nell’agosto del 2009, dopo essere stato dimesso dal centro osservazione malattie psichiche del carcere. E nonostante almeno otto tentativi di suicidio, Luca Campanale, 28 anni, fu rinchiuso in una cella a medio rischio, senza sorveglianza a vista. Ora, per quel suicidio il giudice dell’udienza preliminare Elisabetta Meyer ha disposto il giudizio per omicidio colposo per una psicologa e una psichiatra in servizio a San Vittore. Dopo la tragedia la procura ha aperto d’ufficio un fascicolo, e nell’indagine del pubblico ministero Silvia Perrucci sono emerse le lacune dei due medici che “con violazione delle regole dell’arte medica e dei doveri inerenti la loro qualifica pubblica, cagionavano la morte del detenuto per asfissia meccanica da impiccagione”. Per le due donne, la procura aveva formulato una prima imputazione di abbandono di incapace aggravato dalla morte, poi i giudici della prima corte d’Assise di fronte a cui si era aperto il processo, a giugno, hanno riqualificato il fatto come omicidio colposo.
Luca Campanale entrò nel carcere di San Vittore il 30 luglio 2009, e pochi giorni dopo, il 12 agosto, si impiccò. Ricoverato al centro di osservazione malattie psichiche del carcere, venne dimesso “per mancanza di posti letto”. Nel processo che dovrà chiarire le responsabilità delle due indagate – l’udienza è fissata per il 12 aprile – compariranno come parte offesa i genitori e il fratello della vittima, assistiti dall’avvocato Andrea Del Corno. La richiesta di rinvio a giudizio del pm Perrucci ricostruisce l’intera storia clinica del giovane, i reiterati tentativi di suicidio, le presunte violazioni del personale medico. “In particolare – scrive il pm – erravano nel valutare il rischio suicidiario malgrado fosse incapace di provvedere a se stesso a causa di disturbi psichici dai quali era affetto e del quale dovevano avere cura, trattandosi di detenuto presso il carcere dove le indagate svolgevano la loro attività professionale psicologica e psichiatrica”. E, ancora, lasciavano il ragazzo “senza sorveglianza a vista, sull’erroneo presupposto che il soggetto apparisse “pretenzioso e immaturo”, non considerando i numerosi precedenti gesti autolesionistici”, ben otto tentativi dal maggio del 2009 fino a quello che lo ha ucciso.
La Repubblica, 18 gennaio 2013 di
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Aveva chiesto di essere giustiziato con la sedia elettrica, altrimenti avrebbe colpito ancora. Tanto da aver ucciso anche due detenuti del carcere dove stava scontando l’ergastolo (per un altro omicidio, ndr), per accelerare la sua condanna a morte. Si è la svolta nella notte in Virginia, come spiega Abc.news, l’esecuzione di Robert Gleason, un 42enne che aveva rinunciato anche al suo diritto di appello, nonostante i legali fossero contrari alla sua decisione.
Era stato proprio John Sheldon, uno degli avvocati a presentare ricorso contro la scelta di Gleason, spiegando come l’uomo soffrisse di “gravi disturbi mentali”. Ma il ricorso non è stato accolto dalla corte della Virginia, che non ha raccolto le prove presentate dal legale, che ha tentato invano di dimostrare la sua depressione, citando anche i diversi tentativi di suicidio. Gleason non si è limitato a chiedere la condanna a morte: ha anche scelto di morire non con l’iniezione letale, bensì sulla sedia elettrica. Rimettendo così in azione lo strumento di morte, per la prima volta dal 2010. Il legale ha protestato fino alla fine, ma è servito a poco: la sentenza fatale è diventata esecutiva non appena è stato negato anche il ricorso dalla Corte Suprema.
Gleason aveva ammesso di aver strangolato quattro anni fa il suo compagno di cella, il 63enne Harvey Watson, nello stesso giorno in cui aveva commesso il delitto per il quale era stato punito con l’ergastolo. Da tempo richiedeva di essere giustiziato, tanto da aver pure ucciso un altro compagno di cella, il 26enne Aaron Cooper, utilizzando la rete di protezione del cortile del carcere. Ovviamente, era stato il primo a dichiararsi colpevole.
Come riporta l’Huffington Post, è stato il governatore Bob McDonnell ad aver spiegato come l’uomo non avesse espresso alcun rimorso per gli omicidi. Anzi, aveva dichiarato che, se non fosse stato giustiziato, avrebbe continuato ad uccidere. “Per i giudici competenti ha agito in modo cosciente”, si è difeso, contro le critiche del suo legale. Spiegando in passato la sua scelta macabra, Gleason aveva sottolineato come avesse ucciso “in passato soltanto criminali, mai persone innocenti”, ma che avrebbe fatto di tutto per “mantenere la promessa ad una persona cara”: “Soltanto così potrò spiegare ai miei figli cosa succede se diventi un omicida”, aveva dichiarato l’uomo. Delle 1320 condanne a morte, da quando la pena è stata reintrodotta nel 1976, 157 sono avvenute attraverso la sedia elettrica. secondo quanto spiega il Death Penalty Information Center.
di Alberto Sofia Fonte: giornalettismo.com
Commenti disabilitati su Stati Uniti: prima esecuzione dell’anno con la sedia elettrica, modalità scelta dal detenuto | tags: assassini, carcere, condanna a morte, esecuzione, pena capitale, pena di morte, sedia elettrica, stati uniti, USA, virginia | posted in Assassinii di stato, Contro carcere, CIE e OPG, Dentro le mura, Tutti
Commenti disabilitati su Torneo di scacchi benefit arrestati | tags: boccaccio, dayvid, monza, peppino, scacchi, torneo | posted in Presidi, cortei, saluti e iniziative, Tutti
Commenti disabilitati su Corteo nazionale per gli arrestati del 15ottobre | tags: 15 ottobre, 9 febbraio 2012, anticarceraria, CordaTesa, corteo nazionale, solidarietà ai compagni, teramo | posted in Contro carcere, CIE e OPG, Presidi, cortei, saluti e iniziative
Johannesburg, 18 gen. Il detenuto pestato a sangue dai secondini di un carcere di Groenpunt à Deneysville, in Sudafrica, davanti agli occhi dei giornalisti che accompagnavano una delegazione parlamentare è morto. Lo scrive oggi il quotidiano The Star. Nel carcere aveva avuto una rivolta la settimana passata.
La vice responsabile dei servizi penitenziari del paese, Grace
Molatedi, raggiunta dal quotidiano ha confermato il decesso del
detenuto spiegando che aveva cercato di uccidere una delle
guardie. atri due detnuti sono stati seriamente feriti.
“La commissione parlamentare aveva lasciato il posto. Poi, attraverso la recinzione, abbiamo visto una folla di secondini aggredire un uomo vestito di arancione, apparentemente un prigioniero indifeso, che si contorceva e gemeva di dolore – aveva scritto ieri The Star di Johannesburg. “Non sappiamo chi sia, nè cosa gli sia accaduto dopo. Ma noi abbiamo visto passare l’uomo da uno all’altro, percosso brutalmente. Mentre le macchine fotografiche scattavano, seguendo l’azione, gli uomini in marrone (i guardiani, ndr) hanno continuato a picchiare il prigioniero”. Il Times racconta oggi la stessa storia.
Secondo uno dei giornali, le fotografie sono state cancellate dalla polizia nella successiva perquisizione dei giornalisti.Il 7 gennaio scorso i detenuti del carcere di Groenpunt, a Deneysville, nel centro del Paese, hanno dato fuoco a un’ala del penitenziario per denunciare le loro condizioni di vita. La rivolta ha causato il ferimento di 50 detenuti e di nove secondini, oltre al trasferimento in altri istituti di 500 persone.
Fonte: ilmondo.it
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Momenti di forte tensione, quelli che si sono vissuti ieri mattina presso la Casa Circondariale di Reggio Calabria, a causa delle ire di un detenuto, il quale, per protestare contro alcune decisioni circa la sua collocazione all’ interno della struttura, ha scaricato tutta la propria collera contro quattro agenti della Polizia Penitenziaria, i quali hanno anche riportato lievi ferite. A dire il vero, già dalla sera prima il galeotto aveva dato alcune avvisaglie della sua inquietudine, assumendo comportamenti autolesionisti e minacciosi anche verso un altro agente della Polizia Penitenziaria. Per fortuna, i quattro malcapitati agenti dopo essere stati sottoposti alle cure mediche presso gli ospedali Riuniti, non versano in condizioni da destare particolari preoccupazioni. Quello di ieri mattina è solo l’ultima di una lunga serie di aggressioni avvenute a danno di agenti della Polizia Penitenziaria presso le carceri italiane. Proprio in questi giorni si parla tanto di sovraffollamento degli istituti di pena, di una miglior condizione di vita per i detenuti, ma a nostro avviso è molto importante che vi sia la massima sicurezza per chi lavora in carcere. Sono innumerevoli, infatti, le richieste di attenzione da parte delle varie sigle sindacali di categoria, le quali chiedono, in maniera del tutto onesta, di poter operare in un clima sereno e sicuro.
Fonte: strettoweb.com
Commenti disabilitati su Reggio Calabria, detenuto crea il caos in carcere e ferisce 4 guardie | tags: anticarceraria, caos, carcere, CordaTesa, detenuto, ferisce quattro guardie, feriti, reggio calabria, rissa, tensione | posted in Contro carcere, CIE e OPG, Dentro le mura, Tutti
Un algerino di 32 anni M.K. che sta scontando una pena a 1 anno e 5 mesi di carcere, ha ingoiato una forchetta per protestare contro il mancato trasferimento a Genova. L’uomo che finirà di scontare la pena tra meno di un anno, si trova a Buoncammino da 7 mesi essendo stato sfollato dal carcere ligure di Marassi”. Lo rende noto l’associazione “Socialismo Diritti Riforme” in seguito a un colloquio effettuato con il detenuto dai volontari.
Nel corso dell’incontro con il cittadino algerino è emerso che il grave gesto autolesionistico non è stato l’unico. L’uomo infatti ha ingoiato un’altra forchetta che però è riuscito ad espellere. “Si tratta – sottolinea Maria Grazia Caligaris, presidente di SdR – di una persona privata della libertà che soffre particolarmente la distanza dai familiari. Sostiene infatti di avere un fratello a Genova ma le condizioni sanitarie, la conoscenza di un italiano approssimativo e la difficoltà a dare indicazioni precise sulla parentela rendono la sua situazione particolarmente difficile.
Nei giorni scorsi, in seguito alla nuova ingestione della forchetta, è stato ricoverato in Ospedale per provvedere alla rimozione della pericolosa posata. Giunto a destinazione però, forse perché non aveva compreso il motivo del ricovero, ha firmato il foglio di dimissioni ed è tornato a Buoncammino. Una dimostrazione palese del disagio in cui si trova”.
“La vicenda – evidenzia Caligaris – presenta tuttavia dei tratti che qualificano negativamente l’iniziativa del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. È evidente che l’algerino è stato trasferito in Sardegna per alleggerire il numero di ristretti nella struttura di Genova ma la motivazione appare piuttosto punitiva anziché razionale. Una persona che mostra evidenti segnali di malessere non può essere considerata una patata bollente di cui disfarsi allontanandola laddove invece avrebbe potuto accedere a una pena alternativa tenendo conto della svuota carceri e della pena non particolarmente gravosa”.
“Purtroppo – conclude la presidente di SdR – l’amministrazione sembra dimenticare che spesso i cittadini extracomunitari in stato detentivo sono poveri diavoli che hanno bisogno soltanto di essere reinseriti in società attraverso iniziative rieducative e promuovendo azioni per consentire loro di avere un lavoro almeno per il sostentamento. Restando così la situazione, nonostante la buona volontà del Direttore, degli Agenti e dei Medici, non è possibile contenere la disperazione di queste persone. La speranza almeno per M.K. è che possa tornare a Genova e ritrovare i parenti per concludere positivamente la sua triste esperienza.
Fonte: Agenparl
Commenti disabilitati su Cagliari, Detenuto al Buoncammino ingoia forchetta per ritornare a Genova | tags: algerino, anticarceraria, autolesionismo, buoncammino, cagliari, carcere, CordaTesa, detenuto, genova, ingoia forchetta, lontananza, marassi, solitudine | posted in Contro carcere, CIE e OPG, Dentro le mura, Tutti
Nel carcere minorile di Catanzaro, all’ora di pranzo, e’ scoppiata una
lite tra detenuti minori, all’interno del refettorio; lite che non e’ degenerata in una vera e
propria rissa, da quanto ci riferiscono, solo grazie al pronto intervento degli agenti di polizia
penitenziaria, due dei quali hanno riportato ferite, anche alla testa, giudicate guaribili in dieci
giorni”. E’ quanto rendono noto Giovanni Battista Durante, segretario generale aggiunto del
Sappe, Sindacato autonomo di polizia penitenziaria, e Damiano Bellucci, segretario regionale.
”Da quanto abbiamo appreso uno dei minori coinvolti nell’episodio si era gia’ reso responsabile
di episodi analoghi – ricordano – cio’ testimonia la difficile realta’ operativa, anche negli istituti
per minori, proprio a causa del comportamento di molti giovani riottosi al rispetto delle regole
e spesso aggressivi e violenti. Riteniamo sia necessario intervenire con misure di rigore –
concludono i due sindacalisti – procedendo, se del caso, anche al trasferimento di coloro che si
rendono responsabili di episodi di violenza.
Fonte: Adnkronos
Commenti disabilitati su Lite tra detenuti minorenni a Catanzaro, due agenti feriti | tags: agenti feriti, anticarceraria, carcere, carcere minorile, catanzaro, CordaTesa, detenuti, ferite, giovani riottosi, lite, minorenni, refettorio | posted in Dentro le mura, Tutti
L’Honduras ha esteso per un altro anno lo stato di emergenza in 9 dei suoi 24 carceri per far fronte al problema del sovraffollamento che regna nei centri penitenziari del paese.

La proroga è stata approvata ieri dal presidente Porfirio Lobo, su richiesta del segretario alla Sicurezza Pompeyo Bonilla, secondo il quale il governo sta esaminando “piani per la riabilitazione e il reinserimento nella società dei detenuti”. Nel luglio del 2010 Lobo aveva decretato lo stato di emergenza nelle carceri di San Pedro Sula, El Progreso, Yoro (nord); Santa Bárbara, La Esperanza, Puerto Lempira (ovest); Puerto Cortés, La Ceiba e Trujillo (Caraibi). Questa è la terza volta che viene esteso.
Nel marzo del 2012, tredici detenuti del carcere di San Pedro Sula erano rimasti uccisi in una colluttazione, mente il 14 febbraio, un incendio, nel carcere centrale di Comayagua, aveva provocato la morte di 359 detenuti. Comayagua ha una capacità di 400 detenuti, ma ne ospitava quasi 900. Nel maggio del 2004, un incendio, sempre nel carcere di San Pedro Sula, aveva ucciso 107 prigionieri; 68 invece le vittime (comprese due donne e una bambina in visita), nell’aprile del 2003, di una rissa tra alcuni detenuti del carcere di El Porvenir.
Dopo questi incidenti, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (Unhcr) e la Commissione Interamericana per i Diritti Umani (Cidh) avevano denunciato “l’allarmante sovraffollamento delle carceri latinoamericane”.
Secondo l’Unhcr, “in media, le prigioni dell’America Latina ospitano il 30% di detenuti in più rispetto a quanto consentirebbero le loro strutture, ma in molti casi arrivano fino al 100%, cosa che facilita le tragedie”.
di Luca Pistone Fonte: atlasweb.it
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Il 14 luglio durante una manifestazione contro la repressione subita dal movimento no tav presso il carcere di Cuneo in solidarietà al nostro compagno Mao e a tutti gli arrestati No Tav, quello che era nato come presidio si è trasformato presto in un corteo partecipato e determinato che ha deciso di percorrere la strada che conduce dal carcere alla stazione ferroviaria.
Verso la fine del percorso una macchina ha tentato di spezzare il corteo e nel farlo investiva alcuni compagni. Con un assurdo ribaltamento dei fatti a distanza di più di sei mesi, oggi 16 gennaio 2013, quattro provvedimenti di custodia cautelare hanno raggiunto alcuni compagni presenti, accusandoli di “concorso anomalo in rapina”. E’ questa una delle strategie più usate dalle questure negli ultimi tempi per reprimere il dissenso: dal g8 di Genova alla Valsusa passando per i fatti del 15 ottobre: colpire nel mucchio inventandosi reati inesistenti e basati sull’utilizzo indiscriminato del dispositivo del concorso.
Questa formula permette allo stato di colpire con misure repressive chi partecipa alle lotte indipendentemente da qualunque (presunta) responsabilità individuale ma soltanto sulla base della loro identità e del loro agire politico.
Due degli arrestati sono compagni dei nostri collettivi e per questo motivo ci sentiamo colpiti in prima persona.
Esprimiamo pieno appoggio e calorosa solidarietà a entrambi i nostri compagni colpiti, in particolare al nostro compagno Peppino ristretto agli arresti domiciliari con l’odioso divieto di comunicare con l’esterno. Questa restrizione mette in luce lo scopo dell’ operazione repressiva:privare il movimento monzese di alcuni dei suoi membri più attivi e presenti nelle lotte che quotidianamente porta avanti sul territorio. Vediamo inoltre in questa operazione l’ennesimo tentativo di colpire, criminalizzare e mettere a tacere una delle voci di dissenso più radicale degli ultimi anni come quella No Tav.
Tutto ciò ovviamente non fermerà le nostre manifestazioni di solidarietà a lui e a tutti gli altri inquisiti.
PEPPINO LIBERO TUTTI LIBERI. A Sarà Düra! Dalle valle alla città la lotta non si arresta!
Contro il carcere e la società che lo crea
FOA Boccaccio 003 & CordaTesa
boccaccio.noblogs.org
cordatesa.noblogs.org

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Ci sono compagni che per le loro idee rischiano di proprio,sacrificando in primis la loro liberta’,
unica cosa realmente loro e realmente importante.
Dayvid non mette bombe.
Dayvid non stava organizzando nessun atto ecclatante, magari a spese altrui.
Dayvid e’ solo una persona che critica il sistema apertamente e attivamente, magari a volte
con troppa foga, ma sempre con coscienza e sempre forte della convinzione che un altro mondo
sia possibile.
Dayvid non ha santi in paradiso e tantomeno in parlamento.
Dayvid e’ un cane sciolto.
Dayvid e’ anarchico.
Per tutti questi motivi Dayvid e’ in carcere.
Il 28 ottobre 2012, senza palesarsi, degli agenti della digos lo traggono in arresto a casa sua,
dicendogli che devono notificargli qualcosa. Viene invece incarcerato immediatamente a S.Vittore.
Le circostanze che hanno condotto al suo arresto non sono del tutto chiare, e vengono
chiarite solo in parte qualche settimana dopo.La sua VERA colpa e’ essere un attivista NO TAV
e anarchico. Insomma, uno scomodo.
Seguendo schemi che ben conosciamo, un mese dopo dal suo arresto Dayvid viene trasferito
al carcere di Alba- Cuneo, pratica che vorrebbe farlo sentire ulteriormente solo e abbandonato.
Cosi’ invece non sara’, piu’ lo porterete lontano e piu’ i suoi amici urleranno forte.
Non dimentichiamoci di Dayvid e di tutti quelli nelle sue stesse condizioni.
Non lasciamoli soli,
Dayvid potresti essere tu!
CIGA LIBERO!!!
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Il presidente tunisino, Moncef Marzouki, ha concesso la grazia a 312 detenuti in occasione del secondo anniversario della Rivoluzione Il presidente tunisino, Moncef Marzouki, ha concesso la grazia a 312 detenuti in occasione del secondo anniversario della Rivoluzione. Il secondo anniversario della caduta della dittatura di Ben Ali, che sarà celebrato oggi in tutta la Tunisia, ha portato la libertà per 312 detenuti, ai quali il presidente della Repubblica, Moncef Marzouki, ha concesso la grazia. Per altri 1.383 reclusi è stata decisa, con lo stesso provvedimento, una riduzione della pena che accorcerà sensibilmente i tempi della detenzione. Grazia e riduzione di pena sono state concesse da Marzouki sulla base dell’istruttoria fatta da una speciale commissione che ha preso in esame 1702 dossier, dando parere negativo solo su sette di essi.
Detenuti incendiano celle nella prigione di Mornaguia
Dei detenuti della prigione di Mornaguia, nei pressi di Tunisi, che non avevano beneficiato di un provvedimento di clemenza in occasione del secondo anniversario della rivoluzione, hanno dato fuoco alle loro celle in segno di protesta. Lo ha detto una fonte del ministero della Giustizia. “Dei detenuti delusi per non essere stati graziati hanno messo a fuoco a due materassi nelle loro celle”, ha affermato la fonte. I vigili del fuoco sono accorsi sul posto, mentre le unità della Guardia nazionale (gendarmeria) e dell’esercito sono stati dispiegati attorno alla prigione, ha riferito a sua volta l’agenzia ufficiale Tap. In occasione della celebrazione del secondo anniversario della “rivoluzione dei gelsominI che ha portato alla deposizione dell’ex presidente Zine El Abidine Ben Ali, il capo di Stato tunisino Moncef Marzouki ha graziato 312 detenuti. Per altri 1.300 sono state invece disposte riduzioni di pena.
Fonte ANSA 13gennaio2013
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8 gennaio 2013 – Un gruppo di detenuti ha appiccato il fuoco ad una ala di massima sicurezza di un penitenziario situato nel centro del Sudafrica. Lo si apprende da una responsabile delle carceri.
“Dei detenuti hanno dato fuoco ad una ala di massima sicurezza del penitenziario di Groenpunt”, ha dichiarato all’Afp Grace Molatedi, vice commissario regionale delle carceri nella provincia dello Stato Libero senza fornire dettagli su eventuali vittime o danni. Il numero dei detenuti non è stato comunicato. A novembre, due prigionieri avevano preso in ostaggio un medico e una infermiera in un carcere privato della stessa regione, nei pressi di Bloemfontein. L’infermiera era stata rilasciata rapidamente mentre il medito era stato tenuto in ostaggio per una ventina di ore.
Nove guardie e 50 detenuti feriti
Cinquanta prigionieri e nove secondini sono rimasti feriti ieri sera nel corso di una rivolta scoppiata in un carcere sudafricano. È quanto ha annunciato oggi la polizia. Le forze dell’ordine hanno fatto irruzione nel penitenziario, utilizzando granate assordanti, per riprendere il controllo di una sezione di massima sicurezza della prigione di Groenpunt, nella provincia dello Stato Libero dove i rivoltosi avevano appiccato il fuoco e eretto delle barricate.
“Cinquanta prigionieri e nove secondini sono rimasti feriti ma non è morto nessuno e nessuno è stato colpito da proiettili”, ha dichiarato il portavoce della polizia, Peter Kareli. Questa sezione della prigione conta 750 prigionieri. Secondo gli investigatori, i detenuti hanno criticato la qualità del cibo e rifiutato di prendere i pasti a fine pomeriggio prima di attaccare i secondini e dare fuoco a delle celle. La rivolta ha causato ingenti danni alla prigione. A novembre, due detenuti avevano preso in ostaggio un medico e una infermiera in una prigione privata nella stessa regione, nei pressi di Bloemfontein. L’infermiera era stata rilasciata rapidamente mentre il medico era rimasto nelle mani dei detenuti per una ventina di ore.
Fonte: ristretti.org
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Uno dei tre albanesi che all’alba di lunedì hanno tentato la fuga dal carcere di San Giovanni di Alghero, lavorava in una officina all’interno della casa di reclusione,
Non è stato difficile per lui procurarsi alcuni seghetti con i quali nella notte tra venerdì e sabato hanno concluso il lavoro di segare le sbarre.
Poi con una corda realizzata unendo diverse lenzuola arrotolate, sono usciti dalla finestra della cella fino al cortile sottostante che si trova a una decina di metri di altezza .
Uno di loro è riuscito a salire sul tetto della direzione del carcere ma in quel momento è stato subito inquadrato dalle telecamere della sala di regia.
Da quell’istante ogni mossa dei tre albanesi è stata controllata. Il sottufficiale di servizio ha allertato gli uomini in turno notturno, tre agenti per 130 detenuti. Dopo un primo tentativo di saltare il muro di via Catalogna , oltre 15 metri, un’impresa a rischio di rompersi l’osso del collo, uno dei tre ha raggiunto il muro di cinta dalla parte di via Vittorio Emanuele, in corrispondenza del del passo carraio, dove l’altezza è inferiore.
Ma proprio sul muro è stato raggiunto da un agente di Polizia Penitenziaria che gli ha puntato la pistola d’ordinanza. L’albanese, e gli altri due compagni di fuga, hanno a quel punto capito che l’evasione era fallita.
Nel frattempo nel carcere di San Giovanni erano già arrivati gli uomini del Commissariato di Polizia e subito dopo i Vigili del Fuoco, allertati sempre dalla cabina di regia .
Nel giro di un’ora gli agenti del carcere, in collaborazione con i poliziotti, avevano rimesso le manette ai polsi dei tre e li avevano rinchiusi nuovamente in cella a disposizione della Procura della Repubblica per i reati commessi nel tentativo di evasione.
I tre stavano scontando condanne per reati di droga, contro il patrimonio ed estorsione. Uno di loro aveva soltanto qualche mese da scontare, gli altri due diversi anni. Nel corso della perquisizione personale a uno dei tre sarebbe stato trovato addosso un telefonino . Secondo gli agenti della Polizia Penitenziaria e gli uomini del Commissariato, i tre avevano dei complici all’esterno, si parla anche di una donna, che avrebbero dovuto accoglierli e proteggerne la fuga.
La mancata evasione dei tre detenuti dal carcere di San Giovanni testimonia l’efficienza del servizio di vigilanza interna nonostante una situazione a dir poco tragica per quanto riguarda l’organico in servizio attivo.
Fonte: buongiornoalghero.it
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E’ successo nel 1997 nel carcere di Arezzo riportando una lesione cerebrale, ora la sentenza. Il tribunale ha condannato il Ministero della Giustizia a 1 milione e 600 mila euro
Andò in coma nel 1997 per aver ingerito una dose di metadone mentre era nel carcere di San Benedetto ad Arezzo. Oggi il tribunale di Firenze ha condannato il ministero della Giustizia a risarcire il detenuto, all’epoca dei fatti trentenne, con 1 milione e 600 mila euro. “Una sentenza – ha dichiarato l’avvocato Luca Fanfani, legale dell’uomo – che ha puntato ildito sul fatto che la struttura carceraria deve garantire l’incolumità del detenuto, evitando che ingerisca eroina o altre sostanze e, in caso di somministrazione di medicinali, ciò deve essere fatto in maniera corretta”.
Il trentenne, secondo quanto ricostruito nell’indagine, soffriva di tossicodipendenza e ingerì il metadone datogli dagli agenti penitenziari probabilmente assumendo anche dell’eroina che era riusciuto a portarsi in cella. Subito dopo il giovane andò in coma per un lungo periodo di tempo, riportando una lesione cerebrale che lo ha costretto sulla sedia a rotelle.
Fonte: repubblica.it
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