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Dopo 23 anni da innocente in carcere, rischia di morire d’infarto a due giorni dalla scarcerazione

images11Dopo 23 anni trascorsi ingiustamente in carcere, David Ranta ha rischiato di morire d’infarto durante il suo secondo giorno di libertà. L’uomo, 58 anni, era stato scarcerato a New York dopo aver visto cadere le accuse nei suoi confronti per l’omicidio di un importante rabbino della città, Chaskel Werzberger, avvenuto nel 1990, e per cui era stato condannato a 37 anni e mezzo di detenzione.

Ranta era alloggiato in un albergo della città assieme alla sua famiglia, proprio per avere il tempo di abituarsi alla nuova situazione, dopo un quarto di secolo vissuto all’interno di un carcere. Poche ore prima di sentirsi male, Ranta aveva confessato in un’intervista televisiva: “Sono sopraffatto. Adesso, mi sento come se stessi nuotando sott’acqua”.

La notte di venerdì, Ranta ha accusato dolori alle spalle e alla schiena, poi ha sentito molto caldo; in un primo momento, i familiari avevano pensato a un attacco di panico; poi, è stato portato in ospedale, dove i dottori gli hanno riscontrato l’occlusione totale di un’arteria e quella parziale di un’altra, e gli hanno applicato uno stent. A raccontarlo al New York Times è stato l’avvocato di Ranta, Pierre Sussman, che ha specificato che il suo assistito non aveva mai avuto problemi cardiovascolari.

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Sparò al direttore di banca Infarto in carcere: è grave

tumblr_m2c8hpAYo91rsdqlco1_1280PADOVA — Ha avuto un malore e si è accasciato nella cella del carcere di Treviso, dove si trova da circa due settimane. Luciano Franceschi, 54enne imprenditore di Borgoricco che l’11 febbraio scorso ha sparato a Pierluigi Gambarotto, direttore del credito cooperativo di Campodarsego, si trova ora in gravi condizioni nell’ospedale Ca’ Foncello. Franceschi, agli arresti per tentato omicidio volontario, è stato sottoposto ad accertamenti e cure e le sue condizioni sarebbero stazionarie. Dal punto di vista giudiziario invece la sua posizione sembra vacillare: è stato infatti depositato il verbale delle dichiarazioni fatte in ospedale dal direttore della banca colpito al ventre, e sembra che le due versioni, quella di Gambarotto e quella di Franceschi, siano discordanti. Il ferito dice infatti di aver discusso inizialmente con Franceschi della rinegoziazione di un fido, sul quale l’imprenditore avrebbe posto delle condizioni inaccettabili dal punto di vista della banca.

Alla risposta negativa del direttore, Franceschi avrebbe cominciato ad agitarsi, e quando Gambarotto si è alzato per accompagnarlo alla porta, il 54enne di Borgoricco avrebbe preso la pistola sparandogli all’addome. L’indagato invece aveva detto che ci sarebbe stata un momento di concitazione, e che non aveva intenzione di sparare al direttore, ma solo di mettergli paura e creare panico in banca, sequestrando tutti per attirare l’attenzione sulla «causa venetista». Relativamente alle dichiarazioni di Gambarotto, c’è da dire che l’uomo è apparso lucido e consapevole nel racconto di quell’incontro, salvo poi svelare qualche difficoltà nel definire nel dettaglio i momenti immediatamente precedenti allo sparo. Probabilmente il trauma subito non consente al direttore della banca di mettere ancora ordine negli attimi prima dei due colpi che gli hanno perforato l’addome. Di certo c’è che secondo la sua versione Franceschi avrebbe alzato la pistola all’improvviso e premuto il grilletto. Gambarotto è ancora in ospedale, ma sta migliorando, la sua vita è rimasta appesa a un filo per una settimana, ha subito un lungo intervento, ma da una decina di giorni circa l’uomo è fuori pericolo. E per un beffardo gioco del destino ora è proprio l’uomo che gli ha sparato ad essere in gravi condizioni in ospedale. Prima di sentirsi male Franceschi ha fatto richiesta di scarcerazione davanti al tribunale del Riesame.

Il documento ai magistrati lo ha scritto di suo pugno e in completa autonomia, all’insaputa anche del legale che lo sta seguendo, l’avvocato penalista padovano Giovanni Lamonica. Si tratta di un altro gesto di dimostrativo contro lo Stato italiano, una presa di posizione che in carcere si è andata rafforzando, stando a quanto diceva qualche giorno fa il fratello Enzo. Sembra infatti che tra i pensieri di Franceschi dall’11 febbraio a oggi i problemi finanziari dei caseificio di Borgoricco siano andati in secondo piano. Quelle ansie che lo avevano preso per aver sforato il fido, che lo preoccupavano dopo la perdita della moglie, sono state travolte dalla volontà di portare avanti la causa del Veneto libero e indipendente rispetto a uno Stato visto solo come un’invasore che chiede tasse senza dare nulla in cambio. L’obiettivo è infatti proseguire, anche dal carcere con la battaglia di carte e burocrazia che lo porteranno, dice lui, fino a Bruxelles. Di certo quello Stato italiano che Franceschi non riconosce dovrà processarlo per quei due colpi sparati contro un direttore di banca che peraltro conosceva da tempo. In ogni caso ora Franceschi dovrà superare l’attacco di cuore che lo ha colpito sabato e che lo vede sul letto di un ospedale, sottoposto a cure che gli stanno salvando la vita, prestate gratis da quello stesso Stato che lui detesta.

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Muore in carcere per infarto

infarto copia_bdE’ morto stamattina all’ospedale di Asti, dove era piantonato da alcuni giorni per problemi cardiaci, il boss della ‘ndrangheta torinese Giovanni Iaria, 65 anni. Era in carcere, ad Asti, dallo scorso ottobre, dopo la condanna con rito abbreviato a 7 anni e 4 mesi per associazione per delinquere e voto di scambio nell’ambito del processo Minotauro. Di origini calabresi, Iaria era stato mandato al confino a Cuorgnè, dove negli anni 80 era stato consigliere comunale e assessore.

Iari, secondo gli inquirenti, era affiliato alla ‘ndrangheta almeno dal 1997, partecipe della ‘società maggiore’ con la dote di ‘padrino’. Il suo nome compare nelle carte del maxi processo sulla presenza della ‘ndrangheta in provincia di Torino, che ha portato all’arresto complessivo di 145 persone.

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Rebibbia, detenuto muore dopo malore

si è sentito male dopo una seduta di ginnastica. Soccorso con il defibrillatore dal personale presente, è stato immediatamente trasferito all’ospedale “Sandro Pertini” dove, pero’, è deceduto poco dopo il suo arrivo

bacioL’uomo era detenuto in una cella della sezione G 9 del carcere di Rebibbia N. C., quella riservata ai cosiddetti reclusi precauzionali, proveniente da Genova. Ex carabiniere della stazione di Genova-Sampierdarena, sospeso dall’Arma, Schena stava scontando una condanna per  una serie di reati fra i quali la vendita di falsi titoli onorifici del “Sovrano Ordine di Malta e di Cilicia” e falsi attestati di onorificenza dell’Onu in cambio di denaro da destinare a suo dire a scopi benefici.

“Quest’uomo non soffriva, almeno in apparenza, di patologie così gravi da metterlo a rischio di vita – ha detto il Garante dei detenuti – Il problema, pero’, è che gli attuali livelli di sovraffollamento, la carenza di risorse e le gravi difficoltà in cui versa la sanità penitenziaria del Lazio, fanno sì che le carceri non siano le strutture più adeguate a garantire livelli ottimali di tutela della salute alle persone che vi sono recluse”.

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Catania, Muore in carcere per infarto

Morto un boss di peso della violenta mafia della provincia di Caltanissetta. Si tratta di Rosario Lombardo, considerato personaggio di spicco di Cosa nostra di Niscemi, deceduto per infarto nel carcere di Catania, a Bicocca, all’età di 52 anni.

infarto-2-380x270Era finito in cella con l’accusa di associazione mafiosa e per avere progettato di uccidere i figli, due dei quali ancora minorenni, di due collaboratori di giustizia niscemesi, pronti a fare luce sull’organizzazione criminale e sulle strategie economie del clan.

Lombardo era chiamato “Saru cavaddu” ed era ritenuto un boss influente nella determinazione degli equilibri mafiosi. Oggi i funerali del boss nella sua Niscemi: durante le esequie un ladro ha tentato di rubare nell’abitazione di uno dei partecipanti al rito, ma, sorpreso dal proprietario e da conoscenti, è stato linciato.

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