Category Archives: Contro carcere, CIE e OPG

Detenuto ultrasettantenne rinchiuso in carcere a Catanzaro

mani-anzianoCosa ci fa in Carcere un uomo di 77 anni ? Se lo è chiesto l’Ecologista Radicale Emilio Enzo Quintieri quando, nelle scorse settimane, insieme al Vice Presidente del Consiglio Provinciale di Catanzaro Emilio Verrengia ed al Senatore della Repubblica Francesco Ferrante (Pd) si è recato presso la Casa Circondariale di Catanzaro Siano prima per raccogliere le sottoscrizioni dei detenuti per la presentazione della Lista “Amnistia, Giustizia e Libertà” e poi per effettuare una Visita Ispettiva in tutto l’Istituto Penitenziario. L’ultrasettantenne infatti, così come molti altri detenuti ristretti in quel Penitenziario, ha voluto sottoscrivere la Lista Radicale promossa dall’On. Marco Pannella. Mentre il cetrarese Quintieri, provvedeva ad annotare le sue generalità rimaneva stupefatto nel rilevare, appunto, la sua età avanzata e chiedeva a quell’anziano detenuto, apparso visibilmente stanco e molto provato, per quale motivo si trovava in carcere. Nella stanza oltre al radicale ed al Consigliere Verrengia vi era presente il personale della Polizia Penitenziaria ed il Comandante del Reparto, il Commissario Aldo Scalzo. Quest’uomo, G.B.B., classe 1936, rispondeva che era stato arrestato dalla Polizia di Stato della Questura di Catanzaro perché sorpreso ad irrigare una piantagione di marijuana e perché, in una baracca, situata nelle vicinanze della piantagione era stato trovato un fucile calibro 12 rubato nel 1991 con 105 cartucce per fucile di vario calibro. Subito dopo il candidato Deputato Emilio Enzo Quintieri chiedeva al detenuto settantasettenne, più precisamente, quale fosse la pena residua che avrebbe ancora dovuto espiare. “il mio avvocato dice che mi manca solo un anno da fare e poi ho finito.”.

Questa vicenda ha dell’incredibile. Non è possibile che una persona di 77 anni debba espiare la sua pena in un Carcere come quello di Catanzaro Siano che, tra l’altro, è gravemente sovraffollato e pieno di criticità. Questo signore non è stato condannato per reati di particolare allarme sociale e non mi pare che sia pericoloso anzi, credo che nelle sue condizioni, sia del tutto innocuo e che quindi potrebbe ottenere la concessione del beneficio della detenzione domiciliare anche perché, l’Art. 47 ter dell’Ordinamento Penitenziario – afferma l’Ecologista Radicale Emilio Enzo Quintieri – stabilisce che la pena della reclusione per qualunque reato, eccetto quelli ostativi previsti dall’Art. 4 bis, può essere espiata nella propria abitazione o in altro luogo pubblico di cura, assistenza ed accoglienza, quando trattasi di persona che, al momento dell’inizio dell’esecuzione della pena, o dopo l’inizio della stessa, abbia compiuto i 70 anni di età purché non sia stato dichiarato delinquente abituale, professionale o per tendenza e non sia stato mai condannato con l’aggravante di cui all’Art. 99 del Codice Penale. Anzi, al condannato al quale sia stata applicata anche la recidiva prevista dall’Art. 99 può essere concessa la detenzione domiciliare se la pena detentiva inflitta, anche se costituente parte residua di maggior pena, non supera i 3 anni. Nel nostro caso il detenuto G.B.B. avrebbe da scontare ancora solo 12 mesi di reclusione e potrebbe beneficiare anche della Legge nr. 199/2010 così come modificata dalla Legge nr. 9/2012 conosciuta meglio come “Legge Svuotacarceri” che, proprio per ridurre il sovraffollamento carcerario, ha previsto la possibilità che le pene non superiori a 18 mesi possano essere eseguite presso il proprio domicilio.

Non capisco dunque – prosegue il candidato alla Camera dei Deputati per la Lista “Amnistia, Giustizia e Libertà” – per quale motivo questa persona ultrasettantenne, non socialmente pericolosa, debba restare ancora in Carcere. Mi auguro che la Dott.ssa Angela Paravati, Direttore del Carcere di Catanzaro Siano, indipendentemente dalla richiesta del detenuto o del suo difensore, segnali questa situazione all’Ufficio del Magistrato di Sorveglianza di Catanzaro affinché quest’ultimo possa esaminare e valutare con tempestività la concessione  in favore di G.B.B. della misura alternativa della detenzione domiciliare revocando quella inframuraria a cui si trova sottoposto. Sarebbe del tutto assurdo oltre che inumano ed incivile – conclude il radicale Emilio Enzo Quintieri – che questo anziano continui a restare in prigione, specie in quella di Catanzaro nella quale a fronte di una capienza regolamentare di 354 posti vi sono attualmente rinchiuse 569 persone detenute.

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Iraq: autobomba davanti carcere a Baghdad, un morto

bombaBaghdad– E’ di almeno un morto e cinque feriti il bilancio dell’esplosione di un’autobomba davanti all’entrata di un carcere nella zona settentrionale di Baghdad. Lo ha riferito una fonte del ministero dell’Interno iracheno citata dall’agenzia d’informazione ‘Xinhua’. Non e’ chiaro ancora se la deflagrazione ha provocato l’evasione di detenuti dalla prigione.

Fonte: Adnkronos


Trattamento sanitario obbligatorio per le neo-mamme

Non è il titolo di una nuova soap opera, ma è l’ennesimo tentativo di imbottire di psicofarmaci chi sta per avere o ha appena avuto un bambino, che a sua volta riceverà la sua dose tramite l’allattamento, due piccioni con una fava. Un’eventualità che potrebbe riguardarti se una nuova proposta pro farmaci venisse approvata.

DepressionePostPartum-300x225Questo è business, creato ad hoc tramite i media. Basta mettere nelle news tre o quattro casi di madri che gettano il loro figlio dalla finestra, mettere in moto una delle tante associazioni di categoria (lobby), quella dei ginecologi per esempio, che fa pressione sui politici presentando statistiche false (arrotondate con qualche zero in eccesso), ragioni costruite, sempre ad hoc, per cui è necessario riempire di farmaci le mamme, la cosa segue gli iter burocratici, magari con procedura di urgenza e alla fine il Ministro della Salute approva.

Fazio ci deve ancora dire come è andata a finire con i milioni di euro che ci ha fatto spendere per i vaccini per la pandemia della suina, vaccini che tuttora vengono refrigerati (a pagamento) in celle frigorifere in tutta Italia, per poi essere smaltiti come rifiuti speciali (a pagamento) alla data di scadenza, se non troviamo qualche paese africano che ce li compra a prezzo scontato, di modo che “quegli ignorantoni del terzo mondo” possano farci da discarica biologica a buon prezzo.
Il TSO “anti-infanticidio” è un grosso business al pari di quello delle vaccinazioni. Il mercato dei vaccini obbligatori riversa i suoi veleni su milioni di bambini, più e più volte con i richiami, e moltiplicato per euro o dollari rende felici gli azionisti delle multinazionali farmaceutiche.

Nel mondo l’obbligo vaccinale si sta estinguendo, in Italia siamo fra gli ultimi, probabilmente siamo più duri di comprendonio, o forse fra i nostri politici e le lobby ci sono interessi più consolidati che in altri paesi. Ci sono già alcune regioni che hanno tolto l’obbligo, quindi prima o poi le vaccinazioni diventeranno facoltative in tutta Italia. Le mamme, milioni di mamme costituiranno il nuovo mercato che si affiancherà a quello delle vaccinazioni, che comunque continuerà, perchè la disinformazione e il terrorismo vaccinale sono comunque difusi.

Il network farmaceutico ora cerca di dare inizio a un nuovo settore di mercato, quello delle mamme, imbottendole di psicofarmaci che hanno nella lista degli effetti collaterali la “possibile insorgenza di pensieri omicidi e suicidi” così anche chi non avrebbe mai di suo tali pensieri, dopo la somministrazione di psicofarmaci avrà un bel da fare a cercare di fermarli mentre gli girano per la testa lottando contro un forte impulso a tradurli in azione. Quelli che non sono riusciti a trattenersi, durante l’arresto, quando non hanno posto fine anche alla loro vita, dichiarano sempre che era più forte di loro, dovevano farlo, quei pensieri non li lasciavano in pace. Ed è la verità, ma nessuno indaga mai sugli psicofarmaci al punto da far pensare che vi siano disposizioni in tal senso.

C’è anche da dire che la causa del problema di una madre che cerca di sopprimere il suo bambino non è da ricercarsi propriamente nel fatto che abbia partorito, ma a problemi che la persona stessa ha già, a prescindere dal parto.

Alcune di quelle madri, prima ancora di partorire, erano in cura da uno psichiatra o da uno psicologo e quando parli di cura in questo contesto stai parlando di somministrazione di psicofarmaci. Psicofarmaci che fra gli effetti collaterali includono “probabile insorgenza di pensieri suicidi ed omicidi”. Quindi anche una madre che normalmente non farebbe mai nemmeno un graffio al suo bambino potrebbe trasformarsi in un’infanticida se si manifestassero quel genere di impulsi provocati da psicofarmaci che sta prendendo per “curare” per esempio una depressione preesistente al parto.

La cronaca è piena di stragi familiari, in passato ho cercato di raccogliere tutti i casi per farne un articolo, ma non ho continuato, faccio fatica a fare gli aggiornamenti, dovrei tenere un database solo per quello.

La maggior parte delle persone responsabili di quelle stragi prendeva psicofarmaci con i suddetti effetti collaterali. Ma uno psichiatra vi dirà che la persona aveva già quel genere di turbe e istinti omicidi prima ancora di prendere i farmaci, nonostante vi siano studi che confermano che sono i farmaci la causa. Quando poi chi ha commesso tali delitti viene condannato e finisce in un manicomio criminale, la “cura” continua. Con psicofarmaci ovviamente, il business continua.

Il TSO per la depressione post-partum si rivela un fattore che può creare il problema che cerca di ”curare”, sempre fra virgolette, perché i farmaci non hanno mai guarito alcunché.

Non c’è alcuna intenzione di prevenire, ma solo di vendere farmaci, la pagina più accessibile dei siti delle case farmaceutiche è quella delle statistiche dei milioni, anzi miliardi, di dollari/euro fatturati.

Le pressioni sono forti, alle obiezioni, come il fatto che non si può applicare la stessa legge usata per calmare un pazzo furioso con dei punturoni da lobotomia chimica, rispondono con la proposta di emendamenti alla legge 180 che la addolciscano per adattarla all’atmosfera dei nastrini rosa e azzurri.

Questo significa che un giorno si potrebbero aggiungere altri emendamenti alla legge 180 anche per risolvere, per esempio, il bullismo nelle scuole, o per dare un calmata alla folla che si presenterà agli sportelli delle banche per avere indietro i soldi che non ci saranno più, o qualsiasi altra situazione che questa società in declino sta generando.

Questo che stanno cercando di fare è qualcosa che porterà passo dopo passo, in modo molto soft, a una incredibile riduzione della libertà individuale. Di fatto è un attentato alla nostra libertà.

Il problema non è il parto, ma il fatto che gli esseri umani oggi vivono in una società in cui stili di vita insostenibili rendono instabili gli individui, senza meta e confusi dal mare di disinformazione in cui sono immersi.

La maggior parte delle persone non sa nemmeno perché si trova su questo pianeta e nemmeno se lo chiede, semplicemente vive spinta da stimoli che provengono da ogni parte senza valutare se seguirli sarà a proprio beneficio o meno. Questo porta le persone a vivere insoddisfatte e spesso depresse e in questo mondo grigio c’è posto anche per una madre che uccide il suo bambino. E le case farmaceutiche hanno un ruolo determinante nel creare questa situazione globale e lo fanno tramite l’establishment medico-farmaceutico.

Ci sono diversi siti finanziati dalle case farmaceutiche, diversi appartengono a delle onlus, che si propongono come consulenti per la sindrome post parto, sono “familiari”, non farti fregare, sono fatti per portarti ad imbottirti di psicofarmaci. Questo vale anche per chi ritiene di essere arrivato all’ultima spiaggia: gli psicofarmaci danno il colpo di grazia.

Il TSO toglie alla persona tutti i diritti. La proposta include un assistente che controlla 24 ore su 24 che la madre non faccia male al bambino e deve vivere fianco a fianco fino a completa guarigione dalla sindrome post-parto. Avrebbe poteri di signore-padrone.

I medici che hanno intrapreso strade differenti a quella della prescrizione di farmaci e che non hanno accettato compromessi con il giuramento di Ippocrate sono rari e vanno stimati e aiutati a portare avanti quella che per loro è una missione.

Adesso è tempo di mondiali di calcio. Una nuova macchina mastodontica è stata messa in moto. I media parlano di “importantissimo evento mondiale”. Dedicheranno moltissime risorse, tante come non è mai stato fatto in precedenza, tanti programmi, rubriche, sezioni dei tg, ecc. tutto per distrarre la nostra attenzione dai problemi che dovrebbero essere risolti.

farmaci-integratori-contro-colesteroloOccorre guardare ed ascoltare con un certo distacco, senza eccessivo coinvolgimento, quell’entusiasmo è artificialmente creato e impedisce di vedere la reale situazione in cui viviamo.

E’ pure possibile che a fine mondiali ci si renda conto che emendamenti e leggi scomode siano state approvate in tale periodo.

Non possiamo permettere che tali proposte passino, tantomeno emendamenti alla legge 180. Anzi la legge 180 dovrebbe essere abolita.

La legge 180 applicata alle madri, emendata o meno si presterebbe sempre ad abusi
E’ necessario avere un po’ di lungimiranza per capire l’intero disegno:

Le madri possono venire costrette a prendere farmaci o perdere i loro figli. Infatti potrebbero venire considerate come irresponsabili e quindi i loro figli portati via e affidati alle istituzioni. Non è difficile convincere una madre: “Ti conviene prendere le pillole, sai altrimenti se non vuoi curarti, come fai a seguire i bambini, poi gli assistenti sociali questo lo devono scrivere sul rapporto… se poi ti portano via il bambino…” Pensi che non ci siano persone che arriverebbero a dire queste cose a una madre? Allora non conosci il mondo.

Alcune donne con depressione non rispondono ai farmaci e molte risolvono quello stato ansioso semplicemente con l’assunzione di integratori, vitamine e minerali e parlando con persone amiche e di fiducia.

Depressione e ansia possono insorgere durante la gravidanza, causate dall’alterazione ormonale indotta da un’alimentazione con carne e prodotti animali provenienti da allevamenti intensivi. Non esiste antidepressivo, o qualsiasi farmaco, che sia stato dimostrato di uso sicuro per la donna in gravidanza. Molti farmaci mettono anche a rischio il sano sviluppo del feto

Negli Stati Uniti ci sono centinaia di cause legali in atto per danni e morte di neonati attribuibili all’impiego di psicofarmaci durante la gravidanza. In Italia, che io sappia, non ce ne sono, perché l’informazione viene tenuta nascosta e nessuno indaga in tal senso.

Mancano ricerche sulla sicurezza dei farmaci sul feto e sui bambini durante l’allattamento. Mentre è vero che è stato riscontrato che i bambini sono drogati dai farmaci assunti dalla madre.

Lo screening “preventivo” erroneamente scopre gravi malattie mentali inesistenti e madri sane vengono forzate a prendere farmaci che possono danneggiare anche i loro bambini.

Questa proposta è barbara, metterla in atto va considerato un crimine contro l’umanità.

Una scienza che pensa di risolvere problemi che turbano un individuo legandolo o praticandogli la lobotomia chimica non è di nessuna utilità.

Il trattamento sanitario obbligatorio per delle future e neo mamme se approvato creerà un ulteriore disastro degno della stupidità di chi mira al profitto indiscriminato. Significa psichiatrizzare l’uomo fin nel grembo materno facendogli assorbire gli psicofarmaci dati alla madre, e poi come neonato, tramite un latte con psicofarmaci. Ma qualche lobby legata all’industria alimentare proporrà di porre “obbligo del latte in polvere per madri in TSO”.

Ricorda che la maggior parte dei presidenti delle case farmaceutiche ha una vita longeva. Non prendono ciò che consigliano al resto del mondo, si nutrono di alimenti biologici e ricorrono alle cure alternative quando ne hanno bisogno.

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Grecia: la democrazia che tortura

Pubblichiamo questi due brevi articoli tradotti dal blog atenecalling che fanno il punto sugli arresti attuati dai corpi speciali greci contro quattro militanti accusati di rapina a mano armata. Nella Grecia dei governi tecnici e della Troika, dei governi che cadono perché propongono referendum sulle riforme dell’austerità, succede anche che quattro giovanissimi ragazzi accusati di rapina vengono torturati per ore dalla polizia. E succede che dagli uffici centrali della polizia dell’Attica ad Atene, l’ormai famosa GADA, vengano diffuse immagini (come la foto in basso che pubblichiamo nell’articolo) dei quattro arrestati completamente photoshoppate, dove i segni del pestaggio vengono ridotti al minimo. Non appena svelata la grave contraffazione il ministro degli interni ha avuto anche il coraggio di dichiarare che “il ritocco è stato necessario per rendere gli arrestati riconoscibili”.  

04_rivolta_contro_lo_stato[1] Dopo un contatto telefonico con i genitori dell’arrestato Andreas-Dimitris Bourzoukos informiamo che tutti gli arrestati sono stati portati già da sabato sera (2 febbraio) a GADA (uffici centrali della polizia dell’Attica).
Oggi è stato il primo giorno, dopo una serie di dinieghi da parte della polizia, in cui i genitori hanno potuto contattare i propri figli, così come anche gli avvocati. Avevano 15 minuti a loro disposizione, al dodicesimo piano di GADA.
Per quel che riguarda Andreas-Dimitris Bourzoukos, è rimasto ammanettato a una sedia durante tutti i 15 minuti.  Ci ha informato che dentro le celle di Kozani, mentre era incatenato con le mani indietro, gli hanno messo un cappuccio sulla testa, lo hanno fatto inginocchiare e lo hanno picchiato per quattro ore sulla testa, sul viso, sul ventre. Gli hanno anche strappato i capelli. Questo è successo senza che lui mostrasse in alcun modo resistenza e, si intende, accompagnando il tutto con minacce, insulti e bestemmie. Le conseguenze di queste torture sono: lividi diffusi, stordimenti forti, dolori in testa, gonfiori su tutto il viso, ematomi in entrambi gli occhi, lividi e graffi dappertutto.
I genitori riportano che il suo viso era irriconoscibile e la sua voce cambiata dal pestaggio alla mascella. Inoltre, per tre giorni consecutivi gli hanno dato da bere solo acqua, mentre hanno vietato ai genitori di dargli qualsiasi cosa confezionata, come cibo o succhi.
Tutto questo non viene pubblicato per vittimizzare gli arrestati, ma per sottolineare le torture e la violenza “legale” degli apparati dello stato.
da athens.indymedia
03/02/2013
Tradotto da atenecalling

arrests-kozani
Due parole su Andreas-Dimitris Bourzoukos da un suo professore.
Mi chiamo Christos Ioannidis. Sono professore nelle scuole superiori da 23 anni. Sono il responsabile della rivista “Schooligans” e del festival studentesco “Schoolwave”.
Ho conosciuto Andreas-Dimitris Bourzoukos per tre anni (2005-2008). Era un mio studente nella scuola Musicale di Pallini.
Sono scioccato dalla notizia della sua partecipazione in una rapina a mano armata. Non so cosa lo abbia portato fin là. Voglio però parlare dei tre anni in cui l’ho conosciuto come studente, ma anche come volontario della rivista studentesca. Era un enorme piacere per me avere in classe ragazzi come Andreas-Dimitris. Era sensibile, intelligente, preoccupato.  No, non ascoltava heavy metal. Ascoltava il rock, Hadjidakis, Motzart. No, non era asociale. Al contrario, era molto amato dagli altri studenti. E ovviamente aveva anche lui una rabbia dentro, come tutti i ragazzi veri che scoprono durante l’adolescenza la società disumana ed ipocrita in cui viviamo. No, non era un cattivo studente, era uno studente bravo. Ha superato anche lui gli esami di ammissione all’università, scrivendo una tesina di quelle che il sistema chiede. I suoi genitori erano due persone molto dignitose. Venivano spesso a scuola per informarsi del suo rendimento.
Ad un certo punto ho saputo che suo padre era rimasto disoccupato. Me l’aveva detto amareggiato ed arrabbiato. Non so quante cause di rabbia si siano aggiunte da allora. Posso però immaginarne molte, visto che vivo anch’io in questa Grecia. Per il resto, mi dispiace e mi vergogno. Mi dispiace per Andreas-Dimitris che ha creduto, o almeno così sembra, alla violenza come risposta alla violenza del sistema. Mi vergogno però di più per la Grecia, che costringe ragazzi come Andreas-Dimitris ad arrivare a questo punto. Mi vergogno per i poliziotti che lo hanno torturato. Mi vergogno per i giornalisti che lo hanno già condannato. E mi vergogno per tutti quei cittadini insospettiti che terranno nella loro mente la sua immagine come un quella di un “terrorista”, mentre ignoreranno il suo viso deformato dal pestaggio per passare alla prossima notizia.
La deformazione è tutta nostra però.
Tratto da lifo
Tradotto da atenecalling

Fonte infoaut


Israele, carcere per otto bambini palestinesi per lancio sassi

intifadaRAMALLAH (IRIB) – Il Tribunale di Ofer a ovest di Ramallah, ha emesso ieri le condanne nei confronti di otto bambini della città di Beit Ummar, a nord di Hebron, lo riferisce Mohammed Awad, il portavoce del Comitato popolare nel villaggio di Beit Ummar.

I piccoli Ayesh e Bilal Awad sono stati condannati a 18 mesi di carcere e al pagamento di 4mila shekel, Ahmed e Sami Abu, Abu Maria e Mohab a 14 mesi e una multa di 4000 shekel, mentre il Tribunale ha condannato la durata effettiva di undici mesi  Khalil Abu Maria e la multa a suo carico pari a 5mila shekel. Tutti i bambini sono stati condannati al carcere, con l’accusa di aver lanciato pietre contro veicoli militari israeliani.

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TSO ad una vecchietta di 90 anni perché sfama i piccioni

Il 23 gennaio nonna Elvezia è stata prelevata con la forza da un esercito di vigili urbani, vigili del fuoco e personale ospedaliero e rinchiusa per un trattamento sanitario obbligatorio in psichiatria. Scriviamo e protestiamo tutti/e per questa ennesima vergogna!
piccioni“Nonna Elvezia è stata portata via da un esercito di polizia municipale, vigili del fuoco e personaleospedaliero. Per lei un Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO), dichiarata incapace di intendere e di volere perché ha dedicato la sua intera vita a sfamare questi poveri animali, ultimi tra gli ultimi.
Dopo anni di braccio di ferro è stata sgomberata dalla sua abitazione, dove sfamava molti piccioni, ed è stata portata in una struttura, l’amministrazione ha totalmente ignorato le proposte che da mesi le associazioni animaliste hanno presentato, cioè di trovare una soluzione per permettere a nonna Elvezia di continuare a sfamare i piccioni, magari in un’area diversa venendo anche incontro al resto del quartiere. Il comune non ha voluto in alcun modo trattare e ha voluto fare la voce grossa contro una vecchietta indifesa che chiedeva solo di poter sfamare i suoi amici piccioni.
Inviate e-mail di protesta al comune di Savona per chiedere che venga immediatamente rilasciata Nonna Elvezia e che possa proseguire a curare i suoi piccioni. Chiediamo inoltre al comune cosa ne è stato di tutti i piccioni che vivevano a casa di Nonna Elvezia dopo che sono entrati i vigili.
Inviare mail a:
staff.sindaco@comune.savona.it, t3.liguria@rai.it, presidente.consiglio@comune.savona.it, gruppoconsiliare.partitodemocratico@comune.savona.it, listaberrutisindaco@comune.savona.it, udc.api@comune.savona.it,psi@comune.savona.it, rifondazione.comunista@comune.savona.it, movimento5stelle@comune.savona.it, vicepresidente.consiglio@comune.savona.it, leganordliguria@comune.savona.it, noipersavona.verdi@comune.savona.it

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Ovviamente, potete scrivere anche ad altri indirizzi e-mail.

Natale Adornetto

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Perseguitati a vita

di Vito Romanazzi
 
pazziaSono davvero strani gli strumenti di diagnosi (per non parlare di “cura”) della psichiatria.
Io faccio una denuncia per un furto, ed oplà: diventa psicosi paranoidea.
Perseguitato dopo essere uscito dall’insano circuito anche dopo 10 anni!
Ma veniamo ai fatti.
 
Sono Vito Romanazzi, un ex utente della psichiatria da circa dieci anni (sono riuscito
 a diventare ex,ovviamente, senza il loro aiuto; anzi, col loro dissenso). Ma per 
fortuna ce l’ho fatta e ho continuatola mia vita, lavorando come tecnico radiologo 
presso il Policlinico di Bari.
Il periodo da utente, comunque, mi aveva arrecato tali danni da “convincermi” 
ad effettuare unaserie di “atti di fiducia” nei confronti di alcuni miei familiari 
quali mio fratello e mio cognato.
Avevo, infatti, dato potere di firma a loro relativamente al mio conto corrente e 
a quello della miadolce mammina.
 
Dopo tanti anni di lenta ricostruzione della mia esistenza scopro, con mio grande 
stupore, che daifamosi conti correnti su citati, mancavano cifre consistenti.
Si parla di quasi centomila euro.
Chiedo allora spiegazioni ai miei “cari” familiari, unici che avevano oltre me il 
potere di eroderedenaro dai conti.
Intravedo subito rigidità e nervosismo come risposta alle mie domande. Ma ciò 
può sembrare più cheaccettabile. Ciò che non riesco proprio a capire e ad 
accettare è quello che è avvenuto dopo.
 
Premetto che abito in un piccolo paesino della Provincia di Bari, Sammichele.
Il Maresciallo del paese, intimo amico del Sindaco tra l’altro medico, di mio 
fratello e di mio cognato,redige una relazione sul sottoscritto in cui afferma una 
mia eventuale pericolosità (si tenga presenteche sono incensurato, non ho mai 
avuto problemi giudiziari nella mia vita).
La dottoressa (cugina di mio cognato nonché Assessore alla Sanità) del paese
redige certificati medici a mio carico, dichiarando un mio notevole malessere
(senza avermi mai visitato).
Il sindaco del paesotto, anche lui intimo amico dei miei due teneri familiari
in questione, vista la dichiarazione del maresciallo e della dottoressa (il tutto,
probabilmente, a cena a casa di uno di loro, visto che sono molto amici e soliti
incontrarsi per arrostire il maiale), firma un “A.S.O.” nei miei confronti.
Azzo!
In quei giorni la mia vita diventa infernale.
La paura dell’A.S.O. e, quel che è peggio, il simpatico atteggiamento del
maresciallo che, incontrandomi più volte per strada, con tono
provocatorio, pretendeva saluto e cortesia, pena l’arresto del sottoscritto, mi
rendevano la vita non certo facile.
 
L’unico strumento che intravedo per venir fuori illeso dalla persecuzione in
atto, è una denuncia alla Procura della Repubblica. Parlo col mio avvocato e
parte l’esposto.
Dopo soli pochi giorni l’assedio si fa incalzante.
Il maresciallo e la psichiatra del C.S.M., incontrandomi (è un piccolo paesotto, ci si incontra facilmente) mi invitano, con una strana eleganza, a sottopormi a visita psichiatrica nello stesso C.S.M.
 
A questo punto, verificato che la giustizia legale per il sottoscritto non risultava un buon aiuto (chissà quando sarebbe iniziata la causa), mi viene l’ingenua e malsana idea di rivolgermi all’istituzione psichiatrica di Bari (presso il Policlinico di Bari), per ottenere un certificato di ” normotomia” (termine tecnico psichiatrico per indicare uno stato di “normalità”) che si contrapponesse e negasse quello emesso dalla psichiatra del mio paese.
Decido così (non l’avessi mai fatto…) di andare io stesso, con le mie gambe, nell’S.P.D.C. di Bari e chiedere loro una visita ed un eventuale certificato in cui si dichiarava il mio stato di “salute mentale”, da contrapporre alle pretese di accertamenti vari che stavo subendo.
 
Mi reco così in psichiatria in compagnia di mia sorella Emilia ed un’amica, guidando e chiacchierando tranquillamente con loro, e lì incontro uno psichiatra a cui racconto le mie vicissitudini e necessità. Questi esordisce dicendomi che “mi trovava bene” e mi invita a tornare il primo giorno lavorativo utile per esporre nuovamente il mio caso.
Così faccio e il lunedì successivo ritorno, sempre in compagnia di mia sorella e di una mia amica. Mi presento agli psichiatri di guardia, espongo i fatti e questi ridendo, schernendo e offendendo mi obbligano ad un ricovero volontario, che di volontario non aveva nulla, praticamente OBBLIGATORIO.
Malmenato con farmaci inutili che mi provocarono solo seri danni di ritenzione liquidi (sono un soggetto cardiopatico).
Obbligato al sonno in ambiente lercio, sotto chiave, in ambiente senza uscita di sicurezza dove tutti fumavano e senza rispetto di dieta alimentare per cardiopatici.
Ma non finisce qui…
Chiedendo dopo tre giorni, sempre in presenza di amici di poter uscire, trasformano il ricovero volontario in T.S.O.
 
Recluso per venticinque giorni in T.S.O durante i quali, per non perdere la calma, mi ripetevo costantemente: “ Faccio finta d’essere in ferie” e sognavo di essere fuori da quell’inferno, ove è prassi solita punturare pazienti come se fossero belve malvagie e legarli ai letti.
Certamente loro pensavano: “Prima o poi esploderà e lo legheremo al letto bombardandolo di farmaci”.
Ma io ho resistito, facendo intervenire anche i miei amici, ed alla fine si realizza il vero Miracolo: mi chiedono di partecipare ad una riunione familiare, sempre nel reparto, per risolvere i problemi economici familiari (il tutto con i cari fratello e cognato contro i quali avevo fatto l’esposto).
 
Tutto ciò è stato denunciato alla Procura della Repubblica, denuncia che coinvolge mio fratello e mio cognato (autori dei furti bancari), il Sindaco, il Maresciallo dei Carabinieri, lo psichiatra di Sammichele e alcuni psichiatri dell’S.P.D.C. di Bari.
 
MI liberano ma nulla è cambiato, così come stavo (bene)…, sto tutt’ora!
Certo, è un’esperienza che non auguro a nessuno!
 
Si tenga presente che, 10 anni fa, ho vissuto la spiacevole esperienza dell’infarto grazie alla somministrazione forzata di carbolithium, chiaramente controindicato per persone con problemi di colesterolo o patologie cardiologiche, quale ero io.
 
Ma non bastava questo danno a vita, non bastava riuscire a sfuggire per dieci anni e rifarsi una vita.
Anche dopo dieci anni, non posso sentirmi LIBERO.
 

 

Fonte

 


Garante dei diritti dei detenuti: il Cie di Bologna va chiuso

“E’ questo il momento opportuno per chiudere definitivamente una struttura ampiamente sottoutilizzata da tempo”. Sono chiare le parole di Desi Bruno, Garante regionale dei diritti dei detenuti, rispetto al Cie di via Mattei, a Bologna, le cui condizioni igienico-strutturali sono state definite dal Garante “inaccettabili”.

libero-dalle-cateneDurante le visite effettuate nella struttura detentiva, Bruno ha riscontrato che “le persone trattenute vivono in una situazione degradante, con rischio per la loro salute e per quella degli operatori presenti”.

Una situazione che ha portato lo stesso Garante a chiedere una visita ispettiva dell’Asl, lamentando che l’Azienda sanitaria non avesse mai effettuato alcun controllo sulla struttura, come invece succede per il carcere.

La visita, effettuata il 14 gennaio scorso, non ha potuto fare altro che confermare le parole di Bruno: gli ispettori hanno segnalato “la richiesta di psicofarmaci da parte di oltre un terzo dei trattenuti” per proseguire terapie che avevano iniziato nei periodi di carcerazione in penitenziario, e “quattro casi di sospetta scabbia”.

L’Asl segnala inoltre che “la struttura necessita di significativi e urgenti interventi di manutenzione”, oltre che di “una pulizia straordinaria in tutto l’edificio”.

“Di fronte alla mancanza di beni di prima necessità e di interventi strutturali di natura idraulica, muraria, elettrica e igienico-sanitaria, ritengo che la struttura sia inidonea tanto per i ristretti quanto per gli operatori”, ha dichiarato Bruno.

In seguito alla visita, l’Asl ha avanzato precise richieste alla direzione del Cie: la consegna regolare di indumenti, biancheria e prodotti per l’igiene; la definizione di procedure per la corretta gestione dei nuovi ingressi; riunioni periodiche di coordinamento; un registro di infortuni per un programma di prevenzione degli stessi e l’attivazione di attività ludico-ricreative degli ospiti.

Cronache di ordinario razzismo

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“colpiscine uno per educarne cento…” la magistratura condanna Mario Miliucci a 2 anni e 6 mesi per resistenza

Riceviamo e inoltriamo

marioCome antifascisti abbiamo sempre considerato la Resistenza un valore irrinunciabile e la pesante sentenza della 2° sezione del Tribunale di Roma contro Mario Miliucci -condannato a due anni e sei mesi per “resistenza”- ci sembra in sintonia con le logiche repressive che tendono ad “educare” con manganelli, arresti e condanne le giovani generazioni precarie che si affacciano alle lotte sociali.
La palestra di questa strategia del condannare e punire la abbiamo vista a Genova, con il comportamento delle “forze dell’ordine” nei confronti di una generazione in lotta contro la globalizzazione finanziaria e neoliberista, madre della crisi attuale. La mattanza nelle strade della città ligure, continuata alla DIAZ, negli ospedali e nel carcere di Bolzaneto sono state seguite da condanne abnormi di alcuni manifestanti per il reato -che sarebbe da abolire- di _devastazione e saccheggio_, figlio del fascista codice Rocco, sempre più spesso applicato, insieme alle denunce e agli avvisi orali, dalle questure, alle sentenze di alcuni magistrati contro l’opposizione sociale, mentre nessun autore _materiale _dei pestaggi e delle torture è stato individuato e condannato (in Italia non esiste il reato di tortura, né codici di identificazione degli agenti in servizio di PS).
La stessa logica dei due pesi e due misure e dei tentativi di intimidazione da parte degli apparati repressivi la vediamo in atto contro il popolo della Valsusa, la valle occupata militarmente dallo Stato per garantire spesa pubblica, interessi privati e devastazione ambientale.
Anche per i fatti del 15 ottobre 2011 a Roma, sono state comminate dalla magistratura pesantissime condanne e si è applicata una logica repressiva tipica degli anni ’70 per cui basta essere vicini agli eventi per vedersi addossate accuse e condanne pesantissime, patrimonio del codice penale fascista: pensiamo alle condanne per “devastazione e saccheggio” solo per essere stati fotografati a transitare nei pressi di un blindato in fiamme.
La stessa logica punitiva ha funzionato per Mario Miliucci, che sembra essere l’unico “colpevole” di quella giornata di mobilitazione che il 14 dicembre 2010 vide sfilare a Roma decine di migliaia di studenti medi ed universitari, precari, metalmeccanici e terremotati dell’Aquila, contro la fiducia al governo Berlusconi. Infatti su oltre 20 arrestati Mario è stato l’unico condannato pesantemente, per il reato di “resistenza”.
Sarebbe gravissima la logica del capro espiatorio ed il fatto che la magistratura abbia condannato, oltre alla resistente coscienza critica di Mario, anche il suo cognome, in una sorta di rappresaglia generazionale.
Le lotte contro la crisi attuale, non possono essere fermate con le intimidazioni poliziesche o le rappresaglie di alcuni magistrati, esprimiamo la piena e completa solidarietà e vicinanza a tutti e tutte coloro che lottano -impegnandosi e spesso pagando prezzi sempre troppo alti ed inaccettabili- per un altro mondo possibile.
CONFEDERAZIONE COBAS DI TERNI

 


Parma, evasi dal carcere due pericolosi detenuti

Ma è giallo sulla dinamica della fuga. Per la Questura sarebbero fuggiti durante la notte, tra l’appello delle 3 e quello delle 9 del mattino; mentre per il sindacato della polizia penitenziaria sarebbero fuggiti durante l’orario dei colloqui segando le sbarre

applausoSono evasi nella notte senza lasciare traccia due detenuti del carcere di massima sicurezza di Parma. Da sabato mattina dall’istituto penitenziario di via Burla mancano all’appello due albanesi di 29 e 35 anni, “due pezzi grossi della criminalità normale, non detenuti nella sezione 41 bis” spiegano dalla Questura, spariti nella notte di venerdì in un lasso di tempo compreso tra le 3 e le 9 del mattino. A quegli orari risalgono infatti le ultime ispezioni in cella degli agenti di polizia penitenziaria. Le generalità dei due evasi non sono state ancora diffuse, ma entrambi hanno gravi precedenti penali, su uno dei due pende anche una condanna per omicidio.

Le ricerche sono scattate dopo l’ultimo appello, impegnate tutte le forze dell’ordine che stanno setacciando il territorio. Da via Burle bocche cucite sul grave episodio, di cui non sono ancora chiare le circostanze. Ancora da chiarire infatti come i due detenuti siano riusciti a scappare evitando i controlli delle guardie carcerarie, che si sono accorte della loro fuga solo dopo molte ore dall’accaduto.

Nello scorrere delle ore, però, le versioni della fuga diventano due. Secondo un comunicato delSappe, il sindacato di polizia penitenziaria. Il segretario generale aggiunto Giovanni Battista Durante ha spiegato che uno dei due stava scontando una condanna per omicidio e avrebbe già tentato in passato un’evasione da un carcere del Nord. Al vaglio degli investigatori c’è anche l’ipotesi, oltre all’allontanamento durante l’orario dei colloqui, che i due possano essersi allontanati dopo aver segato le sbarre della cella.

In una nota il Sappe “sicuramente la scarsa attenzione che negli ultimi tempi si pone alla sicurezzadelle carceri determina episodi di questo tipo”. “Il personale di polizia penitenziaria continua ad essere ridotto – lamenta il Sappe – Al momento mancano 7500 unità a livello nazionale (650 solo in Emilia Romagna), nei prossimi due anni ne perderemo altre 2000 a causa dei tagli alla spesa pubblica, considerato che potremo assumere solo il 35% circa di coloro che andranno in pensione, l’eccessivo sovraffollamento e la tendenza ad allentare le maglie della sicurezza fanno in modo che il carcere diventi sempre meno sicuro”.

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Processo No Tav, cariche davanti all’aula bunker del carcere di Torino + comunicato

no tavSi svolge tra le tensioni la prima udienza del processo NoTav presso l’aula bunker del carcere le Vallette di Torino. Sono una cinquantina gli imputati per i fatti del 27 giugno e 3 luglio 2011. Le accuse del PM Ferrando sono: lesioni, violenza, resistenza a pubblico ufficiale. I NoTav hanno organizzato un presidio davanti al carcere, presenti oltre un centinaio di attivisti. Gli imputati hanno letto in aula un comunicato in cui “rifiutano” la scelta dell’aula bunker “associata ai processi di mafia e terrorismo”. Imputati e pubblico lasciano l’aula, il giudice chiede che venga identificata una delle imputate che ha iniziato la lettura del comunicato. La polizia tenta di bloccare l’uscita dall’aula ad un gruppetto di NoTav al fine di effettuare le identificazioni, questo causa una serie di tensione che sfociano in due cariche delle forze dell’ordine: una all’esterno del carcere e un’altra, molto più modesta, all’interno del cortile della stessa aula bunker

Fonte con video

Segue il testo letto in aula ORA E SEMPRE NO TAV!

“La scelta di spostare il processo in questa aula bunker è in sintonia con l’ondata repressiva sostenuta e legittimata dalla campagna mediatica finalizzata a demonizzare il movimento NO TAV, tentando di indebolirlo e isolarlo dalle lotte che attraversano il paese.

Trasferendo la sede del processo voi state tentando di rinchiudere la lotta NO TAV nella morsa della “pericolosità sociale” e delle emergenze.

Noi invece, rivendichiamo le pratiche della lotta ribadendo le ragioni che ci spingono a resistere contrastando chi vuole imporre il Tav militarizzandola valle con le conseguenti devastazioni umane, sociali e ambientali.

Le nostre ragioni restano vive, e la vostra scelta di trascinarci in questa aula bunker non ci impedirà di portarle avanti.

Per questo oggi scegliamo di abbandonare tutte/i quest’aula, lasciandovi soli nel vostro bunker.

Giù le mani dalla Valsusa!

Ora e sempre resistenza!”


Aggressioni in carcere: detenuto aggredisce poliziotto penitenziario a Vercelli

Ennessima aggressione in carcere da parte di un detenuto nei confronti di un agente di Polizia Penitenziaria.

aggressioneQuesta mattina un detenuto ha aggredito improvvisamente e violentemente un agente di Polizia Penitenziaria che, nel carcere di Vercelli, stava accompagnando i detenuti all’ora d’aria. Lo rende noto il Sappe, esprimendo solidarieta’ alla vittima, che ha dovuto ricorrere alle cure dei sanitari del pronto soccorso. “Questa ennesima aggressione ci preoccupa – commenta il segretario generale del Sappe, Donato Capece – anche perche’ a Vercelli gli eventi critici come aggressioni e atti di autolesionismo sono purtroppo all’ordine del giorno e la tensione resta alta, a tutto discapito del nostro lavoro”.

Secondo Capece, “la carenza di personale di Polizia penitenziaria e di educatori, di psicologi e di personale medico specializzato, il pesante sovraffollamento dei carceri italiani sono temi che si dibattono da tempo, senza soluzione, e sono concause di questi tragici episodi. Bisogna intervenire tempestivamente per garantire adeguata sicurezza agli agenti e alle strutture ed impedire l’implosione del sistema”.

AGI


Detenuto nel carcere di Lanciano non può vedere la figlia malata

LANCIANO.  L’avvocato Enzo Paolini e il leader del Movimento Diritti Civili, Franco Corbelli, con un comunicato congiunto, lanciano un appello.

visitaUn appello rivolto  alle autorità preposte, ai giudici del competente Tribunale di Sorveglianza, a favore di una bambina cosentina  di 10 anni, gravemente malata, che vive a Cosenza, su una sedia a rotelle, che non potrà più vedere il suo papà, Pietro D., detenuto, trasferito da pochi giorni dal carcere di Rossano a quello di Lanciano. L’uomo ha già scontato nell’istituto di pena calabrese cinque anni di carcere e gli resta meno di un anno.
La bambina, che periodicamente deve recarsi per le cure all’ospedale Bambin Gesù di Roma, sta soffrendo molto per l’allontanamento del suo genitore e chiede che quest’ultimo ritorni a Cosenza per starle vicino.
«E’ stato l’avvocato Paolini, che già in passato, pur non essendo il loro legale (il detenuto è difeso dall’avvocato Rossana Cribari) ha aiutato la famiglia di questa bambina – è scritto in una nota di Diritti civili – a telefonare a Corbelli e chiedergli di fare un intervento congiunto per questo caso umano».
Corbelli e Paolini hanno sentito oggi al telefono la madre di questa bambina, Tamara P., «che si sta battendo, con dignità e coraggio, per aiutare la sua figlioletta malata, perché venga rispettato il suo diritto di aver vicino il suo papà, di poterlo incontrare e abbracciare in carcere come è stato sino a due giorni fa nella casa circondariale di Rossano».
«Quello che chiediamo – affermano Paolini e Corbelli – è un atto di giustizia giusta e umana, degno di un Paese civile e di uno Stato di diritto. La possibilità che quest’uomo possa ritornare nel carcere di Rossano o di Cosenza, dove vive la bambina con la sua famiglia, per scontare il suo residuo pena, in modo che lo stesso possa vedere e stare vicino alla figlioletta».


Guantanamo non chiuderà

Cessa l’attività l’ufficio incaricato della chiusura del carcere
 
noNEW YORK – Il Dipartimento di Stato ha chiuso l’ufficio incaricato della chiusura di Guantanamo, il carcere statunitense nell’est di Cuba. Daniel Fried, l’alto funzionario che aveva il compito di studiare attuare la promessa fatta dal presidente americano Barack Obama all’indomani del suo primo insediamento, è stato assegnato ad altri incarichi e non sarà sostituito.
Le responsabilità di Fried sono state assunte dall’ufficio legale del Dipartimento di Stato. Lo ha appreso il New York Times e secondo il giornale la decisione lascia presumere che l’amministrazione Obama non considerà più una priorità realisticamente realizzabile la chiusura della base-prigione per sospetti terroristi nell’isola di Cuba.
L’annuncio ha coinciso con la prima apparizione in tribunale da ottobre di Khalid Shaikh Mohammed e di altri quattro detenuti di Guantanamo che rischiano la pena di morte per il loro ruolo nelle stragi dell’11 settembre. L’udienza a Guantanamo è stata ritrasmessa a circuito chiuso a Fort Meade.
 
Fonte: ANSA

Nuova rivolta al Cie: i clandestini protestano salendo sui tetti

Torino 31/2/2013 – Urla, confusione e il timore che tutto sfociasse in una nuova rivolta. È trascorso così il pomeriggio di ieri, in corso Brunelleschi; per i residenti, ha avuto inizio il solito spettacolo: i clandestini del Cie hanno protestato animatamente, costringendo l’arrivo delle volanti della polizia, che hanno sorvegliato l’ingresso all’angolo con via Monginevro.

cptAlcuni immigrati del settore maschile hanno inscenato una nuova protesta poco dopo le 15.00, gridando a gran voce e salendo sui tetti delle strutture loro assegnate. Il motivo? Quella di ieri sarebbe, nuovamente, una manifestazione per il riscaldamento delle strutture, come già successo altre volte: per tutto il pomeriggio gli extracomunitari hanno mantenuto, comunque, in stato di allerta la struttura.

Alcuni di loro, saliti sulla sommità delle casette, hanno iniziato a saltellare animatamente sul tetto, con l’intento di danneggiare la struttura e procurare il maggior rumore possibile; dal basso, altre persone hanno proseguito con la manifestazione rumorosa, percuotendo pali e cancellate della struttura con oggetti metallici. La protesta, alla fine, si è conclusa senza particolare rilevanza: al tramonto, era già tornata la calma.

Ancora una volta, dunque, il caos e le urla dei clandestini hanno accompagnato il pomeriggio dei residenti di corso Brunelleschi, i quali hanno temuto una nuova fuga: non è passato un mese dall’ultimo tentativo di evasione dal centro per l’identificazione e l’espulsione, in piena notte, a inizio gennaio, durante l’ultimo attacco anarchico.

Fonte: Torinotoday

 

Modena: sventato tentativo suicidio di un detenuto di circa 30 anni

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La notte scorsa, nel carcere di Modena, “un detenuto magrebino di circa 30 anni ha tentato il suicidio, impiccandosi all’interno della cella in cui era detenuto. Solo l’attenzione e la prontezza dell’agente in servizio nella sezione detentiva ha reso vano il tentativo dell’uomo”.
Ne dà notizia Giovanni Battista Durante, segretario generale aggiunto del Sappe.

“È sempre e solo grazie alla professionalità della polizia penitenziaria che vengono evitati e controllati, all’interno delle carceri, i tanti eventi critici, compresi i tentativi di suicidio che sono circa mille ogni anno. Negli ultimi 20 anni – ricorda – la polizia penitenziaria ha salvato la vita a circa 17.000 detenuti che hanno tentato il suicidio”. A Modena, attualmente, ci sono circa 350 detenuti, “ma il numero è destinato a salire ed a raggiungere i 600 circa, a seguito dell’imminente apertura del nuovo padiglione detentivo che dovrebbe ospitare i detenuti con pene fino a 5 anni di reclusione”.

Fonte: Adnkronos, 31 gennaio 2013


Resistere alle espulsioni

Diffondiamo da macerie

rabbia (1)Jamal e’ da un mese prigioniero nel Cie di corso Brunelleschi a Torino. Non ha i documenti in regola, ma a Torino ha una moglie incinta di 8 mesi, tant’e’ che il suo avvocato aveva immediatamente presentato ricorso contro l’espulsione, e Jamal era in attesa fiducioso di essere liberato. Ma all’Ufficio Immigrazione della Questura di Torino sono furbi, e ieri pomeriggio chiamano Jamal fuori dalla sezione per “notificargli qualcosa”. Negli uffici del Cie, Jamal capisce che quello che devono notificargli non e’ ne’ la liberazione, ne’ la proroga della reclusione, ma un biglietto di sola andata per il Marocco. Solo contro una decina di poliziotti, isolato dai suoi compagni di reclusione, Jamal capisce che e’ il momento di lottare: chiama la moglie, che lancia l’allarme all’avvocato e ad alcuni solidali.

La notizia rimbalza su Radio Blackout 105.250 Fm, e nel giro di poco si forma un presidio di fronte all’ingresso principale su via Mazzarello, e con slogan e battiture si attira l’attenzione dei passanti e dei reclusi, alcuni dei quali salgono sui tetti. L’avvocato manda un fax urgente in Questura per evitare l’espulsione, e attende la risposta. Poco dopo arriva a difendere il Centro arriva la celere, e arriva anche la notizia che Jamal per evitare l’espulsione si e’ tagliato su tutto il corpo. Il presidio si trasforma in blocco stradale per intasare il traffico davanti all’ingresso, e la Celere quasi carica i manifestanti. Nel frattempo, arriva al Cie anche la moglie di Jamal, che riesce ad entrare per un colloquio. Verso le sei di pomeriggio, dal retro del Cie esce una camionetta a sirene spiegate con due reclusi: dovevano espellerne tre, e tra di loro Jamal non c’e’, e’ ancora a colloquio con la moglie.

Quando la moglie esce e arriva la conferma che Jamal e’ stato medicato e riportato nella sezione e non in isolamento, il presidio si scioglie, con l’amaro in bocca per non essere stati abbastanza per riuscire a bloccare entrambe le uscite e tutte e tre le espulsioni, ma con la conferma che resistere alle espulsioni e’ possibile davvero, quando alla determinazione dentro si aggiunge la solidarieta’ vera e rapida fuori. E questa e’ una cosa su cui tutti i nemici delle espulsioni dovranno riflettere nei prossimi giorni.

macerie @ Gennaio 31, 2013

 


GR: Governo, nuovo carcere da 150 posti a Realta

Un nuovo penitenziario da 150 posti a regime chiuso dovrebbe sorgere a Realta, nel comune di Cazis (GR). Il Governo grigionese ha commissionato all’Ufficio edile cantonale un concorso per la realizzazione della struttura, che costerebbe circa 107 milioni di franchi, 33 dei quali coperti dalla Confederazione. Una decisione definitiva da parte del Gran Consiglio è attesa entro il 2014.

Demolizione_di_un_edificioIl Governo cantonale si è mosso in questo senso dopo aver preso atto dei risultati di un rapporto strategico pubblicato recentemente, dal quale emerge che nelle carceri della Svizzera orientale mancano circa 140 posti.

In una nota odierna, l’esecutivo sottolinea che i contribuiti alle spese di vitto e alloggio per i detenuti dei cantoni della Svizzera orientale aderenti al Concordato sull’esecuzione delle pene finanzierebbero l’esercizio e permetterebbero il finanziamento degli investimenti edilizi effettuati. Inoltre, continua, a Realta sono attesi almeno 80 nuovi posti di lavoro.

Secondo il Governo, l’ubicazione risulta estremamente vantaggiosa per via del legame con la clinica psichiatrica Beverin, nonché con l’esistente penitenziario in regime aperto Realta. Grazie alla nuova costruzione il penitenziario Sennhof di Coira – inadeguato e lacunoso dal punto di vista della sicurezza – potrà essere abbandonato e l’edificio utilizzato in altro modo.

Fonte

BASTA LAGER! NON COSTRUIRE MA DISTRUGGERE!


Centri di identificazione ed espulsione: i dati nazionali del 2012

carcereSecondo i dati forniti dalla Polizia di Stato, nel 2012 sono stati 7.944 (7.012 uomini e 932 donne) i migranti trattenuti in tutti i centri di identificazione ed espulsione (CIE) operativi in Italia. Di questi solo la metà (4.015) sono stati effettivamente rimpatriati con un tasso di efficacia (rimpatriati su trattenuti) del 50,54%. Si conferma dunque la sostanziale inutilità dell’estensione della durata massima del trattenimento da 6 a 18 mesi (giugno 2011) ai fini di un miglioramento nell’efficacia delle espulsioni, dal momento che il rapporto tra i migranti rimpatriati rispetto al totale dei trattenuti nei CIE è incrementato di appena il 2,3% rispetto al 2010, anno in cui il limite massimo per la detenzione amministrativa era ancora di sei mesi. Rispetto al 2011, poi, l’incremento del tasso di efficacia nei rimpatri è risultato addirittura irrilevante (+0,3%). Per di più, se si compara il numero effettivo di rimpatri effettuati nel 2008 (anno in cui i termini massimi di trattenimento erano ancora di 60 giorni) con quello del 2012, si registra una flessione da 4.320 a 4.015 (si veda grafico rendimento CIE). Il numero complessivo dei migranti rimpatriati attraverso i CIE nel 2012 risulta essere l’1,2% del totale degli immigrati in condizioni di irregolarità presenti sul territorio italiano (326.000 secondo le stime dell’ISMU al primo gennaio 2012).

Se dal punto di vista della rilevanza dei numeri e dell’efficacia, la detenzione amministrativa si conferma essere uno strumento sostanzialmente fallimentare nel contrasto dell’immigrazione irregolare, il prolungamento del tempo massimo di detenzione nei CIE ha invece drammaticamente peggiorato le condizioni di vita dei migranti all’interno di queste strutture. Tale evidenza è stata sistematicamente riscontrata dai team di Medici per i Diritti Umani (MEDU) durante le viste effettuate in tutti i CIE nel corso dell’ultimo anno e confermata dagli stessi enti gestori e, sovente, anche dai rappresentanti delle Prefetture. In effetti per quanto concerne il prolungamento dei tempi massimi di trattenimento è pressoché unanime il giudizio negativo espresso dai responsabili degli enti gestori dei 10 CIE monitorati da MEDU nel corso degli ultimi 12 mesi. Tale misura ha infatti seriamente compromesso la gestione complessiva dei centri causando gravi problemi organizzativi, logistici e sanitari. A conferma dell’aggravamento del clima di tensione e dell’ulteriore deterioramento delle condizioni di vivibilità all’interno dei centri di identificazione ed espulsione, vi sono le numerose rivolte e fughe che si sono verificate nel corso dell’anno appena trascorso: nel 2012 sono stati 1.049 i migranti fuggiti dai CIE, vale a dire il 33% in più rispetto al 2011.

Alla luce delle ulteriori evidenze acquisite in un anno di monitoraggio, Medici per i Diritti Umani ritiene necessario riportare la questione del superamento dei CIE nel dibattito elettorale delle prossime elezioni politiche. Le gravi e ripetute violazioni dei diritti umani dei migranti – ancor più dell’evidente inefficacia dei centri di identificazione ed espulsione – impongono una radicale revisione dell’attuale sistema di detenzione amministrativa. Tale revisione non può che avvenire nell’ambito di una profonda riforma della legge “Bossi-Fini” che porti a politiche migratorie atte a garantire reali possibilità di ingresso regolare e di inserimento sociale. Su questi argomenti è quanto mai urgente che le forze che si candidano a governare l’Italia si esprimano con la dovuta chiarezza.

Roma, 30 gennaio 2013

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Tabella con i dati nazionali 2012 e 2011 sui CIE
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Grafico rendimento CIE

fonte: Medici per i Diritti Umani


Malato e trattenuto in un CIE dal 2011. Il caso di M.

soloM., giovane migrante, è rinchiuso in un CIE dal 2011, è affetto da una grave forma di depressione e da una settimana rifiuta cibo, acqua e farmaci. Contrariamente a quanto recentemente annunciato dal Ministro Cancellieri (“limiteremo la durata massima per il tempo di riconoscimento a 12 mesi” audizione presso la Commissione Diritti Umani del Senato, 27 novembre 2012), M. è in stato di detenzione amministrativa da quasi quattordici mesi, prima presso il CIE di Gradisca d’Isonzo, poi nel centro di identificazione ed espulsione di Trapani e infine di nuovo a Gradisca. M. ha già compiuto un grave atto di autolesionismo e dal suo ultimo ingresso nel CIE friulano, a maggio del 2012, ha perso 10 chili di peso. Medici per i Diritti umani (MEDU), che segue il caso da diverse settimane, ritiene le condizioni psico-fisiche di M. incompatibili con il trattenimento all’interno del CIE e chiede che il paziente sia urgentemente rilasciato dalla struttura in modo da poter accedere alle adeguate cure specialistiche.

E’ M. stesso a rendere pubblica la sua drammatica storia. Arriva per la prima volta in Italia, a Lampedusa, nell’ottobre del 2010. Nel dicembre del 2011 viene internato nel CIE di Gradisca, poi successivamente è trasferito a Trapani e poi ancora riportato al centro di identificazione ed espulsione di Gradisca senza che si possa procedere al suo rimpatrio. Ai primi di dicembre, dopo che il Giudice di pace decreta l’ennesima proroga di due mesi del suo trattenimento, M. viene trasferito d’urgenza al pronto soccorso dell’ospedale di Gorizia dopo aver ingerito numerosi farmaci e innumerevoli monete. Gli viene praticata la lavanda gastrica e successivamente viene ricondotto al CIE. Il giorno seguente viene sottoposto presso lo stesso nosocomio a visita psichiatrica con diagnosi di reazione da stress ambientale, calo ponderale importante in sindrome depressiva reattiva. Lo psichiatra, nel prescrivere la terapia farmacologica per l’insonnia e l’ansia, ritiene “assolutamente urgente” velocizzare il più possibile l’uscita dal CIE ritenendo che la situazione ambientale possa peggiorare ulteriormente il quadro. Nonostante ciò il trattenimento nel CIE prosegue. Alla fine di dicembre una nuova visita psichiatrica riscontra un peggioramento del quadro (“grave sindrome depressiva con importante dimagrimento”), specificando che “la situazione psico-patologica è sicuramente reattiva al trattenimento nel CIE”.

Il primo di gennaio M. comincia a rifiutare acqua, farmaci e cibo. In otto giorni perde sette chili. Il tre gennaio compie un ulteriore atto di autolesionismo riportando una ferita superficiale al gomito sinistro. Viene chiamato il 118 ma il paziente rifiuta il trasporto in ospedale. Una relazione dello psicologo del CIE sottolinea le buone condizioni generali di salute di M. all’ingresso nel CIE e un atteggiamento collaborativo e positivo del paziente nei confronti degli operatori del centro e degli altri migranti. La relazione prosegue evidenziando un progressivo peggioramento dello stato psico-fisico nel corso del tempo e la graduale comparsa di una sintomatologia ansioso-depressiva con conseguente e significativo calo ponderale. Lo psicologo riscontra inoltre la compatibilità dei sintomi di M. con i criteri propri del disturbo depressivo maggiore. Il giorno otto gennaio, i sanitari del centro, certificandone lo “stato cachettico” e l’evidente condizione di disidratazione, inviano nuovamente il paziente al pronto soccorso per accertamenti.

Dopo nove giorni dall’inizio del digiuno, la direzione sanitaria del centro annota che “l’ospite ha ripreso ad alimentarsi e a reidratarsi per cui tenendo presente la compatibilità dei parametri vitali e soprattutto la volontà di riprendere a mangiare e bere, si ritiene attualmente compatibile dal punto di vista organico il suo trattenimento presso il CIE Gradisca salvo ulteriori ripensamenti autolesionistici”. Il 12 gennaio M. è nuovamente ricondotto ai servizi psichiatrici territoriali dove un’ulteriore consulenza specialistica conferma il quadro di grave sindrome depressiva reattiva e chiede, per la terza volta, l’urgente rilascio dal CIE. Il paziente rifiuta di assumere la terapia psichiatrica prescrittagli. Il 22 gennaio il paziente comincia di nuovo a rifiutare alimenti e bevande andando incontro ad un nuovo calo ponderale. M. chiede di poter essere visitato da un medico di MEDU di sua fiducia. Il colloquio viene concesso ma, da regolamento, per soli venti minuti, attraverso una barriera di plexiglass e in presenza di due agenti di pubblica sicurezza. Al momento dell’incontro, il medico riscontra lo stato di notevole sofferenza del paziente e, dopo aver a lungo interloquito con gli agenti, ottiene unicamente un breve tempo supplementare per il colloquio.

Il provvedimento di detenzione amministrativa in un CIE, che secondo la normativa europea e la legge italiana dovrebbe essere finalizzato esclusivamente ad effettuare il rimpatrio del cittadino straniero, appare essere stato protratto in questo caso oltre ogni ragionevolezza, ledendo gravemente valori fondamentali come la salute e la dignità umana.

Come riscontrato da un suo team in una recente visita (ottobre 2012), Medici per i Diritti Umani ritiene le condizioni di vita all’interno del CIE di Gradisca, estremamente afflittive e del tutto inadeguate a garantire i fondamentali diritti della persona e pertanto non compatibili con il trattenimento di un paziente sofferente come M. MEDU richiede pertanto che M. sia urgentemente rilasciato in modo tale da evitare ulteriori e imprevedibili aggravamenti e da potergli assicurare le adeguate cure specialistiche.

a cura di medici per i diritti umani, Roma, 30 gennaio 2013


Olanda – Si chiudono le carceri per mancanza di criminali

closedLEGALIZZARE ALCUNE DROGHE ha portato di fatto ad un minor numero di criminali in Olanda, paese che oggi e’ in procinto di chiudere otto carceri. Un’altra notizia dopo quella della chiusura della McDonald’s in Bolivia che fara’ morire di invidia gli italiani.L’Olanda chiudera’ otto carceri perche’ non riesce a riempire la capacita’ di 14 mila persone del suo sistema carcerario. Attualmente sono 12 mila i detenuti in questo paese che negli anni novanta aveva il problema del sovraffollamento. Una delle ragioni per cui si e’ avuto un calo del tasso di criminalita’, sembra essere correlato alla legalizzazione di alcune droghe (probabilmente accompagnato da una politica educativa rispetto ai suoi usi ed effetti).Il ministro della Giustizia Nebahat Albayrak ha annunciato che otto prigioni verranno chiuse a breve e che 1200 posti di lavoro andranno persi, anche se stanno valutando l’ipotesi di ospitare i detenuti del Belgio.Negli Stati Uniti, il paese con l’incarcerazione media piu’ alta e un totale di oltre 2,3 milioni di detenuti, una delle obiezioni che sono state fatte prima della legalizzazione della marijuana, e’ che questo avrebbe generato piu’ reati e aumentato il consumo, ma quello che e’ successo in Portogallo e Olanda smentisce queste teorie.L’Olanda ha una popolazione di 16,6 milioni di abitanti e solo 12 mila detenuti, la sola California invece, per esempio, ha una popolazione di 36,7 milioni con 171 mila detenuti nelle carceri, molti dei quali in prigione solo per fumare o vendere marijuana. Ma evidentemente qualcuno negli States preferisce riempire le carceri di giovani piuttosto che lasciarli nelle strade.

Fonte


Condanna Italia per detenuto Foggia

europaSTRASBURGO, 29 GEN – L’amministrazione penitenziaria del carcere di Foggia non ha fornito cure adeguate a un detenuto, Bruno Cirillo, affetto da una paralisi parziale del braccio sinistro. La Corte dei diritti dell’uomo ha quindi condannato oggi l’Italia per trattamento inumano e degradante del detenuto riconoscendogli un risarcimento per danni morali di diecimila euro.


Siria: battaglia nel carcere di Idlib con almeno 10 morti, i ribelli liberano più di 100 detenuti

Medio Oriente, addestramento di ribelli siriani

I ribelli siriani hanno liberato più di cento detenuti nel corso di una battaglia contro le truppe del regime in un carcere alla periferia di Idlib, nel nordovest del Paese. Lo ha annunciato l’Osdh, l’Osservatorio siriano per i diritti umani. Almeno dieci ribelli sono stati uccisi nei combattimenti all’interno del carcere, ha indicato l’Osdh, che si basa su una rete di attivisti e medici per le sue ricostruzioni. “I ribelli sono riusciti a liberare più di cento prigionieri dalla scoppio dei combattimenti, ma non hanno assunto il controllo della prigione”, ha spiegato il direttore dell’Osservatorio, Rami Abdel Rahman.
I video pubblicati dagli attivisti hanno mostrato i ribelli all’interno del penitenziario, che si trova all’ingresso ovest della capitale provinciale. La città resta sotto il controllo del regime, mentre la provincia di Idlib è in larga parte nelle mani dell’opposizione. Decine di prigionieri sono state mostrate uscire dal carcere – sotto la protezione dei ribelli – mentre alle loro spalle si avvertivano raffiche di arma da fuoco ed esplosioni. La battaglia in carcere segue una giornata in cui 168 persone – 63 soldati, 60 ribelli e 45 civili – sono state uccise in tutta la Siria.

Fonte:  Tm News, 27 gennaio 2013


Catania: agente di polizia penitenziaria ferito in rissa tra detenuti nell’Ipm di Acireale

009 testa a testa comicoUn agente di polizia penitenziaria è rimasto ferito durante una rissa tra detenuti dell’istituto per minorenni di Acireale. Lo rende noto la Fns-Cisl di Catania. “Oggi poteva scapparci il morto – afferma il segretario del sindacato, Antonio Sasso – i pochi uomini rimasti sono allo stremo delle forze sia fisica che psicologica, per i continui turni massacranti scaturiti da tale carenza. O si invia subito un folto contingente di agenti – osserva il sindacalista – oppure l’Istituto penitenziario per minorenni di Acireale deve essere accorpato urgentemente con la struttura di Bicocca, a Catania”.

ANSA


Spagna: Sul caso della prigioniera in lotta Noelia Cotelo Riveiro

Noelia Cotelo Riveiro è una giovane donna da A Coruña, Spagna nordoccidentale, la sua condanna a servire è stata fissata ad un anno e mezzo, dopo aver rubato una macchina per acquistare della droga. All’interno della prigione, la situazione si è complicata, ed essa si è difesa dai carcerieri. Ora, 5 anni dopo, si trova ancora in carcere.

Noelia-noIl 23 Ottobre 2012, Noelia stava parlando con la sua madre al telefono, spiegando che cosa stava succedendo all’interno del carcere di Brieva (Ávila, Spagna centrale). Ad un certo punto, una guardia femmina l’ha invitata brutalmente a finire la conversazione, urlando verso di lei: “BRUTTA BASTARDA, METTI GIÙ IL TELEFONO”, ma lei ha rifiutato. Dopo una lite con la guardia umana, cinque altri carcerieri l’hanno costretto di lasciare il telefono afferrando il suo polso con forza e rompendolo. L’hanno spostato nella sua cella e l’hanno lasciata ammanettata al letto fino al giorno successivo, senza alcuna assistenza medica. Il giorno dopo, su suggerimento del medico del carcere, è stata trasferita in un ospedale per essere trattata. Le lesioni e le cure prescritte sono dettagliate nella relazione medica.

Durante la notte del 23 Ottobre fino alla mattina del 24, Noelia dormiva ammanettata al letto nella sua cella. Si svegliò ed ha colsi una guardia con il nome di Jesús (il quale avevano partecipato all’aggressione di sopra) che toccava il suo seno e il petto. Preso alla sprovvista e al tentativo di nascondere la propria identità, il carceriere ha gettato il contenuto di una bottiglia d’acqua in faccia di Noelia. Le detenute nelle celle adiacenti sono state svegliate dalla risa e dalla fuga del carceriere.

Inoltre, sembra che una delle valigie di Noelia (con i suoi vestiti invernali) è stata rubata dal magazzino della struttura carceraria. A quanto pare, i suoi vestiti sono stati distribuiti al resto delle prigioniere, dal momento che una di loro, Maria Luisa, ha restituito a Noelia alcuni dei suoi vestiti.

Come tutti sappiamo, questo non è una ricorrenza isolata; vogliamo segnalare la situazione di Noelia, così come quella di molte altre donne e uomini imprigionati che vengono sistematicamente aggrediti. Noelia è stata appena trasferita dalla prigione di Picassent (Valencia), dove aveva presentato una denuncia per maltrattamento.

Dopo questo e la presentazione di una nuova denuncia, Noelia ha iniziato uno sciopero della fame come mezzo di protesta, segnalando e ribellandosi contro la sua situazione, rendendo visibili gli atti i silenzi del sistema. Tuttavia, ha dovuto abbandonare dopo solo 5 giorni perché le guardie della prigione hanno usato il diritto della visita di sua madre per ricattarla e farle pressione per abbandonare la sua protesta.

Durante il mese di Novembre, una guardia femmina ha sbattuto la porta della cella sulla mano rotta di Noelia; le sono state negate le cure mediche; è stata costretta a fare la doccia con acqua fredda; le sue comunicazioni sono state intercettate, e, al fine di isolarla, le sono state negate le visite o le sue ore di visita sono state ridotte. Nei primi di Dicembre, i pasti di Noelia venivano serviti su vassoi preparati da prima, mentre il resto dei prigionieri poteva guardare il loro cibo mentre veniva servito; subito dopo aver mangiato, Noelia dormiva fino la sera, che non era la sua abitudine. Non le è stato permesso di controllare il suo cibo.

Il 9 Dicembre, una marcia è stata richiamata verso la prigione di Brieva a sostegno di Noelia e contro le torture quotidiane e gli abusi subiti in carcere. Decine di persone si presentarono per mostrare il sostegno e la solidarietà con la nostra compagna. Nonostante la forte presenza della Guardia Civile (polizia militare), è stata un’esperienza positiva. Non sono stati in grado di rompere i legami creati dalle grida di sostegno da parte delle donne dall’interno che abbiamo potuto sentire attraverso le mura della prigione.

Il 14 Dicembre, il prigioniero anarchico, Juan Carlos Rico Rodríguez, ha mostrato la sua solidarietà con Noelia attraverso il seguente comunicato.

Oggi, ho saputo attraverso alcuni amici che una compagna nel carcere-macello femminile di Brieva, è stata torturata, e che le guardie carcerarie hanno anche cercato di molestarla sessualmente (cosa che non è “anormale” per niente nelle carceri-macelli Spagnoli) . La nostra compagna si chiama Noelia Cotelo. Mia figlia Noelia (12 anni) e la mia altra figlia Selena (16 anni) sono imprigionate; Noelia si trova a Valladolid (Via Pajarillos 1) e Selena si trova ad Ávila, un altro centro di detenzione giovanile, come sono eufemisticamente chiamate le prigioni per i bambini. Sono stato in prigione per 14 anni. Eppure, sono perfettamente consapevole del fatto che in una società patriarcale come la nostra, le donne imprigionate portano un doppio fardello: il loro status come prigioniere, e come DONNE. Non riesco a eliminare i responsabili diretti di questa violenza contro le donne nelle istituzioni dello STATO OMICIDA con le mie mani (che è ciò che questi tiranni meritano). Perciò, voglio esprimere la mia SOLIDARIETÀ, non solo con Noelia e le mie figlie, ma estenderla anche a tutte le donne del mondo che soffrono la TORTURA della prigione. Dovremmo tenere a mente che qualsiasi tipo di sistema che infligge questo tipo di trattamento sulla popolazione “femminile” all’interno del carcere-macello, così come coloro che lo sostengono, è un sistema/persona malato. E tale “malattia” deve essere estratta dalle radici, qualsiasi sia il costo. In risposta a questa crudeltà, scendo in digiuno simbolicamente il 24 Dicembre, 25 e 31, 2012 e il 1 e 6 Gennaio, 2013.

ELIMINARE UNA VOLTA PER SEMPRE TUTTE QUESTE PRATICHE E LORO CHE LE PRATICANO!

Questo è anche un richiamo alla “società libera”: VENDETTA!

Juan Carlos Rico Rodríguez. Prigione-macello di Aranjuez (Braccio 1, Madrid, Spagna)

neliaIl 14 Gennaio 2013, siamo stati informati che, dopo i disordini del fine Dicembre nel carcere di Brieva, l’orario di aria aperta di Noelia Orario è stato ridotto dalle 3 ore a 1 ora al giorno – o talvolta solo mezz’ora. Oltretutto, la guardia carceraria che l’aveva aggredito sessualmente ha presentato una contro-denuncia contro Noelia, dicendo che era lei l’aggressore; ora lei è quella che soffre le conseguenze, trascorrendo 28 giorni in isolamento.

Dopo tutto questo la nostra compagna non è ancora disposta a contribuire al proprio silenzio ed accettare questi termini. Noelia ha deciso di iniziare uno sciopero della fame a tempo indeterminato l’8 Gennaio, con il sostegno de* suo* compagn* prigionier* in lotta. Le sue richieste sono:

* La fine dei maltrattamenti, delle torture, dei trattamenti degradanti, dei pestaggi, e degli abusi verbali in tutte le carceri;

* La fine della collusione tra medici e giudici;

* Non più un episodio di violenza sessista contro le donne, non più nonnismo e non più un assalto sessuale. Nessun carceriere di sesso maschile negli bracci e le carceri femminili;

* Che nessuna legge o sentenza possa separare una famiglia. No alla dispersione di quelli in prigione. Ogni persona deve rimanere nel suo luogo di residenza. che non ci siano più costanti trasferimenti da un carcere all’altro;

* Che tutte le persone in carcere sono trattate con dignità, che sono forniti con i loro trattamenti, che sono frequentati dal personale medico necessario. Che tale servizio sanitario, qualcosa di così universale, raggiunga tutti. Che non ci siano più MORTI in carcere. Basta con i casi di mallasanità;

* Che non ci vengono dette più bugie – la riabilitazione non è umiliazione. Non abbiamo bisogno di essere assimilati da nessuna parte, abbiamo bisogno di rispetto. L’odio e la violenza generano solo più odio la violenza;

* Che la cosiddetta trasparenza raggiunga le istituzioni penitenziarie e qualsiasi cosa a loro riguardo. Fine all’impunità. Non più insabbiamenti degli omicidi di Stato;

* Che questa farsa volge al termine. Che la povertà non sia punita con la reclusione, che le prigioni traggono profitto dalla povera gente. Che questo sistema mercantilista finisca. Siamo persone, non monete.

Il 16 Gennaio, Noelia ha chiesto di visitare il medico perché aveva un’infezione all’orecchio che si era diffusa alla bocca, diventando molto infiammata. Ma le guardie della prigione hanno risposto che nessun medico l’avrebbe ricevuta, ma se voleva, un carceriere chiamato Adelardo l’avrebbe assistita. Un po’ prima, questo stesso carceriere le ha dato un dosaggio sbagliato di metadone e quasi la fece morire di overdose. Quando arrivò, Noelia gli chiese se poteva andare da un medico, e lui rispose che non aveva bisogno di un medico, perché sarebbe morta lì. Dopo questo incidente con il carceriere Adelardo, Noelia è stata spostata in un’altra cella con una finestra aperta… perfetta per la sua infezione all’orecchio. Si noti che non c’è il riscaldamento nel carcere di Brieva (dove le temperature massime sono 10°C) e che la maggior parte dei suoi abiti invernali sono stati rubati.

Il 25 Gennaio, c’è stato un raduno in piazza Paeria (Lleida) a sostegno di Noelia, che è ancora in sciopero della fame.

Noelia non è sola!
Abbasso le prigioni! Non più prigionieri!

Se volete scrivere e mostrare il vostro sostegno:
Noelia Cotelo Riveiro
CP. Brieva
Ctra. de Vicolozano; 05194
Brieva – (Ávila)
Spain

Fonte

 


Valdivia, Cile: protesta detenuti repressa con botte e cani!

abuso_di_potere_largeDai compagni di PublicacionRefractario si viene a sapere che i prigionieri del modulo 31,  del carcere -impresa (Concessionada) di Llancahue, il 5 gennaio scorso hanno protestato contro gli abusi nei loro confronti. I secondini e il personale anti-sommossa hanno represso la protesta assalendo con i cani e picchiando i prigionieri. I detenuti hanno contattato vari gruppi di media e praticamente hanno fatto sapere che un detenuto è sul punto di perdere un rene a causa delle percosse.

I 16 prigionieri del modulo hanno detto, inoltre, che i carcerieri hanno rotto loro gli oggetti di igiene personale di rompere la loro igiene personale e spruzzato sul loro cibo un gas-pepe, oltre alla furiosa  aggressione.

Secondo l’ospedale della prigione il detenuto ferito non aveva lesioni di ogni tipo, poi uno dei paramedici ha rivelato con una spiegazione imbarazzante che “questo era dovuto al fatto che l’uomo era nero, così non gli è stato possibile vedere le ferite “.

L’Istituto Nazionale dei Diritti Umani ha lanciato un appello contro le guardie con l’accusa di tortura, ha nominato un procuratore speciale della corte di appello (Dario Carreta), ha arrestatoo  il ministro della giustizia (Patricia Perez) ed il capo della gendarmeria(Luis Masferrer) determinando l’avvio di una indagine sui fatti accaduti.

Fonte


Registrazione 24 novembre 2012

In allegato i file della discussione con Alfredo Maria Bonanno “Prospettive di lotta contro il carcere” tenutasi il 24 novembre 2012 al FOA Boccaccio di Monza.

Alfredo(1) DiscussioneAlfredo DiscussioneAlfredo2

Buon ascoltovolantino 24 25


Carceri in GB, donne, minori e adulti, violati i diritti

Ragazzini nel carcere con gli adulti: choc in Inghilterra

jail 4Minorenni trasferiti nelle strutture penitenziarie ordinarie, in violazione della Convenzione sui Diritti dell’Infanzia delle Nazioni Unite: nel Regno Unito si grida allo scandalo.

Minorenni nelle galere per adulti. Una eventualità che viola gli accordi internazionali sul tema dei diritti dei minori. Il fatto scrive il quotidiano Independent, è avvenuto in Inghilterra e il ministro britannico della Giustizia Minorile, Jeremy Wright, ha ammesso che nel 2011 alcuni minorenni sarebbero stati trasferiti dalla custodia minorile, alle carceri. La questione era già all’attenzione della politica inglese da qualche tempo e, come già detto, vìola l’articolo 37 della Convenzione sui Diritti dell’Infanzia delle Nazioni Unite, che obbliga “la separazione carceraria tra adulti e minori, a meno sia necessario per il minore rimanere in costante presenza di adulti”.

Dopo essere stata dibattuta per la prima volta in Parlamento lo scorso 10 gennaio, la questione dovrà essere affrontata con grande rapidità per non incorrere nelle sanzioni delle Nazioni Unite.

Gb non rispetta condizioni carcere donne

teen-faces-sexual-exposing.nIgnorati standard dettati da Onu, centinaia i casi

La Gran Bretagna e’ lontana anni luce dagli standard delle Nazioni Unite sulla detenzione carceraria femminile e secondo uno studio le condizioni in cui le donne sono tenute in prigione sono in un gran numero di casi “ingiuste, sbagliate, non rispettose dei diritti umani”. Lo studio, condotto da Rachel Halford, direttrice del gruppo ‘Donne in carcere’, sostiene che il Regno Unito pur avendo firmato 2 anni fa un protocollo sui nuovi standard dell’Onu non ha finora ottemperato a tali direttive.

Fonte 1 e 2


Palermo, agente penitenziario riceve pacco bomba

Bomba-Food-280x280Sembrava la solita agenda-regalo, ma si trattava di un ordigno esplosivo. Paura al carcere di Pagliarelli di Palermo dove un pacco bomba è stato consegnato a un sovrintendente di polizia penitenziaria in servizio. Pensando, dal mittente, che si trattasse di un’agenda spedita da un sindacato di polizia, l’ha portato a casa, dove l’ha aperto, rendendosi conto poi dell’ordigno, che fortunatamente non è esploso: le batterie si sarebbero scaricate per via del tempo troppo lungo trascorso tra la spedizione e la sua apertura.

Il fatto, che risale al 22 gennaio scorso, è stato reso noto dal vice segretario generale dell’Osapp, sindacato degli agenti di custodia, Mimmo Nicotra. «Il sovrintendente al quale era destinato – ha detto Nicotra – stava trascorrendo un periodo di ferie. Quando è tornato in servizio, pensando che il sindacato, al quale peraltro non è iscritto, gli avesse spedito un’agenda, l’ha portato a casa. Quando si è accorto dell’ordigno ha chiamato gli artificieri». «Fortunatamente – ha aggiunto Nicotra – il lasso di tempo tra la spedizione dell’ordigno e la sua apertura è stato abbastanza lungo da favorire l’azzeramento delle batterie che presumibilmente avrebbero dovuto garantire prima l’innesco e poi l’esplosione del pacco bomba».

«Questo episodio è molto grave – chiosa Nicotra – e prima che in Sicilia si torni indietro di decenni lo Stato deve porre in essere immediati correttivi al sistema penitenziario prevedendo da subito l’incremento di personale di polizia penitenziaria ed un progressivo sfollamento delle strutture penitenziarie. Questa volta si può parlare fortunatamente di un pacco bomba inesploso, ma fino a quando si potrà contare solo sulla buona sorte?».

Fonte