Riceviamo e inoltriamo
Come antifascisti abbiamo sempre considerato la Resistenza un valore irrinunciabile e la pesante sentenza della 2° sezione del Tribunale di Roma contro Mario Miliucci -condannato a due anni e sei mesi per “resistenza”- ci sembra in sintonia con le logiche repressive che tendono ad “educare” con manganelli, arresti e condanne le giovani generazioni precarie che si affacciano alle lotte sociali.
La palestra di questa strategia del condannare e punire la abbiamo vista a Genova, con il comportamento delle “forze dell’ordine” nei confronti di una generazione in lotta contro la globalizzazione finanziaria e neoliberista, madre della crisi attuale. La mattanza nelle strade della città ligure, continuata alla DIAZ, negli ospedali e nel carcere di Bolzaneto sono state seguite da condanne abnormi di alcuni manifestanti per il reato -che sarebbe da abolire- di _devastazione e saccheggio_, figlio del fascista codice Rocco, sempre più spesso applicato, insieme alle denunce e agli avvisi orali, dalle questure, alle sentenze di alcuni magistrati contro l’opposizione sociale, mentre nessun autore _materiale _dei pestaggi e delle torture è stato individuato e condannato (in Italia non esiste il reato di tortura, né codici di identificazione degli agenti in servizio di PS).
La stessa logica dei due pesi e due misure e dei tentativi di intimidazione da parte degli apparati repressivi la vediamo in atto contro il popolo della Valsusa, la valle occupata militarmente dallo Stato per garantire spesa pubblica, interessi privati e devastazione ambientale.
Anche per i fatti del 15 ottobre 2011 a Roma, sono state comminate dalla magistratura pesantissime condanne e si è applicata una logica repressiva tipica degli anni ’70 per cui basta essere vicini agli eventi per vedersi addossate accuse e condanne pesantissime, patrimonio del codice penale fascista: pensiamo alle condanne per “devastazione e saccheggio” solo per essere stati fotografati a transitare nei pressi di un blindato in fiamme.
La stessa logica punitiva ha funzionato per Mario Miliucci, che sembra essere l’unico “colpevole” di quella giornata di mobilitazione che il 14 dicembre 2010 vide sfilare a Roma decine di migliaia di studenti medi ed universitari, precari, metalmeccanici e terremotati dell’Aquila, contro la fiducia al governo Berlusconi. Infatti su oltre 20 arrestati Mario è stato l’unico condannato pesantemente, per il reato di “resistenza”.
Sarebbe gravissima la logica del capro espiatorio ed il fatto che la magistratura abbia condannato, oltre alla resistente coscienza critica di Mario, anche il suo cognome, in una sorta di rappresaglia generazionale.
Le lotte contro la crisi attuale, non possono essere fermate con le intimidazioni poliziesche o le rappresaglie di alcuni magistrati, esprimiamo la piena e completa solidarietà e vicinanza a tutti e tutte coloro che lottano -impegnandosi e spesso pagando prezzi sempre troppo alti ed inaccettabili- per un altro mondo possibile.
CONFEDERAZIONE COBAS DI TERNI
Commenti disabilitati su “colpiscine uno per educarne cento…” la magistratura condanna Mario Miliucci a 2 anni e 6 mesi per resistenza | tags: 14 dicembre 2010, anticapitalismo, anticarceraria, antifascismo, carcere, colpiscine uno per educarne cento, comunicato, corteo roma, la magistratura condanna, Mario Miliucci, resistenza, terni | posted in Comunicati, critiche e riflessioni, Contro carcere, CIE e OPG, Tutti
MONZA – Net taglia le corse dei pullman e il comune di Monza corre ai ripari: da oggi, venerdì 1 febbraio, è stato attivato in via sperimentale un servizio navetta che ristabilisce il collegamento tra la stazione ferroviaria e il carcere: da piazza Castello, nei pressi del teatro Binario 7, sarà possibile arrivare direttamente in prossimità dell’ingresso della casa circondariale di via Sanquirico. Il servizio, svolto con minibus da 16 posti e concordato con la direzione del carcere, prevede sei corse giornaliere: tre al mattino dalla stazione al carcere e tre al pomeriggio dal carcere alla stazione. Sarà attivo dal lunedì al sabato: il mattino la partenza dalla stazione è fissata alle 7.30, 8.30 e 9.30, mentre il pomeriggio le partenze dal carcere sono stabilite alle 12.30, 13.30 e 14.30.
«Con questo servizio mirato – dichiara l’assessore alla Mobilità Paolo Confalonieri – il Comune di Monza ripristina un collegamento importante, che era venuto meno con la revisione delle linee del trasporto pubblico realizzata lo scorso 7 gennaio da Net. Nel corso del mese di febbraio monitoreremo il numero di persone che faranno effettivamente uso dei minibus, al fine, eventualmente, di migliorare o ottimizzare il numero e l’orario delle corse».
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Ma è giallo sulla dinamica della fuga. Per la Questura sarebbero fuggiti durante la notte, tra l’appello delle 3 e quello delle 9 del mattino; mentre per il sindacato della polizia penitenziaria sarebbero fuggiti durante l’orario dei colloqui segando le sbarre
Sono evasi nella notte senza lasciare traccia due detenuti del carcere di massima sicurezza di Parma. Da sabato mattina dall’istituto penitenziario di via Burla mancano all’appello due albanesi di 29 e 35 anni, “due pezzi grossi della criminalità normale, non detenuti nella sezione 41 bis” spiegano dalla Questura, spariti nella notte di venerdì in un lasso di tempo compreso tra le 3 e le 9 del mattino. A quegli orari risalgono infatti le ultime ispezioni in cella degli agenti di polizia penitenziaria. Le generalità dei due evasi non sono state ancora diffuse, ma entrambi hanno gravi precedenti penali, su uno dei due pende anche una condanna per omicidio.
Le ricerche sono scattate dopo l’ultimo appello, impegnate tutte le forze dell’ordine che stanno setacciando il territorio. Da via Burle bocche cucite sul grave episodio, di cui non sono ancora chiare le circostanze. Ancora da chiarire infatti come i due detenuti siano riusciti a scappare evitando i controlli delle guardie carcerarie, che si sono accorte della loro fuga solo dopo molte ore dall’accaduto.
Nello scorrere delle ore, però, le versioni della fuga diventano due. Secondo un comunicato delSappe, il sindacato di polizia penitenziaria. Il segretario generale aggiunto Giovanni Battista Durante ha spiegato che uno dei due stava scontando una condanna per omicidio e avrebbe già tentato in passato un’evasione da un carcere del Nord. Al vaglio degli investigatori c’è anche l’ipotesi, oltre all’allontanamento durante l’orario dei colloqui, che i due possano essersi allontanati dopo aver segato le sbarre della cella.
In una nota il Sappe “sicuramente la scarsa attenzione che negli ultimi tempi si pone alla sicurezzadelle carceri determina episodi di questo tipo”. “Il personale di polizia penitenziaria continua ad essere ridotto – lamenta il Sappe – Al momento mancano 7500 unità a livello nazionale (650 solo in Emilia Romagna), nei prossimi due anni ne perderemo altre 2000 a causa dei tagli alla spesa pubblica, considerato che potremo assumere solo il 35% circa di coloro che andranno in pensione, l’eccessivo sovraffollamento e la tendenza ad allentare le maglie della sicurezza fanno in modo che il carcere diventi sempre meno sicuro”.
Fonte
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Inoltriamo
Questa straordinaria immagine che vedete in questa pagina in vari formati non è solo un disegno, capace più di migliaia di parole di raccontare il FINE PENA MAI,
ma è un logo che aspira a diventare un virus.
Un virus sì, perché l’intenzione di tutte le straordinarie persone che stanno per dar vita a questa campagna è quella di vederlo ovunque, di fare in modo che ogni pagina, sito, profilo di social network metta in gioco il suo volto, la sua bacheca, i suoi scritti,
contro l’ergastolo,
contro quell’aberrazione mostruosa che è il carcere a vita,
quello che nei faldoni e nei file dei tribunali e delle carceri è caratterizzato da questa data:
99/99/9999
Abbiamo a lungo pensato ad un logo,
da quando ci siamo decisi a mandare avanti questo progetto, 
mentre piantavamo dei fiori tra le tombe del cimitero degli ergastolani nel carcere di Santo Stefano.
Vi ho parlato tanto di quella bella esperienza, ve ne ho parlato per due estati, che hanno raccontato quel posto in modi molto diversi da un anno all’altro.
Da una piccola barchetta di 4 persone, lo scorso anno ci siamo ritrovati in più di 40 a celebrare, con un po’ di colore e i nomi che eravamo riusciti a recuperare,
un “rito” laico capace di riportare quelle persone nel consorzio umano,
da dove erano state espulse.
Qui molti link vi racconteranno questa esperienza.
[Un fiore a quei 47 corpi
Una gioia senza tempo darvi un nome
Un viaggio senza fine pena mai
Settembrini e Santo Stefano ]
Per mesi ci siamo persi a cercare un’immagine che rendesse possibile l’idea di un logo adatto ad una campagna, un logo in grado di “de-ergastolizzare” il proprio spazio, intanto quello virtuale.
Tra i tanti disegni fatti, tra le tante proposte,
questi piedi, disegnati da Ludovica Valori (che ha accolto con gioia la nostra iniziativa)
ci hanno colpito come nessun’altra immagine.
Questo continuo perpetuo camminare sempre nello stesso posto ha una grande capacità di far capire il fine pena mai,
proprio come quel cimitero, dimenticato sopra un piccolo scoglio del mediterraneo.
Quello che questa pagina vi chiede è di adottare questo logo,
Di seguire questa campagna che a breve verrà lanciata,
di “de-ergastolizzare” la propria esistenza, di liberare la propria visione del mondo dall’idea di una condanna che ti rosicchia la carne anche nella bara.
Contro l’ergastolo,
per la libertà di tutte e tutti.
Il sito di Liberiamocidallergastolo
[un ringraziamento speciale a tutti quelli che hanno lavorato a questo progetto, da ogni parte d’Italia, in particolar modo i compagni del Folletto, che hanno fatto un video straordinario, a breve visibile a tutt@]

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Si svolge tra le tensioni la prima udienza del processo NoTav presso l’aula bunker del carcere le Vallette di Torino. Sono una cinquantina gli imputati per i fatti del 27 giugno e 3 luglio 2011. Le accuse del PM Ferrando sono: lesioni, violenza, resistenza a pubblico ufficiale. I NoTav hanno organizzato un presidio davanti al carcere, presenti oltre un centinaio di attivisti. Gli imputati hanno letto in aula un comunicato in cui “rifiutano” la scelta dell’aula bunker “associata ai processi di mafia e terrorismo”. Imputati e pubblico lasciano l’aula, il giudice chiede che venga identificata una delle imputate che ha iniziato la lettura del comunicato. La polizia tenta di bloccare l’uscita dall’aula ad un gruppetto di NoTav al fine di effettuare le identificazioni, questo causa una serie di tensione che sfociano in due cariche delle forze dell’ordine: una all’esterno del carcere e un’altra, molto più modesta, all’interno del cortile della stessa aula bunker
Fonte con video
Segue il testo letto in aula ORA E SEMPRE NO TAV!
“La scelta di spostare il processo in questa aula bunker è in sintonia con l’ondata repressiva sostenuta e legittimata dalla campagna mediatica finalizzata a demonizzare il movimento NO TAV, tentando di indebolirlo e isolarlo dalle lotte che attraversano il paese.
Trasferendo la sede del processo voi state tentando di rinchiudere la lotta NO TAV nella morsa della “pericolosità sociale” e delle emergenze.
Noi invece, rivendichiamo le pratiche della lotta ribadendo le ragioni che ci spingono a resistere contrastando chi vuole imporre il Tav militarizzandola valle con le conseguenti devastazioni umane, sociali e ambientali.
Le nostre ragioni restano vive, e la vostra scelta di trascinarci in questa aula bunker non ci impedirà di portarle avanti.
Per questo oggi scegliamo di abbandonare tutte/i quest’aula, lasciandovi soli nel vostro bunker.
Giù le mani dalla Valsusa!
Ora e sempre resistenza!”
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Ennessima aggressione in carcere da parte di un detenuto nei confronti di un agente di Polizia Penitenziaria.
Questa mattina un detenuto ha aggredito improvvisamente e violentemente un agente di Polizia Penitenziaria che, nel carcere di Vercelli, stava accompagnando i detenuti all’ora d’aria. Lo rende noto il Sappe, esprimendo solidarieta’ alla vittima, che ha dovuto ricorrere alle cure dei sanitari del pronto soccorso. “Questa ennesima aggressione ci preoccupa – commenta il segretario generale del Sappe, Donato Capece – anche perche’ a Vercelli gli eventi critici come aggressioni e atti di autolesionismo sono purtroppo all’ordine del giorno e la tensione resta alta, a tutto discapito del nostro lavoro”.
Secondo Capece, “la carenza di personale di Polizia penitenziaria e di educatori, di psicologi e di personale medico specializzato, il pesante sovraffollamento dei carceri italiani sono temi che si dibattono da tempo, senza soluzione, e sono concause di questi tragici episodi. Bisogna intervenire tempestivamente per garantire adeguata sicurezza agli agenti e alle strutture ed impedire l’implosione del sistema”.
AGI
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LANCIANO. L’avvocato Enzo Paolini e il leader del Movimento Diritti Civili, Franco Corbelli, con un comunicato congiunto, lanciano un appello.
Un appello rivolto alle autorità preposte, ai giudici del competente Tribunale di Sorveglianza, a favore di una bambina cosentina di 10 anni, gravemente malata, che vive a Cosenza, su una sedia a rotelle, che non potrà più vedere il suo papà, Pietro D., detenuto, trasferito da pochi giorni dal carcere di Rossano a quello di Lanciano. L’uomo ha già scontato nell’istituto di pena calabrese cinque anni di carcere e gli resta meno di un anno.
La bambina, che periodicamente deve recarsi per le cure all’ospedale Bambin Gesù di Roma, sta soffrendo molto per l’allontanamento del suo genitore e chiede che quest’ultimo ritorni a Cosenza per starle vicino.
«E’ stato l’avvocato Paolini, che già in passato, pur non essendo il loro legale (il detenuto è difeso dall’avvocato Rossana Cribari) ha aiutato la famiglia di questa bambina – è scritto in una nota di Diritti civili – a telefonare a Corbelli e chiedergli di fare un intervento congiunto per questo caso umano».
Corbelli e Paolini hanno sentito oggi al telefono la madre di questa bambina, Tamara P., «che si sta battendo, con dignità e coraggio, per aiutare la sua figlioletta malata, perché venga rispettato il suo diritto di aver vicino il suo papà, di poterlo incontrare e abbracciare in carcere come è stato sino a due giorni fa nella casa circondariale di Rossano».
«Quello che chiediamo – affermano Paolini e Corbelli – è un atto di giustizia giusta e umana, degno di un Paese civile e di uno Stato di diritto. La possibilità che quest’uomo possa ritornare nel carcere di Rossano o di Cosenza, dove vive la bambina con la sua famiglia, per scontare il suo residuo pena, in modo che lo stesso possa vedere e stare vicino alla figlioletta».
Commenti disabilitati su Detenuto nel carcere di Lanciano non può vedere la figlia malata | tags: allontanamento, anticarceraria, carcere lanciano, CordaTesa, figli, figlia malata, visite | posted in Contro carcere, CIE e OPG, Dentro le mura, Tutti
Cessa l’attività l’ufficio incaricato della chiusura del carcere

NEW YORK – Il Dipartimento di Stato ha chiuso l’ufficio incaricato della chiusura di Guantanamo, il carcere statunitense nell’est di Cuba. Daniel Fried, l’alto funzionario che aveva il compito di studiare attuare la promessa fatta dal presidente americano Barack Obama all’indomani del suo primo insediamento, è stato assegnato ad altri incarichi e non sarà sostituito.
Le responsabilità di Fried sono state assunte dall’ufficio legale del Dipartimento di Stato. Lo ha appreso il New York Times e secondo il giornale la decisione lascia presumere che l’amministrazione Obama non considerà più una priorità realisticamente realizzabile la chiusura della base-prigione per sospetti terroristi nell’isola di Cuba.
L’annuncio ha coinciso con la prima apparizione in tribunale da ottobre di Khalid Shaikh Mohammed e di altri quattro detenuti di Guantanamo che rischiano la pena di morte per il loro ruolo nelle stragi dell’11 settembre. L’udienza a Guantanamo è stata ritrasmessa a circuito chiuso a Fort Meade.
Fonte: ANSA
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Torino 31/2/2013 – Urla, confusione e il timore che tutto sfociasse in una nuova rivolta. È trascorso così il pomeriggio di ieri, in corso Brunelleschi; per i residenti, ha avuto inizio il solito spettacolo: i clandestini del Cie hanno protestato animatamente, costringendo l’arrivo delle volanti della polizia, che hanno sorvegliato l’ingresso all’angolo con via Monginevro.
Alcuni immigrati del settore maschile hanno inscenato una nuova protesta poco dopo le 15.00, gridando a gran voce e salendo sui tetti delle strutture loro assegnate. Il motivo? Quella di ieri sarebbe, nuovamente, una manifestazione per il riscaldamento delle strutture, come già successo altre volte: per tutto il pomeriggio gli extracomunitari hanno mantenuto, comunque, in stato di allerta la struttura.
Alcuni di loro, saliti sulla sommità delle casette, hanno iniziato a saltellare animatamente sul tetto, con l’intento di danneggiare la struttura e procurare il maggior rumore possibile; dal basso, altre persone hanno proseguito con la manifestazione rumorosa, percuotendo pali e cancellate della struttura con oggetti metallici. La protesta, alla fine, si è conclusa senza particolare rilevanza: al tramonto, era già tornata la calma.
Ancora una volta, dunque, il caos e le urla dei clandestini hanno accompagnato il pomeriggio dei residenti di corso Brunelleschi, i quali hanno temuto una nuova fuga: non è passato un mese dall’ultimo tentativo di evasione dal centro per l’identificazione e l’espulsione, in piena notte, a inizio gennaio, durante l’ultimo attacco anarchico.
Fonte: Torinotoday
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Commenti disabilitati su Monza Serata Benefit per gli arrestati di Roma 15 ottobre | tags: 1 febbraio 2013, 15 ottobre, anticarceraria, concerti hard core, CordaTesa, dibattito, FOA Boccaccio, monza, roma, serata benefit arrestati, solidarietà, teramo, teramo antifa | posted in Presidi, cortei, saluti e iniziative, Tutti

La notte scorsa, nel carcere di Modena, “un detenuto magrebino di circa 30 anni ha tentato il suicidio, impiccandosi all’interno della cella in cui era detenuto. Solo l’attenzione e la prontezza dell’agente in servizio nella sezione detentiva ha reso vano il tentativo dell’uomo”.
Ne dà notizia Giovanni Battista Durante, segretario generale aggiunto del Sappe.
“È sempre e solo grazie alla professionalità della polizia penitenziaria che vengono evitati e controllati, all’interno delle carceri, i tanti eventi critici, compresi i tentativi di suicidio che sono circa mille ogni anno. Negli ultimi 20 anni – ricorda – la polizia penitenziaria ha salvato la vita a circa 17.000 detenuti che hanno tentato il suicidio”. A Modena, attualmente, ci sono circa 350 detenuti, “ma il numero è destinato a salire ed a raggiungere i 600 circa, a seguito dell’imminente apertura del nuovo padiglione detentivo che dovrebbe ospitare i detenuti con pene fino a 5 anni di reclusione”.
Fonte: Adnkronos, 31 gennaio 2013
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Diffondiamo da macerie
Jamal e’ da un mese prigioniero nel Cie di corso Brunelleschi a Torino. Non ha i documenti in regola, ma a Torino ha una moglie incinta di 8 mesi, tant’e’ che il suo avvocato aveva immediatamente presentato ricorso contro l’espulsione, e Jamal era in attesa fiducioso di essere liberato. Ma all’Ufficio Immigrazione della Questura di Torino sono furbi, e ieri pomeriggio chiamano Jamal fuori dalla sezione per “notificargli qualcosa”. Negli uffici del Cie, Jamal capisce che quello che devono notificargli non e’ ne’ la liberazione, ne’ la proroga della reclusione, ma un biglietto di sola andata per il Marocco. Solo contro una decina di poliziotti, isolato dai suoi compagni di reclusione, Jamal capisce che e’ il momento di lottare: chiama la moglie, che lancia l’allarme all’avvocato e ad alcuni solidali.
La notizia rimbalza su Radio Blackout 105.250 Fm, e nel giro di poco si forma un presidio di fronte all’ingresso principale su via Mazzarello, e con slogan e battiture si attira l’attenzione dei passanti e dei reclusi, alcuni dei quali salgono sui tetti. L’avvocato manda un fax urgente in Questura per evitare l’espulsione, e attende la risposta. Poco dopo arriva a difendere il Centro arriva la celere, e arriva anche la notizia che Jamal per evitare l’espulsione si e’ tagliato su tutto il corpo. Il presidio si trasforma in blocco stradale per intasare il traffico davanti all’ingresso, e la Celere quasi carica i manifestanti. Nel frattempo, arriva al Cie anche la moglie di Jamal, che riesce ad entrare per un colloquio. Verso le sei di pomeriggio, dal retro del Cie esce una camionetta a sirene spiegate con due reclusi: dovevano espellerne tre, e tra di loro Jamal non c’e’, e’ ancora a colloquio con la moglie.
Quando la moglie esce e arriva la conferma che Jamal e’ stato medicato e riportato nella sezione e non in isolamento, il presidio si scioglie, con l’amaro in bocca per non essere stati abbastanza per riuscire a bloccare entrambe le uscite e tutte e tre le espulsioni, ma con la conferma che resistere alle espulsioni e’ possibile davvero, quando alla determinazione dentro si aggiunge la solidarieta’ vera e rapida fuori. E questa e’ una cosa su cui tutti i nemici delle espulsioni dovranno riflettere nei prossimi giorni.
macerie @ Gennaio 31, 2013
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Morto un boss di peso della violenta mafia della provincia di Caltanissetta. Si tratta di Rosario Lombardo, considerato personaggio di spicco di Cosa nostra di Niscemi, deceduto per infarto nel carcere di Catania, a Bicocca, all’età di 52 anni.
Era finito in cella con l’accusa di associazione mafiosa e per avere progettato di uccidere i figli, due dei quali ancora minorenni, di due collaboratori di giustizia niscemesi, pronti a fare luce sull’organizzazione criminale e sulle strategie economie del clan.
Lombardo era chiamato “Saru cavaddu” ed era ritenuto un boss influente nella determinazione degli equilibri mafiosi. Oggi i funerali del boss nella sua Niscemi: durante le esequie un ladro ha tentato di rubare nell’abitazione di uno dei partecipanti al rito, ma, sorpreso dal proprietario e da conoscenti, è stato linciato.
Fonte
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Un nuovo penitenziario da 150 posti a regime chiuso dovrebbe sorgere a Realta, nel comune di Cazis (GR). Il Governo grigionese ha commissionato all’Ufficio edile cantonale un concorso per la realizzazione della struttura, che costerebbe circa 107 milioni di franchi, 33 dei quali coperti dalla Confederazione. Una decisione definitiva da parte del Gran Consiglio è attesa entro il 2014.
Il Governo cantonale si è mosso in questo senso dopo aver preso atto dei risultati di un rapporto strategico pubblicato recentemente, dal quale emerge che nelle carceri della Svizzera orientale mancano circa 140 posti.
In una nota odierna, l’esecutivo sottolinea che i contribuiti alle spese di vitto e alloggio per i detenuti dei cantoni della Svizzera orientale aderenti al Concordato sull’esecuzione delle pene finanzierebbero l’esercizio e permetterebbero il finanziamento degli investimenti edilizi effettuati. Inoltre, continua, a Realta sono attesi almeno 80 nuovi posti di lavoro.
Secondo il Governo, l’ubicazione risulta estremamente vantaggiosa per via del legame con la clinica psichiatrica Beverin, nonché con l’esistente penitenziario in regime aperto Realta. Grazie alla nuova costruzione il penitenziario Sennhof di Coira – inadeguato e lacunoso dal punto di vista della sicurezza – potrà essere abbandonato e l’edificio utilizzato in altro modo.
Fonte
BASTA LAGER! NON COSTRUIRE MA DISTRUGGERE!
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Secondo i dati forniti dalla Polizia di Stato, nel 2012 sono stati 7.944 (7.012 uomini e 932 donne) i migranti trattenuti in tutti i centri di identificazione ed espulsione (CIE) operativi in Italia. Di questi solo la metà (4.015) sono stati effettivamente rimpatriati con un tasso di efficacia (rimpatriati su trattenuti) del 50,54%. Si conferma dunque la sostanziale inutilità dell’estensione della durata massima del trattenimento da 6 a 18 mesi (giugno 2011) ai fini di un miglioramento nell’efficacia delle espulsioni, dal momento che il rapporto tra i migranti rimpatriati rispetto al totale dei trattenuti nei CIE è incrementato di appena il 2,3% rispetto al 2010, anno in cui il limite massimo per la detenzione amministrativa era ancora di sei mesi. Rispetto al 2011, poi, l’incremento del tasso di efficacia nei rimpatri è risultato addirittura irrilevante (+0,3%). Per di più, se si compara il numero effettivo di rimpatri effettuati nel 2008 (anno in cui i termini massimi di trattenimento erano ancora di 60 giorni) con quello del 2012, si registra una flessione da 4.320 a 4.015 (si veda grafico rendimento CIE). Il numero complessivo dei migranti rimpatriati attraverso i CIE nel 2012 risulta essere l’1,2% del totale degli immigrati in condizioni di irregolarità presenti sul territorio italiano (326.000 secondo le stime dell’ISMU al primo gennaio 2012).
Se dal punto di vista della rilevanza dei numeri e dell’efficacia, la detenzione amministrativa si conferma essere uno strumento sostanzialmente fallimentare nel contrasto dell’immigrazione irregolare, il prolungamento del tempo massimo di detenzione nei CIE ha invece drammaticamente peggiorato le condizioni di vita dei migranti all’interno di queste strutture. Tale evidenza è stata sistematicamente riscontrata dai team di Medici per i Diritti Umani (MEDU) durante le viste effettuate in tutti i CIE nel corso dell’ultimo anno e confermata dagli stessi enti gestori e, sovente, anche dai rappresentanti delle Prefetture. In effetti per quanto concerne il prolungamento dei tempi massimi di trattenimento è pressoché unanime il giudizio negativo espresso dai responsabili degli enti gestori dei 10 CIE monitorati da MEDU nel corso degli ultimi 12 mesi. Tale misura ha infatti seriamente compromesso la gestione complessiva dei centri causando gravi problemi organizzativi, logistici e sanitari. A conferma dell’aggravamento del clima di tensione e dell’ulteriore deterioramento delle condizioni di vivibilità all’interno dei centri di identificazione ed espulsione, vi sono le numerose rivolte e fughe che si sono verificate nel corso dell’anno appena trascorso: nel 2012 sono stati 1.049 i migranti fuggiti dai CIE, vale a dire il 33% in più rispetto al 2011.
Alla luce delle ulteriori evidenze acquisite in un anno di monitoraggio, Medici per i Diritti Umani ritiene necessario riportare la questione del superamento dei CIE nel dibattito elettorale delle prossime elezioni politiche. Le gravi e ripetute violazioni dei diritti umani dei migranti – ancor più dell’evidente inefficacia dei centri di identificazione ed espulsione – impongono una radicale revisione dell’attuale sistema di detenzione amministrativa. Tale revisione non può che avvenire nell’ambito di una profonda riforma della legge “Bossi-Fini” che porti a politiche migratorie atte a garantire reali possibilità di ingresso regolare e di inserimento sociale. Su questi argomenti è quanto mai urgente che le forze che si candidano a governare l’Italia si esprimano con la dovuta chiarezza.
Roma, 30 gennaio 2013

- Tabella con i dati nazionali 2012 e 2011 sui CIE

- Grafico rendimento CIE
fonte: Medici per i Diritti Umani
Commenti disabilitati su Centri di identificazione ed espulsione: i dati nazionali del 2012 | tags: 2012, anticarceraria, centro di identificazione ed espulsione, CIE, contro i CIE, CordaTesa, dati nazionali, Medici per i Diritti Umani, migranti, situazione nei CIE | posted in Comunicati, critiche e riflessioni, Contro carcere, CIE e OPG, Download
M., giovane migrante, è rinchiuso in un CIE dal 2011, è affetto da una grave forma di depressione e da una settimana rifiuta cibo, acqua e farmaci. Contrariamente a quanto recentemente annunciato dal Ministro Cancellieri (“limiteremo la durata massima per il tempo di riconoscimento a 12 mesi” audizione presso la Commissione Diritti Umani del Senato, 27 novembre 2012), M. è in stato di detenzione amministrativa da quasi quattordici mesi, prima presso il CIE di Gradisca d’Isonzo, poi nel centro di identificazione ed espulsione di Trapani e infine di nuovo a Gradisca. M. ha già compiuto un grave atto di autolesionismo e dal suo ultimo ingresso nel CIE friulano, a maggio del 2012, ha perso 10 chili di peso. Medici per i Diritti umani (MEDU), che segue il caso da diverse settimane, ritiene le condizioni psico-fisiche di M. incompatibili con il trattenimento all’interno del CIE e chiede che il paziente sia urgentemente rilasciato dalla struttura in modo da poter accedere alle adeguate cure specialistiche.
E’ M. stesso a rendere pubblica la sua drammatica storia. Arriva per la prima volta in Italia, a Lampedusa, nell’ottobre del 2010. Nel dicembre del 2011 viene internato nel CIE di Gradisca, poi successivamente è trasferito a Trapani e poi ancora riportato al centro di identificazione ed espulsione di Gradisca senza che si possa procedere al suo rimpatrio. Ai primi di dicembre, dopo che il Giudice di pace decreta l’ennesima proroga di due mesi del suo trattenimento, M. viene trasferito d’urgenza al pronto soccorso dell’ospedale di Gorizia dopo aver ingerito numerosi farmaci e innumerevoli monete. Gli viene praticata la lavanda gastrica e successivamente viene ricondotto al CIE. Il giorno seguente viene sottoposto presso lo stesso nosocomio a visita psichiatrica con diagnosi di reazione da stress ambientale, calo ponderale importante in sindrome depressiva reattiva. Lo psichiatra, nel prescrivere la terapia farmacologica per l’insonnia e l’ansia, ritiene “assolutamente urgente” velocizzare il più possibile l’uscita dal CIE ritenendo che la situazione ambientale possa peggiorare ulteriormente il quadro. Nonostante ciò il trattenimento nel CIE prosegue. Alla fine di dicembre una nuova visita psichiatrica riscontra un peggioramento del quadro (“grave sindrome depressiva con importante dimagrimento”), specificando che “la situazione psico-patologica è sicuramente reattiva al trattenimento nel CIE”.
Il primo di gennaio M. comincia a rifiutare acqua, farmaci e cibo. In otto giorni perde sette chili. Il tre gennaio compie un ulteriore atto di autolesionismo riportando una ferita superficiale al gomito sinistro. Viene chiamato il 118 ma il paziente rifiuta il trasporto in ospedale. Una relazione dello psicologo del CIE sottolinea le buone condizioni generali di salute di M. all’ingresso nel CIE e un atteggiamento collaborativo e positivo del paziente nei confronti degli operatori del centro e degli altri migranti. La relazione prosegue evidenziando un progressivo peggioramento dello stato psico-fisico nel corso del tempo e la graduale comparsa di una sintomatologia ansioso-depressiva con conseguente e significativo calo ponderale. Lo psicologo riscontra inoltre la compatibilità dei sintomi di M. con i criteri propri del disturbo depressivo maggiore. Il giorno otto gennaio, i sanitari del centro, certificandone lo “stato cachettico” e l’evidente condizione di disidratazione, inviano nuovamente il paziente al pronto soccorso per accertamenti.
Dopo nove giorni dall’inizio del digiuno, la direzione sanitaria del centro annota che “l’ospite ha ripreso ad alimentarsi e a reidratarsi per cui tenendo presente la compatibilità dei parametri vitali e soprattutto la volontà di riprendere a mangiare e bere, si ritiene attualmente compatibile dal punto di vista organico il suo trattenimento presso il CIE Gradisca salvo ulteriori ripensamenti autolesionistici”. Il 12 gennaio M. è nuovamente ricondotto ai servizi psichiatrici territoriali dove un’ulteriore consulenza specialistica conferma il quadro di grave sindrome depressiva reattiva e chiede, per la terza volta, l’urgente rilascio dal CIE. Il paziente rifiuta di assumere la terapia psichiatrica prescrittagli. Il 22 gennaio il paziente comincia di nuovo a rifiutare alimenti e bevande andando incontro ad un nuovo calo ponderale. M. chiede di poter essere visitato da un medico di MEDU di sua fiducia. Il colloquio viene concesso ma, da regolamento, per soli venti minuti, attraverso una barriera di plexiglass e in presenza di due agenti di pubblica sicurezza. Al momento dell’incontro, il medico riscontra lo stato di notevole sofferenza del paziente e, dopo aver a lungo interloquito con gli agenti, ottiene unicamente un breve tempo supplementare per il colloquio.
Il provvedimento di detenzione amministrativa in un CIE, che secondo la normativa europea e la legge italiana dovrebbe essere finalizzato esclusivamente ad effettuare il rimpatrio del cittadino straniero, appare essere stato protratto in questo caso oltre ogni ragionevolezza, ledendo gravemente valori fondamentali come la salute e la dignità umana.
Come riscontrato da un suo team in una recente visita (ottobre 2012), Medici per i Diritti Umani ritiene le condizioni di vita all’interno del CIE di Gradisca, estremamente afflittive e del tutto inadeguate a garantire i fondamentali diritti della persona e pertanto non compatibili con il trattenimento di un paziente sofferente come M. MEDU richiede pertanto che M. sia urgentemente rilasciato in modo tale da evitare ulteriori e imprevedibili aggravamenti e da potergli assicurare le adeguate cure specialistiche.
a cura di medici per i diritti umani, Roma, 30 gennaio 2013
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LEGALIZZARE ALCUNE DROGHE ha portato di fatto ad un minor numero di criminali in Olanda, paese che oggi e’ in procinto di chiudere otto carceri. Un’altra notizia dopo quella della chiusura della McDonald’s in Bolivia che fara’ morire di invidia gli italiani.L’Olanda chiudera’ otto carceri perche’ non riesce a riempire la capacita’ di 14 mila persone del suo sistema carcerario. Attualmente sono 12 mila i detenuti in questo paese che negli anni novanta aveva il problema del sovraffollamento. Una delle ragioni per cui si e’ avuto un calo del tasso di criminalita’, sembra essere correlato alla legalizzazione di alcune droghe (probabilmente accompagnato da una politica educativa rispetto ai suoi usi ed effetti).Il ministro della Giustizia Nebahat Albayrak ha annunciato che otto prigioni verranno chiuse a breve e che 1200 posti di lavoro andranno persi, anche se stanno valutando l’ipotesi di ospitare i detenuti del Belgio.Negli Stati Uniti, il paese con l’incarcerazione media piu’ alta e un totale di oltre 2,3 milioni di detenuti, una delle obiezioni che sono state fatte prima della legalizzazione della marijuana, e’ che questo avrebbe generato piu’ reati e aumentato il consumo, ma quello che e’ successo in Portogallo e Olanda smentisce queste teorie.L’Olanda ha una popolazione di 16,6 milioni di abitanti e solo 12 mila detenuti, la sola California invece, per esempio, ha una popolazione di 36,7 milioni con 171 mila detenuti nelle carceri, molti dei quali in prigione solo per fumare o vendere marijuana. Ma evidentemente qualcuno negli States preferisce riempire le carceri di giovani piuttosto che lasciarli nelle strade.
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Tentato suicidio nella serata di ieri alla Casa circondariale di contrada Capodimonte. Per cause ancora in corso di accertamento, un uomo di nazionalità somala, detenuto per presunti reati di pirateria, avrebbe tentato di impiccarsi nella sua cella. A darne notizia è la segreteria locale del Sinappe, il Sindacato Nazionale Autonomo Polizia Penitenziaria.
Il fatto sarebbe accaduto verso le 19:30 nel reparto autonomo del carcere beneventano. L’uomo, detenuto in una cella singola, avrebbe costruito una corda rudimentale sottilissima, formata da elastici e pezzi di plastica, e l’avrebbe legata alle sbarre della finestra prima di compiere l’insano gesto.
Da qui il tentativo, aiutato anche da uno sgabello. Tempestivo è stato però l’intervento di un agente della polizia penitenziaria, D.M., che ha soccorso l’uomo, già in stato di sofferenza, evitando il peggio.
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E’ successo all’istituto penale di Casal del Marmo. A tentar la fuga due romeni, entrambi arrestati poco dopo. La vittima ha riportato un trauma cranico alla nuca e una profonda ferita al volto
Sono evasi dall’istituto penale minorile di Casal del Marmo dopo aver colpito un educatore alla testa con un martello, ma sono stati bloccati poco dopo dalla polizia penitenziaria con l’aiuto di un carabiniere fuori dal servizio. A tentare la fuga sono stati due giovani romeni, entrambi maggiorenni (negli istituti penali minorili sono presenti detenuti fino a 21 anni di età).
I due sono stati arrestati per evasione e lesioni, ma l’accusa potrebbe aggravarsi per tentato omicidio dopo il referto medico dell’educatore ferito. La vittima ha perso conoscenza per diversi minuti ed è poi rinvenuto nel pronto soccorso dell’ospedale San Filippo Neri. Ha riportato un trauma cranico alla nuca e una profonda ferita al volto, sotto lo zigomo.
I due giovani romeni sono scappati intorno alle 12, mentre erano impegnati all’interno del carcere in un’attività rieducativa: dopo aver ferito alla testa l’educatore con un martello, hanno scavalcato un muro. Gli evasi sono stati bloccati in due diversi momenti nei pressi della stazione Monte Mario, poco distante dal luogo della fuga. Probabilmente, erano intenzionati a salire su un treno. Decisivo ai fini dell’arresto, l’aiuto di un carabiniere in borghese che si trovava sul posto.
Fonte: repubblica.it
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GIUSTIZIA NON è STATA FATTA! ASSASSINI!
Il tribunale di sorveglianza ha accolto la richiesta del pg. Ora Paolo Forlani, Luca Pollastri e Monica Segatto passeranno i prossimi 6 mesi dietro le sbarre invece che ai servizi sociali come richiesto dai loro difensori. Per il quarto poliziotto, Enzo Pontani, sentenza prevista a fine febbraio. La madre di Aldro: “Ora la radiazione dalla polizia”
Sconteranno i sei mesi residui della condanna in carcere tre dei quattro poliziotti condannati in via definitiva per l’omicidio colposo di Federico Aldrovandi. Il tribunale di sorveglianza di Bologna ha accolto oggi la richiesta del procuratore generale Mirella Bambace per Paolo Forlani, Luca Pollastri e Monica Segatto che verranno raggiunti adesso dall’avviso di carcerazione. Della condanna a tre anni e mezzo per i fatti del 25 settembre 2005, grazie all’indulto, devono scontare solo sei mesi. Ma quei sei saranno sotto forma di arresto e non, come richiesto dalle difese, in affidamento ai servizi socialmente utili. Per il quarto agente, Enzo Pontani, la sentenza arriverà a fine febbraio, sempre dalTribunale di Sorveglianza, per un vizio di notifica.
Una sentenza, quella del tribunale felsineo, che segna un precedente nella giurisprudenza italiana. “Dal 1975 ad oggi non si è mai registrato un caso di arresto per un delitto colposo”, argomentava prima della diffusione della notizia l’avvocato Gabriele Bordoni, difensore di Forlani. Una decisione insomma che fa scuola ma che non chiude ancora del tutto la battaglia per ottenere giustizia portata avanti dai genitori di Federico. Che ora attendono il pronunciamento del ministero a livello disciplinare, che potrebbe portare alla sospensione o addirittura alla destituzione dei quattro agenti dal corpo di Polizia dello Stato.
E infatti questa “è la prossima tappa della nostra battaglia per aggiungere un altro tassello, quello definitivo, verso la verità e la giustizia”, conferma il padre di Federico, Lino Aldrovandi. Per lui, che da quel 25 settembre ha iniziato a contare letteralmente i giorni da quando è orfano del figlio, “quella di oggi è una notizia che non mi rende felice, come in molti mi han chiesto, ma è quantomeno un segnale verso il cielo. Federico non tornerà, ma chi lo ha ucciso pagherà quaggiù per quello che ha fatto. Davanti a me rimangono le immagini del suo corpo martoriato e delle sue urla di aiuto, quei “basta!” rimasti inascoltati”.
Per Fabio Anselmo, l’avvocato che ha seguito la vicenda fin dai suoi inizi, “oggi è stato dato un segnale di speranza anche a chi sta portando avanti identiche battaglia, come Ilaria, Lucia e Domenica (rispettivamente sorelle e figlia di Stefano Cucchi, Giuseppe Uva e Michele Ferrulli,vittime di casi simili a quello di Aldrovandi); una speranza che la giustizia sia uguale per tutti”.
“È la condanna massima che il tribunale di sorveglianza poteva esprimere e l’ha espressa”, spiega la madre del ragazzo ucciso, Patrizia Moretti, “Una decisione che acquista un alto valore simbolico, non tanto per il carcere in sé, ma per chi vi è condotto. Premesso che chi uccide una persona merita di entrare in una cella, questo verdetto si allinea a una condanna sociale. Spero che sia il preludio alla loro radiazione dalla polizia. Le forze dell’ordine non devono ammettere né tollerare forme di violenza verso le persone. Questa è la condizione necessaria perché quello accaduto a Federico e ad altri come lui non accada mai più”.
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STRASBURGO, 29 GEN – L’amministrazione penitenziaria del carcere di Foggia non ha fornito cure adeguate a un detenuto, Bruno Cirillo, affetto da una paralisi parziale del braccio sinistro. La Corte dei diritti dell’uomo ha quindi condannato oggi l’Italia per trattamento inumano e degradante del detenuto riconoscendogli un risarcimento per danni morali di diecimila euro.
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I ribelli siriani hanno liberato più di cento detenuti nel corso di una battaglia contro le truppe del regime in un carcere alla periferia di Idlib, nel nordovest del Paese. Lo ha annunciato l’Osdh, l’Osservatorio siriano per i diritti umani. Almeno dieci ribelli sono stati uccisi nei combattimenti all’interno del carcere, ha indicato l’Osdh, che si basa su una rete di attivisti e medici per le sue ricostruzioni. “I ribelli sono riusciti a liberare più di cento prigionieri dalla scoppio dei combattimenti, ma non hanno assunto il controllo della prigione”, ha spiegato il direttore dell’Osservatorio, Rami Abdel Rahman.
I video pubblicati dagli attivisti hanno mostrato i ribelli all’interno del penitenziario, che si trova all’ingresso ovest della capitale provinciale. La città resta sotto il controllo del regime, mentre la provincia di Idlib è in larga parte nelle mani dell’opposizione. Decine di prigionieri sono state mostrate uscire dal carcere – sotto la protezione dei ribelli – mentre alle loro spalle si avvertivano raffiche di arma da fuoco ed esplosioni. La battaglia in carcere segue una giornata in cui 168 persone – 63 soldati, 60 ribelli e 45 civili – sono state uccise in tutta la Siria.
Fonte: Tm News, 27 gennaio 2013
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Un agente di polizia penitenziaria è rimasto ferito durante una rissa tra detenuti dell’istituto per minorenni di Acireale. Lo rende noto la Fns-Cisl di Catania. “Oggi poteva scapparci il morto – afferma il segretario del sindacato, Antonio Sasso – i pochi uomini rimasti sono allo stremo delle forze sia fisica che psicologica, per i continui turni massacranti scaturiti da tale carenza. O si invia subito un folto contingente di agenti – osserva il sindacalista – oppure l’Istituto penitenziario per minorenni di Acireale deve essere accorpato urgentemente con la struttura di Bicocca, a Catania”.
ANSA
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Noelia Cotelo Riveiro è una giovane donna da A Coruña, Spagna nordoccidentale, la sua condanna a servire è stata fissata ad un anno e mezzo, dopo aver rubato una macchina per acquistare della droga. All’interno della prigione, la situazione si è complicata, ed essa si è difesa dai carcerieri. Ora, 5 anni dopo, si trova ancora in carcere.
Il 23 Ottobre 2012, Noelia stava parlando con la sua madre al telefono, spiegando che cosa stava succedendo all’interno del carcere di Brieva (Ávila, Spagna centrale). Ad un certo punto, una guardia femmina l’ha invitata brutalmente a finire la conversazione, urlando verso di lei: “BRUTTA BASTARDA, METTI GIÙ IL TELEFONO”, ma lei ha rifiutato. Dopo una lite con la guardia umana, cinque altri carcerieri l’hanno costretto di lasciare il telefono afferrando il suo polso con forza e rompendolo. L’hanno spostato nella sua cella e l’hanno lasciata ammanettata al letto fino al giorno successivo, senza alcuna assistenza medica. Il giorno dopo, su suggerimento del medico del carcere, è stata trasferita in un ospedale per essere trattata. Le lesioni e le cure prescritte sono dettagliate nella relazione medica.
Durante la notte del 23 Ottobre fino alla mattina del 24, Noelia dormiva ammanettata al letto nella sua cella. Si svegliò ed ha colsi una guardia con il nome di Jesús (il quale avevano partecipato all’aggressione di sopra) che toccava il suo seno e il petto. Preso alla sprovvista e al tentativo di nascondere la propria identità, il carceriere ha gettato il contenuto di una bottiglia d’acqua in faccia di Noelia. Le detenute nelle celle adiacenti sono state svegliate dalla risa e dalla fuga del carceriere.
Inoltre, sembra che una delle valigie di Noelia (con i suoi vestiti invernali) è stata rubata dal magazzino della struttura carceraria. A quanto pare, i suoi vestiti sono stati distribuiti al resto delle prigioniere, dal momento che una di loro, Maria Luisa, ha restituito a Noelia alcuni dei suoi vestiti.
Come tutti sappiamo, questo non è una ricorrenza isolata; vogliamo segnalare la situazione di Noelia, così come quella di molte altre donne e uomini imprigionati che vengono sistematicamente aggrediti. Noelia è stata appena trasferita dalla prigione di Picassent (Valencia), dove aveva presentato una denuncia per maltrattamento.
Dopo questo e la presentazione di una nuova denuncia, Noelia ha iniziato uno sciopero della fame come mezzo di protesta, segnalando e ribellandosi contro la sua situazione, rendendo visibili gli atti i silenzi del sistema. Tuttavia, ha dovuto abbandonare dopo solo 5 giorni perché le guardie della prigione hanno usato il diritto della visita di sua madre per ricattarla e farle pressione per abbandonare la sua protesta.
Durante il mese di Novembre, una guardia femmina ha sbattuto la porta della cella sulla mano rotta di Noelia; le sono state negate le cure mediche; è stata costretta a fare la doccia con acqua fredda; le sue comunicazioni sono state intercettate, e, al fine di isolarla, le sono state negate le visite o le sue ore di visita sono state ridotte. Nei primi di Dicembre, i pasti di Noelia venivano serviti su vassoi preparati da prima, mentre il resto dei prigionieri poteva guardare il loro cibo mentre veniva servito; subito dopo aver mangiato, Noelia dormiva fino la sera, che non era la sua abitudine. Non le è stato permesso di controllare il suo cibo.
Il 9 Dicembre, una marcia è stata richiamata verso la prigione di Brieva a sostegno di Noelia e contro le torture quotidiane e gli abusi subiti in carcere. Decine di persone si presentarono per mostrare il sostegno e la solidarietà con la nostra compagna. Nonostante la forte presenza della Guardia Civile (polizia militare), è stata un’esperienza positiva. Non sono stati in grado di rompere i legami creati dalle grida di sostegno da parte delle donne dall’interno che abbiamo potuto sentire attraverso le mura della prigione.
Il 14 Dicembre, il prigioniero anarchico, Juan Carlos Rico Rodríguez, ha mostrato la sua solidarietà con Noelia attraverso il seguente comunicato.
Oggi, ho saputo attraverso alcuni amici che una compagna nel carcere-macello femminile di Brieva, è stata torturata, e che le guardie carcerarie hanno anche cercato di molestarla sessualmente (cosa che non è “anormale” per niente nelle carceri-macelli Spagnoli) . La nostra compagna si chiama Noelia Cotelo. Mia figlia Noelia (12 anni) e la mia altra figlia Selena (16 anni) sono imprigionate; Noelia si trova a Valladolid (Via Pajarillos 1) e Selena si trova ad Ávila, un altro centro di detenzione giovanile, come sono eufemisticamente chiamate le prigioni per i bambini. Sono stato in prigione per 14 anni. Eppure, sono perfettamente consapevole del fatto che in una società patriarcale come la nostra, le donne imprigionate portano un doppio fardello: il loro status come prigioniere, e come DONNE. Non riesco a eliminare i responsabili diretti di questa violenza contro le donne nelle istituzioni dello STATO OMICIDA con le mie mani (che è ciò che questi tiranni meritano). Perciò, voglio esprimere la mia SOLIDARIETÀ, non solo con Noelia e le mie figlie, ma estenderla anche a tutte le donne del mondo che soffrono la TORTURA della prigione. Dovremmo tenere a mente che qualsiasi tipo di sistema che infligge questo tipo di trattamento sulla popolazione “femminile” all’interno del carcere-macello, così come coloro che lo sostengono, è un sistema/persona malato. E tale “malattia” deve essere estratta dalle radici, qualsiasi sia il costo. In risposta a questa crudeltà, scendo in digiuno simbolicamente il 24 Dicembre, 25 e 31, 2012 e il 1 e 6 Gennaio, 2013.
ELIMINARE UNA VOLTA PER SEMPRE TUTTE QUESTE PRATICHE E LORO CHE LE PRATICANO!
Questo è anche un richiamo alla “società libera”: VENDETTA!
Juan Carlos Rico Rodríguez. Prigione-macello di Aranjuez (Braccio 1, Madrid, Spagna)
Il 14 Gennaio 2013, siamo stati informati che, dopo i disordini del fine Dicembre nel carcere di Brieva, l’orario di aria aperta di Noelia Orario è stato ridotto dalle 3 ore a 1 ora al giorno – o talvolta solo mezz’ora. Oltretutto, la guardia carceraria che l’aveva aggredito sessualmente ha presentato una contro-denuncia contro Noelia, dicendo che era lei l’aggressore; ora lei è quella che soffre le conseguenze, trascorrendo 28 giorni in isolamento.
Dopo tutto questo la nostra compagna non è ancora disposta a contribuire al proprio silenzio ed accettare questi termini. Noelia ha deciso di iniziare uno sciopero della fame a tempo indeterminato l’8 Gennaio, con il sostegno de* suo* compagn* prigionier* in lotta. Le sue richieste sono:
* La fine dei maltrattamenti, delle torture, dei trattamenti degradanti, dei pestaggi, e degli abusi verbali in tutte le carceri;
* La fine della collusione tra medici e giudici;
* Non più un episodio di violenza sessista contro le donne, non più nonnismo e non più un assalto sessuale. Nessun carceriere di sesso maschile negli bracci e le carceri femminili;
* Che nessuna legge o sentenza possa separare una famiglia. No alla dispersione di quelli in prigione. Ogni persona deve rimanere nel suo luogo di residenza. che non ci siano più costanti trasferimenti da un carcere all’altro;
* Che tutte le persone in carcere sono trattate con dignità, che sono forniti con i loro trattamenti, che sono frequentati dal personale medico necessario. Che tale servizio sanitario, qualcosa di così universale, raggiunga tutti. Che non ci siano più MORTI in carcere. Basta con i casi di mallasanità;
* Che non ci vengono dette più bugie – la riabilitazione non è umiliazione. Non abbiamo bisogno di essere assimilati da nessuna parte, abbiamo bisogno di rispetto. L’odio e la violenza generano solo più odio la violenza;
* Che la cosiddetta trasparenza raggiunga le istituzioni penitenziarie e qualsiasi cosa a loro riguardo. Fine all’impunità. Non più insabbiamenti degli omicidi di Stato;
* Che questa farsa volge al termine. Che la povertà non sia punita con la reclusione, che le prigioni traggono profitto dalla povera gente. Che questo sistema mercantilista finisca. Siamo persone, non monete.
Il 16 Gennaio, Noelia ha chiesto di visitare il medico perché aveva un’infezione all’orecchio che si era diffusa alla bocca, diventando molto infiammata. Ma le guardie della prigione hanno risposto che nessun medico l’avrebbe ricevuta, ma se voleva, un carceriere chiamato Adelardo l’avrebbe assistita. Un po’ prima, questo stesso carceriere le ha dato un dosaggio sbagliato di metadone e quasi la fece morire di overdose. Quando arrivò, Noelia gli chiese se poteva andare da un medico, e lui rispose che non aveva bisogno di un medico, perché sarebbe morta lì. Dopo questo incidente con il carceriere Adelardo, Noelia è stata spostata in un’altra cella con una finestra aperta… perfetta per la sua infezione all’orecchio. Si noti che non c’è il riscaldamento nel carcere di Brieva (dove le temperature massime sono 10°C) e che la maggior parte dei suoi abiti invernali sono stati rubati.
Il 25 Gennaio, c’è stato un raduno in piazza Paeria (Lleida) a sostegno di Noelia, che è ancora in sciopero della fame.
Noelia non è sola!
Abbasso le prigioni! Non più prigionieri!
Se volete scrivere e mostrare il vostro sostegno:
Noelia Cotelo Riveiro
CP. Brieva
Ctra. de Vicolozano; 05194
Brieva – (Ávila)
Spain
Fonte
Commenti disabilitati su Spagna: Sul caso della prigioniera in lotta Noelia Cotelo Riveiro | tags: abusi, anticarceraria, carcere, CordaTesa, Noelia Cotelo Riveiro, penitenziario femminile, prigioniera politica, repressione, solidarietà, spagna | posted in Contro carcere, CIE e OPG, Dentro le mura, Tutti
Dai compagni di PublicacionRefractario si viene a sapere che i prigionieri del modulo 31, del carcere -impresa (Concessionada) di Llancahue, il 5 gennaio scorso hanno protestato contro gli abusi nei loro confronti. I secondini e il personale anti-sommossa hanno represso la protesta assalendo con i cani e picchiando i prigionieri. I detenuti hanno contattato vari gruppi di media e praticamente hanno fatto sapere che un detenuto è sul punto di perdere un rene a causa delle percosse.
I 16 prigionieri del modulo hanno detto, inoltre, che i carcerieri hanno rotto loro gli oggetti di igiene personale di rompere la loro igiene personale e spruzzato sul loro cibo un gas-pepe, oltre alla furiosa aggressione.
Secondo l’ospedale della prigione il detenuto ferito non aveva lesioni di ogni tipo, poi uno dei paramedici ha rivelato con una spiegazione imbarazzante che “questo era dovuto al fatto che l’uomo era nero, così non gli è stato possibile vedere le ferite “.
L’Istituto Nazionale dei Diritti Umani ha lanciato un appello contro le guardie con l’accusa di tortura, ha nominato un procuratore speciale della corte di appello (Dario Carreta), ha arrestatoo il ministro della giustizia (Patricia Perez) ed il capo della gendarmeria(Luis Masferrer) determinando l’avvio di una indagine sui fatti accaduti.
Fonte
Commenti disabilitati su Valdivia, Cile: protesta detenuti repressa con botte e cani! | tags: anticarceraria, botte e cani, carcere, cile, CordaTesa, penitenziario, protesta detenuti, repressione, rivolta, valdivia | posted in Contro carcere, CIE e OPG, Dentro le mura, Tutti
In allegato i file della discussione con Alfredo Maria Bonanno “Prospettive di lotta contro il carcere” tenutasi il 24 novembre 2012 al FOA Boccaccio di Monza.
Alfredo(1) DiscussioneAlfredo DiscussioneAlfredo2
Buon ascolto
Commenti disabilitati su Registrazione 24 novembre 2012 | tags: Alfedo Bonanno, carcere, CordaTesa, FOA Boccaccio, monza | posted in Comunicati, critiche e riflessioni, Contro carcere, CIE e OPG, Download
Ragazzini nel carcere con gli adulti: choc in Inghilterra
Minorenni trasferiti nelle strutture penitenziarie ordinarie, in violazione della Convenzione sui Diritti dell’Infanzia delle Nazioni Unite: nel Regno Unito si grida allo scandalo.
Minorenni nelle galere per adulti. Una eventualità che viola gli accordi internazionali sul tema dei diritti dei minori. Il fatto scrive il quotidiano Independent, è avvenuto in Inghilterra e il ministro britannico della Giustizia Minorile, Jeremy Wright, ha ammesso che nel 2011 alcuni minorenni sarebbero stati trasferiti dalla custodia minorile, alle carceri. La questione era già all’attenzione della politica inglese da qualche tempo e, come già detto, vìola l’articolo 37 della Convenzione sui Diritti dell’Infanzia delle Nazioni Unite, che obbliga “la separazione carceraria tra adulti e minori, a meno sia necessario per il minore rimanere in costante presenza di adulti”.
Dopo essere stata dibattuta per la prima volta in Parlamento lo scorso 10 gennaio, la questione dovrà essere affrontata con grande rapidità per non incorrere nelle sanzioni delle Nazioni Unite.
Gb non rispetta condizioni carcere donne
Ignorati standard dettati da Onu, centinaia i casi
La Gran Bretagna e’ lontana anni luce dagli standard delle Nazioni Unite sulla detenzione carceraria femminile e secondo uno studio le condizioni in cui le donne sono tenute in prigione sono in un gran numero di casi “ingiuste, sbagliate, non rispettose dei diritti umani”. Lo studio, condotto da Rachel Halford, direttrice del gruppo ‘Donne in carcere’, sostiene che il Regno Unito pur avendo firmato 2 anni fa un protocollo sui nuovi standard dell’Onu non ha finora ottemperato a tali direttive.
Fonte 1 e 2
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Sembrava la solita agenda-regalo, ma si trattava di un ordigno esplosivo. Paura al carcere di Pagliarelli di Palermo dove un pacco bomba è stato consegnato a un sovrintendente di polizia penitenziaria in servizio. Pensando, dal mittente, che si trattasse di un’agenda spedita da un sindacato di polizia, l’ha portato a casa, dove l’ha aperto, rendendosi conto poi dell’ordigno, che fortunatamente non è esploso: le batterie si sarebbero scaricate per via del tempo troppo lungo trascorso tra la spedizione e la sua apertura.
Il fatto, che risale al 22 gennaio scorso, è stato reso noto dal vice segretario generale dell’Osapp, sindacato degli agenti di custodia, Mimmo Nicotra. «Il sovrintendente al quale era destinato – ha detto Nicotra – stava trascorrendo un periodo di ferie. Quando è tornato in servizio, pensando che il sindacato, al quale peraltro non è iscritto, gli avesse spedito un’agenda, l’ha portato a casa. Quando si è accorto dell’ordigno ha chiamato gli artificieri». «Fortunatamente – ha aggiunto Nicotra – il lasso di tempo tra la spedizione dell’ordigno e la sua apertura è stato abbastanza lungo da favorire l’azzeramento delle batterie che presumibilmente avrebbero dovuto garantire prima l’innesco e poi l’esplosione del pacco bomba».
«Questo episodio è molto grave – chiosa Nicotra – e prima che in Sicilia si torni indietro di decenni lo Stato deve porre in essere immediati correttivi al sistema penitenziario prevedendo da subito l’incremento di personale di polizia penitenziaria ed un progressivo sfollamento delle strutture penitenziarie. Questa volta si può parlare fortunatamente di un pacco bomba inesploso, ma fino a quando si potrà contare solo sulla buona sorte?».
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MODICA – 28/01/2013 – I poliziotti erano andati a prelevarlo ma l´uomo se l´era filata da una porta secondaria
Fugge da casa, dov’era ai domiciliari, per non farsi trovare dai poliziotti che avevano bussato alla porta per condurlo in una casa di cura e custodia del centro Italia. Adesso si ritrova di nuovo rinchiuso nel carcere di Piano del Gesù a Modica Alta. Quest’ultimo colpo di testa è costato caro al modicano Salvatore Cataldi, 46 anni, di recente finito in manette per aver picchiato un´avvocatessa 40enne a Ragusa dopo che quest’ultima si era rifiutata di difenderlo in un’aula di tribunale. Proprio a seguito di questo episodio, gli agenti si erano presentati ieri mattina al domicilio dell’uomo per notificargli il provvedimento di custodia emesso dal tribunale di Messina, che, come accennato, disponeva il ricovero in un centro specializzato.
Cataldi, invece di aprire ai poliziotti, se l’è filata da una porta secondaria sul retro, di cui gli agenti ignoravano l’esistenza. C’è voluto poco per scoprire la fuga del modicano, che, poche ore dopo, si è convinto a far rientro a casa, dove i poliziotti lo stavano ancora attendendo. A causa di questo ennesimo colpo di testa, però, la destinazione è cambiata: non più la casa di cura, ma la cella del carcere. Salvatore Cataldi non è nuovo ad episodi del genere: oltre a picchiare l’avvocatessa di Ragusa, l’uomo aveva tempo fa danneggiato il portone dello studio di un altro avvocato di Modica, spingendosi addirittura a minacciare un giudice nel corso di un’udienza al tribunale di Ragusa.
Era stato il gip del tribunale modicano a concedere i domiciliari a Cataldi, dopo che questi, nell’interrogatorio di garanzia, si era avvalso della facoltà di non rispondere sull’episodio delle botte all’avvocatessa.
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Dopo 4 anni è stato finalmente rilasciato anche l’attivista contro la vivisezione Gavin Medd-Hall, che si trovava in carcere dal Gennaio del 2009 con accuse di “cospirazione” in riferimento alla campagna SHAC, contro il laboratorio inglese di sperimentazione Huntingdon Life Sciences.
La pesante repressione scatenatasi negli ultimi anni, specialmente in Inghilterra e Usa, contro gli attivisti della campagna SHAC è nota. È degli ultimi giorni la notizia di ulteriori arresti in Inghilterra.
Il 25 Ottobre 2010 sei attivisti di liberazione animale (Alfie Fitzpatrick, Tom Harris, Jason Mullen, Nicola Tapping, Nicole Vosper, Sarah Whitehead) sono stati condannati per il loro coinvolgimento nella campagna SHAC (Stop Huntingdon Animal Cruelty). Gli attivisti avevano patteggiato riguardo ad accuse di “cospirazione ad interferire nelle relazioni contrattuali di un’organizzazione che fa ricerca su animali” o “cospirazione al ricatto” verso compagnie legate al noto laboratorio di sperimentazione animale Huntingdon Life Sciences.
Sette altri attivisti (Dan Amos, Gregg Avery, Natasha Avery, Gavin Medd-Hall, Heather Nicholson, Gerrah Selby, Dan Wadham) sono stati incarcerati nel Gennaio 2009 in seguito a condanne su accuse simili.
La persecuzione puramente politica e le condanne dure e ingiuste sono un tentativo del governo inglese di distruggere il dissenso e di fermare chiunque tenti di opporsi alla vivisezione.
Dan Amos
Dopo aver scontato 2 anni di carcere, Dan è stato rilasciato nel Luglio 2010.
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Gregg Avery
Gregg è stato rilasciato in Ottobre 2011 dopo aver completato la sua sentenza di 9 anni.
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Natasha Avery
Natasha è stata rilasciata in Ottobre 2011 dopo aver completato la sua sentenza di 9 anni.
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Alfie Fitzpatrick
Sentenza: 1 anno con pena sospesa.
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Tom Harris
Sentenza: 5 anni.
In Gennaio 2011, alla sentenza originaria di Tom (4 anni) è stato aggiunto 1 anno dopo che è stato riconosciuto colpevole di coinvolgimento in vandalismo contro compagnie legate ad Huntingdon Life Sciences nel 2008.
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Gavin Medd-Hall
Gavin è stato rilasciato in Gennaio 2013 dopo aver scontato 4 anni su una sentenza di 8 anni.
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Jason Mullen
Jason è stato rilasciato in Ottobre 2011 dopo aver completato la sua sentenza di 3 anni.
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Heather Nicholson
Heather è stata rilasciata in Novembre 2012 dopo aver completato la sua sentenza di 11 anni.
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Gerrah Selby
Gerrah è stata rilasciata nel Gennaio 2011.
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Nicola Tapping
Nicola è stata rilasciata in Marzo 2011 dopo aver completato la sua sentenza di 1 anno e 3 mesi.
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Nicole Vosper
Dopo aver scontato 21 mesi in prigione, Nicole è stata rilasciata nel Dicembre 2010.
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Dan Wadham
Dan è stato rilasciato in Luglio 2011 dopo aver completato la sua sentenza di 5 anni.
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Sarah Whitehead
Sarah è stata rilasciata dal carcere in Giugno 2012 dopo aver completato la sua sentenza di 6 anni.
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