Category Archives: Contro carcere, CIE e OPG

Sciopero della fame contro ergastolo ostativo: detenuto in fin di vita

cordatesaE’ in gravissime condizioni il detenuto ergastolano di origine siciliana Antonino Cacici, di 42 anni, che da diversi giorni sta effettuando lo sciopero della fame contro l’ergastolo ostativo: l’uomo, rinchiuso nel carcere di Sulmona, rifiuta anche la terapia medica e da ieri ha cominciato lo sciopero della sete. A lanciare l’allarme è la Uil Penitenziari.

L’ergastolo ostativo, contro il quale protesta il detenuto, impedisce qualsiasi possibilità di abbreviazione della condanna, perchè inflitto per gravissimi delitti. “Le condizioni di salute del Cacici, che ha rifiutato anche il ricovero presso l’ospedale, cominciano a destare serie preoccupazioni fra i sanitari del carcere – afferma il segretario provinciale della Uil Penitenziari, Mauro Nardella – i medici hanno registrato nel corso dell’ultimo mese un calo ponderale di oltre 20 chili. Il che, unito anche all’aumentato rischio derivante dall’associazione dello sciopero della terapia e della sete, porterà al rischio di un rapido peggioramento delle sue condizioni”.

“La preoccupazione della Uil Penitenziari, oltre che di tutti gli operatori penitenziari, ognuno dei quali armati di umana pietà – conclude Nardella – è che il detenuto, malgrado i ripetuti e sistematici tentativi di dissuasione fatti da tutti, direttori, medici, infermieri, poliziotti penitenziari, educatori e assistenti sociali, possa non arrivare all’appuntamento col Trattamento sanitario obbligatorio ancora in vita”.

Fonte


Cile – Antofagasta rivolta carceraria, un detenuto e due poliziotti feriti

Più di 30 detenuti si sono arrampicati sul tetto,con bastoni e armi da taglio, mentre i pompieri gestivano l’incendio all’interno delle mura

rivoltaUn gruppo di circa 30 detenuti hanno messo in scena una sommossa nel cortile della prigione di Antofagasta, prendendo in ostaggio un poliziotto .

Passate le 15.00, le forze speciali della polizia intervenendo sono riuscite a controllare la rivolta, con un bilancio di due poliziotti feriti e un prigioniero.

La presa del carcere ebbe inizio verso le 12.30, quando un gruppo di prigionieri armati di coltelli artigianali salì sul tetto, appiccando un’incendio. 

Nel frattempo, i parenti dei prigionieri arrivarono sulla scena per sostenere la rivolta, così la polizia dovette intervenire per disperdere la folla con mezzi idrante.

Fonte


Carcere – Comunicato di Maurizio Alfieri sul fango di Tolmezzo e sciopero della fame

da  informa-azione

Riceviamo e diffondiamo questo comunicato di Maurizio Alfieri sulle montature nei suoi confronti ad opera di repressione e pennivendoli di regime, ed una  in cui annuncia l’inizio di uno sciopero della fame contro la noncuranza del dirigente sanitario e l’impossibilità di avere accesso alle giuste cure.
Ricordiamo che il 16 febbraio si terrà a Saluzzo un presidio anticarcerario in solidarietà con Maurizio e tutti i prigionieri di Saluzzo.

maurizio alfieriComunicato di Maurizio Alfieri

Carissimi/e compagni/e,
desidero scrivervi questo comunicato per poter esprimere innanzitutto il mio eterno bene per tutti/e voi, che lottate con ideali e principi contro le ingiustizie di fascisti pronti a reprimere con violenze e abusi tutti coloro che portano la solidarietà nelle piazze, nelle fabbriche, nelle carceri e in tutti i luoghi comuni.
Oggi da una missiva di un mio caro fratello oltre che compagno ho appreso una notizia che mi ha fatto andare su tutte le furie…
Desidero esprimere al giornalista che ha scritto l’infame e indegno articolo pubblicato sul “Gazzettino” quello che penso di lui. Premetto che per la mia buona educazione voglio riservarmi dall’esprimere epiteti verso costui, servo del sistema di cattiva informazione per fuorviare da ciò che accade nel carcere di Tolmezzo.
Questo signore si è permesso di dire che io e Valerio abbiamo sfruttato (i miei cari/e compagni/e e fratelli anarchici) per i nostri scopi!!!
Lei signor giornalista è un codardo, un vile, le povere persone come Enzo Tortora sono morte per gentaglia come lei, che per scopi di lucro scrivevano articoli falsi, così come è abituato a fare lei, non sapendo il significato di dignità e onestà.
Lei sicuramente sarà amico della direttrice e del comandante del carcere di Tolmezzo, forse la retribuiranno! Magari il direttore della sua testata le ha promesso una promozione!!!
A parer mio lei è un vero sfruttatore, non noi. Gli sfruttatori sono la feccia dell’umanità, sono i magnaccia, coloro che delle donne vorrebbero fare merce di scambio, ed io per costoro (giornalisti e magnaccia) provo disgusto, schifo e ribrezzo.
Lei signor giornalista cerchi di preoccuparsi dei pestaggi e di tutto ciò che è accaduto dentro il carcere di Tolmezzo, ma sicuramente lei sarà lo stesso giornalista che alcuni mesi fa sul “Gazzettino” parlava di Tolmezzo come di un albergo a cinque stelle!!!
Si vada a leggere le tante denunce di molti detenuti che sono stati massacrati, lei è un colluso della direttrice, si vergogni per come svolge il suo lavoro e non dimentichi tutti/e i fratelli e sorelle che sono morti nelle vostre patrie galere, dove non sono mai emerse responsabilità di terzi, ma solo omissioni e archiviazioni frettolose. Oggi io voglio dedicare un pensiero a tutti/e i fratelli e sorelle che per colpa di qualche aguzzino sono stati strappati all’affetto dei loro cari (io non vi dimenticherò mai e vi porto tutti/e nel mio cuore). Signor giornalista, non si permetta mai più di insinuare infamie, perché questo fa parte solo del suo palmares.
Un abbraccio a tutti/e i compagni/e e grazie per la tanta corrispondenza che ricevo da tutti/e voi, perché allieta le mie giornate, mi scalda il cuore e mi rende libero senza mura e senza sbarre.
Un forte abbraccio, vi voglio bene.

Saluzzo, sezione di isolamento, 30/01/13

 

Maurizio (“a” cerchiata)   

P.S. Ricordatevi che rispondo a tutti/e.

Nota aggiunta da Maurizio

Esimo da ogni responsabilità qualsiasi compagno/a per i fatti di Tolmezzo. Come risulta da tutti gli atti non c’è stato nessun coinvolgimento di qualsiasi persona e compagni/e, per cui nessuno si può permettere come il giornalista di insinuare anche il minimo coinvolgimento dei presidi del 10/09/12 e del 24/11/12.
Desidero inoltre dire a costui o costoro che non devono insinuare nulla verso i presidi di solidarietà contro i pestaggi e gli abusi che avvenivano e avvengono a Tolmezzo.

Doverosi saluti,
Maurizio Alfieri

bacioLettera di Maurizio sullo sciopero della fame

Saluzzo 4 febbraio 2013

Carissimi/e compagni/e,
mi preme scrivervi quanto mi accade per rendere partecipi tutti/e coloro che vorranno sapere come siamo costretti a vivere e quanto dobbiamo sopportare a Saluzzo. Vi premetto che ho problemi alle ginocchia, dovute a usura delle cartilagini, con segni di meniscopatia, frammenti di cartilagini e una ciste di Baker che mi bloccano l’articolazione. Tutte queste patologie le ho combattute con la forza di buona volontà, correndo “piano” ogni mattina per 1 ora, nonostante mi trattengano in isolamento; qui a Saluzzo è impossibile correre. Aspettavo da giorni dopo aver sollevato il problema, l’ortopedico mi ha prescritto la “cyclette” il 13/01/2013 e di camminare spesso; così stamattina, dopo aver visto che a nessuno interessava del mio stato di salute, ho iniziato lo sciopero della fame. Mentre il dottore di turno misurava tutti i parametri e mi faceva pesare entrò un dottore,   e ho saputo solo in un secondo momento che si trattava del dirigente sanitario. Dopo che il dottore di turno gli ha illustrato la mia situazione, questo fantomatico dirigente sanitario mi guarda e mi dice: “guardi per me lei può correre in cella”!!!
In un primo momento pensavo ad una battuta infelice, solo che appena mi  sono reso conto che dopo aver detto questo è uscito e stava per andarsene, sono corso fuori e gli ho chiesto se stava scherzando; appena mi ha risposto di no gli ho detto che lui aveva sbagliato lavoro… avrei voluto apostrofarlo, solo che erano presenti alcune donne, così mi sono trattenuto, non sapendo chi era costui. Però adesso avendo saputo che è il responsabile dell’Area Sanitaria, mi chiedo come possa svolgere una mansione così delicata!!! Neanche un veterinario avrebbe risposto in questa maniera, ma evidentemente è la sua indole strafottente. A me, come a tutti/e i detenuti e le detenute deve essere garantito il diritto alla salute.
Costui non può arrogarsi il diritto di contraddire una patologia accertata, addirittura senza neanche visionare la mia cartella clinica! Contravvenendo ad un luminare come l’ortopedico!
Qui a Saluzzo  siamo capitati in cattive mani, escludendo gli altri dottori e dottoresse che svolgono il loro lavoro con la massima attenzione, nonostante tutti loro abbiano dato disponibilità a farmi iniziare una fisioterapia, questo fantomatico dirigente sanitario ha stabilito che io posso correre in cella!!!
Questo signore avrebbe bisogno di una visita psichiatrica ed andrebbe esonerato dal suo impiego perché non è idoneo a svolgere la mansione di  responsabile sanitario, dato che nessun dottore si sognerebbe di dare una simile risposta.
Adesso resto in attesa che la direzione mi risponda se qui viene garantito il diritto alla salute… e nel contempo auguro un buon appetito a tutti e tutte e inizio il digiuno forzato grazie a persone come questo signor dirigente…

Un abbraccio a tutti e tutte i compagni e le compagne
Con ogni bene

Maurizio

P.S. Vi aggiornerò di tutti gli sviluppi di questa faccenda

Per scrivergli:
MAURIZIO ALFIERI
VIA REGIONE BRONTA N. 19/BIS
12037 SALUZZO (CUNEO)

 


Cremona – Scritte solidali con Marco Camenisch, due arresti – aggiornato –

riceviamo da mail anonima:

scritta per camenischNella notte tra il 5 e il 6 febbraio vergate scritte in solidarietà con Marco Camenisch, No Tav, ZAD, Villa Amalias, contro il voto, per Bresci e contro la guerra.

Dopo una notte di passeggiate contro i punti del potere, tratti in arresto due compagni.
Perquisizioni nelle abitazioni di vari compagni e deportati nel carcere di Cremona due ribelli.

Seguiranno aggiornamenti.

Aro e Colo Liberi.
Libere/i Tutte/i

foto delle scritte su: 

http://www.cremonaoggi.it/2013/02/06/tornano-i-vandali-in-piazza-s-agostino-sui-muri-scritte-contro-gli-alpini-che-avevano-ripulito-la-zona

AGGIORNATO   9-2-2013

Riceviamo e diffondiamo alcuni comunicati inerenti l’arresto di Aro e Colo
Nel frattempo apprendiamo che i due compagni sono stati scarcerati nel pomeriggio di giovedì!

PRIGIONIERI ESISTENZIALI

Qualche riflessione, un mondo altro.

Esprimiamo tutta la nostra solidarietà ad Aro e Colo, compagni di cui condividiamo pensieri e la gioia di quella notte.

Oltre alla solidarietà, affermiamo la nostra complicità nella rottura con questo mondo.

A chi ha usato le parole “prigionieri politici”, PRRRRRRRRRRRR.

Noi ci sentiamo prigionieri esistenziali, dove l’evasione da questo mondo fatto di sfruttamento e oppressione, questo ergastolo sociale, è quello per cui ci battiamo, sentiero che vogliamo esplorare in ogni momento e ovunque.

Riabbracciare i nostri compagni è stata un’emozione indescrivibile, atto pratico della scritta apparsa mercoledì sera, subito dopo l’arresto: I CUORI DI ARO E COLO SARANNO LIBERATI. LIBERI/E TUTTI/E.

C’è chi dice, c’è chi fa. C’è chi tiene la teoria al di fuori della pratica.

Tutto questo ci è avverso, come sbirri, padroni, banchieri, preti, politici e pennivendoli di regime.

Tutto questo ci ha fatto capire, ancora di più, che sono le relazioni rivoltose la sola cosa che salveremmo in questo sistema fatto di merda, di merce e di autoritarismo.

Con profonda collera verso l’esistente, ringraziamo tutte/i della solidarietà mostrata.

anarchiche e anarchici di Cremona

CIP Via Aro e Colo Liberi, 77


Segue comunicato di Aro e Colo:

TERRORISTA È LO STATO

Nella notte di martedì 5 febbraio, mentre ci adoperavamo nell’atto derisorio ai danni del potere bancario, il nostro saper fare è stato interrotto ora dallo spettro di una pallottola in testa ora dal rumore della mano poliziesca. Una volta presi in ostaggio, siamo stati rinchiusi nella sala fermi della caserma dei carabinieri; senza essere informati dei reati commessi, siamo stati lasciati al nulla della stanza fino alla dichiarazione di arresto avvenuta alle 18 del giorno seguente.

Il ricorso alla galera è scattato in quanto nelle nostre abitazioni (perquisite in mattinata), sono stati trovati “pericolosi” scritti anarchici, utilizzati dall’apparato repressivo per costruire la solita menzogna del mostro insurrezionalista. Le accuse con le quali varchiamo l’ingresso di Ca’ del ferro (carcere di Cremona) sono pesantissime e
spropositate ai fatti: due reati associativi, uno per danneggiamento, un’altro per trasporto di esplosivi e, il tanto in voga 280 bis – terrorismo.

Il progetto politico non può che essere mediatico: le cazzate uscite dai giornali e la nostra liberazione avvenuta già Giovedì ne sono la conferma. Prigionieri politici!? Siamo anarchici: il privilegio della politica non solo ci disgusta, ma lo combattiamo come ogni forma di autorità.

Tutti liberi – tutti viventi!

Un caldo abbraccio agli amici/compagni/solidali

che fin dalle prime ore di mercoledì hanno scaldato i nostri cuori.

Per la libertà,

Aro e Colo.

 


La morte di Attinà in carcere resta senza colpevoli

Assolto l’ispettore di polizia accusato di omicidio colposo che permise al detenuto di avere in cella il fornellino da campeggio con il gas che lo uccise

si muore di carcereLIVORNO. Nicola Citi, 43 anni, ispettore di polizia penitenziaria abbraccia il suo avvocato quando il giudice Gioacchino Trovato finisce di leggere, dopo mezzora di camera di consiglio, la sentenza la quale lo assolve con formula piena per la morte di Yuri Attinà, il detenuto scomparso il 5 gennaio 2011 nel carcere delle Sughere dopo aver inalato da un fornellino da campo una grossa quantità di gas butano.

Una decisione che «rende giustizia a un agente che ha sempre cercato di fare bene il proprio lavoro», come spiega l’avvocato Luciano Picchi che ha difeso Citi con il collega piombinese Giovanni Marconi. Ma che dall’altra parte fa restare senza colpevole una morte che scosse l’opinione pubblica. «Si vive di ingiustizie e si muore in carcere», recitava uno striscione che alcuni amici della vittima esposero fuori dal carcere dopo la scomparsa di Attinà.

L’agente di polizia penitenziaria era accusato di omicidio colposo. Secondo il pubblico ministero Massimo Mannucci – si legge nel capo d’imputazione – «in qualità di ispettore in servizio nella casa circondariale di Livorno, per colpa consistita in imprudenza, negligenza, imperizia e nell’aver revocato momentaneamente una disposizione da egli stesso adottata l’11 dicembre 2010 che vietava l’uso del fornellino da camping consentendo poi al detenuto di utilizzarlo».

Al centro delle indagini, in particolare, sono finiti due documenti: uno risaliva, appunto, all’11 dicembre, il secondo al 28. Nel primo, visti i precedenti del detenuto, viene vietato l’uso del fornellino in cella. Diciassette giorni più tardi, Citi, avrebbe firmato – sosteneva anche la parte civile – un documento nel quale autorizza ad usarlo o comunque a dividere la cella con detenuti che lo hanno a disposizione.

Yuri Attinà alle Sughere, era al settimo padiglione, in cella con due compagni. Pare che alcuni giorni prima avesse rassicurato l’agente dicendo che non avrebbe fatto uso del gas e forse per questo l’ispettore gli avrebbe dato fiducia. Ma il pomeriggio del 5 gennaio ha inalato il gas e non si è più svegliato.

Nel procedimento si erano costituite parte ci vile la sorella e la nipote del ventottenne. «La responsabilità di questa storia è di Yuri – diceva la nipote all’indomani della tragedia – che l’ha pagata anche cara. Ma se c’è qualcuno che ha sbagliato è giusto che paghi».

A distanza di due anni dalla tragedia e dopo diversi rinvii il giudice ha deciso che non ci sono altri colpevoli.

Fonte 9/2/13


Svizzera: detenuti appiccano incendio in carcere Bois-Mermet

Due detenuti nel carcere di Bois-Mermet, a Losanna, sono stati tratti in salvo giovedì sera dopo aver appiccato il fuoco alla loro cella. I due giovani avrebbero tentato di suicidarsi.

fiammaEntrambi ventenni, i prigionieri hanno appiccato il fuoco a diversi oggetti verso le 22, dopo aver fumato una sigaretta insieme, riferisce oggi la polizia. Intervenuto rapidamente, il personale penitenziario ha trovato uno dei detenuti privo di sensi, mentre il secondo lamentava dolori e difficoltà respiratorie.

Secondo la polizia, i due giovani – un brasiliano e uno svizzero – avrebbero voluto togliersi la vita. Una lettera in questo senso è stata rinvenuta nella tasca del detenuto privo di sensi, mentre il secondo ne ha consegnato una identica ai soccorritori.

Nel marzo 2010 il detenuto Skander Vogt era deceduto in condizioni analoghe a Bochuz (VD). In seguito alla sua morte, il Cantone ha varato diverse misure, fra le quali la revoca della responsabile del Servizio penitenziario vodese.

Fonte


Carceri: detenuto tenta suicidio a Taranto, e’ in condizioni disperate

impiccatoTaranto, 9 feb. – (Adnkronos) – E’ in condizioni gravissime il detenuto straniero, di 29 anni, proveniente dai paesi dell’Est, che questa mattina ha tentato il suicidio nel bagno di una cella del carcere di Taranto. Lo riferisce all’Adnkronos Federico Pilagatti, segretario nazionale del Sindacato autonomo di polizia penitenziaria (Sappe) che si trova sul posto. L’uomo, giudicabile per reati contro il patrimonio, e’ stato trasportato poco fa all’ospedale civile ‘Santissima Annunziata’. Secondo le prime informazioni potrebbe aver utilizzato una corda rudimentale ricavata da un lenzuolo, legandola alla finestra del bagno e annodandosela al collo. Per mettere in atto l’insano gesto ha atteso che tutti i compagni di cella uscissero per recarsi al passeggio. Inoltre ha bloccato la porta di ingresso al bagno interno alla cella per impedire che qualcuno intervenisse per salvarlo.

”Nonostante cio’ – sottolinea Pilagatti – l’agente di servizio nella sezione, durante il giro di controllo, si e’ insospettito per il silenzio del detenuto e quindi e’ entrato nella stanza dando contemporaneamente l’allarme ai colleghi”. Quindi con una spallata ha aperto la porta del bagno prestando soccorso al detenuto al quale, unitamente ai sanitari, ha fornito le prime cure. Subito dopo il detenuto e’ stato portato dal 118 in ambulanza in ospedale. Le sue condizioni sarebbero disperate. ”Il Sappe – evidenzia Pialagatti – deve prendere atto della grave situazione in cui versa il carcere d Taranto dovuta al sovraffollamento di detenuti a cui si contrappone una grave carenza di personale. Mentre la situazione precipita, il vice capo della Direzione dell’amministrazione penitenziaria (Dap ndr) continua a giocare con la vigilanza dinamica che nei fatti ha l’effetto di sguarnire le sezioni detentive. Negli ultimi tempi – conclude Pilagatti – decine, se non centinaia, sono stati gli interventi dei poliziotti penitenziari che hanno evitato suicidi. Con la vigilanza dinamica sarebbero tutti morti”.

Fonte


Messico, Circa 400 prigionieri in rivolta a Los Cabos

CITTA ‘DEL MESSICO, 8 febbraio (IRIN) –

   sbobba Circa 400 prigionieri del Centro de Reinserción Social de Los Cabos, che si trova nello stato di Baja California Sur, in Messico nord-occidentale, si sono ribellati per denunciare carenze alimentari e hanno minacciato di bruciare il carcere.

   La rivolta iniziata alle 14, quando un centinaio di prigionieri si è concentrata nella cucina del carcere per chiedere miglioramenti nella loro dieta. Col passare del tempo si sono aggiunti più prigionieri, quindi da parte delle guardie si è alzato il livello di guardia.

   360 soldati – tra polizia e militari – sono stati mandati all’interno della prigione de Los Cabos per sedare la protesta. Come riportato dal portavoce della città, Miguel Arroyo,la rivolta è sotto controllo per il 70 per cento.

   Arroyo ha confermato al quotidiano ‘El Universal’ che i rivoltosi hanno messo in atto le loro minacce e hanno bruciato alcune zone della cucina e del laboratorio, ma ha anche assicurato che l’incendio è sotto controllo.

   Egli ha escluso l’esistenza di vittime. “Al momento, non ci sono segnalazioni di detenuti feriti o deceduti, ma, in ogni caso, sono stati mobilitati squadre di soccorso e ambulanze”, ha spiegato.

Fonte

Traduzione CordaTesa


Solidarietà – Nasce Cassa Antirepressione Sud

riceviamo e diffondiamo:

fuoco alle galereNasce Cassa Antirepressione Sud!

La cassa antirepressione sud nasce dall’esigenza di alcune individualità anarchiche siciliane, di raccogliere fondi a sostegno dei prigionieri, per esprimere solidarietà agli stessi e inviare, a chi finisce in galera, contatto e appoggio da parte di gruppi o persone sensibili alla questione carcere.

DELLE GALERE SOLO MACERIE!

per info: cassaantirepressionesud@gmail.com – http://cassaantirepressionesud.blogspot.it/

Per donazioni:
ricarica postepay : 4023 6006 4052 5574 (intestata a Kevin Giacalone)
ricarica conto paypal: cassaantirepressionesud@gmail.com


Lettera di Dayvid “Ciga” x Corteo Teramo di domani

LETTERA DI DAYVID “CIGA” IN RISPOSTA ALLA MANIFESTAZIONE NAZIONALE
INDETTA A TERAMO SABATO 9 FEBBRAIO 2013

Ciao a tutt*, mi chiamo Dayvid Ceccarelli e sono attualmente detenuto presso il carcere di Alba (Cuneo).
La mia custodia cautelare e’ motivata da articoli del vecchio codice Rocco, arricchiti con leggi speciali del
1975, leggi create dal fascismo per reprimere e punire i dissidenti politici. “Grazie” a queste leggi rischio assieme
ad altri compagni da 8 a 20 anni di reclusione, ma nonostante cio’ non voglio smettere di usare l’unica arma che ho: la parola.
Non sono solito a discorsi retorici, preferisco agire piuttosto che parlare.
Scrivo queste righe nello stesso modo in cui ho sempre cercato di vivere la mia vita: sinceramente e con cuore.
Magari spesso, nella foga del momento e sopraffatto dalle emozioni, sbaglio, ma con le migliori intenzioni e
sicuramente con sincerita’.
Voglio farvi sapere quanto mi abbia fatto piacere apprendere che finalmente ci sara’ una manifestazione di solidarieta’ per
gli arrestati, i fermati e gli indagati accusati delle “violenze” accadute a Roma il 15 Ottobre 2011.
Non dico questo perche’ anche io sono fra questi (non so ancora quando saro’ processato assieme ad altri 25
compagni coimputati), ma lo dico perche’ sono felice del fatto che finalmente in Italia un’insieme di individui
scenderanno in piazza per chiedere a gran voce la liberta’ per i 6 compagni condannati a 6 anni di reclusione
per l’assalto al blindato e per gli altri 25 che sono, con diverse misure restrittive, in attesa di giudizio a causa delle
“violenze” di quel giorno e che la piazza non ha paura di chiedere la verita’.
Il 15 ottobre 2011 si dovrebbe ricordare solo per le nobili motivazioni che hanno fatto sì che le piazze di Roma si gremissero
di gente in quanto era la “giornata mondiale dell’indignazione”. Ma cosi’ non e’.
In ogni caso, finalmente, dei compagni diranno “basta” alla repressione in atto e chiederanno verita’.
Inoltre alle varie istituzioni vorrei domandare qual’e’ la vera violenza?” Non e’ forse violenza affamare una popolazione?
Distruggere il futuro di una generazione intera?Privare delle pensioni i pensionati?Sfruttare gli operai negando loro prima
la sicurezza del posto di lavoro, e poi togliendo uno dopo l’altro i diritti basilari che anni di lotte sindacali avevano conquistato?
Tutto questo e’ stato ottenuto con la complicita’ di tutti gli schieramenti politici, del sistema bancario italiano ed europeo,
dei sindacati confederati e nel silenzio assordante di quella parte di sinistra extraparlamentare che sembra avere come
unico scopo quello di conquistare una comodissima poltrona in parlamento.
In questi giorni stiamo assistendo al solito teatrino del tutti contro tutti, delle promesse e delle speranze per poter
appunto accaparrarsi un posto in parlamento per poi alla fine, nella migliore delle ipotesi, non cambiare nulla.
Io il 15 ottobre ero in piazza per una manifestazione pacifica assieme a migliaia e migliaia di persone per dire “basta”,
la popolazione italiana, europea e mondiale non ne puo’ piu’ di essere sempre l’unica a pagare per colpa delle
speculazioni internazionali. Perche’ il ceto medio e i poveri devono sempre essere sfruttati mentre gli sfruttatori sono
sempre piu’ ricchi e potenti? E’ ora di finirla! Noi la crisi non la paghiamo!! Questo volevamo dire durante la giornata
mondiale dell’indignazione! Ma questi discorsi per lo stato sono da reprimere immediatamente, prima che attecchiscano
e contagino altre persone.
Termino questa mia lettera ringraziando tutt* di scendere in piazza e sperando di potermi unire a voi al piu’ presto.

Dayvid “Ciga”

Per chi avesse voglia di scrivergli:

Dayvid Ceccarelli
c/o Casa Circondariale
via vivaro n 14
12051 Alba (CN)

E’ importante fargli sentire la nostra salidarietà!

teramo


Intorno a torture, carceri… e altre italiche attitudini

Diffondiamo un’interessante articolo preso da contromaelstrom.com

carcereEra il 1948, nel Parlamento una parte delle forze politiche voleva un cambiamento effettivo e sostanziale dal regime fascista, perlomeno sull’aspetto giuridico-repressivo (non su quello economico-politico). Un’altra parte, poi dimostratasi maggioritaria, volle mantenere alla nascente “democrazia” lo stesso carattere giuridico e repressivo.   Il terreno di questo scontro era: il codice penale di pretta marca fascista- il Codice Rocco; il reato di tortura; le carceri.  Strano? Gli stessi punti di oggi (2013)

Quelli che seguono sono estratti delle sedute parlamentari (al Senato) dove avvenne questo scontro.                                                                                                                                    Fate attenzione alle parole di Calamandrei là dove dice che di carcere ne dovrebbero parlare chi l’ha subito («bisogna aver visto, bisogna esserci stati»!); ma anche là dove si domanda se dover vietare la “tortura” significa riconoscere che la tortura «in Europa. nel 1948,c’è dunque ancora bisogno di inserire… questa avvertenza»? (Attenzione, questo è un motivo per cui in Italia difficilmente inseriranno nel codice il reato di tortura, perché significa riconoscere che la tortura si pratica!)

Ecco, questo era ed è  il Bel Paese! Io mi vergogno di appartenerci… almeno finché non lo ribaltiamo sottosopra, e voi?

L’inchiesta sulle carceri e sulla tortura

(Discorsi pronunciati alla Camera dei deputati nelle sedute del 27-28 ottobre 1948)

Seduta del 27 ottobre 1948

Calamandrei.  Onorevoli colleghi, al Senato è stato parlato lungamente delle carceri. È un argomento sul quale, credo che quello che dirò non potrà suscitare opposizione o interruzioni da nessuna parte. Si è parlato lungamente delle carceri e ne hanno parlato soprattutto coloro che più avevano il diritto di parlarne, cioè quelli che vi sono stati lungamente, che vi hanno sofferto e che hanno sperimentato quel che vuol dire esser recluso per dieci o venti anni. Signor Ministro, alle raccomandazioni fatte al Senato sulla necessità di una riforma fondamentale dei metodi carcerari e degli stabilimenti di pena, ella ha risposto dando generiche assicurazioni. Ora, io vorrei che non ci si contentasse di assicurazioni non impegnative, come tutti i Ministri – anche quando sono seri e coscienziosi come ella è – sono disposti a dare, nel rispondere alle osservazioni che si fanno sui loro bilanci. Io vorrei che da questa esperienza di dolore che colleghi di questa Camera e del Senato hanno sofferto, nascesse per l’avvenire un effetto di bene. Questo mistero inesplicabile della vita umana che è il dolore, si può forse avvicinarsi a spiegarlo, soltanto quando si pensi che il dolore di un uomo possa servire a risparmiare il dolore ad altri uomini; e allora si sente che anche il dolore può avere la sua ragione. Ora, questa esperienza di dolore che i nostri colleghi hanno fatto non deve andare perduta. In Italia il pubblico non sa abbastanza – e anche qui molti deputati tra quelli che non hanno avuto l’onore di esperimentare la prigionia, non sanno -che cosa siano certe carceri italiane. Bisogna vederle, bisogna esserci stati, per rendersene conto. Ho conosciuto a Firenze un magistrato di eccezionale valore che i fascisti assassinarono nei giorni della liberazione sulla porta della Corte d’appello, il quale aveva chiesto, una volta, ai suoi superiori il permesso di andare sotto falso nome per qualche mese in un reclusorio, confuso coi carcerati, perché soltanto in questo modo egli si rendeva conto che avrebbe capito qual è la condizione materiale e psicologica dei reclusi, e avrebbe potuto poi, dopo quella esperienza, adempiere con coscienza a quella sua funzione di giudice di sorveglianza, che potrebbe esser pienamente efficace solo se fosse fatta da chi avesse prima  esperimentato quella realtà sulla quale deve sorvegliare. Vederequesto è il punto essenziale. Per questo, signor Ministro, ho presentato un ordine del giorno con cui si chiede al Governo di nominare una Commissione d’inchiesta parlamentare fatta di deputati e senatori, fra i quali siano inclusi in gran numero coloro che hanno sperimentato la vita dei reclusori; in modo che gli esperti possano servir di guida agli altri in queste ispezioni che dovrebbero compiersi non con visite solenni e preannunciate, come è accaduto di recente nel carcere di Poggioreale, ma con improvvise sorprese e con i più ampi poteri di interrogare agenti carcerari e reclusi, ad uno ad uno, a tu per tu, da uomo a uomo, senza controlli e senza sorveglianza. Solo così si potrà sapere come veramente si vive nelle carceri italiane. […] questo bisogna confessar chiaramente: che oggi in tutto il mondo civile, nella mite ed umana Europa, a occidente o a oriente e anche in Italia (ma forse in Italia meno che in altri Paesi d’Europa) non solo esistono ancora prigioni crudeli come ai tempi di Beccaria, ma esiste ancora, forse peggiore che ai tempi di Beccaria, la tortura! Questi sono argomenti sui quali di solito si ama di non insistere; si preferisce scivolare e cambiar discorso. Eppure bisogna avere il coraggio di fermarcisi. Ai primi di settembre, al congresso dell’Unione parlamentare europea ad Interlaken, al quale intervennero numerosi colleghi che vedo presenti in quest’aula, ci accadde, nel discutere un disegno preliminare di costituzione federale europea, di imbatterci in un articolo, che nella sua semplicità era più terribile di qualsiasi invettiva: “È vietata la tortura”. Nel leggerlo, abbiamo provato un’impressione di terrore: in Europa. nel 1948, c’è dunque ancora bisogno di inserire nel progetto di una costituzione federale, da cui potranno essere retti domani gli Stati uniti d’Europa, questa avvertenza? Le costituzioni, come voi sapete, hanno quasi sempre, nelle loro norme, un carattere polemico: le leggi nascono dal bisogno di evitare ciò che purtroppo si pratica. Ora il fatto che si senta il bisogno di vietare nella civile Europa la tortura vuol dire che nella civile Europa la tortura è tornata in pratica. E quando io parlo della tortura, non intendo riferirmi a quelle crudeltà che, talvolta, per malvagità individuale o per follia (come pare sia accaduto nell’episodio di Poggjoreale) secondini o agenti, per fortuna costituenti rare eccezioni, possono esercitare sui reclusi per punirli; quando io parlo della tortura, intendo riferirmi a quel metodo di indagine inquisitoria che esisteva come procedimento legale fino a metà del secolo XVIII nei giudizi penali, prima che fosse abolito, per merito soprattutto del Beccaria. È noto che nella procedura penale, fino alla metà del secolo XVIII, la tortura era un mezzo probatorio, disciplinato dalle leggi e studiato dai trattatisti, mirante a costringere l’imputato a confessare. Si riteneva che l’imputato avesse il dovere di confessare e di dire là verità anche contro se stesso; e quindi, per costringere l’imputato inquisito a eseguir questo suo dovere, si adoperava su di lui la coercizione corporale, modo legale per provocare la confessione. Orbene, onorevoli colleghi, la tortura come mezzo per ricercare la verità rientra anche oggi, non di rado, tra i metodi della polizia investigativa: in tutto il mondo, in tutti i paesi civili, ed anche in Italia. ][…]Ho parlato di questo anche con qualche magistrato, anche con giudici istruttori. Uno di essi mi ha detto: “Mi sono trovato talvolta di fronte a casi inesplicabili. Ho visto, per esempio, studiando i verbali raccolti dalla polizia, un imputato che in dieci verbali si è mantenuto negativo; all’undicesimo, improvvisamente, ha fatto una confessione piena e particolareggiata; ma al dodicesimo verbale si è ritrattato e in seguito si è mantenuto ostinatamente negativo. Allora ho interrogato l’imputato per chiedergli il perché di questi mutamenti e quello mi ha risposto: “quando fui libero di rispondere secondo verità dissi di no: ma una volta, quella volta, non potei reggere al dolore: e dissi di sì”.  Ma i metodi per far dire di sì agli imputati, dei quali ho raccolto notizie nella mia inchiesta, non voglio descriverveli. […]

Seduta del 28 ottobre (risposta del Ministro)

Grassi, Ministro di grazia e giustizia.  Ella, onorevole Calamandrei, mi ha invitato a fare una passeggiata insieme nelle carceri; ci verrò volentieri, ma un’inchiesta mi pare francamente esagerata. Questo per quanto riguarda le carceri; circa poi gli interrogatori, la competenza a provvedere non è del Ministero della giustizia. […]

Tambroni (Dc).  Una brevissima dichiarazione di voto anche a nome di altri colleghi del mio Gruppo. Prego intanto l’onorevole Presidente di mettere in votazione l’ordine del giorno Calamandrei per divisione. Dichiaro di essere contrario e di votare contro la prima parte, quella che riflette la nomina d’una Commissione d’inchiesta relativa ad accertare le pressioni della polizia per ottenere la confessione dei  prevenuti….E il nostro Codice prevede gravi’sanzioni nei confronti degli agenti di polizia.

note: in carica c’era il V governo De Gasperi (23.05.1948 – 14.01.1950);                                                               Giuseppe Grassi, del Partito Liberale fu ministro della Giustizia nel IV e V Gov De Gasperi,
[da: Il Ponte, marzo 1949]

 


Donna somala in prigione per aver denunciato il suo stupro

silenzioLei aveva avuto un grande coraggio a raccontare la violenza subita in un campo profughi di Mogadiscio al giornalista freelance, Abdiaziz Abdnur Ibrahim. Un’accusa pesante nei confronti delle forze di sicurezza che, secondo voci insistenti, si approfittano delle rifugiateMa quel momento di verità le costerà caro. Ieri è stata condannata da un tribunale di Mogadiscio a un anno di carcere per “oltraggio alle istituzioni” e un’identica pena è stata inflitta al free lance che l’aveva intervistata senza però aver mai pubblicato il pezzo (nella foto la lettura del verdetto).  L’uomo, già detenuto, comincerà subito a scontare la punizione. A salvarlo non sono bastate le rassicurazioni di Al Jazeera, che aveva mandato in onda un’inchiesta sugli abusi ma che ha sempre negato il coinvolgimento di Ibrahim nel servizio. Per la donna, invece, si apriranno le porte del carcere quando avrà finito di allattare il suo bambino.

Il caso è talmente eclatante che ha destato l’indignazione del segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon: “Le Nazioni Unite hanno ripetutamente espresso allarme davanti alle notizie di violenze diffuse nei campi per profughi intorno e a Mogadiscio – ha detto  -. Questi delitti non vengono denunciati abbastanza spesso a causa dei rischi per le vittime, i testimoni e i familiari”. Ban ha voluto lodare “lo straordinario coraggio” della donna “per uscire allo scoperto”.

Il processo è sembrato fabbricato sin dall’inizio.  Il 18 gennaio il governo aveva sostenuto in un comunicato ufficiale che la denuncia della donna era falsa e che la vicenda era una montatura.

Lo scorso novembre, il presidente Hassan Sheikh Mohamud aveva dichiarato che gli appartenenti alle forze di sicurezza responsabili di stupro avrebbero dovuto essere puniti, prospettando addirittura la pena di morte. Aspettiamo ancora che in carcere ci vadano gli aggressori e non le vittime.

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Tenta il suicidio in carcere, salvato

corda tesaLucca – Passano i giorni, proseguono le grida di allarma ma anziché migliorare la situazione del carcere San Giorgio continua a peggiorare. La casa circondariale torna, così, al centro della cronaca proprio all’indomani della richiesta avanzata dal Sappe all’Amministrazione Penitenziaria di adottare ogni necessaria iniziativa per riportare all’interno del carcere condizioni minime di vivibilità per i detenuti ed idonee garanzie di sicurezza per i poliziotti che ci lavorano.

Nella giornata di giovedì, la polizia penitenziaria ha, infatti, con il suo tempestivo intervento, salvato la vita ad un detenuto italiano, condannato per rapina, con fine pena 2016, che ha tentato il suicidio in cella impiccandosi alle sbarre della finestra con il lenzuolo. L’uomo è stato accompagnato al reparto infermeria del carcere ma, sottolinea il sindacato autonomo di Polizia Penitenziaria, se questo decesso è stato sventato è ancora una volta solo grazie alla professionalità, alle capacità ed all’attenzione del Personale di Polizia Penitenziaria che, in tutte le carceri italiane, nel 2011 e 2012 ha sventato oltre 2.000 tentativi di suicidio di detenuti e impedito che più di 10mila atti di autolesionismo posti in essere da altrettanti ristretti potessero degenerare ed ulteriori avere gravi conseguenze. Gesti che, ha affermato Donato Capece, segretario generale del SAPPE, devono essere messi in evidenza. A tal proposito il sindacato chiederà all’Amministrazione penitenziaria di Roma una adeguata ricompensa (lode o encomio) al Personale di Polizia che è intervenuto per salvare la vita a questo detenuto italiano.

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Venezuela, Uribana non un carcere ma un arsenale

bacioCARACAS – Che in una carcere vi possano essere ‘armi bianche’ di produzione artigianale, non sorprende. Stupisce, però, se vi si trova un arma da fuoco. Lo stupore, poi, si trasforma in indignazione quando la prigione si trasforma in un deposito di armi.

La ministro Varela ha reso noto i risultati delle indagini che hanno fatto seguito alla rivolta nella carcere di Uribana. La ‘Guardia Nacional’, infatti, una volta trasferiti i detenuti, ha scoperto un vero e proprio arsenale: fucili Ak-103 con mira telescopica e laser, mitra, pistole, fucili, bombe a mano,  lacrimogeni, e “chopos” (fucile di fabbricazione artigianale).

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New York, mamma bacia il figlio per passargli la droga in carcere

La polizia in un distretto di New York arresta una donna che ha passato la droga al figlio in un modo del tutto singolare: baciandolo durante le visite in carcere.

bacioCome riportato da Fox News, gli uomini dello sceriffo della contea di Yates raccontano ai media locali che una donna di 54 anni, residente a  Penn Yan, Kimberly Margeson (questo il nome della madre) era in visita in carcere da suo figlio la scorsa settimana quando ha nascosto pillole di Ossicodone e le passò dalla sua bocca alla sua, dandogli un bacio alla francese.

La polizia non ha voluto dire come i farmaci sono stati scoperti

Margeson si è dichiarata non colpevole  ma è stata accusata di contrabbando di droga in una prigione. Ora la donna è libera dopo aver pagato una salata cauzione. Le autorità dicono il figlio della signora Margeson è stato anche visto promuovere contrabbando carcere.

Il ragazzo 30 enne rimane in carcere, attualmente nessun avvocato può essere contattato per lui. Una notizia surreale ma assolutamente veritiera sconvolge ancora una volta la Grande Mela che di notizie così sembra averne abbastanza ormai.

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Ecco come si evade dalle carceri italiane

Fughe rocambolesche e buchi nei muri: evasioni raddoppiate negli ultimi anni

evasi-detenuti-scavato-tunnelNegli ultimi tre anni le fughe dagli istituti penitenziari sono più che raddoppiate. Solamente del 2009 i detenuti evasi erano stati nove. Nel 2012 sono stati ventidue. Per lo più uomini ma anche tre minori. In gran parte la fuga avviene dalle strutture penitenziarie (14), ma anche dagli ospedali (4), dal regime di semilibertà (1), dal lavoro esterno (1).  Per capirne qualcosa di più abbiamo intervistato Eugenio Sarno, Segretario Generale della UILPA Penitenziari, uno dei principali sindacati degli agenti carcerari.

Quali sono  i metodi più frequenti utilizzati per la fuga?
Dalle statistiche il metodo classico di fuga rimane quello con buco o sbarre segate, discesa dal muro di cinta e poi fuga a gambe levate. È però in forte aumento il dato delle evasioni dalle strutture ospedaliere. Nel 2012 sono state il 20% del totale. Nello scorso anno sono state effettuate circa 65 mila traduzioni di detenuti verso reparti ospedalieri, solo 5.800 però si sono trasformate in ricoveri effettivi.

Nei casi di evasione quanto può essere determinate una complicità esterna al carcere?
In genere un’evasione è un evento organizzato e quindi c’è per forza una complicità esterna. Un progetto di evasione parte quasi sempre da un’osservazione da parte dei detenuti dei luoghi in cui sono reclusi. Ad esempio molte volte le evasioni si sono rese possibili per la concomitanza della presenza di cantieri edili che hanno facilitato la fuga. In qualche altro caso, invece, come l’eclatante evasione di Avellino, la fuga  è stata facilitata dalla presenza di bidoni e di pedane accatastate proprio in prossimità del muro di cinta. Direi poi che la fatiscenza delle strutture penitenziarie facilita l’opera di “trivellaggio” della mura come è ben dimostrato dai “buchi” del carcere di Avellino, Vallo della Lucania e quello più recente scoperto in tempo aRebibbia. I carcerati utilizzano i ferri delle sbarre delle brande oppure le posate o i coperchi di pentolame che vengono piegati e utilizzati come piccole vanghe o scalpelli. Il segare le sbarre rimane il metodo più frequente per le fughe. Proprio per quanto riguarda le sbarre è evidente che la maggior parte degli istituti, costruiti circa due secoli fa, non hanno quelle con l’anima in acciaio. Pertanto è relativamente semplice, per loro, tagliare quelle in ferro cosiddetto “dolce”.

Perché si riesce ad evadere così frequentemente rispetto agli anni precedenti?
L’aumento delle evasioni è sicuramente da imputare al sovraffollamento delle carceri. Oggi siamo sotto organico di sette mila unità. Basti pensare che nel 2000 con 42 mila detenuti c’era un organico di 40 mila agenti, oggi con 67mila detenuti, e circa 20 carceri nuove, l’organico della polizia è di circa 36.500 mila unità. Ovviamente, al di là dell’abbassamento degli indici di sicurezza, favorisce questa serie di evasioni  una promiscuità  dei detenuti che impedisce di applicare politiche della sicurezza compatibili con la qualità di vita dei detenuti.

In percentuale, quanti dei detenuti evasi vengono rintracciati e ricondotti in carcere?
Grazie all’attività del nostro Nic, Nucleo investigativo centrale della polizia penitenziaria, negli ultimi anni è stato possibile riassicurare alla giustizia oltre il 60% degli evasi.

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NUMERI SULLE EVASIONI 2012

Pisa carcere “Don Bosco”: 2
Roma “Regina Coeli”: 2
Milano ICAM: 1 donna
Firenze M. Gozzini:1 in regime di semilibertà
Brescia carcere di Canton Mombello: 1
Bologna Ospedale: 1 minorenne
Palmi carcere: 1
Aosta : Lavoro esterno 1
Carcere  di Mamone Lodè :1
Bologna “Istituto penale per minori” : 2 minorenni
Verona – Ospedale: n 1
Foggia– Ospedale: 1
Catania – Ospedale: 1
Avellino  carcere di Bellizzi:  4

Solamente nelle prima 4 settimane del 2013 le tentate evasioni sono state 4, tutte dalle carceri mentre quelle riuscite sono state 2 una dall’ IPM  di Roma lo scorso  29 gennaio e uno presso la Stazione carabinieri di Parma  il 2 febbraio. In totale i carcerati evasi sono già 4 tutti uomini di cui 2 adulti e 2 minori.

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Perquisite le celle dei detenuti, agente della polizia penitenziaria minacciato di morte

SPARTALARINO. Ancora un affondo del sindacato autonomo di polizia penitenziaria, il Sappe, sulla condizione dei detenuti nel carcere di Larino. Con una nota inviata al direttore Rosa La Ginestra, ma anche al provveditore interregionale Bruna Brunetti e al segretario nazionale Donato Capece, il vice segretario regionale Carmine Maglione ha denunciato una ribellione di massa nel penitenziario frentano.
“Durante una perquisizione generale, pesantissimi insulti e minacce di morte sono state rivolte al comandante di reparto.
In particolare – afferma Maglione – si sono ribellati al comandante di reparto che presenziava ad una perquisizione generale nelle sezioni detentive, quasi tutti i detenuti delle tre sezioni del reparto reclusione.
Obiettivo della perquisizione era verificare l’eventuale possesso di oggetti vietati e sostanze proibiti. Questa la motivazione per cui qualche giorno dopo la protesta si è protratta con il rifiuto in massa di rientrare dai passeggi e con il quasi sfondamento di una delle porte d’ingresso di un passeggio per ripetuti calci sferrati dai detenuti in preda alla rabbia, conclusasi in tarda serata dopo che sia il direttore che gli agenti di polizia penitenziaria, attraverso continui e ripetuti interventi persuasivi, hanno riportato la situazione all’apparente normalità, con il rientro di tutti i detenuti nelle rispettive sezioni e stanze”.
Un episodio accaduto lunedì scorso.
“Solo la professionalità del personale della polizia penitenziaria, coordinata dal direttore e dal comandante di reparto ha evitato ulteriori degenerazioni, contenendo la situazione al limite e senza alcun ferito”.
Il Sappe vuole evidenziare l’inesauribile impegno profuso dagli uomini e dalle donne della polizia penitenziaria in un contesto di notevole ed evidenti difficoltà operative e altissimo se non totale senso di abbandono istituzionale.
Per Maglione, “la polizia penitenziaria esiste, sempre e comunque, in ogni momento, checché se ne dica o si pensi”.

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Giustizia: 1 giorno di galera ogni 5 centesimi, pene sproporzionate per reati contro patrimonio

La sproporzione delle pene per i delitti contro il patrimonio è una delle cause del disumano affollamento delle nostre carceri. È anche una responsabilità dei magistrati, del cattivo uso del principio di discrezionalità del giudizio.

falsoI casi offerti dalla nostra cronaca giudiziaria sono un campionario infinito di una giustizia ingiusta. L’antidoto potrebbe essere l’obbligo di visita nell’inferno delle celle.
L’ennesima condanna della corte europea per la nostre carceri, accompagnata dal solito sdegno sterile, mi induce a tornare sullo spreco di risorse della giustizia, segnalato tempo fa da un arguto cronista del Corriere della sera, nel processo a uno studente, accusato di furto di un ovetto di cioccolato, del valore di 1 euro. Arguzia a parte, il cronista trascurava che, per questo fatto bagattellare (da baca, bacca, inezia), se qualificato come furto mono aggravato (per esposizione dell’uovo alla pubblica fede), lo studente sarebbe stato colpito da pena detentiva, pur con due attenuanti (per danno lieve e incensuratezza) e con la diminuente del rito alternativo, mai inferiore a 20 giorni di reclusione.
Volgarizzando la triade profitto (del reo) – danno (del proprietario) – sanzione (della giustizia), in un caso simile, il reo paga, per ogni 5 centesimi del valore commerciale del bene sottratto, il prezzo di un giorno di libertà.
Lasciando calcoli astratti e venendo alla corrente cronaca giudiziaria, un furto di capi di abbigliamento – che, pagati alla cassa, sarebbero costati 250 euro – è stato fatto pagare, in termini di libertà, al prezzo di 1 anno e 6 mesi. In senso realisticamente figurativo, la sentenza diventa così titolo di ingresso in carcere, per estinguere, con 547 giorni (del valore di 0,46 euro ciascuno) il debito verso il proprietario e verso la società.
La casistica della giurisprudenza ci mostra lo stato esattore di 6 mesi di libertà per un debito di 30 euro (sottratti da un registratore di cassa) o di 7 mesi di libertà per un debito pari al valore del gasolio sottratto da un camion per la nettezza urbana.
Questa impostazione del problema in termini di debito/credito – che fa riaffiorare il carcere per debiti (ricordate Pickwick?) – introduce il tema delle cause del fenomeno del tutto esaurito, posti in piedi nelle nostre carceri e ne mette in luce le sue radici nel mondo giudiziario e nei criteri sul quantum nelle sentenze di condanna.
Secondo Bettiol, lo stato moderno, nel farsi guidare dal principio della retribuzione (a un male segua un male) deve attenersi al criterio della proporzionalità. L’idea della proporzione segna il passaggio dalla vendetta, che è emozione non controllata dalla ragione, alla pena, che è atto di ragione e quindi reazione proporzionata.
La proporzionalità della pena viene concepita non nei termini meccanicistici della legge del taglione e tanto meno nella funzione intimidatoria a fini di prevenzione generale (quest’ultima concezione, attraverso la teoria del castigo esemplare, conduce inevitabilmente a pene che devono essere il più possibile severe e crudeli). L’esperienza insegna che solo una pena equa ed umana, non terroristica, può assolvere il compito della prevenzione (Mantovani).
Nel pronunciare la sentenza di condanna, il giudice dovrebbe non solo applicare criteri e limiti formalmente fissati dalla norma, ma anche evitare una punizione sproporzionata, che, tornata ad essere espressione di emozionale vendetta – sia pure compiuta in nome del popolo italiano – diventi fonte di un giro vizioso di violenza legittima e violenza illegittima, Questa proporzionalità della punizione, pur nel rispetto delle norme, spesso non è rispettata, e ciò avviene con particolare evidenza, come abbiamo visto, nei delitti contro il patrimonio, in cui al reo riesce immediatamente percepibile la sproporzione tra il suo debito, in termini di disvalore giuridico ed economico, e il prezzo che gli è imposto in termini di libertà.
Per recuperare razionalità punitiva, si è tentato di riavvicinare i giudici alla finalità educativa, intesa come recupero sociale, come riacquisizione, per il cittadino condannato, della capacità di vivere nella società nel rispetto della legge penale (Vassalli). La Corte costituzionale, con E. Gallo, ha chiarito il collegamento tra proporzione e rieducazione della pena: la sentenza 2 luglio 1990, n. 313, ha affermato il principio secondo cui la finalità rieducativa della pena (co.3 art.27Cost.) informa tutto il sistema penale e non soltanto la fase esecutiva: questo principio deve condizionare il potere discrezionale del giudice che quantifica la punizione, cioè il prezzo che il reo deve pagare in termini di libertà.
La Corte ha prospettato la seguente connessione: la finalità educativa postula che l’autore del reato avverta un trattamento punitivo non ingiusto e non eccessivo, ma adeguatamente proporzionato al disvalore del fatto commesso; altrimenti si rischia che nel reo prevalga un atteggiamento di ostilità nei confronti dell’ordinamento.
Le critiche rituali dei procuratori generali nelle inaugurazioni, le doglianze delle discrete onlus assistenziali, le denunce giornalistiche, rivolte al potere legislativo ed amministrativo, con l’invito al riformismo carcerario, per costruire carceri più accoglienti e per assumere nuovo personale, trascurano un dato: il titolo, il biglietto di ingresso nelle carceri lo scrivono i giudici.
All’origine della sovrabbondante presenza nelle carceri italiane non vi è solo la ristrettezza dei locali, ma anche una scarsa attenzione per il principio della proporzionalità della pena e per l’insegnamento che viene dalla interpretazione, costituzionalmente guidata, della disciplina della sofferenza carceraria.
Nella prospettiva di umanizzazione la pena, per salvaguardare la sua funzione educativa, si può guardare con interesse a iniziative del tipo di quella realizzata dai gip di un tribunale: un esame dei luoghi in cui vivono gli esseri umani per effetto delle loro decisioni: “fare, tappa per tappa” il percorso dei nuovi detenuti, toccare con mano i problemi e le difficoltà di chi vive e lavora dentro carcere, “vedere le camere di sicurezza dove a volte i nuovi giunti dormono uno sull’altro magari in attesa dell’udienza di convalida, eco.
Può essere utile, sul piano nazionale, prospettare un programma, per i giudici di primo e secondo grado, di visite guidate nei luoghi di detenzione, mirate a renderli direttamente consapevoli degli effetti delle loro decisioni, dei loro calcoli, delle loro commisurazioni, nonché a instaurare un parziale collegamento tra aula, dove si decide, e carcere, dove si soffre. Rimane il problema dello scarso impegno – anche di tutti i giudici – nella quotidiana lotta per l’indipendenza dalla cultura dell’emergenza, dai tribuni dell’allarme sociale e dei bisogni collettivi di sicurezza, amplificati e strumentalizzati a fini elettorali (il fenomeno dei pubblici ministeri in politica, grigi o ululanti, è davvero inquietante).
In attesa di un’autoriforma del giudice, accontentiamoci delle visite dantesche nei luoghi di sofferenza, coinvolgendo quei cittadini la cui aspirazione massima è riempire le carceri per ottenere ordine e sicurezza, salvo poi diventare crociati della libertà, se intravedono aprirsi i cancelli ai debitori per violazioni di beni giuridici meritevoli di garanzia non inferiore a quella dei beni lesi dai ladri di bicicletta.

Fonte: ilmanifesto


Brasile: attentati lanciati dal carcere, paralizzato lo stato di Santa Caterina

Lo stato di , nel sud del , è diventato teatro di attentati contro autobus e commissariati della polizia organizzati da detenuti del gruppo Primeiro Grupo Catarinense (), che rivendicano maggiori diritti nelle carceri. Lo stato ha registrato 54 attacchi dal 30 febbraio, e il governatore Raimundo Colombo ha chiesto l’appoggio del governo federale per far fronte alla crisi.

carcere-brasiliano-brasile-espirito-santoL’ondata di violenza, nella quale sono stati dati alle fiamme veicoli, autobus e basi di polizia in 18 città dello stato, ha finora lasciato un morto, un ferito e 24 arresti. Si tratta della seconda serie di attentati in Santa Catarina da novembre, quando il Pgc aveva realizzato i suoi primi attacchi, almeno 68.

Colombo, riunitosi questa settimana con il ministro della Giustizia José Eduardo Cardozo, ha proposto il trasferimento dei detenuti Pgc in carceri federali di massima sicurezza.

Secondo la stampa locale, la mole di attentati è aumentata dopo che il quotidiano A Noticia, di Joinville (la maggiore città dello stato), diffondesse un video girato il 18 gennaio che mostra alcuni agenti penitenziari che maltrattano dei prigionieri, nudi e accovacciati, con bombe lacrimogene, spray al peperoncino e proiettili di gomma. Tutti gli agenti sono stati licenziati e sono sotto processo per abusi.

Il segretario della Sicurezza Pubblica dello stato, Cesar Grubba, ha ammesso che gli attacchi sono diretti dalle carceri.

Il Pgc segue il modello di attacchi ideato da Primeiro Comando da Capital (), la maggiore organizzazione criminale brasiliana nata nel 1993 da narcotrafficanti attualmente detenuti nel carcere di Taubaté, a 141 chilometri da . Nel 2008 Pcc ha paralizzato la più grande città brasiliana con una serie di attentati. Entrambe i gruppi entrano in azione, coordinando attacchi contro le città, quando si verificano abusi delle autorità nei centri penitenziari.

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Badante in carcere per tre anni da innocente: nessuna certezza sul pagamento dell’indennizzo

timthumbDi Vincenza Foceri – In carcere da innocente per tre lunghi anni, dopo essere stata ritenuta l’assassina dell’anziana alla quale faceva da badante. E’ questa la triste odissea di Vasilisca Adriana Jacob, arrestata dopo la morte della signora per cui lavorava. Nel 2009 è arrivata la condanna a quattordici anni di detenzione dalla Corte d’Assise di Frosinone per il presunto omicidio dell’ottantenne ma poi la stessa donna è stata assolta con formula piena dalla Corte di Appello nel 2011. Ma intanto, sulle sue spalle, sono passati ben 970 giorni dietro le sbarre da innocente.

La donna per cui lavorava, morte nel gennaio del 2008 è deceduta per cause naturali. Lo ha provato una perizia sulla salma in una fase avanzata del processo. Ciò che questo documento medico ha dimostrato con chiarezza è chel’anziana è morta perchè il suo cuore ha smesso di battere e le cause sono da attribuire alla vecchiaia. Le fratture, riscontrate sulla defunta, invece, erano legate alla caduta conseguente al fatidico malore. Adesso il problema è il risarcimento dovuto alla donna. Non vi è certezza sul fatto che la badante possa essere ripagata di quei lunghi giorni in carcere senza colpa. Nonostante la sua vicenda sia finita anche in un’interrogazione parlamentare, presentata dalla deputata radicale Rita Bernardini, negli scorsi mesi il ministero non si è ancora espresso. L’avvocato della romena che ha subito un terribile errore giudiziario è Giacomo Tranfo che, in un articolo apparso su Il Messaggero di Roma, ha dichiarato: “A fronte di un provato errore giudiziario – ha spiegato il legale della signora Jacob – ritengo grave il tentativo del ministero dell’Economia di trovare una giustificazione per non pagare quanto dovuto alla mia assistita”.


Sempre più assurdo e scandaloso: ad ucciderla è stata la sua stessa malattia mentale…

1) “Campobello, anziana morta dopo TSO: chiesta archiviazione per due medici”.
2) Considerazioni, sia sullo specifico caso che in generale
follia“Campobello, anziana morta dopo TSO: chiesta archiviazione per due medici”
“L’anziana, affetta da schizofrenia cronica, non morì per colpa dei medici e dell’eccessiva sedazione: a ucciderla fu proprio la sua stessa malattia che la obbligò ad assumere psicofarmaci che aumentano di tre volte il rischio di arresto cardiocircolatorio improvviso. Sono le conclusioni a cui è giunta il pubblico ministero Brunella Sardoni che ha chiesto l’archiviazione dell’inchiesta a carico di due psichiatri, Carmelo Zaccaria, 57 anni, e Carmela Fontana, 59 anni, a carico dei quali viene ipotizzato il reato di omicidio colposo. I familiari, attraverso il proprio legale Stefano Argento, si sono opposti chiedendo nuove indagini. Ieri mattina si è celebrata l’udienza davanti al gip Ottavio Mosti che ha sentito tutte le parti. La donna campobellese, che aveva 69 anni, morì il 4 luglio del 2009. I due medici indagati andarono nella sua abitazione per sottoporla al trattamento sanitario obbligatorio”.
31 gennaio 2013
Considerazioni, sia sullo specifico caso che in generale
non morì per colpa dei medici e dell’eccessiva sedazione: a ucciderla fu proprio la sua stessa malattia che la obbligò ad assumere psicofarmaci“.
Cosa si è costretti a leggere…
Questa donna (così come tantissime altre persone) è morta per arresto cardiocircolatorio dovuto ad eccessiva sedazione con psicofarmaci, però ad ucciderla non sono stati gli psicofarmaci che hanno provocato l’arresto cardiocircolatorio né chi ha prescritto e somministrato gli psicofarmaci, ad ucciderla è stata la malattia mentale…
Già, la sua malattia… È stata la malattia che le diede l’ordine di assumere psicofarmaci, mica sono stati gli psichiatri a prescriverglieli e ad imporglieli… Loro sempre “poveri Cristi innocenti”, e non conta se sanno, fra le tante altre cose, che gli psicofarmaci aumentano di tanto il rischio di arresto cardiocircolatorio. Loro operano “in scienza e coscienza”, e devono “curare”, tanto se poi una persona muore, mica è colpa degli psicofarmaci, di chi li produce e di chi li prescrive, è “colpa” della malattia… Certo, è la malattia che provoca l’arresto cardiocircolatorio…
Si notino gli stravolgimenti. Non viene detto che a ucciderla sono stati gli psicofarmaci che la donna “doveva” assumere poiché “malata”. No. Vien detto che a ucciderla è stata la malattia, la malattia che la obbligava ad assumere gli psicofarmaci.
Pur di deresponsabilizzare l’intoccabile lobby psichiatrica, si arrivano a dire cose che sono insostenibili in qualsiasi altro contesto, cose che fanno acqua da tutte le parti, cose che non reggono per niente.
Poco o niente conta che le conclusioni (suggeritele?) a cui è giunta il pubblico ministero non siano state dette dagli psichiatri, difatti questo è uno dei tanti tipici discorsi psichiatrici, e siamo in tanti a sapere che psichiatri e psichiatre di insensatezze ne dicono tante, che affermano di tutto e che gli vien dato per buono, come fosse la verità assoluta.
La motivazione di questa richiesta di archiviazione è paradigmatica e rivelatrice di ciò che, oltre a tanto altro, è il pensare e l’agire della psichiatria.
Seguiamo il ragionamento. Le persone sono malate di mente. Gli si danno psicofarmaci per le loro patologie. Gli psicofarmaci aumentano di tanto il rischio di arresto cardiocircolatorio. Però, siccome le persone sono malate, gli psicofarmaci gli si devono dare, poiché una vita da malate di mente non è vita degna di essere vissuta, per cui, anche se c’è il rischio di morte, anche se le persone muoiono, la cura va eseguita. Si è di fronte ad una scelta. O lasciare le persone nelle loro (presunte) patologie oppure curarle (curarle…) con gli psicofarmaci, anche a costo di farle andare incontro alla morte e di far abbreviare di tanti anni le loro vite. E la scelta cade sul dare psicofarmaci a piene mani, poiché si sa che le vite da malate/i di mente sono vite non degne di essere vissute
La vita delle persone che hanno fatto uso di psicofarmaci è stata di minor durata rispetto alla media – 10, 15, 20 anni in meno. Gli psichiatri e le psichiatre, tutte le persone che prescrivono psicofarmaci, sannoche chi ne fa uso vive di meno. Però gli vien facile e gli fa comodo dire che la causa di questa minor durata è la patologia mentale.
Ma comunque sia, il risultato è lo stesso, e “non ci fa niente” se tutte queste persone malate di mente vivono di meno, perché tanto le loro sono “vite indegne di essere vissute”.
Natale Adornetto

Lettere: nel carcere di Pordenone, stipati come sardelle

jail-cellUn detenuto a Pordenone, accusa di subire estorsioni. Il direttore: mai visto denunce.
“Sono detenuto nella casa circondariale di Pordenone, voglio che tutti i cittadini sappiano in che condizioni ci troviamo qui”. Inizia così la lettera arrivata in redazione, scritta da Cosimo Damiano Giannella, 48 anni originario di Foggia ma residente a Trieste da anni. È in carcere da oltre un anno per reati che vanno dalla ricettazione, all’aggressione e allo stalking.
Giannella dice di scrivere anche a nome di altri detenuti.

“Abbiamo alla mattina due ore e mezza di aria, al pomeriggio invece solo due. Siamo in cinque in una cella da cinque metri quadrati e non abbiamo neanche lo spazio per girarci”. Socializzare in prigione? Gli agenti non ce lo consentono, afferma Giannella. E poi ancora: “Le celle mancano di servizi igienici idonei, come ad esempio il bidet.

L’acqua calda non è a norma. Non ci sono i rilevatori di fumo, gli idranti e il riscaldamento non funziona quasi mai. Facciamo il turno per fare la doccia nelle quattro presenti. I pacchi con il cibo che ci portano i nostri cari vanno a finire in magazzino e quando poi ce li consegnano il cibo è da buttare, con un danno anche monetario”.
La denuncia del 48enne triestino non si ferma qui e si fa più grave quando scrive che la sezione protetti viene a contatto con altri detenuti non protetti. E poi che il carcere ha una capienza di 50 detenuti “ma ne siamo 96 stipati come sardelle”. E conclude: “Ci troviamo a stare qui dentro e a subire estorsioni”.

Accuse pesanti, soprattutto quest’ultima, che il direttore del carcere pordenonese, Alberto Quagliotto respinge senza mezzi termini: “Se uno afferma di essere vittima di estorsione, deve recarsi dal giudice di sorveglianza e denunciare l’estorsore con nome e cognome. A me nessuno ne ha mai parlato e tanto meno ho visto denunce. L’estorsione è un reato grave e va subito denunciata”.
Per gli altri problemi sollevati da Giannella, Quagliotto dice che “sì, il sovraffollamento c’è come in quasi tutte le carceri italiane, e questo è decisamente grave per le persone che devono vivere in pochi metri quadrati”. A questo proposito l’Italia nei giorni scorsi è stata condannata dalla Corte Europea dei diritti umani proprio per la generale situazione di sovraffollamento delle carceri. “Non è vero però – aggiunge il direttore Quagliotto – che manchi l’acqua calda e che il riscaldamento funzioni male e nemmeno che venga impedita qualsiasi forma di socialità tra i detenuti. Nel carcere di Pordenone non si sono mai verificati casi gravi di violenza, solo qualche episodio come può capitare in qualsiasi altro ambiente”.

Il Piccolo, 6 febbraio 2013


Italia: Stato canaglia

Ristretti Orizzonti, 6 febbraio 2013

Voglio dare voce a chi necessita di una voce. A chi non ha potere (Yuen Ying Chan Daily News reporter).

jailOrnella Favero, il direttore di Ristretti Orizzonti, oggi ha portato in redazione la sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo dell’8 gennaio 2013 (appena tradotta in italiano) che condanna lo Stato italiano per la violazione dell’articolo 3 della convenzione che stabilisce:
– Divieto della tortura. Nessuno può essere sottoposto a torture né a pene o trattamenti inumani o degradanti.
Ornella nelle riunioni in Redazione mi ricorda spesso:
– Non voglio fare un giornale di denuncia, voglio fare un giornale di informazione. Per cui cerco di capire come sono andate le cose e cerco di usare sempre toni sobri. Io credo che la verità si impone per la forza della sobrietà della notizia, non di quanto urli in più.
Ornella ha ragione, ma se lo dice la Corte europea che l’Italia è uno Stato canaglia, lo voglio dire anch’io, anche se sono stato un fuorilegge.
E lo voglio fare urlando dalle sbarre della mia finestra, affinché qualcuno aldilà del muro di cinta mi senta che nelle carceri italiane, spesso, il detenuto subisce un carico di sofferenza superiore a quella prevista dalla sentenza della sua condanna.
Subisce una sofferenza non solo fisica, ma soprattutto mentale perché il prigioniero italiano oltre a perdere la libertà, molte volte getta via dalle sbarre della sua finestra anche il suo cuore.
Spesso nelle nostre patrie galere il detenuto perde anche i propri pensieri perché ti spogliano della tua identità.
E per sopravvivere non ti rimane altro che esprimere la tua libertà e amore con la rabbia verso tutte le istituzioni colpevoli di averti fatto diventare un fantasma.
Per questo molti di noi a volte si dimenticano del male che hanno commesso e si ricordano solo del male che adesso ricevono.
Allora per questo grido che nelle nostre Patrie galere non esistono diritti all’integrità fisica, alla salute mentale, sessuale, familiare, diritti sociali, morali e culturali.
E se lo dice la Corte europea lo posso affermare anch’io che l’Italia è uno Stato canaglia e mi auguro che il resto d’Europa, in una guerra umanitaria, ci venga presto a bombardare di legalità.

 

Carmelo Musumeci
Redazione di Ristretti Orizzonti


Tolmezzo – L’incredibile avventura degli elicotteROS

Riceviamo e diffondiamo

helyNaufragata la pista sulla trattativa Stato-Mafia, finalmente i ROS scoprono i veri alleati dei clan: gli anarchici! Scoop imperdibile per la stampa locale: dopo al-Quaeda e le BR, quali saranno i prossimi alleati di questi sovversivi? I satanisti? Gli extraterrestri? I testimoni di Geova?
Una storia incredibile quella pubblicata nei giorni scorsi dai media locali, che riporta di fatto l’attenzione sul maledetto carcere di Tolmezzo, anche se cercando di screditare chi solidarizzava con i prigionieri in lotta e non riportando i reali problemi del sistema carcerario italiano.

Uno strano destino quello del capoluogo carnico e la sua prigione, storie di droga e di “mele marce” non fanno più notizia: dentro le sue mura vi sono stati rinchiusi diversi ragazzi che vendevano o detenevano stupefacenti, arrestati proprio dal comandante dei carabinieri Demetrio Condello che poi è stato scoperto essere chi gestiva tutto il traffico della zona!

Questi fatti,e i ripetuti presidi di solidali con i detenuti, ci fanno pensare che qualcuno ha cercato di rifarsi la faccia costruendo ad arte una maxi operazione, con tanto di sventata evasione in elicottero del cosiddetto “Boss” che, guarda caso, è proprio quello che per primo aveva denunciato i pestaggi e le minacce che venivano perpetuate regolarmente all’interno del carcere di Tolmezzo contro i prigionieri!  Anarchici e No Tav in tutto questo, “sono stati usati” secondo i giornali, colpevoli (diciamo noi) di aver portato fuori dalle mura le proteste dei detenuti con presidi e volantinaggi. Il nesso tra gli elicotteri e gli anarchici non è chiaro, ma tutto fa brodo!

Invece, si pubblicano poche informazioni sul carcere quando bisogna portare il punto di vista di chi vi è rinchiuso: la prigione è una delle regioni nascoste del nostro sistema sociale, uno dei buchi neri della nostra vita. La prigione è lo specchio deformato ma rivelatore della società, moltiplica tutti i vincoli ideologici dell’ambiente esterno: rispetto assoluto per la gerarchia, coercizione e obbedienza coatta, sfruttamento e alienazione del lavoro, ricatto sulla ricompensa, ricatto sulla punizione, molteplice repressione della sessualità.

Non appena si cerca di rompere il muro dell’omertà e della rimozione denunciando pubblicamente le angherie, le ingiustizie, le violenze perpetrate ai danni dei prigionieri e le perversioni intrinseche al sistema carcerario, scattano meccanismi di mistificazione della realtà, di criminalizzazione e di repressione. Se la realtà trapela, il potere politico, giudiziario e poliziesco deve negarla e contorcerla per i suoi fini. Se i prigionieri alzano la testa e fanno sentire la loro voce, se i solidali fuori dalle mura fanno loro da cassa di risonanza, il potere fa di tutto per rendere la vita impossibile ai primi e per denigrare e/o intimidire i secondi.

Questo emerge dalla vicenda che riguarda il carcere di Tolmezzo e che colpisce drammaticamente nella loro esistenza Maurizio Alfieri e gli altri prigionieri a cui va la nostra solidarietà.
Sbirri magistrati e giornalisti, sono capaci di architettare una montatura tanto ridicola quanto megalomane pur di cercare di riportare tutto nei ranghi, pur di cercare di mettere tutto a tacere, pur di cercare di preservare il loro potere di vita e di morte sui detenuti e sulla società.
Noi vogliamo sapere, e ci proponiamo di divulgare nelle piazze dei paesi e delle città che cos’è la prigione: chi ci va; come e perché ci si entra; quale è la vita dei/delle prigionieri/e; come sono gli edifici, il cibo, l’igiene, il lavoro; come funziona il regolamento interno, come funziona il controllo medico, perché un uomo  settantenne, diabetico, con una gamba amputata, debba rimanere in galera e morirci, come è successo a Udine qualche giorno fa.
Noi intendiamo spezzare il doppio isolamento in cui si trovano rinchiusi i/le detenuti/e; vogliamo che possano comunicare tra loro, parlarsi da prigione a prigione, da cella a cella.

Noi non torniamo indietro. Non saranno certo queste campagne mediatiche a farci desistere dal lottare contro il carcere e il suo mondo. Qui come altrove le iniziative anticarcerarie si moltiplicano e sempre più prigionieri trovano il coraggio di denunciare ciò che succede all’interno delle prigioni. L’8 e il 9 Febbraio saremo di nuovo in piazza a Udine per rompere il silenzio, forti della consapevolezza che a chi sta a cuore la libertà, non si fa certo scoraggiare dalle infamie di poliziotti e pennivendoli vari. Per noi i BOSS sono quelli seduti in parlamento, nei consigli di amministrazione delle banche come l’MPS, delle industrie assassine come l’ ILVA o delle lobby del cemento come la CMC. Tutta gente che, guarda caso in prigione non ci andrà mai… Non saranno certo giudici e magistrati (specie quelli che entrano in politica) a cambiare questo stato di cose, sta a noi con le nostre voci e i nostri corpi far sì che in questo muro di silenzio e paura si crei finalmente una breccia per farla finita con le carceri e i loro orrori

Coordinamento contro il carcere e la repressione


Carceri, in 10 anni spesi 5 milioni di euro per testare 14 braccialetti

810Pisa, 5 febbraio 2013 – Una spesa di 81 milioni per “testare” 14 braccialetti. E’ un classico esempio di sprechi all’italiana, quello che ricorda “Fare per Fermare il Declino” a monito di una gestione insostenibile degli apparati statali. Il caso della sperimentazione a peso d’oro – dal 2001 al 2011 sono stati introdotti solo 14 braccialetti, costati ai contribuenti 5,7 milioni l’uno – porta il movimento di Oscar Giannino a una considerazione, specie dopo l’appello dell’ex direttore del carcere di Pisa a una maggiore attenzione ai temi della detenzione e del sovraffollamento delle prigioni.

Le proposte di “Fare” al riguardo sono nel documento programmatico: “Secondo noi – spiega Carlo Raffaelli, candidato alla Camera – bisogna limitare in ogni modo la carcerazione preventiva, affinchè non sia più un’anticipazione di pena nei confronti di presunti innocenti. Ciò si ottiene riducendo al massimo il tempo dei processi, che a sua volta è frutto di una razionalizzazione del lavoro dei magistrati, da organizzare secondo criteri manageriali moderni e di produttività. La riforma della giustizia deve essere mirata ad assicurare la certezza della pena, modificando la disciplina della prescrizione e della concessione di benefici ai carcerati. Occorre modificare il sistema carcerario incentivando misure cautelari meno afflittive, incluso il braccialetto elettronico per la cui cattiva gestione dobbiamo ringraziare i governi precedenti, e percorsi di recupero sociale per soggetti non pericolosi. Infine, se nonostante ciò perdurasse un sovraffollamento carcerario, l’eventuale costruzione di nuovi penitenziari dovrebbe essere effettuata attraverso project financing, valutando l’affidamento a privati dei servizi di gestione degli istituti di pena (escludendo ovviamente i servizi di sorveglianza)”.

Fonte


Riad,decapitato dopo 30 anni in carcere

deca(ANSA) – RIAD, 5 FEB – Un saudita, considerato il piu’ vecchio detenuto del Regno, e’ stato decapitato dopo 30 anni in carcere nella speranza di ottenere il perdono della famiglia della vittima. Abdallah Al-Chammari era stato condannato nel 1983 per aver ucciso a bastonate un uomo. Dopo un processo di 5 anni, il tribunale ha concluso che si trattava di omicidio involontario ed e’ stato scarcerato. La gioia e’ stata breve: dopo un nuovo processo, su richiesta della famiglia della vittima e’ stato condannato a morte.


Calci e pugni agli Agenti di Polizia Penitenziaria dopo rientro dal colloquio nel carcere di Varese

Aggressioni in carcere: ennesimo caso nel carcere di Varese. Durante ispezione a seguito del colloquio con i familiari, detenuto aggredisce poliziotti penitenziari.

kikSi è ribellato agli agenti della Polizia Penitenziaria che lo stavano riportando in cella dopo il colloquio con i parenti. Calci, pugni e schiaffi ai due agenti che in quel momento lo stavano perquisendo per verificare che non fossero stati ceduti oggetti vietati durante l’incontro con i familiari. Questa la motivazione per cui un detenuto italiano di 22 anni al carcere Miogni di Varese è stato deferito alla magistratura.

L’accusa quella di lesione e resistenza a pubblico ufficiale. Il giovane si trova in carcere per numerosi reati collegati alla droga, nonostante la sua giovane età, e pare che abbia dimostrato più di una volta la sua indole violenta. La vicenda è accaduta sabato al carcere varesino, ma la notizia si è diffusa solo nella giornata di ieri. I due agenti sono stati medicati al Pronto Soccorso dell’ospedale di Circolo. Uno dei due ha riportato lesione al volto a causa dei pugni ricevuti ed entrambi hanno avuto una prognosi di dieci giorni.

ASCA


Noto, ennesimo suicidio in carcere

DepressionUn detenuto presso il carcere di Noto (Sr), originario di Stilo, si è tolto la vita impiccandosi. L’uomo, era stato condannato per i reati di furto e ricettazione. In passato, i suoi familiari avevano più volte sollecitato gli organi giudiziari sulla fragilità psicologica dell’ individuo, avanzando al Tribunale, la richiesta di scontare il resto della pena presso una clinica specializzata, ma l’istanza è stata rigettata. A questo, si è aggiunto anche il trasferimento dal carcere di Locri a quello di Noto, e secondo sempre i familiari, questa è stata la molla che ha indotto il giovane al suicidio. Sul corpo del ragazzo è stata effettuata l’autopsia disposta dal magistrato incaricato.

Fonte


MARCO CAMENISCH solidarietà e amore

Da Radiocane

marco
Alla vigilia delle due giornate di solidarietà internazionale con Marco 
Camenisch, un compagno della Cassa Antirep delle Alpi Occidentali ne 
ripercorre la biografia di rivoluzionario, dalle lotte degli anni 70  
agli ultimi vent'anni trascorsi in un' autentica odissea carceraria, 
iniziata in Italia e che sta continuando in Svizzera, fino alle sue  
ultime vicende giudiziarie.

“In un percorso contrassegnato dalla costante coerenza tra idee e vita 
vissuta, Marco è stato tra i primi a riconoscere il nemico non solo 
nello Stato e nelle sue emanazioni ma anche nei progetti del progresso, 
sbandierato come liberazione ma in realtà portatore di nuove schiavitù, 
del produttivismo che consuma esseri viventi e territori, della 
tecnologia, tentacolo mortifero che attanaglia le coscienze e il pianeta 
intero. E ha saputo inquadrare e combattere tutto questo nell’ottica di 
una trasformazione concreta e radicale dell’esistente.
Lo ha fatto in libertà, scegliendo una vita sbrigliata dalle regole 
imposte e mettendo in pratica l’urgenza delle ostilità nei confronti di 
un ordine sociale ed economico che opprime e avvelena.
Lo ha fatto dal carcere, con le iniziative di denuncia delle condizioni 
di reclusione per lui e per gli altri prigionieri, con gli innumerevoli 
scioperi della fame, con il suo continuo apporto alla crescita e alla 
circolazione delle idee e delle pratiche che chiamano a non rassegnarsi 
al disastro che ci circonda, ma a fronteggiarlo.”

Infine un saluto dalla viva voce di Marco registrato nell'estate 2012.

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Kuwait, Twitter manda in carcere

sleeping-twitter-birdUn post su Twitter può trasformarsi in anni di carcere. Succede in Kuwait dove il tribunale ha condannato un uomo a cinque anni di reclusione per aver insultato l’emiro con un commento sul social network. Mohammad Eid al-Ajmi ha ricevuto la pena massima riservata a questo genere di reati. Si tratta dell’ultimo caso di una lunga serie di episodi di repressione dei media online.
EMIRO INVIOLABILE. Negli ultimi mesi il Kuwait ha perseguito diversi utenti di Twitter per aver criticato l’emiro, figura che la Costituzione del Paese descrive come inviolabile. «Chiediamo al governo di ampliare le libertà e rispettare le convenzioni internazionali sui diritti umani», ha detto l’avvocato Mohammad al-Humaidi, direttore della Società per i diritti umani del Kuwait.
CASO NON ISOLATO. Amnesty International ha documentato che dallo scorso novembre in Kuwait sono aumentate le restrizioni alla libertà di espressione e di riunione. Lo scorso giugno un uomo è stato condannato a ben 10 anni di carcere dopo essere stato accusato di mettere in pericolo la sicurezza dello Stato insultando il Profeta Maometto e i governanti  di Arabia Saudita e Bahrain sui social media.

Fonte