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Trani: meningite in carcere, l’autopsia conferma causa morte dell’agente Giovanni Bassi

bbbbLe indagini hanno confermato la morte per meningite. Giovanni Bassi, agente di Polizia Penitenziaria è morto poche ore il suo ricovero in ospedale. Sarebbe morto per una grave e veloce forma di meningite il 42enne tranese Giovanni Bassi, l’agente di Polizia Penitenziaria deceduto sabato mattina nel reparto rianimazione dell’ospedale di Trani poche ore dopo il suo ricovero. È quanto emerge dai primi risultati dell’autopsia eseguita ieri pomeriggio dal medico legale Biagio Solarino nominato dal sostituto procuratore di Trani, Raffaella De Luca, cui è giunta la denuncia dei familiari di Bassi, assistiti dagli avvocati Michele Sodrio e Luigi Puca. L’esame autoptico dovrà anche accertare se Bassi (che ha lasciato moglie e due figli) si sarebbe potuto salvare qualora il medico del pronto soccorso dello stesso nosocomio tranese, dove il 42enne si era recato venerdì sera, non l’avesse congedato, ritenendo, a quanto pare, che i sintomi fossero riconducibili ad un’influenza.

Fonte: Asca, 28 marzo 2013


Monza – Auto e Furgoni rotti e inutilizzabili, Allarme in carcere

aaaFurgoni Rotti, auto blindate «rubate» Agli ALTRI istituti: l’unica Soluzione E organizzare pullman delle Nazioni Unite Che raccoglie i detenuti Nelle Varie carceri della Lombardia e poi li accompagna for example al Tribunale di Milano per i Processi. All’andata e al Ritorno.Vieni fossato Uno scuolabus. «Siamo Ridotti garantito da pegno», l’amara constatazione di Domenico Benemia, segretario regionale della Uil penitenziari. La SUA Denuncia non e Una Questione di principio. NON E UN puntiglio. «Dobbiamo dividerci i fido Mezzi una Disposizione Con Tutti Gli ALTRI istituti di pena della Regione – spiega il sindacalista -.Quelli in alla casa circondariale di Monza Dotazione Sono ormai Praticamente inutilizzabili.Regolarmente funzionanti Sono soltanto a causa Furgoni blindati, ma NON SONO affatto sufficienti.

IN MEDIA OGNI Giorno Il Nostro Servizio traduzioni accompagna Qualcosa venire 20-30 detenuti Fuori dall’istituto non soltanto per Processi ma also per visite ed Esami Nelle Strutture Sanitarie del Territorio. Tutti Servizi that necessitano di Mezzi idonei. E invece ci ritroviamo OGNI Giorno di lottare, un contenderci con i Colleghi delle More Carceri mi fido means that Sono funzionanti natura rimasti in Circolazione ». Fino a qualche anno fa era il Problema auto blindate Alle Limitato. Adesso SI E Esteso una quasi Tutto il parco macchine. Si Tratta di Furgoni that have Sulle Spalle centinaia di Migliaia di chilometri, Che Hanno viaggiato finchè Hanno resistito. In alcuni revisione CASI SI circolava also Senza.L’Esame, in officina, non l’avrebbero mai Passato. Lo Conferma lo Stesso segretario Generale della Uil penitenziari, Eugenio Sarno: «Circa l’85% degli automezzi della Polizia Penitenziaria Destinati Alle traduzioni E da considerarsi Illegale arroccato Privo dei collaudi di Affidabilità o arroccato Quei collaudi non have been superati – Denuncia -. Nonostante cio i baschi blu continuano ad assicurare, a Loro Rischio e Pericolo, i Servizi per garantire il Diritto alla Difesa e alla salute dei detenuti. Per QUESTO condividiamo Il giudizio del Ministro Severino, Che Più volte ha defined eroi Le Donne e Gli Uomini della Polizia Penitenziaria ma Agli eroi, prima o poi, devono also Essere Assicurati Mezzi, strumenti e Diritti ».

NON VOGLIONO affatto Essere considerati Responsabili dell’eventuale mancata Presenza dei detenuti Nelle aule dei Tribunali di Tutta Italia una Causa di inconvenienti con i Mezzi di Trasporto. «Finchè riusciamo a organizzarci, se i vari istituti della Lombardia detenuti have that Un giorno Sono convocati in tribunale Uno same, Allora altera parte delle Nazioni Unite pullman all’alba Che raccoglie Tutti i reclusi e li accompagna – spiega Benemia -. Ma in molti CASI QUESTO dispersion Comporta Una di tempo e Agenti Che restano impegnati Tutto Il Giorno a volte inutilmente. In molti Casi, invece, SI potrebbero dotare Gli istituti della Tecnologia Necessaria per Udienze tariffa in videoconferenza ».

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Violenza nel carcere di Voghera, detenuto picchia tre agenti

stampelleUna stampella usata come arma contro quattro agenti di polizia penitenziaria, tre dei quali hanno dovuto ricorrere alle cure del pronto soccorso. E’ accaduto l’altro pomeriggio all’interno della casa circondariale di Voghera e ora ci si interroga sulle politiche di “apertura” che l’intera Amministrazione penitenziaria sta seguendo.

«Quello che si è verificato a Voghera è senza dubbio un episodio isolato —  dice Gian Luigi Madonia, segretario regionale della Uil di categoria —  deve comunque far riflettere e, se occorre, far compiere qualche passo indietro. L’istituto sta vivendo un momento storico di sostanziale serenità, anche dal punto di vista lavorativo, con molti obiettivi raggiunti ed altrettante conquiste sindacalima non deve rimetterci il personale. Il responsabile dell’aggressione deve essere immediatamente trasferito e sottoposto a idonee misure di vigilanza, più restrittive».

L’episodio al quale il sindacalista si riferisce è quello che ha avuto per protagonista un detenuto comune di nazionalità italiana al rientro dall’infermeria. Dopo un’incomprensione con un medico specialista, si è scagliato contro alcuni agenti di polizia penitenziaria. Tre agenti sono stati trasportati al pronto soccorso con prognosi fino a 20 giorni. «E’ stato un fulmine al ciel sereno quello che si è abbattuto sull’istituto di Voghera — aggiunge Madonia — che, già da qualche tempo, aveva raggiunto equilibrio e serenità, soprattutto per la gestione detenuti. La direzione ha rivalorizzato i rapporti con il territorio e sono state potenziate le opportunità di trattamento per i detenuti. Una clima reso tangibile anche grazie all’apporto di tutti: polizia penitenziaria, personale civile, volontari». Nonostante gli organici limitati, perché mancano 40 persone all’organico.

«E con questi numeri l’istituto è prossimo all’ampliamento per l’apertura di un nuovo padiglione.Ma è anche preoccupante la scarsissima presenza di ispettori e sovrintendenti, figure fondamentali di raccordo tra vertici dell’istituto e personale  — conclude il sindacalista della Uil —  La carenza dei sottufficiali è di circa 25 unità. Come si può pensare di fare trattamento e garantire sicurezza senza almeno un adeguamento del personale? E’ utile che l’amministrazione penitenziaria avvii uno studio sulla destinazione d’uso del penitenziario di via Prati Nuovi che senza uomini sarebbe una struttura fuori legge e ad alto rischio».

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Radiocane – Corrispondenze galeotte

diffondiamo da informa-azione

judgezw6Nella lingua italiana galeotto è termine ambiguo: se da un lato evoca la pena carceraria, di cui evidenzia il nesso costitutivo con l’imporsi del sistema capitalista, dall’altro lato richiama la funzione d’intermediaro d’amore, di transito all’incontro.

Le corrispondenze galeotte si propongono quindi di rispondere a un richiamo e di superare qualche muro. Col dovuto rimbalzo.

In questo contributo, una chiacchierata con Massimo, che ci racconta alcuni aspetti della sua recente esperienza in carcere, e Federica che introduce una delle iniziative di lotta che si terranno in contemporanea sotto tre carceri sabato 30 marzo

ascolta il contributo:
http://www.radiocane.info/corrispondenze-galeotte/


Iran, manovre anti-sommossa nelle prigioni per paura delle proteste, ispezionato Evin

_48219931_007494170-1Il regime teocratico, per paura delle rivolte dei prigionieri, è ricorso a manovre anti-sommossa in varie prigioni di tutto il paese.  Manovre simili sono già state messe in atto nelle prigioni delle città di Ardakan, Yadz, Arak, Naghadeh, Abadeh, Maragheh, Marvdasht, Ghom, Yassouj e altre.  Sono state portate a termine con la collaborazione del Ministero dell’Intelligence, delle Forze di Sicurezza, dell’Ufficio del Governatore, del Dipartimento dei Vigili del Fuoco e dei servizi di emergenza di queste città.  Gli agenti del regime hanno affermato che lo scopo di tali manovre è “garantire la sicurezza nelle prigioni,” “preparazione e miglioramento della capacità di affrontare potenziali disordini e sommosse all’interno delle prigioni,” “affrontare situazioni con rapimento di ostaggi,” “minacce,” “aumento del livello di preparazione della polizia penitenziaria, coordinamento con altri organi e controllo delle crisi.”  Nel frattempo, il 19 Marzo 2013, gli agenti “per la sicurezza penitenziaria” hanno brutalmente ispezionato i bracci maschile e femminile dei prigionieri politici nella prigione di Evin.  Le forze anti-sommossa al comando dell’IRGC hanno anche partecipato a varie esercitazioni per contrastare “le proteste popolari” a Tehran.  Queste manovre repressive in varie prigioni e città servono a reprimere le rivolte dei prigionieri contro le orribili condizioni delle prigioni, l’esplosione della rabbia popolare e le masse di gente affamata, in particolare alla vigilia delle elezioni-farsa del regime.

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Svizzera: feste e concerti con i detenuti, direttrice del carcere di Ginevra nella bufera

images (21)Concerti rock, tavolate, grigliate. Più che a una prigione, quella di Favra, vicino Ginevra, “assomiglia a una colonia di vacanze estive”, con la partecipazione attiva della direttrice del carcere, ripresa assieme ai detenuti in circostanze particolarmente conviviali. Una situazione talmente insolita da indurre il consigliere di stato Pierre Maudet a chiedere un rapporto dettagliato e il sindacato di polizia ad indagare sui fatti. Ieri il quotidiano Le Matin ha denunciato il caso, sulla base delle immagini della videosorveglianza girate tra il 2011 e il 2012: la direttrice si fa baciare le mani dai detenuti e quasi abbracciare, è seduta con loro a tavola per la cena di Natale dove viene servito vino rosso, sono presenti altre donne non meglio identificate. Altre immagini mostrano un concerto di un gruppo punk-rock all’interno del cortile, altre ancora un pic-nic con birra e posate di metallo, forchette e coltelli. Il penitenziario ospitava, fino a dicembre 2012, circa una trentina di detenuti, alcuni recidivi, condannati a pene fino ai tre anni; l’alcol è proibito, così come la coabitazione tra personale e prigionieri. Oggi è stato trasformato in un centro di detenzione amministrativo, con la direttrice sempre al suo posto.

Fonte TM News


Brigata Rossa: manifestarono contro carcere duro di Lioce, assolti in appello

FELICI PER LA NOTIZIA, NON TANTO PER L’INFELICE ARTICOLO DEI SOLITI PENNIVENDOLI!

LAquilaLa Corte di Appello dell’Aquila, riformando la sentenza inflitta nel 2010 in primo grado, ha assolto dall’accusa di apologia di reato undici giovani, tutti residenti tra Padova e Venezia che nel giugno del 2007 manifestarono (insieme ad altre centinaia di persone) contro il regime “duro” del 41bis ed in particolare a sostegno della della brigatista rossa Nadia Desdemona Lioce detenuta nel carcere dell’Aquila e sottoposta al carcere duro dopo la sentenza passata in giudicato per gli omicidi dei giuslavoristi Massimo D’Antona e Marco Biagi.

I giovani erano accusati di aver inneggiato agli omicidi dei due giuslavoristi e per questo dopo le identificazioni, il Tribunale dell’Aquila nel 2010 in primo grado aveva inflitto loro la condanna a 2 anni di reclusione.

Il Pm Fabio Picuti aveva chiesto 5 anni.

I giovani erano stati condannati per istigazione a delinquere con riferimento all’ apologia di reato. I giovani assolti sono Chiara Alessi, 33 anni di Padova, Valentina Masiero, 28 anni di Padova, Angelo Adolfo Tomaselli, 50 anni di Verona ma residente a Venezia, Michele Magon, 30 anni di Venezia ma residente a Padova, Luca Geroin, 39 anni di Verona, Mattia Boscaro, 33 anni di Padova, Dario Nardin, 33 anni di Vigonza (Padova), Mario Ronzani, 32 anni di Padova, Alessandro Salotto, 35 anni di Padova, Domenico Tavani, 41 anni di Genova e Andrea Toniolo di 30 anni di Venezia. Il corteo nonostante slogan provocatori non causo’ i disordini temuti. Durante il passaggio per il centro dell’Aquila, pero’, i muri di palazzi storici vennero imbrattati con bombolette spray.

Presente stamane in aula anche uno dei fondatori delle Brigate Rosse: Maurizio Ferrari, 60 anni, uno del gruppo di Curcio, Franceschini e Mara Cagol. Arrestato nel 1974, da poco tempo ha finito di scontare quasi trent’ anni di reclusione. Ora e’ uno dei leader di Olga (acronimo di “Ora di Liberarsi dalle Galere”), il movimento che organizzo’ la manifestazione.

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La protesta estrema della famiglia Al Khawaja

L’attivista Zainab al Khawaja grida “Dio è più grande di qualsiasi tiranno” mentre viene arrestata dalla polizia a Eker, in Bahrain, il 21 ottobre 2012. (Hasan Jamali, Ap/Lapresse)

images (20)Aumenta la preoccupazione delle organizzazioni non governative per Zainab al Khawaja, un’attivista politica di 29 anni rinchiusa nel carcere di Madinat Isa, in Bahrein. Le sue condizioni di salute sono critiche dopo che il 17 marzo ha cominciato uno sciopero della fame per protestare contro la sua incarcerazione. Per alcuni giorni Zainab e il padre Abdulhadi, uno dei più strenui oppositori del regime bahreinita, in carcere dal giugno del 2011, hanno rifiutato anche i liquidi.

Zainab al Khawaja, conosciuta per il suo blog Angry Arabia, è stata arrestata per la prima volta nel dicembre del 2011 con l’accusa di “raduno illegale” e “incitamento all’odio contro il regime”, scrive Amnesty International. Pochi giorni dopo è stata rilasciata. Lo scorso 28 febbraio è stata condannata a tre mesi di carcere per “oltraggio a pubblico ufficiale”. Era stata assolta da questa accusa nel maggio del 2012, ma il pubblico ministero è ricorso in appello ottenendo una condanna.

Dal carcere ha scritto una lettera pubblicata da vari giornali, tra cui il New York Times, in cui racconta la sua personale ribellione contro le autorità carcerarie: “Come prigioniera politica in Bahrain, ho cercato un modo per combattere dall’interno della fortezza del nemico, come ha detto una volta Nelson Mandela. Quando sono stata messa in una cella con altre quattordici persone, tra cui due condannati per omicidio, e mi hanno dato i vestiti arancioni della prigione, sapevo che non avrei potuto indossarli senza mandare giù un po’ della mia dignità. Il gesto di non indossare la divisa dei condannati, dal momento che non ho commesso nessun crimine, è diventato il mio piccolo atto di disobbedienza civile. Mi hanno punito non lasciandomi vedere la mia famiglia e la mia bambina di tre anni. Ecco perché sono in sciopero della fame”.

Secondo il Centro per i diritti umani del Bahrein, guidato dalla sorella di Zainab, Maryam, ad alcuni detenuti non viene chiesto di indossare l’uniforme e imporre questa regola è “una nuova modalità per umiliare i prigionieri di coscienza e identificarli come criminali”. Nonostante la rivoluzione del 2011, gli attivisti e gli oppositori di re Hamad ricevono continue minacce di violenza. Nel paese è cambiato poco dalla violenta repressione dei manifestanti avvenuta a febbraio e marzo del 2011.

Lo ha scritto anche Zainab, nel suo ultimo tweet: “Ci rendiamo conto che la primavera araba è solo il primo passo verso la democrazia, ma è stato un passo importantissimo”.

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15 evasi da Cie Trapani, 7 ripresi dopo furto

images (19)Trapani, 27 mar. – Una quindicina di immigrati irregolari sono fuggiti martedi’ notte dal Cie di contrada Milo a Trapani, scavalcando il muro di recinzione. Sette di loro sono stati ripresi dai carabinieri all’alba di oggi dopo la segnalazione di un furto in ristorante di Segesta, all’interno della vecchia stazione ferroviaria. Sul posto i militari hanno sorpreso e bloccato Sofien Ayari, 35 anni, tunisino, mentre dopo ricerche nella zona circostante sono stati individuati e fermati i suoi connazionali Abdel Karim Sahlaoui, 26 anni, Fathi Jameli, 26 anni, Ramzi Jabri, 25 anni, Mohamed Saidi, 32 anni, Amin Ferkiki, 20 anni, tutti accusati di aver partecipato al furto e di resistenza a pubblico ufficiale: per cercare di sfuggire all’arresto, infatti, hanno impegnato per oltre un’ora i carabinieri con una sassasiola. Altri due tunisini, Lassaad Jelassi, 40 anni, e Hassen Fkim, 35 anni, che si erano acquattati lungo i binari nella speranza di salire su un treno in transito, si sono consegnati spontaneamente ai militari e sono stati ricondotti nel Cie. (AGI) .


Aachen[Germania]:Il carcere, la stampa tedesca e la nostalgia di aver perso Gabriel

diffondiamo da  RadioAzione

libertad_pombo_da_silvaA fine gennaio 2013 il compagno Gabriel Pombo da Silva, dopo anni di carcere tedesco, viene trasferito in Spagna sotto regime F.I.E.S.

Ma ad Aachen non lo hanno dimenticato, e una notizia di qualche giorno fa, da parte della stampa tedesca, parla di una scoperta all’interno della cella che segregava Gabriel.

In poche parole, nella ex cella di Gabriel sarebbe stata trovata una buca ben camuffata dove, sempre secondo la stampa tedesca e la direzione del carcere di Aachen, il compagno avrebbe tenuto nascosto documenti ed altro materiale. La stessa stampa infierisce con un titolo “Buco in cella…anarchico, hai dimenticato i tuoi strumenti in cella?“, alludendo al ritrovamento nella buca di seghe, lettere ed altri oggetti.

I giornalisti si rivelano sempre di più il braccio armato, anche se di sola penna, della magistratura mondiale. Dove la magistratura tace, parlano loro. In Italia non molti giorni fa era accaduta la medesima cosa nei confronti dei due compagni ALfredo Cospito e NIcola Gai. Ricordiamo che gli esami sui caschi erano risultati negativi per i R.I.S., mentre per la stampa affermava l’opposto.

Giornalisti, una volta che vi piace tanto indagare…occhio alla penna!


Grecia, Pireo: Sciopero della fame degli immigrati detenuti nei commissariati di polizia

diffondiamo da contrainfo

Greece_jailGli arresti giornalieri e il trattamento brutale degli immigrati “irregolari” nel quadro del pogrom di massa della polizia greca con il nome di accoglienza “Xenios Zeus”, che include percosse, umiliazioni e torture nei furgoni della polizia, nei sotterranei delle stazioni di polizia e nei famigerati “centri di detenzione”, sono parte integrante del totalitarismo moderno che impone la povertà e il cannibalismo sociale, ordina la coscrizione civile dei scioperanti (vale a dire il ritorno forzato al lavoro), infligge la repressione nelle mobilitazioni di protesta, incursioni nelle occupazioni e attacchi alle imprese sociali auto-organizzate.

Ultimamente, decine di immigrati “privi di documenti” sono stati trasferiti e letteralmente accatastati nella stazione di polizia di Drapetsona a Pireo, rimanendo in carcere per mesi e mesi, dove subiscono condizioni spaventose, in mancanza di servizi igienico-sanitari, cibo nutriente e di aria aperta, e si confrontano con Il trattamento usuale brutale, misantropo e razzista degli agenti della polizia. Inoltre, la loro custodia temporanea viene prorogata ogni tre mesi senza alcuna giustificazione formale diversa da quella del “crimine” di non avere documenti di soggiorno.

Per questo motivo, i detenuti immigrati sono scesi in successivi scioperi della fame in quella stazione di polizia, per protestare contro le condizioni inimmaginabili di incarcerazione e le decisioni consecutive di proroga di tre mesi della loro custodia. Per esempio, 70 immigrati sono in sciopero della fame dal 14 Marzo 2013. Come risultato di questa protesta congiunta, gli scioperanti della fame sono stati dispersi con diversi trasferimenti ad altri dipartimenti di polizia dove i poliziotti, ancora una volta li trattano con insulti, vessazioni e minacce. Lo sciopero della fame è iniziato, in particolare, dopo la decisione inspiegabile per altri tre mesi di proroga della custodia cautelare nei confronti di due immigrati, che sono rinchiusi per 9 mesi già nelle celle di detenzione. Il caso di un rifugiato palestinese è indicativo dei maltrattamenti contro gli scioperanti della fame: Faraj Ahmed, che ha perso i sensi durante l’ottavo giorno di sciopero della fame (22/3), è stato trasferito in ospedale, perché la polizia gli ha dato shampoo dicendo che era sciroppo medicinale.

Noi ci abitueremo, né accetteremo le brutalità di questo mondo. Ci opponiamo al saccheggio, all’impoverimento, alla brutalità, al razzismo e alla repressione con la resistenza, l’auto-organizzazione e la solidarietà, con le lotte comuni dei resistenti nativi e gli immigrati contro il sistema dello sfruttamento, le esclusioni e la sottomissione. Giù le mani dagli oppressi e dai combattenti!

Spazio anarchico Resalto (Keratsini)


Madda Libera!

537280_498166643562086_1524882058_nApprendiamo con gioia che la compagna Maddalena Calore è finalmente libera con l’unica restrizione del divieto di dimora a Trapani.

Un caro saluto a Madda e un grido di libertà per tutte e tutti! anche da noi di CordaTesa!

 


Prigionieri – Sulla sezione per anarchici nel carcere di Ferrara

diffondiamo da informa-azione

anarchy-no-government-like-no-governmentRiceviamo e diffondiamo un breve resoconto del prigioniero anarchico Giuseppe Lo Turco sulle condizioni detentive del carcere di Ferrara:

Pare che i giornali avessero già preannunciato il nostro arrivo, con relativo mugugno delle guardie.

In tutto ci sono sei celle. Al momento non c’è neanche il frigo. Non esistono spazi comuni, eccetto un cortile di circa 12×6 m. Quindi, se non vai all’aria, te ne resti in cella. Assente ogni minima forma di palestra o attrezzatura. Solite due o tre battiture al giorno e frequenti perquisizioni in cella. Ovviamente impossibile ogni contatto con altri detenuti. Anche se non la chiamano sezione Alta Sicurezza 2, chiaramente lo è a tutti gli effetti.

Così almeno tutti si possono fare un’idea della situazione.

Peppe

Per scrivere ai compagni anarchici prigionieri a Ferrara:

Sergio Maria Stefani,
Stefano Gabriele Fosco,
Alessandro Settepani,
Giuseppe Lo Turco,
Nicola Gai ,
Alfredo  Cospito
C.C. Via Arginone, 327
44122 Ferrara


Massa – detenuto ricoverato evade dall’ospedale

3417932358_c54ceb126e_z(Adnkronos) – “Un detenuto tunisino di 45 anni, ristretto nel carcere di Pisa e imputato per reati connessi allo spaccio di droga, e’ evaso dall’Ospedale di Massa dove era stato ricoverato per un intervento al cuore”. Era sottoposto a controlli saltuari da parte della Polizia Penitenziaria che oggi, all’ora di pranzo, non lo ha trovato nel suo letto. Ne da’ notizia Donato Capece, segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe. “L’interesse primario ora e’ partecipare attivamente alle ricerche in collaborazione con le altre Forze di Polizia per catturare il fuggitivo, ma questo episodio conferma ancora una volta le criticita’ del sistema carcere. La coppia di dirigenti a capo dell’amministrazione penitenziaria Tamburino e Pagano, con la scellerata intenzione di introdurre una vigilanza attenuata nelle carceri italiane scendendo a patti con i detenuti, ha ottenuto il solo risultato di raggiungere il record di evasioni e tentate evasioni”.

“Mi sembra del tutto evidente che l’Amministrazione e la Polizia Penitenziaria pagano un pesante scotto per le incapacita’ gestionali di chi dirige il Dap. In poche settimane abbiamo contato le evasioni, tentate evasioni, aggressioni, ferimenti. Ed e’ sconcertante pensare che il Dap ed il ministro della Giustizia, incapaci in oltre un anno di attivita’ di realizzare una vera ed efficace riforma penitenziaria, pensino di continuare a “mettere una pezza” quando quello che serve e’ una riforma organica del sistema”.

“Le colpe di tutto quel che succede sono ben precise – prosegue il sindacalista – sono di chi fino a pochi giorni fa ha parlato di rivoluzione penitenziaria mentre in realta’ il sistema cadeva drammaticamente a pezzi. Oggi ci sono in carcere 67mila detenuti a fronte di circa 42mila posti letto, il numero piu’ alto mai registrato nella storia dell’Italia: il 40% sono in attesa di un giudizio definitivo. Bisognerebbe dunque percorrere la strada dei circuiti penitenziari differenziati: ma altrettanto necessaria e’ una concreta riforma del sistema penale – sostanziale e processuale – che renda piu’ veloci i tempi della giustizia.”


Liguria 31% detenuti e’ tossicodipendente

eroina3(Adnkronos) – “La Liguria si conferma tra le Regioni d’Italia con la piu’ alta percentuale di tossicodipendenti detenuti: sono il 31% dei presenti , contro il 23% della media nazionale”. Lo denuncia il Sindacato Autonomo di Polizia Penitenziaria (Sappe). “Nel carcere di La Spezia sono addirittura il 50% dei reclusi, mentre nel carcere di Chiavari il 40% dei detenuti ha problemi di droga”, aggiunge Roberto Martinelli, segretario generale aggiunto del Sappe.

“I detenuti affetti da tossicodipendenza scontano una doppia pena: quella imposta dalle sbarre del carcere e quella di dover affrontare la dipendenza dalle droghe in una condizione di disagio, spesso senza il sostegno della famiglia o di una persona amica”, aggiunge Martinelli. Un problema che si riflette anche sul lavoro degli agenti di polizia, “oggi sotto organico di 400 unita’ in Liguria “, sottolinea il segretario aggiunto.

“Sarebbe preferibile evitare la carcerazione ai detenuti tossicodipendenti, spesso condannati per spaccio di lieve entita’, optando piuttosto per interventi alternativi, da attivare gia’ durante la fase del processo per direttissima”, afferma il Sappe. “Si potrebbero istituire percorsi di cura e riabilitazione ‘controllati’ in regime extracarcerario con l’ausilio dei servizi pubblici e delle comunita’ terapeutiche – propone il sindacato – I tossicodipendenti sono persone che hanno bisogno di cure piuttosto che di reclusione”.


La risonanza magnetica svela chi commettera’ nuovi reati

palla di vetro(ANSA) – ROMA, 26 MAR – Predire la condotta futura di un detenuto spiandone il cervello con la risonanza magnetica: e’ la prospettiva che, per quanto fantascientifica, si profila all’orizzonte. Uno studio pubblicato sulla rivista PNAS mostra infatti che la risonanza puo’ predire con una certa accuratezza quali criminali reitereranno il reato una volta rilasciati.

Lo studio, su 96 detenuti prossimi al rilascio, e’ stato condotto da Kent Kiehl, neuroscienziato presso l’istituto no-profit Mind Research Network ad Albuquerque, (Nuovo Messico – Usa).

E’ emerso che leggendo i risultati della risonanza e’ possibile prevedere se, una volta rilasciato, il detenuto trasgredira’ nuovamente la legge oppure no.

Gli esperti hanno registrato con la risonanza l’attivita’ neurale dei detenuti in particolare in un’area del cervello chiave per prendere decisioni e reprimere i gesti impulsivi, la corteccia cingolata anteriore (sulla fronte). E hanno esaminato l’attivita’ di questo circuito neurale mentre i detenuti eseguivano dei semplici compiti decisionali e reprimevano reazioni impulsive. Il comportamento dei detenuti e’ stati poi seguito per i quattro anni successivi al rilascio. I ricercatori hanno trovato delle nette differenze nei profili di attivazione della corteccia che corrispondono alla condotta che i detenuti tengono una volta liberi. Quelli che commetteranno un nuovo reato presentano una attivita’ ridotta nella corteccia cingolata.

Anche se la tecnica e’ lungi dal divenire applicabile in ambito giudiziario, non puo’ non richiamare alla mente la trama del film Minority Report dove i crimini erano puniti ancora prima di essere commessi perche’ predetti da un gruppo di sensitivi.


Gli USA hanno consegnato alle autorità afgane l’ultimo carcere

images (18)Il carcere di Bagram, l’unico rimasto sotto controllo dei militari americani, è passato alle autorità dell’Afghanistan. Bagram è stato più di una volta in mezzo agli scandali. I dipendenti del carcere sono stati accusati del trattamento disumano dei detenuti.

Il controllo sul carcere a Bagram sarebbe dovuto passare alle autorità afgane già a settembre dell’anno scorso, tuttavia la conclusione dell’accordo è stata rimandata perché non è stata decisa la sorte di 50 detenuti, considerati molto pericolosi. Secondo l’intesa conclusa, rimarranno in carcere.

Fonte


Nigeria: ex leader del Mend condannato a 24 anni di carcere

MEND-logo(AGI) – Abuja, 26 mar. – L’ex leader del movimento per l’emancipazione del Delta del Niger (Mend), Henry Okah, e’ stato condannato da un tribunale del sudfricano a 24 anni di carcere per l’attentato del primo ottobre 2010 ad Abuja, capitale della Nigeria. L’attentato, nel quale morirono 12 persone, fu messo a segno il giorno del cinquantesimo anniversario dell’indipendenza nazionale nella piazza dell’Aquila, il cuore della capitale che in quel momento ospitava anche diversi capi di stato africani e delegazioni dipomatiche internazionali accorsi per festeggiare la ricorrenza. Il capo del Mend fu arrestato pochi mesi dopo l’attentato in Sud Africa dove si trovava dopo aver aderito al programma di amnistia concesso dal governo ai guerriglieri del Mend, il movimento che affermava di battersi per una diversa ridistribuzione delle rendite petrolifere, di cui la Nigeria e’ il primo produttore africano. I familiari e gli avvocati di Okah hanno gia’ fatto sapere di voler ricorrere in appello contro questa sentenza.


Quattro palestinesi del’48 entrano nel loro 28° anno consecutivo di carcere

n762789514_986290_1173Ramallah-InfoPal. Quattro prigionieri palestinesi dai territori del’48 sono entrati nel loro ventottesimo anno consecutivo di detenzione nelle carceri israeliane.

In un comunicato stampa diramato lunedì 25 marzo, il Centro studi Asra Filastin (Prigionieri della Palestina) ha reso noto che Rushdi e Ibrahim Nayef Abu Mukh, 53 e 52 anni, Walid Nimr Daqqa, 53 anni e Ibrahim Abdel Razek Baiadsa, 52 anni, hanno concluso il loro 27° anno di detenzione nelle carceri israeliane. I quattro detenuti in questione furono arrestati nel marzo del 1986, e condannati all’ergastolo con l’accusa di appartenere al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (Fplp), e per il rapimento di un soldato israeliano, ucciso durante l’operazione.

Nel comunicato, il centro ha sottolineato che le autorità di occupazione hanno rifiutato di includere i quattro detenuti nell’accordo di scambio di prigionieri, concluso con il movimento di resistenza islamico, Hamas, nel 2011, in quanto possessori di carte d’identità blu (carta d’identità israeliana concessa ai palestinesi del’48).

Nello stesso contesto, i due detenuti di Gerusalemme, Raja al-Haddad, 35 anni, e Ayman al-Sharbati 46, sono entrati nel loro 16° anno consecutivo di detenzione nelle prigioni dell’occupazione.

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«No all’ergastolo», in carcere è sciopero della Messa di Pasqua

pasquaPADOVA. Uno «sciopero» della Messa di Pasqua in carcere. Un atto semplice ma forte, un appello che nasce dalla disperazione. È l’iniziativa lanciata da Carmelo Musumeci, detenuto del carcere Due Palazzi di Padova, per sostenere la campagna a favore di una proposta di legge di iniziativa popolare per l’abolizione dell’ergastolo. Campagna che ha raccolto numerose adesioni, soprattutto da personalità del mondo della cultura e della scienza. «Lo sciopero di Pasqua – scrive Musumeci in una lettera aperta a don Oreste Benzi (scomparso nel 2007) – perché per noi, almeno su questa terra, non ci sarà mai resurrezione».

Ecco per interno la lettera aperta di Carmelo Musumeci.

 

Lettera aperta a Don Oreste Benzi (in cielo dal 2007) , fondatore della Comunità Papa Giovanni XXIII

 

Don Oreste, nonostante le numerose iniziative, appelli, le lettere, le firme raccolte e le numerose adesioni di persone importanti, come Margherita Hack, Umberto Veronesi, Agnese Moro e Bianca Berlinguer, ma anche di tanti uomini e donne di Chiesa, contro l’esistenza in Italia della “Pena di Morte Viva”, l’ergastolo senza benefici, nulla è cambiato. E i buoni, nonostante che siano trascorsi dalle nostre condanne venti, trenta e più anni, non sono ancora sazi e continuano a torturarci l’anima, il cuore e la mente. In questi giorni mi sono domandato che altro possiamo fare per attirare l’attenzione, sensibilizzare l’opinione pubblica, per fare capire ai buoni che ricambiare male con altro male, (murare viva una persona senza neppure la compassione di ucciderla) fa sentire innocente qualsiasi criminale.

Don Oreste, ognuno combatte con le armi che ha ed ho pensato di proporre a tutti gli uomini ombra, sparsi nelle nostre Patrie Galere, lo sciopero della messa di Pasqua, perché per noi, almeno su questa terra, non ci sarà mai resurrezione. Che cosa abbiamo noi da spartire con questa festa? Tanto vale non festeggiarla, è una presa in giro per noi… Lo so, non sarai sicuramente d’accordo, non lo è neppure il mio compagno Ignazio che è di fronte alla mia cella, che non si perde mai una messa, ma che altro possiamo fare per tentare di cambiare il cuore della società civile, dei giudici, dei politici e degli uomini di chiesa, che spesso si occupano solo delle nostre anime e non dei nostri sogni e speranze?

Don Oreste, è da pazzi giudicare un uomo o una donna colpevole per il resto della sua vita e, a parte l’errore, è un orrore. Molti di noi sono diventati uomini nuovi, perché continuano a punirci? Che c’entriamo noi con quelli che eravamo prima?

Don Oreste, dall’ultima volta che ti ho visto nel carcere di Spoleto, quando ti schierasti dalla parte dei più cattivi (prima di te lo aveva fatto solo Gesù), mi manchi, ma perché te ne sei andato così presto in cielo? Potevi rimanere ancora un poco su questa terra per darci una mano ad abolire la “Pena di Morte Viva” in Italia. Ora ci sentiamo più soli. Diglielo tu a Dio, io non ho il coraggio (e poi sono anche ateo) che gli uomini ombra per Pasqua non andranno a messa.

Don Oreste, guarda cosa puoi fare da lassù perché stiamo invecchiando e non abbiamo più tempo. Siamo disperati, molti di noi (siamo già quasi in 300 che hanno aderito) a settembre sono pronti anche ad uno sciopero della fame: non ci resta che la nostra vita per cercare di ritornare nel mondo dei vivi e lotteremo con quella. Don Oreste, è dura vivere nell’ombra ed è per questo che gli uomini ombra non festeggeranno la Pasqua. Perdonaci almeno tu se puoi. Il mio cuore ti manda un abbraccio fra le sbarre.

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Belluno – Cinque detenuti vivono in celle di 20 metri quadri

carcere_2Vecchio e piccolo, il carcere di Belluno è troppo affollato. Progettato per ospitare cento detenuti, ad oggi ce ne sono centoventi. Vivono anche in cinque in celle di venti metri quadrati, con un bagno minuscolo e senza la doccia. «Per legge ogni detenuto dovrebbe avere uno spazio di otto o nove metri quadrati», spiega Marco Perduca, senatore del partito Radicale nella passata legislatura.

Ieri Perduca ha visitato la casa circondariale di Belluno insieme alle colleghe di partito Maria Grazia Lucchiari (padovana) e a Elisa Corrà (feltrina). «Da trent’anni monitoriamo lo stato delle carceri per verificare le condizioni di vita dei detenuti, e anche se a Belluno non c’è un eccessivo sovraffollamento, ci sono molte criticità», spiegano. Innanzitutto le celle: «La maggior parte sono vecchie, hanno il pavimento e le pareti che si scrostano e sono senza doccia», spiega Perduca. «Il bagno è minuscolo: ci sono solo un lavandino e una turca. La doccia si trova al piano, e delle sei presenti ne funzionano tre, tutti i giorni tranne il giovedì e la domenica. Ci hanno assicurato che è garantita per tutti, per 15 minuti al giorno».

Il carcere di Belluno ha tre sezioni: la maschile, la femminile e quella per i transessuali (ce ne sono 24). I detenuti sono per la maggior parte stranieri (91, gli italiani sono 29), un dato che fa dire a Perduca: «A cosa serve un carcere a Belluno se bisogna trasferire i detenuti, per i processi e gli interrogatori, in altre città? Con tutti i costi che questo comporta».

La maggior parte dei detenuti è in carcere per reati connessi allo spaccio di droga, ma i definitivi (cioè quelli che hanno ottenuto una sentenza di colpevolezza) sono solo 75. Gli altri 45 attendono il secondo o terzo grado di giudizio, e fra loro ci sono nove persone che attendono addirittura il primo. Quasi tutti sono giovani: gli stranieri hanno tra i 18 e i 39 anni, gli italiani qualcuno in più, ma pochi superano i 50 anni.

Dall’ispezione, poi, i radicali hanno rilevato una cronica mancanza di agenti di polizia penitenziaria: «La legge stabilisce che dovrebbe essercene uno per ogni detenuto. A Belluno ce ne sono 85, impiegati su quattro turni, il che significa 21 agenti per 120 detenuti». Il rapporto diventa di uno a cinque. «Il medico inoltre è presente solo per 15 ore al giorno», aggiunge Perduca. «Servirebbero più infermieri anche per far fronte a una problematica molto diffusa in questo carcere: quella della tossicodipendenza». Dei 120 detenuti, infatti, la metà ha dichiarato di essere dipendente dalla droga.

Un altro problema presente a Baldenich è la mancanza di un’occupazione lavorativa per i carcerati. Una quindicina fa lavori interni (cucina e pulizie per esempio), due realizzano cerniere per i mobili con un progetto esterno, cinque piegano le salviette che si usano per pulire gli occhiali per una ditta del settore e uno lavora in lavanderia. Troppo poco, secondo i radicali, per aiutare i detenuti a scontare la loro pena attraverso un percorso di recupero. La speranza dei radicali è che il settore del carcere che verrà ristrutturato a partire dal mese prossimo serva per sviluppare attività lavorative.

Al termine dell’ispezione i rappresentanti del partito radicale auspicano che la situazione delle carceri italiane cambi e che venga attuata una riforma della giustizia per accorciare i tempi dei processi. Tra le richieste c’è anche l’amnistia per tutti quei reati che comportano pene fino a sette anni di carcere: «Così uscirebbero 40 mila persone sulle 66 mila che ci sono nelle carceri italiane, faremmo piazza pulita sulle scrivanie dei magistrati, che oggi sono ricoperte di lavoro, e si consentirebbe ai detenuti un migliore trattamento».

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Ogni giorno 300 immigrati detenuti in isolamento nelle carceri americane

Convict_-_Punishment_Cell_1873WASHINGTON, STATI UNITI – Ogni giorno almeno 300 immigrati in attesa di rispondere ad accuse civili sono tenuti in isolamento nelle 50 maggiori carceri americane, come i peggiori criminali. E quasi sempre senza che si sappia il perche’.

La denuncia e’ del New York Times, e si basa sulle cifre fornite dallo stesso governo federale, che mostrano le difficolta’ incontrate dall’Immigration and Customs Enforcement, l’autorita’ chiamata a vigilare sui penitenziari.

La storia e’ quella di chiari abusi. Quasi la meta’ di questi immigrati tenuti reclusi senza nessun contatto col mondo esterno – scrive il Nyt – resta in isolamento per 15 o piu’ giorni, mentre il 35% per piu’ di 75 giorni. A lanciare l’allarme sono quindi gli esperti di psichiatria, secondo cui queste persone vanno incontro a gravi danni a livello mentale. Due terzi dei casi – scrive ancora il Nyt – riguarda immigrati coinvolti in infrazioni disciplinari, come violazione delle regole carcerarie, insubordinazione alle guardie carcerarie o coinvolgimento in risse.

Ma – si sottolinea – gli immigrati vengono ”regolarmente” messi in isolamento perche’ sono visti come una minaccia per gli altri detenuti o per il personale. In molti casi, poi, l’isolamento si impone come misura protettiva, quando il detenuto immigrato e’ gay o soffre di disturbi mentali. Fatto sta che questi dati riaccendono le polemiche sugli Stati Uniti, spesso nel mirino – in patria e all’estero – delle associazioni per la difesa dei diritti umani per l’eccessivo ricorso alla misura dell’isolamento nelle carceri, piu’ di ogni altro Paese democratico nel mondo, sottolinea il Nyt.

E se e’ vero che l’isolamento riguarda solo l’1% degli immigrati in carcere, questa pratica e’ ugualmente allarmante perche’ la stragrande maggioranza delle persone coinvolte è detenuta per rispondere di reati civili, e non perche’ accusati di reati penali. E’ il caso dell’immigrato presunto irregolare che viene fermato e recluso in attesa di comparire davanti al giudice amministrativo. ”Una situazione inaccettabile” per le associazioni per la difesa dei diritti degli immigrati, che da anni denunciano gli abusi nelle carceri e il ricorso eccessivo all’isolamento che dovrebbe essere solo una misura detentiva estrema.

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Cena Benefit “la lepre” – Per la liberazione animale, umana e della terra

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Martedì 26 marzo 2013 – alle ore 20
presso il Boccaccio di Monza (via Rosmini 11)

cena vegan benefit per il nostro nuovo gruppo “La Lepre”, per la liberazione animale, umana e della terra.

Durante la serata ci sarà anche la presentazione del gruppo, con progetti, prossime iniziative e desideri…

Il costo della cena è di 5 euro (o quello che puoi) per raccogliere un pò di vile denaro necessario a portare avanti iniziative, o per stampare flyers, opuscoli ecc.

Ti aspettiamo!

 

La Lepre, per la liberazione animale, umana e della terra

 


Cordatesa/Boccaccio – Comunicato per i fatti di Cuneo

SIAMO TUTTI CON PE’

siamo tutti con pèDopo la revoca dell’odioso divieto di comunicazione, il nostro compagno Peppino torna a farsi sentire sul blog con la seguente lettera indirizzata non solo al collettivo ma a tutti i frequentatori del Boccaccio e tornerà quindi a partecipare all’attività politica di questo spazio sociale… per quanto si possa fare da costretto in casa ovviamente.

Noi non smetteremo di seguire e informare circa l’evolversi repressivo di questo infame castello accusatorio il cui epilogo (si spera) è fissato per il 26 giugno al Tribunale di Cuneo.

Intanto è possibile scrivere a Pè utilizzando il nostro indirizzo (via Rosmini 11) o consegnandoci direttamente a mano lettere o cartoline durante le nostre serate. La solidarietà è un arma… usiamola!

Carissimi,

finalmente mi hanno revocato l’odioso divieto di comunicazione e ovviamente colgo al volo l’occasione per salutare e ringraziare tutti i compas, le amici e i sorelli che in questi due mesi hanno fatto sentire la loro solidarietà… c’è poco da fare, scalda il cuore più di una molotow, è un raggio di senso che squarcia l’assurdità del contesto.

Un ringraziamento particolare anche a tutti coloro che si sono sbattuti per permettermi di scrivere la tesi che purtroppo sto per finire…. peccato era un buon passatempo. Senza di voi non ce l’avrei mai fatta!

L’assurdità del contesto dicevamo…. bhè la conoscete tutti…

il 14\7 durante un presidio\corteo anticarcerario, dopo che noi aspettavamo da oltre 5 mesi la scarcerazione del nostro compagno Maurizio, tenuto prigioniero in regime di isolamento totale, un’automobilista ha pensato bene di non poter aspettare 5 minuti a passare. Taglia il corteo nonostante vi siano compagni in mezzo alla strada davanti alla sua auto e ne nasce un battibecco caratterizzato da una vivacissima stupidità e immaturità da ambo le parti.

Morale: in 4 siamo accusati di concorso anomalo in rapina aggravata!!!

All’inizio non capivo che minchia di reato fosse “concorso anomalo in rapina aggravata”, poi grazie a google ho capito che anomalo significa che rischio seriamente di andare in galera anche se non ho fatto un cazzo…bhe in effetti è abbastanza anomalo!!!

Tale reato prevede la colpevolezza del concorrente in un reato diverso (e più grave) da quello assieme effettuato consapevolmente, se il reato più grave ha avuto modo d’essere grazie alla situazione venutasi a creare dal reato meno grave e se lo sviluppo degli eventi era in qualche modo prevedibile (in concreto o in astratto, qui la dottrina della giurisprudenza si divide), ovvero:

se non avessimo bloccato il traffico(violenza privata) non si sarebbe potuta verificare la rapina.

Se così fosse, allora dovrebbe esserci anche il procuratore Caselli di fianco a noi al banco degli imputati, perchè se lui non avesse ferocemente represso il movimento NoTav e non avesse ingiustamente imprigionato il nostro compagno Maurizio, non si sarebbe verificato il corteo che non avrebbe creato il blocco che non avrebbe permesso la rapina.

Questo articolo del codice penale sembra la sceneggiatura di una nuova canzone di Jack nucleare:“alla fiera del tav”.

Eppure c’è poco da scherzarci, perchè, come tutti gli altri articoli di concorso, è uno strumento potente nelle mani dei nostri aguzzini; con esso possono liberamente scegliere il reo che preferiscono, indipendentemente dalla responsabilità effettiva dell’individuo nell’accaduto.

Infatti il loro video, unica prova dell’infame castello accusatorio, mostra chiaramente la mia\nostra estraneità alla vicenda e comunque sostenere la prevedibilità dell’esito di rapina data la partecipazione a un corteo segue la stessa logica di un ciclone in America causato da un battito d’ali di farfalla in Cina.

Non mi faccio illusioni però, il video potrebbe non bastare per arrivare a un’assoluzione. Da molti particolari si nota chiaramente l’intento repressivo della procura di Cuneo politicamente molto interessata ad arrivare a condanna: hanno fatto subito una conferenza stampa e il procuratore è addirittura sceso in aula a Torino il giorno del riesame per far notare la sua presenza politica, cosa che nn succede mai a meno che non accoppi qualcuno. Il messaggio era chiaro: occhio Torino che in quel di Cuneo teniamo molto a questa udienza!!

Per quanto riguarda la rapina poi non ne parliamo, fatti ingigantiti all’inverosimile da sbirri, pennivendoli e “vittima”, che dichiara di aver riportato privazioni materiali nell’ordine di migliaia di euro in pochi secondi, nonché delle lesioni corporali guaribili in 20 giorni… da primo referto medico si scoprono essere il caro vecchio colpo di frusta, immancabile in ogni trauma stradale (come la capisco, anche a me è successo molte volte… più volte possibili!!!).

Detto questo però, non posso negare un velo di rammarico e delusione per la palese incapacità che abbiamo dimostrato nel gestire una st…za isterico-reazionaria. Non so quale possa essere la vostra lettura dell’accaduto, ma da un’attenta analisi sull’individuazione del nemico non credo che ne sarebbe uscita sta sciura, o no?

Non voglio fare nessun tipo di ramanzina ma certe cazzate servono unicamente ad aiutare magistratura, sbirri e pennivendoli a fare il loro infame lavoro.

I pennivendoli poi non ne parliamo… se provi a scrivere il mio nome e cognome su google c’è da spaventarsi da quel che esce! Grande fratello di merda! Non che me ne freghi molto ma se volessi riscattare il mio nome sul web dovrei come minimo salvare la vita al papa se no per la rete sarò solo e sempre un violento rapinatore di automobiliste indifese che estrae dall’auto le sue vittime e le aggredisce a calci e pugni per rubargli la borsetta di mirtilli!!! E tutto ciò per essere passato davanti a una macchina, anzi perchè una macchina mi è passata davanti! Pazienza vorrà dire che non mi potrò candidare con M5S!!!

Comunque il primo ostacolo è rimosso; ora posso comunicare e dunque riprendere l’attività politica “da ufficio”… scrivere comunicati, volantini, lettere ai detenuti, insomma sarò un compagno di scartoffie.

E’ importante però continuare a seguire collettivamente la vicenda, far loro capire che i compagni non sono mai soli e che anche noi teniamo molto ai processi che ci riguardano. L’udienza sarà il 26 giugno e una presenza in aula potrebbe dare un segnale forte in tal senso.

Sinceramente spero di non marcire ai domiciliari fino al processo ma di vedervi presto tutti dal vivo e di poter tornare a immergermi totalmente nella vita sociale e politica dello spazio occupato che ho imparato a chiamare casa: il nostro amato Boccaccio!

A palle gonfie vi saluto con libero affetto e massima riconoscenza,

Peppino

Ognuno odia il potere che subisce. Quindi io odio con particolare veemenza il potere di oggi…” e la procura di Cuneo

 


Sondrio – Sovraffollato e fatiscente, il carcere sta scoppiando

prison_1565169cSondrio, 25 marzo 2013 — Un carcere piccolo, che scoppia: con 47 reclusi, stipati nei 27 postiregolamentari, la Casa Circondariale di Sondrio presenta un tasso di affollamento elevatissimo, attorno al 174%. Sono questi i dati salienti e decisamente preoccupanti raccolti da Francesco Racchetti, Garante dei diritti delle persone private della libertà, che sono stati illustrati nel corso dell’ultimo consiglio comunale del capoluogo valtellinese.

detenuti sono in prevalenza giovani: più della metà sono sotto i 40 anni e solo 5 superano i 60. Gli stranieri sono 14, pari al 30% circa. In queste condizioni l’aspetto rieducativo dovrebbe essere preminente rispetto a quello legato alla custodia. Invece ciò non accade perché «la Casa Circondariale di Sondrio – sottolinea il Garante – è da lunghissimo tempo priva di un Direttore residente, essendo affidata in reggenza al Direttore di Varese che ricopre anche la direzione del carcere di Busto Arsizio. Tale situazione non è priva di conseguenze. La funzione del Direttore svolge un fondamentale ruolo di baricentro e mediazione tra Polizia Penitenziaria, area educativa, detenuti, familiari, operatori sanitari, volontari e tutte le altre persone che, a vario titolo, svolgono la loro attività in carcere».

Queste considerazioni valgono soprattutto per la tipologia dei detenuti in larga percentuale tossicodipendenti ed alcool-dipendenti che, già al momento della carcerazione, appartengono ad aree di forte disagio. Il personale è costituito da 25 unità compreso il Comandante, «un numero assolutamente insufficiente – conclude Racchetti – a garantire la sicurezza e le condizioni di legalità all’interno dell’Istituto, partecipare alle attività di osservazione e trattamento rieducativo dei detenuti, effettuare traduzioni e piantonamenti. Gli spazi sono molto ridotti: l’edificio risale al 1910».

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Trattamenti inumani e degradanti… e il tribunale di Palermo non risponde

gaetano-fidanzati-300x225Pubblico un messaggio ricevuto da Grazia Manfredi, ieri sera: “On. Bernardini, le invio tre foto scattate da me dove lei stessa può vedere in che stato è mio padre dopo sette mesi di arresti ospedalieri. Non mi risulta che mio padre abbia come pena “condannato a morte”. Ma questi giudici come fanno a dormire la notte.”

Il regime del 41-bis è stato sospeso sei mesi fa. Ora Gaetano Fidanzati può essere visitato solo dalla moglie e dalle due figlie. La moglie lo assiste giorno e notte perché non è in grado di mangiare e bere da solo. Da ciò che afferma la figlia, il Magistrato di sorveglianza vorrebbe mandarlo a casa, ma il tribunale di Palermo, dopo una perizia effettuata il 14 febbraio, non ha ancora deciso.

Ho già presentato un’interrogazione a risposta scritta il 9 novembre 2011 poi trasformata in risposta in Commissione l’11 luglio 2012 nel tentativo di avere risposta da parte del Governo. La risposta non è mai arrivata, anche se come riferito dalla figlia, 6 mesi fa a Gaetano Fidanzati è stato revocato il 41-bis.

Cosa aspetta il Tribunale di Palermo a dare una risposta, positiva o negativa che sia? Assumersi responsabilità non rientra fra i suoi compiti istituzionali?

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Preservativi nelle carceri: un diritto umano

detail-Hiv giornataI tassi di Hiv nelle carceri italiane sono venti volte più alti che nella comunità al di fuori del carcere e i tassi di epatite C sono ancora più elevati: sin dai primi tempi dell’epidemia di Hiv, è stata riconosciuta l’importanza di introdurre anche in carcere un insieme di interventi sull’Hiv e sull’epatite C, fra cui la fornitura gratuita di preservativi, rispettando le linee guida emanate dall’OMS, le quali sottolineano che “tutti i detenuti hanno il diritto di ricevere le cure per la salute, incluse misure preventive equivalenti a quelle disponibili nella comunità territoriale, senza discriminazione”.

In Italia ben poco si è fatto in questo senso, anche se la situazione “disumana e degradante” della vita in carcere è ormai un fatto noto ed è stata anche citata nel discorso di insediamento della neo eletta Presidente della Camera, Laura Boldrini. Certo, l’introduzione dei preservativi in carcere non rappresenterebbe una rivoluzione copernicana del sistema penitenziario, ma sicuramente sarebbe un segnale importante, per il rispetto della dignità della persona e del diritto umano a proteggersi dalle malattie.

Questo problema tuttavia non è solo italiano, ma è diffuso in molti Paesi del mondo, anche se gli studi condotti sull’argomento dimostrano che ciò che previene dal fornire i preservativi ai carcerati, sono soprattutto dei pregiudizi.

Sul British Medical Journal è stato pubblicato, all’inizio dell’anno, un nuovo studio australiano sull’argomento, condotto dal Professor Tony Butler, della University of New South Wales. Lo studioso da anni si dedica a ricerche sulla vita sessuale in carcere e già in precedenti studi aveva dimostrato che l’introduzione dei preservativi in prigione non provoca, nei fatti, grandi sconvolgimenti negativi.

I contrari all’introduzione dei preservativi in carcere (ve ne sono anche fra i detenuti) temono infatti che il preservativo possa: (a) incoraggiare i detenuti ad avere rapporti sessuali, (b) aumentare gli stupri in carcere, fornendo ai molestatori sessuali una protezione contro le infezioni o la possibilità di non lasciare sulla vittima tracce di DNA, (c) essere usato come arma contro il personale di custodia, (d) dare la sensazione che la maggior parte dei prigionieri siano omosessuali, e (e) portare a ritenere che le prigioni siano luoghi dove promiscuità e omosessualità sono particolarmente diffuse.

Tony Butler ha messo a confronto la vita sessuale di alcuni detenuti, residenti in due diversi carceri australiani: quello del Nuovo Galles del Sud (NSW), nel quale dal 1996 vengono distribuiti 30.000 preservativi al mese, gratuitamente (in seguito ad una class action condotta dagli stessi carcerati) e un altro carcere, quello di Queensland, dove invece non c’è ancora questa disposizione.

Per comprendere l’effetto, nella vita sessuale in carcere, dei preservativi distribuiti gratuitamente, sono stati intervistati complessivamente 2.018 detenuti attraverso il servizio offerto da una società di ricerche di mercato, la quale ha condotto le sue interviste telefoniche via Internet, della durata di 30 minuti. I detenuti, durante l’intervista, erano fisicamente nella sala per le visite, o in una stanza, nella clinica del carcere. A tutti i detenuti è stato garantito che le loro dichiarazioni non sarebbero state in alcun modo registrate. Ogni partecipante ha ricevuto 10 dollari australiani a titolo di risarcimento, come lavoro retribuito in carcere.

La prima cosa da mettere in rilievo, nei risultati ottenuti, è che il preservativo non aumenta l’attività sessuale in carcere, anzi il contrario (tasso di attività sessuale nella prigione di Queensland 8,8%, rispetto a quello della prigione del NSW, che è 5,8%). La stragrande maggioranza del’attività sessuale riportata in entrambi i carceri è stata consensuale e consistente principalmente in pratiche manuali, o nel sesso orale. La percentuale di detenuti che segnalano sesso anale in carcere è bassa, sia nel NSW (3,3%) che nel Queensland (3,6%), ma nel carcere del NSW il 56,8% contro il 3,1% del carcere di Queensland ha riferito che avrebbe usato un preservativo se avesse fatto sesso anale in carcere. In entrambi i penitenziari, la coercizione sessuale è apparsa inoltre abbastanza rara.

Altro dato interessante da capire è quali siano gli “usi impropri” che vengono fatti del preservativo nel carcere del NSW. Ai prigionieri infatti viene fornito il preservativo, insieme ad un lubrificante e ad un foglio per le istruzioni per l’uso, tutto all’interno di un sacchettino di plastica. Ebbene, gli “usi impropri” hanno riguardato sia il preservativo (utilizzato come contenitore per il tabacco o come laccio per capelli), sia il lubrificante (usato come schiuma da barba, come gel per capelli o anche, quando era aromatizzato, come crema da spalmare sul pane, o come aroma per il latte frullato). Usi sicuramente impropri, ma che non comportano rischi gravi per la salute.

I limiti di questo studio sono diversi, come ammettono gli stessi ricercatori: a partire dal fatto che i dati raccolti sono auto-riferiti e quindi possono essere non del tutto veritieri, soprattutto riguardo all’argomento del sesso consensuale o coercitivo. Non sono inoltre state prese in esame altre variabili, come la numerosità dei detenuti nelle celle, o i livelli di controllo carcerario. Futuri studi miglioreranno dunque queste ricerche, ma per il momento esse attestano con chiarezza che la fornitura di preservativi ai carcerati non è assolutamente associata ad un aumento, consensuale o non consensuale, dell’attività sessuale in carcere, o anche a minacce di violenza sessuale. Non sorprendentemente inoltre, i preservativi hanno maggiori possibilità di essere utilizzati per il sesso anale, se essi sono resi disponibili. La probabilità di sesso anale non aumenta comunque a causa di questa disponibilità.

Ormai nella società diversi sono gli Enti statali e le Associazioni che raccomandano l’uso del preservativo per proteggersi dalle malattie sessualmente trasmesse ma, stranamente, sembra che questo consiglio di sana profilassi valga per tutti, tranne che per la popolazione carceraria. Sarebbe dunque necessario e urgente procedere, come sostengono ad esempio l’OMS, le Nazioni Unite, l’American Public Health Association e l’Associazione della Salute Pubblica australiana, ad introdurre al più presto il preservativo gratuito in carcere: perché la società ha il dovere di cura nei confronti dei suoi carcerati e perché essi hanno il diritto di difendersi dalle malattie.

In Italia, la Lila (Lega Italiana per la Lotta contro l’Aids) da tempo sostiene questa battaglia civile e, prima delle elezioni, ha fatto pervenire agli aspiranti premier Silvio Berlusconi, Pierluigi Bersani, Oscar Giannino, Beppe Grillo, Antonio Ingroia e Mario Monti, fra le altre, questa specifica domanda:

Nelle carceri italiane la presenza di una percentuale rilevante di persone detenute per reati legati alla droga e il sovraffollamento pongono questioni di tutela della salute. Nessun Paese al mondo riesce a evitare consumo di droga e attività sessuale consenziente o non consenziente nelle proprie carceri. Perciò diversi Paesi europei e non solo hanno politiche di prevenzione dell’Hiv e di riduzione del danno anche in carcere, con preservativi e siringhe sterili, così come chiesto dalla Commissione Europea, dall’OMS e dalle agenzie ONU che si occupano di Aids e droga. Il vostro governo sarebbe favorevole all’introduzione di tali programmi nei nostri Istituti di pena?

Nessuno ha risposto.

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La morte di Giuseppe Uva rischia di cadere in prescrizione. Impediamolo

diffondiamo da osservatorio repressione

scritta_uvaLa giustizia e la verità  sulla morte di Giuseppe Uva rischia di essere “prescritta”. Ilaria Cucchi, sorella di Stefano altra vittima di malapolizia, invita a inviare una lettera alla Procura di Milano affinchè il caso non sia chiuso.
Ecco il testo da inviare alla Procura di Milano:
 Giuseppe Uva è morto a Varese 1742 giorni fa, dopo aver trascorso una notte nella caserma dei Carabinieri. Nessuna indagine è stata fatta su quanto accaduto quella maledetta notte. Si va incontro alla prescrizione. È ora che quel fascicolo venga tolto dal cassetto del pm Abate e dato a qualcuno che abbia voglia di scoprire cosa è successo a Giuseppe Uva… 1742 giorni fa.
 Lucia, sua sorella, aspetta pazientemente risposte.
È stata umiliata, sbeffegggiata…
Ma nessuna risposta le è stata data sulla morte di Giuseppe.
È arrivato il momento che qualcuno si faccia carico della sua dignitosa e composta richiesta di verità e giustizia.
Anche un giudice lo ha ordinato, invano.
Altrimenti si abbia il coraggio di dire a Lucia di voltare pagina e di far finta che nulla sia successo.
1742 giorni fa.

Monza celle sovraffollate e inumane, chiesto il rinvio della detenzione

carceri-sovraffollate1Sono giudici di sorveglianza, e dovrebbero far eseguire nel carcere di Monza la condanna a 15 anni di un pericoloso condannato per associazione mafiosa e sequestro di persona. Ma proprio perché sono giudici, sanno che in quel posto, uno dei 47.000 nei quali sono invece stipati 66.000 detenuti, gli farebbero scontare la pena “con modalità disumane equiparabili a tortura”.

Per questo ora anche il più importante Tribunale di sorveglianza italiano, quello di Milano, sulla scia dell’ordinanza-pilota un mese fa di Venezia su un detenuto a Padova, chiede l’intervento della Corte costituzionale. E alla Consulta domanda una pronuncia “additiva” per valutare se, al caso tassativo di “grave infermità fisica” che oggi lascia facoltà al giudice di rinviare l’esecuzione della pena di un detenuto, non sia ormai il momento di aggiungere anche il caso in cui, l’esecuzione della pena si traduca “in trattamenti inumani o degradanti” secondo la misura tarata dalla Corte europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo (almeno 3 metri quadrati a testa) nelle sentenze Sulejmanovic e Torreggiani che nel 2009 e a gennaio 2013 hanno già condannato l’Italia.

Nella vicenda di un detenuto siciliano, è stata la giudice milanese Maria Laura Fadda – come racconta l’avvocato Alessandro Maneffa – a voler verificare di persona le condizioni di detenzione con un sopralluogo nella cella dove in teorici 9 metri quadrati tre persone non possono scendere dal letto contemporaneamente perché nello spazio vanno contati anche il letto a castello a due piani, una branda pieghevole per il terzo detenuto, due cassette da 40 e da 70 centimetri come dispensa, tre sgabelli. Vestiti e scarpe per forza sotto il letto. Non sapendo dove appoggiare sapone e spazzolino da denti, i detenuti incollano al muro i pacchetti di sigarette a mo’ di mensoline. Tra letto e water c’è una porta ma non c’è aereazione, manca l’acqua calda, le muffe aggrediscono i muri.

Non è “grave infermità fisica”, unica chance di differimento della pena ammessa dall’articolo 147 del codice. Però è tortura secondo gli standard di Strasburgo. E qui nasce il dilemma del Tribunale milanese presieduto da Pasquale Nobile de Santis: se è vero che la pena resta legale anche se non viene raggiunta la rieducazione verso la quale deve obbligatoriamente tendere in base alla Costituzione, è vero anche che la pena è legale soltanto se non consiste in trattamento contrario al senso di umanità.

La pena inumana è non-pena, e andrebbe dunque sospesa e differita a quando le sue condizioni tornino praticabili. Ecco perciò la questione che il Tribunale milanese (presidente Fadda, a latere Cossia, esperti Pastorino e Mate) sottopone alla Corte costituzionale lasciando balenare una sorta di “numero chiuso”: una soluzione come nei Paesi del Nord Europa dove si evita la detenzione fino a quando si crea un posto libero, o come negli Stati Uniti dove il 23 maggio 2011 la Corte suprema ha riconosciuto la correttezza della Corte federale che aveva ordinato al governatore di rilasciare 46.000 detenuti per far scendere a un pur sempre elevato 137% il tasso di occupazione delle carceri.

Come già i colleghi di Venezia, anche quelli di Milano esprimono tutta la frustrazione di giudici che, quand’anche accertino la violazione di un diritto del detenuto da parte dell’amministrazione penitenziaria e ne ordinino la rimozione, non hanno tuttavia alcun potere di superarne l’inerzia: “È dal 1999 che la Consulta invita il Parlamento a prevedere forme di tutela giurisdizionale”, ma questo richiamo “è rimasto inascoltato”. E anche per questo Strasburgo ha appena dato un anno di tempo all’Italia per dotarsi di un sistema di efficaci rimedi preventivi “interni”, che non si limitino solo a risarcimenti ex-post del danno.

Fonte Corriere della sera


Repressione 15 ottobre – Appello per giornata di mobilitazione in solidarietà con imputati e arrestati

diffondiamo da informa-azione

a1107913524Il 4 aprile si terrà a Roma la prima udienza per  25 persone accusate di devastazione e saccheggio e resistenza per la giornata di rivolta del 15 ottobre a Roma. Altre 16 persone hanno già ricevuto in primo grado condanne dai 2 ai 9 anni.
In tutto 6 persone si trovano ai domiciliari, due in carcere e una decina sono sottoposti all’obbligo di firma.
Dopo la rivolta di Genova 2001 è fin troppo chiaro l’utilizzo del reato di devastazione e saccheggio come monito teso a scoraggiare il ripetersi di rivolte popolari ed a smorzare il desiderio di esternare in maniera efficace il proprio dissenso, com’è chiaro l’intento dello stato di tener divisi gli imputati, di processarli separatamente al fine di isolarli e “annientarli”, come è capitato per i primi ad essere giudicati e condannati.
Non ci può più essere l’illusione di poter chiedere, interagire, cambiare qualcosa stando seduti ai tavoli della democrazia o sperando nella giustizia.
E’ fondamentale non lasciare soli i condannati e gli accusati per il 15 ottobre 2011: che nessuno in galera o tra le mura di una casa trasformata in prigione si senta solo; che mai gli venga il dubbio che forse non ne valeva la pena. Affinchè la gioia di una città illuminata dalle fiamme della rivolta non si spenga mai; affinchè il coraggio di abbandonarsi alla passione dei propri desideri e della propria rabbia non diventi mai un rimorso.
E’ fondamentale ribadire che chiunque abbia partecipato alla rivolta del 15 ottobre a Roma ha fatto bene ad esserci.
Che da più città possibili si alzi un grido di rabbia in solidarietà ai prigionieri e agli inquisiti!
Ne va della libertà di tutti noi! Non lasciamoli soli!