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Detenuto suicida a Catanzaro

  • In attesa di giudizio per tentato omicidio si e’ impiccato

CATANZARO – Un detenuto di origine marocchina si e’ suicidato l’11 dicembre nel carcere di Catanzaro. A dare la notizia e’ il sindacato Sappe. L’uomo, in attesa di giudizio per tentato omicidio, si e’ impiccato all’interno della cella dove si trovava da solo. Nonostante l’intervento della polizia penitenziaria per l’uomo non c’e’ stato nulla da fare.

Fonte ANSA


Morto in carcere, indagati cinque medici a Trani

Chiuse le indagini per la morte di Gregorio Durante, 34enne di Nardò, mandato in isolamento nonostante sofrisse di crisi epilettiche. Secondo l’accusa, l’uomo, non è stato curato e assistito adeguatamente. I familiari: la sua vicenda come quella di Stefano Cucchi

Il sospetto è fondato. Secondo l’accusa fosse stato ricoverato per tempo in ospedale forse non sarebbe morto. Invece, emerge dai verbali, i sanitari che lo avevano in cura in carcere avrebbero agito con superficialità nonostante le condizioni di salute dell’uomo fossero gravi, tanto che non riusciva a camminare, non mangiava e non comunicava più, rifiutando anche di assumere farmaci. Il magistrato della procura di Trani Luigi Scimè ha chiuso l’inchiesta sulla morte di Gregorio Durante, il detenuto 34enne di Nardò trovato cadavere il 31 dicembre del 2011 all’interno della cella numero 5 della sezione “Italia” del carcere, e ha notificato 5 informazioni di garanzia nei confronti di altrettanti medici che si occuparono del caso

Si tratta di Francesco Monterisi, Michele De Pinto, Gioacchino Soldano, Francesco Russo e Giuseppe Storelli, accusati di concorso in omicidio colposo. Le condizioni di salute dell’uomo, trapela da fonti inquirenti, avrebbero suggerito l’adozione immediata di idonei trattamenti diagnostici e terapeutici presso un reparto ospedaliero. Invece il detenuto rimase in carcere e morì, ha stabilito l’autopsia, a causa di una crisi respiratoria indotta da un’intossicazione da fenorbital, farmaco utilizzato per il trattamento dell’epilessia.

Gregorio Durante, accusato di aver ucciso il 1 aprile del 1984 l’assessore della pubblica istruzione del comune di Nardò Renata Fonte, soffriva di crisi epilettiche associate a crisi psicomotorie a causa di una encefalite contratta nel 1995, quando aveva 17 anni. Stava scontando una condanna a 6 anni di reclusione per uno schiaffo che, pur essendo in regime di sorveglianza, aveva dato a un ragazzo, nel corso di un diverbio avuto perché il giovane stava per fare cadere per le scale, con uno sgambetto, la compagna di Durante, Virginia, all’epoca incinta. Gregorio, ricordano le cronache, fu inizialmente ricoverato in ospedale a Bisceglie e poi dimesso il 13 dicembre. Due giorni dopo i suoi legali depositarono un’istanza di sospensione dell’esecuzione della pena, che sarebbe terminata nel 2015, o in alternativa di detenzione domiciliare per gravissimi motivi di salute ed incompatibilità con il regime carcerario.

A detta dei familiari, che paragonarono il caso di Gregorio a quello di Stefano Cucchi, il detenuto morto nel 2009 nel carcere di Regina Coeli a Roma, forse per le botte ricevute dagli agenti di polizia penitenziaria, il personale del carcere si sarebbe convinto che l’uomo fingesse di essere malato tanto da punirlo con tre giorni di isolamento all’aria aperta. Dal penitenziario di Trani si sono sempre difesi sostenendo che l’uomo era stato sempre seguito e curato, che medici e magistrato di sorveglianza avevano anche predisposto il trasferimento in una struttura psichiatrica giudiziaria, delle poche ancora rimaste in Italia, ma non c’erano posti liberi.

di GIOVANNI DI BENEDETTO

da Repubblica


Rissa in carcere, minorenni ingoiano lamette

  • La discussione durante la cena in refettorio. Il garante: l’autolesionismo è la loro forma di protesta, da una banalità può nascere una tragedia

FIRENZE – Due ragazzi reclusi nel carcere minorile di Firenze sono stati ricoverati per aver ingerito lamette di temperamatite in seguito a una rissa a cui avevano preso parte insieme a un terzo detenuto. Le loro condizioni, secondo quanto emerso, non sono gravi. Tutto è avvenuto venerdì pomeriggio intorno alle 19. Sia i due ricoverati che il terzo giovane coinvolto sono di origine africana. Secondo quanto emerso, la rissa è scaturita per futili motivi all’interno del refettorio del carcere, quando si stava servendo la cena.

I tre giovani sono stati divisi dai compagni e dalle guardie penitenziarie. Poi, quando sono stati riportati in cella, uno di loro ha ingoiato una lametta, forse in segno di sfida verso gli agenti penitenziari. All’arrivo della guardia medica, anche un secondo giovane che aveva partecipato alla rissa ha ingerito una lametta. I due sono stati portati all’ospedale dove si trovano ricoverati in osservazione. Il terzo minorenne protagonista della rissa, che nel corso della zuffa ha riportato tagli superficiali alle gambe, è stato medicato e dimesso. «Nel carcere minorile ci sono 12 detenuti, quindi l’episodio non è dovuto a problemi di sovraffollamento – spiega il garante dei detenuti del Comune di Firenze Franco Corleone -. L’autolesionismo, che per i detenuti adulti è l’unico modo di farsi sentire, viene usato da questi ragazzi come forma di protesta in modo simbolico senza un motivo preciso. Occorre un lavoro di approfondimento per capire le ragioni. Da un fatto banale può succedere una tragedia».

dal corriere fiorentino


Rivolta nel CIE di Torino

Con estrema gioia riportiamo quanto successo fuori e dentro le odiose mura

Da Macerie:

FLAMBE’

A due settimane dalla rivolta del 30 novembre, una nuova protesta riscalda gli animi dei prigionieri del Cie di Torino. Ancora una volta, è bastato un piccolo saluto per accendere la miccia: quando, nel pomeriggio, una trentina di solidali si raduna fuori dal Centro, alcuni reclusi delle aree rossa, blu e viola salgono sui tetti e incendiano diversi materassi. Palloni da calcio e palline da tennis vengono lanciate oltre le mura, e un piccolo falò viene acceso sul marciapiede. La polizia interviene con gli idranti per spegnere gli incendi sui tetti e, a quanto pare, un muro interno dell’area rossa viene buttato giù per ricavarne pietre da gettare agli sbirri. A protesta terminata, la polizia perquisisce l’area rossa alla ricerca di pezzi di vetro (o di banane rinforzate?) e,  poco dopo, nell’area blu i reclusi lanciano bottiglie contro le guardie.


Guida al carcere

Scarica la guida per chi ha la sventura di entrare in carcere


Avellino, quattro detenuti evadono

Le forze dell’ordine sono ancora alla ricerca di tre dei quattro detenuti evasi dal carcere di Bellizzi Irpino in provincia di Avellino. Il quarto è stato ripreso dai carabinieri a Potenza. La Polizia penitenziaria e i Carabinieri stanno effettuando una vasta battuta a caccia dei tre evasi, anche con l’ausilio di un elicottero. I tre evasi dal carcere di Avellino, attualmente ricercati, sono, secondo quanto riferisce la Uil Pa Penitenziari, Cristiano Valanzano, nato a Vico Equense (Napoli), fine pena nel 2028, Salvatore Castiglione, nato a Crotone, fine pena nel 2036 e Fabio Pignataro, nato a Mesagne (Brindisi), fine pena nel 2025.

 – Gli evasi hanno procurato un foro di uscita dal bagno della cella rimuovendo un intero blocco di mattoncini, poi si sono calati con un lenzuolo annodato. Raggiunto il muro di cinta, si è appreso da Eugenio Sarno, segretario generale Uil Penitenziari e da Pasquale Montesano, segretario nazionale dell’Osapp, i detenuti hanno posizionato un contenitore dell’immondizia sul quale hanno posato alcune pedane che hanno funzionato da scala.

I carabinieri li hanno intercettati a bordo di un’auto rubata – La fuga è stata scoperta stamane durante la conta dei detenuti: l’evasione sarebbe avvenuta nella nottata o nelle prime ore della mattinata. I quattro evasi sono stati poi intercettati dai carabinieri nella zona del Potentino a bordo di un’auto rubata. Uno dei quattro è stato arrestato, gli altri tre si sono dati alla fuga. Secondo le notizie in possesso ai sindacati, si tratta di detenuti comuni che erano reclusi al secondo piano della sezione ‘Giovani adulti’ tutti con condanne gravi: il fine pena più breve dei quattro era al 2028.

La Uil: fare luce sulle responsabilità – “La rocambolesca evasione messa in atto da quattro pericolosi delinquenti, ristretti alla Casa Circondariale di Avellino, non può non generare preoccupate riflessioni sull’evento odierno, ma più in generale sulle criticità operative che oberano, sino a portarlo alla completa inefficienza, il sistema penitenziario italiano”. Lo sottolinea Eugenio Sarno, segretario generale della Uil Penitenziari.

PURTROPPO
E’ durata poco più di 24 ore la fuga dei quattro pregiudicati evasi ieri notte dal carcere di Bellizzi Irpino (Avellino). Dopo che ieri era stato bloccato il tarantino Daniele Di Napoli, preso in provincia di Potenza mentre era alla guida di un’automobile rubata, i carabinieri del Comando provinciale di Cosenza hanno arrestato gli altri tre fuggitivi. Si tratta di Cristiano Valanzano, di Castellammare di Stabia, Salvatore Castiglione, di Crotone, e Fabio Pignataro, di Mesagne (Brindisi). I tre sono stati individuati nelle campagne di Sibari di Cassano allo Jonio nei pressi di un casolare diroccato in cui avevano trascorso la notte.


Tonelli – fuggitivo racconta, tra carceri e OPG

RIMINI – La fuga dalla comunità di recupero di Marradi, nascosto nel bagagliaio di un’auto. E il viaggio lungo 36 ore che lo porterà oltre confine, in una Paese straniero, una località sconosciuta sulla quale vuole mantenere il segreto. E poi i ricordi degli anni trascorsi in carcere o nell’ospedale psichiatrico giudiziario. Fabio Tonelli, 38 anni, gli ultimi dei quali passati in una cella per espiare le colpe di un’eterna lite con i vicini di casa. Chi è Tonelli? L’uomo che da del “lei” a sua madre, ripudiato dai genitori, un avvocato mancato, uno dei primi a subire la condanna per stalking a Rimini, un attaccabrighe: un folle o solo un po’ borderline? Non ci cimenteremo in una risposta che non ha trovato d’accordo gli stessi psichiatri.

Quel che riteniamo importante in queste righe è la testimonianza in presa diretta di una persona che ha vissuto la dolorosa detenzione in un ospedale psichiatrico giudiziario. E che sa trovare le parole per raccontare la sua disavventura.
Tonelli, che nel tempo è stato definito una personalità “dissociata”, o affetto da un“narcisismo maligno”, con consapevole lucidità, in un carteggio pervenuto alla Voce, motiva i suoi dissapori con il mondo intero. “A San Vittore rimasi pochi mesi perché la direzione non mi voleva per quello che ero, per quello che raccontavo e per quello che facevo”.

Con la stessa franchezza spiega perché é fuggito dalla comunità di don Nilo dove si trovava ricoverato, dopo aver espiato la sua pena perché ritenuto giuridicamente pericoloso. Scrive: “La magistratura italiana è così pressapochista da non rendersi neppure conto che le misure di sicurezza successive a fine pena detentiva godono di particolare discredito in molti paesi europei e sono invise davanti alla Corte Europea dei diritti dell’uomo. Infatti si tratta di misure pseudosanitarie. Se una persona fosse ammalata dovrebbe essere curata subito e non dopo anni trascorsi in carcere senza cure”.

Se la magistratura italiana decidesse di mettersi sulle sue tracce o di chiedere al Paese che lo ospita di estradarlo, “farebbero il mio gioco perché sarei pronto a fare diventare il mio un caso internazionale, frutto di un provvedimento abnorme e attuato per perseguitarmi”.
Pungola, Tonelli, e diventa anche ironico quando racconta come funzionano le comunità di recupero. “Sono stato ospite di una comunità per tossicodipendenti ed ero l’unica persona a non essere mai stata tossicodipendente. Il mio programma di recupero era identico al loro e consisteva nel raccogliere castagne nella loro piantagione, lavoro ritenuto presupposto indispensabile per uscire dal tunnel della droga. Mi trovavo a Marradi in misura di sicurezza per presunta pericolosità sociale giuridica (mentre la pericolosità psichiatrica è stata esclusa da tutti i consulenti che lo hanno visitato, ndr). Secondo il giudice non potevo lasciare la struttura se non accompagnato”. Ma infine il giudice del tribunale di Sorveglianza di Firenze si è arreso e gli ha concesso di andare da solo alle udienze, nei vari processi (in cui è spesso imputato e talvolta vittima). “Come si giustifica la pericolosità sociale pur attenuata e la presunzione di rifare reati se poi vai di continuo da Marradi a Rimini da solo e stai via tutto il giorno per udienze e treni? E dire che se fossi stato pericoloso, avrei ben potuto presentarmi sotto casa della famiglia Bugli (la famiglia di Riccione con cui si innescato il conflitto con il vortice di querele e contro querele, ndr).

Ma la pagina più toccante del “diario di Tonelli dalla località segreta”, il fuggiasco la scrive sulla sua esperienza di paziente di Opg (ospedale psichiatrico giudiziario). “Quando ho visto che luoghi erano gli Opg ho ritenuto di credere che in carcere si hanno ancora taluni diritti, mentre in Opg tanti diritti sono assenti e si è nelle mani dello psichiatra – carceriere. Credo che se non avessi rinunciato all’attenuante del vizio totale di mente e non avessi fatto il giro delle carceri del nord a quest’ora sarei stato lobotomizzato e non potrei scrivere queste memorie”.
Per i presunti abusi subiti nell’Opg di Reggio Emilia, due anni fa Tonelli sporse denuncia contro la direzione della struttura. Un anno dopo, mentre si trovava al carcere di Montorio a Verona, andarono i carabinieri a interrogarlo per tre ore e mezza. I carabinieri indagavano in seguito alla sua denuncia sull’uso punitivo della medicina psichiatrica e sull’ipotesi di tortura”.

Nella sua denuncia ha menzionato persone internate provenienti dal forlivese e dal cesenate, oltre che dal riminese. Persone sottoposte al cosiddetto “<ergastolo in bianco”. Dimenticate cioè in quelle strutture di cura. “A Reggio ho anche incontrato Alessandro Doto il ragazzo che uccise l’addestratrice di delfini a Riccione. “Ma soprattutto ho visto cose assurde. Ho visto persone assolte per vizio totale di mente che si trovavano lì per resistenza a pubblico ufficiale, internate da 9 anni. Ho visto persone di 80 anni e oltre sulla sedia a rotelle, internate provvisoriamente a Reggio. Alcuni mi hanno raccontato di essere stati legati al letto per giorni, perfino settimane. Il mio compagno di cella fu scarcerato dopo che io gli scrissi il Riesame contro la misura di sicurezza provvisoria. Molte di queste persone sono abbandonato da parenti ed amici e non possono essere scarcerate perché nessuno li prende in affido. C’è un cesenate, che molti anni fa uccise il suocero, che è stato rinchiuso nell’Opg per vizio totale di mente e sta scontando, inconsapevolmente, un ergastolo in bianco.
Anche Tonelli fu legato al letto, avendo rifiutato le cure. Più avanti aveva poi imparato a gettare i farmaci nel water “gli infermieri erano compiacenti e mi tenevano il gioco con il medico psichiatra affinché la mia situazione non si aggravasse e non fossi di nuovo legato al letto”.

Nella località segreta in cui si trova oggi Tonelli, ha cominciato a prendere qualche contatto per una futura attività lavorativa. Un patronato che cerca docenti i lingua italiana per immigrati che da questo paese vanno in Italia gli ha promesso di ricontattarlo in gennaio. Talora mi chiedo quanto tempo durerà questo viaggio prima che possa ritornare nella mia Rimini, in un’Italia diversa”.

Fausta Mannarino

 


Notizie dal carcere di Monza

Notizia di un nuovo suicidio nel carcere di Monza

MONZA – La civiltà di un paese si misura dalle sue prigioni. Morire di carcere, in Italia, anno 2012, si può. E non nel sud, all’Ucciardone, a Poggioreale. A Monza, dove una struttura disegnata per 400 reclusi ne accoglie il doppio. Martedì un detenuto campano ha tentato il suicidio nell’istituto di pena cittadino: nonostante l’intervento della polizia penitenziaria e del personale medico, il 50 enne è spirato tra i letti dell’ospedale brianzolo. Il SAPPE, sindacato di polizia penitenziaria, segnala che si trattava di un collaboratore di giustizia.

SEMPLICI COINCIDENZE? – Ignote le ragioni del gesto. Forse si è sentito abbandonato dallo Stato, come l’imprenditore che marted’ sera ha minacciato di buttarsi dall’Arengario dopo aver denunciato i suoi estorsori ed essere finito sul lastrico. O forse non ne poteva più della vita carceraria. Non stupirebbe, visto che nei giorni immediatamente successivi al subentro a Palazzo Madama la neo senatrice Anna Mancuso ha presentato come primo atto un’interrogazione al ministro della Giustizia per verificare le condizioni igieniche dell’istituto monzese: freddo, muffe, umidità, celle sovraffollate. Un problema che affligge tutta la penisola.

Mancuso del resto non è sola: sabato 24 e domenica 25 gli avvocati della Camera Penale di Monza hanno organizzato “Cella in piazza“, un’installazione in Arengario che mostra come si vive (in tre) in una stanza di quattro metri per due. Numeri che spiegano quanto sia facile in queste condizioni frequentare una vera e prorpia università del crimine e ingrossare le file dei recidivi, quelli che “lasciano la giacca in galera” per tornare a riprenderla periodicamente.

LA LEZIONE DI BECCARIA? “STIAMO PEGGIO” – Gran parte dei detenuti ospitati nelle patrie galere è in attesa di giudizio; molti sono stranieri, tanti sono tossicodipendenti o senza fissa dimora, condizione questa che rende impossibile ricorrere agli arresti domiciliari a meno di riscontrare la disponibilità di una persona o di una comunità terapeutica ad accoglierli. «Il carcere in Italia non è più costituzionale» – commenta in un’intervista recente rilasciata all’ Avanti Angiolo Marroni, Garante per i Diritti dei detenuti del Lazio. «La pena – spiega Marroni – è diventata solo punizione. Leggendo ‘Dei delitti e delle pene‘ di Cesare Beccaria viene da sorridere: oggi succedono fatti peggiori di allora». Beccaria però scriveva nel 1764, quando la Rivoluzione Francese non era ancora compiuta e ai criminali si tagliava la testa.

ABUSI ED ERGASTOLO – Non bastassero le carenze strutturali, ci si mette la cronaca, che purtroppo spesso supera l’immaginazione. E’ di questi giorni la notizia di un insospettabile sacerdote brianzolo accusato di aver preteso prestazioni sessuali dai detenuti in cambio di qualche pacchetto di sigarette e di uno spazzolino da denti. Immaginarsi.

Ma c’è un ultimo stadio, l’ultimo, da cui non si fa ritorno. Il girone dantesco dei disperati termina con gli ergastolani, la categoria del “fine pena: mai“. Sull’ergastolo, e in particolare su quello ostativo previsto per reati efferati, è tuttora acceso il dibattito. Nessuno spazio ai benefici di legge: vietati permessi premio, affidamento in prova e lavoro all’esterno. Il caso di Carmelo Musumeci è ritenuto emblematico: entrato in carcere con la sola licenza elementare, in cella si è laureato in giurisprudenza diventando autore di tre libri. Chi e come decide se una persona è cambiata? Non tutti i detenuti lo sono, e non basta certo una laurea a dimostrarlo. Ma è un’altra delle domande che attendono risposta.

Da MonzaToday 23 novembre 2012

E un’installazione dei Radicali in centro Monza per sponsorizzare la loro iniziativa della settimana passata.

 

Monza, 25 novembre 2012 – Una cella per detenuti in piazza per denunciare l’inciviltà del carcere. E’ un’iniziativa organizzata dagli avvocati della Camera penale di Monza, unitamente alle Camere Penali del Distretto di Corte D’Appello di Milano, con la collaborazione del Comune di Monza.

Da venerdì fino a oggi, in occasione della ‘Cella in Piazza’, nella piazza dell’Arengario di Monza è stata posizionata una cella vera, per dimensioni ed arredi, realizzata dai detenuti e dai volontari della Conferenza regionale del Volontariato Giustizia del Veneto, per essere ‘visitata’ dai cittadini che vogliono rendersi conto di cosa vuol dire vivere come i detenuti in tre in una stanza di quattro metri per due.

Un problema, quello del sovraffollamento e dei disagi delle carceri, che affligge soprattutto le case circondariali della Lombardia dove, per una capienza di 5384 detenuti, ne vengono invece ‘ospitati’ quasi 9.450. Per partecipare alla giornata contro l’insostenibilità della condizione carceraria, anche la Camera penale di Monza presieduta da Marco Negrini ha proclamato l’astensione dalle udienze dei suoi avvocati e ha organizzato, all’interno del Coordinamento delle Camere penali del Distretto, un convegno sul tema ‘Il carcere non può aspettare’, dove un detenuto nel carcere di Opera, Orazio, ha voluto offrire la sua testimonianza.

“Ero una persona normale, poi sono finito in carcere e sono detenuto da 16 anni e mezzo – ha raccontato Orazio – Un’esperienza terribile, se ce l’ho fatta è grazie a mia moglie, ai miei 5 figli e ai miei nipoti. Ho ancora davanti agli occhi il primo giorno quando ho visto il cancello del carcere, è stato indescrivibile. Ho sempre cercato di scontare la mia detenzione anche nel rispetto delle persone che in carcere ci lavorano, come gli agenti di sorveglianza. Ma in cella con me ha provato ad esserci un detenuto sieropositivo che vomitava sangue, un pazzo che si legava al cancello della cella con un sacco della spazzatura. Ora esco il mattino e torno la sera grazie al responsabile del carcere di Opera e ho a che fare con le persone anziane e in queste ore dimentico di essere un detenuto e mi sembra di rivivere. Perchè stare in carcere è vita persa e non è vero che è comunque un’esperienza”.

Al convegno ha partecipato anche Marco Cappato, consigliere comunale a Milano e presidente del Gruppo Radicale. “L’Europa ci condanna per l’illegalità della situazione delle carceri e la lunghezza della giustizia – ha dichiarato Cappato – Noi chiediamo una soluzione strutturale, quella dell’amnistia, una proposta che va verso l’obiettivo della sicurezza e della legalità ancor prima che verso la dignità dei detenuti”.

di Stefania Totaro

Da Il Giorno Monza e Brianza


due giorni anticarceraria alla FOA Boccaccio

CordaTesa & FOA Boccaccio presentano:

Sabato 24 novembre
h 16
Prospettive di lotta contro il carcere
discussione con Alfredo Bonanno

aperitivo

h 21

“Newen tuleayn pu peni ka pu lamngen amulepe weychan”
Forza fratelli e sorelle, la lotta continua!(2012)
documentario di Eloy Zecca sulla situazione del Popolo Mapuche

a seguire
Progetto acustico sperimentale da un mondo post-atomico

Domenica 25 novembre
h 16
Strategie della repressione
discussione a partire dall'opuscolo “Eserciti nelle strade” Alcune questioni intorno al rapporto 
NATO Urban Operation In The Year 2020
con nonostante Milano

h 21
“Infanzia incarcerata” (2011) di Adriano Zecca.
Nel cuore della Bolivia, in una fatiscente e sovraffollata prigione situata nel 
centro della città di Cochabamba, oltre un centinaio di bambini, 
vittime innocenti delle colpe dei padri, sono costretti a condividere 
con essi la drammatica esperienza della reclusione trascorrendo i primi 
anni della loro infanzia in condizioni di disagio e grave pericolo. 
Storie di uomini e donne, la maggior parte di queste, segnate dalla sventura. 
Condannati sulla base della famigerata legge antidroga 1008, voluta ed imposta 
dal governo degli Stati Uniti, finiscono per pagare molto caro il prezzo del sottosviluppo e 
della povertà di un paese che per lunghi anni ha vissuto sotto la morsa della dittatura militare 
prima e del malgoverno poi.

cordatesa.noblogs.org
boccaccio.noblogs.org

FOA Boccaccio 003-via Rosmini 11, Monza

Carceri sovraffollate e in pessime condizioni: la denuncia di Antigone

L’Italia è il Paese con le carceri più sovraffollate dell’Unione europea. Ci sono 140 detenuti ogni cento posti, mentre il tasso d’affollamento medio in Europa è del 99,6 per cento. In totale i detenuti negli istituti italiani sono 66.685. Ben 1.894 in più rispetto al gennaio 2010, quando fu decretato lo stato d’emergenza per il sovraffollamento carcerario. Di contro la capienza regolamentare dei 206 istituti penitenziari è di 46.795 posti. Le cifre e le carenze del sistema carcerario italiano emergono dal nono rapporto nazionale sulle condizioni di detenzione “Senza Dignità” stilato dall’associazione Antigone, presentato oggi a Roma. Un documento di indagine cui per la prima volta si affianca un web-documentario Inside Carceri realizzato da Next New Media.

Un’inchiesta all’interno di 25 istituti con schede e testimonianze della vita carceraria, come quella di Giuseppe Rotundo, un ex detenuto che contattato via Skype racconta di essere stato pestato da tre agenti nel carcere di Lucera (Foggia). Nel video Rotundo denuncia di essere stato convocato dopo aver insultato una guardia. Una volta fatto spogliare, ha raccontato, è stato colpito con pugni e calci, e poi lasciato nudo. Gli agenti hanno inoltre denunciato Rotundo imputato per “aver usato violenza e minaccia per opporsi a pubblici ufficiali” e a potuto soltanto in un secondo momento denunciare a sua volta i poliziotti. Gli esempi delle condizioni in cui versano le carceri italiani si trovano in tutto il Paese. Nella casa circondariale di Brescia Canton Mombello la capienza ufficiale dovrebbe essere di 208 unità. Nelle 90 celle i detenuti sono invece 521. Nelle celle più piccole, attorno agli 8, 9 metri quadri vivono non meno di cinque detenuti, in quelle più grandi si arriva a 8. A Busto Arsizio la capienza regolamentare della casa circondariale è di 167 posti, i detenuti sono 435. A Cagliari il tasso di affollamento è del 150 per cento. Nel reparto maschile della casa circondariale di Latina arriva al 200 per cento, con molti detenuti costretti a dormire con il materasso a terra. A Fermo, struttura piccola e quindi in teoria di più facile gestione, le celle più grandi hanno letti a castello da due o tre piani e in alcune stanze i detenuti non soltanto non riescono a stare tutti in piedi contemporaneamente, ma sono costretti a mangiare a turno perché non c’è spazio per più sedie. I dati sul sovraffollamento non tengono inoltre conto delle molte celle e sezioni chiuse per inagibilità: al momento circa 5.000 posti in meno.

Nelle cifre, nota Antigone c’è anche qualcosa che non torna. Secondo i dati ufficiali, la capienza regolamentare è di oltre 46mila posti. I dati sono aggiornati al 31 ottobre. Appena due mesi fa, la capienza era invece di 45.568 posti. “A che gioco giochiamo?”, si chiedono gli estensori del rapporto, “a noi non risulta l’apertura né di nuove carceri né di nuovi padiglioni nei vecchi istituti di pena”. Uno sguardo al bilancio aiuta a inquadrare la situazione. Nel 2007 con una presenza media giornaliera di oltre 44mila detenuti il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria aveva a disposizione 3 miliardi e 95 milioni di euro. Nel 2011 con la presenza media che saliva a oltre 67mila detenuti, il bilancio subiva invece un taglio del 10 per cento, che non andava a intaccare i costi del personale, ma gli investimenti in edilizia e mezzi e quelli per il mantenimento, l’assistenza, la rieducazione e il trasporto dei carcerati.

È in queste condizioni che quando manca un mese alla fine del 2012, i detenuti morti in carcere sono stati già 93, di cui 50 per suicidio. Se poi si passa a valutare la salute dei detenuti la situazione non è rassicurante, sebbene l’età media sia aggiri attorno ai 35 anni. Mancano dati nazionali affidabili, sottolinea Antigone, ma prendendo come esempio le carceri toscane salta agli occhi come il 73 per cento dei detenuti soffra di qualche malattia, in particolare disturbi psichici o dell’apparato digerente. Secondo il rapporto, però, costruire nuove carceri non è però la panacea per tutti i mali. Prima di tutto occorre rivedere il codice penale e particolar modo le leggi sulla recidiva, sull’immigrazione e sulle droghe. Le tre che generano il maggior flusso di ingressi in carcere. Basta un raffronto con l’estero per capire. In Italia il 38 per cento dei detenuti è stato condannato per aver violato la legge sulle droghe. Percentuale che cala al 14 per cento in Francia e Germania ed è al 28 per cento in Spagna. Proprio dall’estero arrivano esperimenti che possono aiutare a non guardare al sistema carcerario come afflitto dai soliti irrisolvibili problemi. Dalla Germania il basso ricorso alla custodia cautelare, che in Italia contribuisce invece al 42 per cento della popolazione carceraria. Dalla Spagna i cosiddetti “Modulos de respeto”, un particolare regime detentivo che prevede celle aperte tutto il giorno e dà al detenuto maggiori opportunità di socialità, di formazione professionale e di istruzione. Dalla Norvegia le liste d’attesa e le carceri aperte che garantiscono sempre la presenza di posti liberi negli istituti e che, ovviamente, non sono applicate a tutti, ma con a monte una selezione a seconda del rischio di reiterazione del reato e da cui sono esclusi i condannati per reati gravi.

di Andrea Pira

tratto da Il fatto quotidiano, 19 novembre 2012


Storie Armate: RAF

CordaTesa & FOA Boccaccio presentano:

ore 21
APPESA A UN FILO
Vita e morte di Ulrike Meinhof
testo di E. Dragonetti, N. Pannelli, R. Tagliabue
di e con Elena Dragonetti e Raffaella Tagliabue

scene di Laura Benzi
musiche originali SIMENZO“Il mondo d’oggi può essere espresso anche per mezzo del teatro,
purché lo si descriva come un mondo trasformabile.” (Bertolt Brecht)E’ un percorso di fatti. Non c’è nulla di inventato. Ulrike Meinhof, giornalista, militante del partito comunista e madre, ad un certo punto della sua vita, con un salto da una finestra, sceglie di lasciare tutto, famiglia, lavoro e ruolo socialmente riconosciuto. Fonda con Andreas Baader e Gudrun Ensslin la RAF (Rothe Armée Fraction), il principale gruppo armato clandestino nella Germania dei roventi anni ’70. Arrestata nel giugno del ’72 trascorre quattro anni in un braccio speciale del carcere di Stammheim, in completo isolamento e sottoposta a regime di privazione sensoriale, la cosiddetta tortura bianca. Nel maggio del ’76 viene trovata impiccata nella sua cella.
Una commissione di inchiesta internazionale al termine del lavoro di indagine dichiara insostenibile la tesi del suicidio.La vita, le scelte e la morte di una donna raccontate e indagate da due attrici, due donne. La forma è quella di una narrazione che segue fedelmente l’ordine cronologico degli eventi e che si modella sul percorso esistenziale della Meinhof. Il racconto viene intervallato dagli scritti originali di Ulrike, che abbiamo deciso di mantenere sia per il loro carattere incisivo e di evidente attualità, sia per rispettarne fedelmente la linea di pensiero.
Il nostro è il tentativo di sfruttare il passato per rileggere il presente. Per averne una visione più consapevole.
E in un tempo in cui si legittima ancora la tortura come metodo punitivo, le parole della Meinhof, torturata tramite privazione sensoriale, ci permettono di restituire la voce negata ai prigionieri politici e di denunciare la loro condizione.a seguire
DIBATTITO CON EMILIO QUADRELLIDurante la serata ci sarà una mostra storica sulla Rote Armee Fraktion

c/o FOA Boccaccio via Rosmini 11 Monza

Monza: detenuto tenta il suicidio, un agente lo salva in extremis

È stato un attimo, pochi istanti per evitare il peggio. Mostrando una gran dose di prontezza e sangue freddo un agente del carcere di Monza domenica ha impedito che un detenuto si togliesse la vita impiccandosi alle grate della cella. Erano le 11 quando l’agente di Polizia penitenziaria ha riaccompagnato in cella due detenuti. Lì ad aspettarli ci sarebbe dovuto essere un giovane italiano di trent’anni.
Jail--bars3L’uomo, approfittando dell’assenza dei compagni di cella che stavano rientrando dopo l’ora d’aria in cortile, ha preso la cintura dell’accappatoio e ha deciso di porre fine nella maniera più tragica al suo disagio. Si è legato la corda intorno al collo e si è appeso alle grate in ferro della finestra. Solo un caso ha evitato che il gesto dell’uomo si compisse. Appena entrati in cella sia l’agente di Polizia sia i due detenuti hanno immediatamente soccorso l’uomo liberandolo dal cappio.
È subito intervenuto il medico per visitare il detenuto che però non ha per niente apprezzato l’iniziativa di salvataggio. Ora il giovane si trova in una cella del reparto di isolamento priva di alcun oggetto che potrebbe nuocergli, come da prassi, in attesa che si chiariscano i motivi del suo gesto. “Questi episodi alla luce di un sovraffollamento in continuo incremento avvengono di frequente su tutto il territorio nazionale, passando in genere sotto silenzio fino a quando non si registra un decesso”, ha commentato Giuseppe Bolena, segretario provinciale dell’Organizzazione sindacale autonoma della Polizia penitenziaria. Per il collega che ha saputo con il suo intervento salvare la vita al detenuto è già stata fatta richiesta di un riconoscimento ufficiale da parte della direzione.

Da Il Cittadino Monza e Brianza

13 settembre 2012


La rivolta non si arresta! Solidarietà con i compagni arrestati

notav_siamoEsprimiamo la nostra totale solidarietà con i due compagni Massimo e Daniela che sono stati arrestati il 27 agosto, e ribadiamo la nostra vicinanza agli altri 40 indagati.

Quando il potere vede il suo dominio messo in discussione, non può far altro che reprimere, e i primi a subire la repressione sono sempre coloro che si fanno portatori di pratiche e concetti che lo mettono in discussione radicalmente.

Osservando il palese collegamento tra i recenti arresti e la resistenza NoTav, appare evidente di come e dove il potere predispone i sui anticorpi, siano essi sbirri, magistrati e pennivendoli vari con il seguito dei loro lacchè. Colpisce là, da dove potrebbe partire il contagio di quella pericolosa malattia chiamata ribellione, per prevenirne la diffusione nelle teste decerebrate da anni di propaganda e di pacificazione sociale democratiche.

Tra le urgenze maggiori sembra ci sia quella zittire compagni come Massimo, sempre in prima linea nella diffusione di idee che mettono in discussione l’esistente e tutti i suoi difensori, con intelligenza e argomentazioni fondate.

 

L’applicazione del 270, associazione sovversiva, nel caso degli anarchici è sempre stato un paradosso e un’assurdità. Come si può imputare a una persona di essere uno dei capi di un’organizzazione eversiva, quando gli anarchici hanno sempre rifiutato ogni forma di organizzazione verticistica, in cui fosse possibile riconoscere un capo? E quanta tracotanza risiede nell’ideazione stessa di questo reato?

Se vediamo le accuse mosse nei loro confronti, troviamo fatti che sono il pane quotidiano di ognuno di noi: dai cortei alle occupazioni, dai volantinaggi ai blocchi.

E’ da anni che vari giudici provano ad incriminare gli anarchici con l’accusa del 270 bis e, anche se finora il gioco non gli è riuscito, non è da escludere che in futuro possa funzionare.

L’art. 270 (associazione sovversiva) è per altro una norma del codice penale, derivata direttamente dal codice Rocco di epoca fascista, che permette in via preventiva la custodia cautelare fino a 18 mesi. Il 270 è un articolo che ha lo scopo di reprimere il dissenso politico.

Non ci meravigliamo quindi che la polizia abbia usato il termine ZECCA(Ixodidae) per definire la loro operazione “contro gli anarchici”.

E’ sufficiente dimostrare la volontà di contrastare il sistema di potere vigente perché possa essere applicato e per questo motivo si basa di indagini legate principalmente a intercettazioni, pedinamenti e ricostruzioni poliziesche.
Alla luce delle difficoltà nel mantenere la pace sociale, che attualmente sta affrontando lo stato, è evidente che i primi a venire colpiti e eliminati sono proprio le persone che hanno sempre lottato e che hanno sempre dimostrato un’esemplare coerenza e costanza.

 

 

Solidarietà e complicità ai compagni colpiti dalla repressione!

Massimo e Daniela liberi subito!

Libertà per tutti gli arrestati NoTav!

 

CordaTesa

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Monza, piove dentro le celle Sessantacinque detenuti sfollati

Monza, 1 settembre 2012 – Sessantacinque detenuti sfollati d’urgenza fra venerdì notte e questa mattina. Una ventina di celle dichiarate inagibili oltre alla sessantina già chiusa ormai un anno fa sempre per le pesanti infiltrazioni d’acqua. E un corto circuito che ha lasciato senza luce né acqua un’intera sezione dell’Alta Sicurezza.

infiltrazioniE’ di nuovo emergenza nel carcere di Monza. La violenta e abbondante pioggia fra venerdì e sabato ha riportato a galla un problema con cui detenuti e agenti avevano dovuto fare i conti la sera del 5 agosto 2011 quando un violento nubifragio fece finire sott’acqua anche le salette colloqui, l’ufficio matricola, la palestra e l’auditorium. «Ormai il tetto del carcere è diventato uno scolapiatti – sbotta Domenico Benemia, segretario regionale della Uil penitenziari -. Dopo un anno e decine di segnalazioni e denunce nulla è cambiato. Anzi, la situazione è addirittura peggiorata».

I detenuti della sezione numero 5 dell’Alta Sicurezza – rimasta senza energia elettrica e senza acqua – sono stati trasferiti in altri istituti della Lombardia. L’altro reparto cosiddetto AS è agibile solo a metà. Il fatto è che «sono stati fatti dei piccoli interventi tampone sul tetto ma quando piove molto ecco cosa succede – continua Benemia -. Detenuti e agenti sono costretti a vivere e lavorare in condizioni pietose e insane».

Da Il Giorno Monza Brianza 02/09/2012


Carceri, ieri superata la soglia 66.000 detenuti, per 45.572 letti

ROMA – Come era facilmente prevedibile, alle 17 di ieri i detenuti nelle carceri italiane hanno nuovamente superato la quota 66mila (66.065 presenze, per l’esattezza, per 45.572 posti-letto). Ed è altrettanto prevedibile che entro pochi mesi, i dati del sovraffollamento penitenziario assumeranno di nuovo rilevanza e pericolosità.

RivoltaL’appello della polizia penitenziaria. E’ in sintesi la nuova lettera che l’Organizzazione sindacale autonoma polizia penitenziaria (Osapp 2)  ha trasmesso ai responsabili dei gruppi parlamentari di Camera e Senato. “Le cifre di un incremento di 350 detenuti in soli tre giorni – scrive il segretario generale dell’Osapp, Leo Beneduci – questa volta hanno riguardato principalmente la Sardegna (+84), la Sicilia (+54), la Toscana (+44), la Campania (41), il Lazio (+26) e il Piemonte (+24), ovvero regioni che già da tempo hanno superato i posti-letto disponibili e che adesso si apprestano a superare anche la capienza cosiddetta tollerabile, come già avviene per Friuli, Liguria, Lombardia, Marche, Puglia, Valle d’Aosta e Veneto, mentre del tutto insostenibile diventa anche la penuria di personale di polizia penitenziaria”.

Carenze nell’organico: “I detenuti gestiranno le carceri?”.
Infatti – si legge ancora nella lettera – “rispetto alle 7mila unità che mancano all’organico del Corpo, mai integrato dal 1992 (quando i detenuti erano meno di 40mila), in Piemonte ci sono 850 poliziotti penitenziari in meno, 700 ne mancano nel Lazio e in Toscana, 650 in Sicilia e 350 in Campania: con la spending review che blocca l’80% delle assunzioni, già da quest’anno e per i prossimi tre anni, ci aspettiamo persino carceri autogestiti dagli stessi detenuti”

Da Repubblica 25/08/2012


Io no-tav, vi racconto la mia esperienza in carcere

Pubblichiamo una riflessione di Zeno, sulla sua esperienza in carcere per la questione TAV. Ora, dopo 4 mesi di arresti domiciliari, è finalmente libero. Ha appena compiuto 20 anni.

BUSSOLENO: MARCIA IN VAL DI SUSA CONTRO IL CANTIERE TAV TORINO-LIONEAlle 6 del mattino del 26 gennaio 2012 sono stato arrestato e condotto nel carcere Due Palazzi dalla Digos di Padova su ordine del procuratore capo di Torino, Giancarlo Caselli, che conduce l’inchiesta sui fatti del 3 luglio 2011 a Chiomonte (val di Susa), quando migliaia di persone assediarono il cantiere della TAV per difendere il loro territorio dalla devastazione ambientale e il paese intero da un gigantesco spreco di denaro pubblico. Dopo due giorni insieme agli altri detenuti, sono stato spostato nella sezione di isolamento. Il 9 febbraio il Tribunale del Riesame mi ha concesso gli arresti domiciliari, in cui mi trovo tuttora, da ormai quattro mesi.

Questo scritto è uno spaccato parziale e un po’ confuso di quella che è la vita in un carcere italiano e uno spunto per alcune riflessioni, a cui una società che si dice civile non dovrebbe sottrarsi.
In carcere entri ammanettato, è la regola. I funzionari di PG incaricati del trasporto ti accompagnano fino al braccio dove ci sono gli uffici, precisamente all’Ufficio Matricola, e ti consegnano nelle mani degli agenti di polizia penitenziaria, da cui da quel momento dipenderanno quasi tutte le decisioni che riguardano la tua vita all’interno di quelle mura.
In Matricola vieni registrato su un grande librone tipo quello degli alberghi, viene aperto il tuo fascicolo e ti prendono le impronte digitali, con un inchiostro che poi ci mette giorni a venir via. Sempre in Matricola ti prendi un bel “Comunista di merda!” e un “Che cazzo guardi!”, frasi non contenute nel protocollo, ma utili per farti capire che aria tira lì dentro e chi è che comanda.
Finita la parte burocratica passi nello stanzino vicino dove un altro agente (guai a chiamarli “guardie”!) estrae uno per uno ogni oggetto contenuto nella borsa che hai con te, prestando particolare attenzione anche al minimo frammento di fazzolettino di carta, potenziale contenitore di sostanze stupefacenti. Poi ti viene ordinato di toglierti i vestiti e te ne stai nudo come un verme mentre ogni piega, risvolto, cucitura, perfino delle mutande, viene ispezionato. A quel punto devi pregare che l’agente non si infili i guanti di lattice.
Dopo che ti sei rivestito si passa alla registrazione degli oggetti di valore: cellulare, documenti ecc. tutto in una busta, i soldi invece ti vengono accreditati sul libretto carcerario e ti serviranno per comprare quello che ti serve. Anche la borsa ti viene sequestrata, i vestiti che puoi tenere li devi buttare in un sacco nero, tipo quelli della spazzatura.
Il passo successivo è la visita medica: ti misurano la pressione, “Sei alcolizzato?” “No”, “Tossico?” “No”, “Malattie gravi?” “No”, “Okay a posto”, il medico firma e fine della visita.
E’ solo a questo punto che vieni accompagnato alla cella a cui sei stato assegnato ed è a questo punto che realizzi fino in fondo la tua situazione.
In una cella della Casa Circondariale vivono dalle 6 alle 8 persone, ma dovrebbero starcene al massimo 4. E’ uno spazio di pochi metri quadrati in cui ci sono due letti a castello in tripla fila (quello più alto è a più di 2 metri da terra e non sono pochi quelli che si fanno parecchio male cadendo), un angolo “cucina” con lavandino e un tavolino, un’altro tavolino per mangiare e un mobiletto dove riporre gli effetti personali di tutti. Una porta da’ sul bagno, in cui l’acqua calda arriva un’ora al mattino e un’ora verso sera.
In un carcere in cui i posti disponibili sarebbero 95, ma i detenuti sono 220-230, devi essere molto fortunato per avere un letto, se questo non c’è vieni accompagnato al magazzino dove ti prendi un materassino di gommapiuma tutta mangiata e le lenzuola e ti devi sistemare per terra durante la notte, incastrando il tutto sotto un letto durante il giorno, visto che altrimenti non ci sarebbe nemmeno lo spazio per muoversi. Se i tuoi compagni di cella sono gentili, ti insegnano come fare il letto in modo “ermetico”, annodando strette le lenzuola sotto il materasso perchè gli spifferi non ti congelino i piedi. Le finestre sono così isolanti che quando tira vento si crea corrente anche se sono chiuse, i termosifoni funzionano poco e male: il freddo è uno dei maggiori nemici con cui combattere e impari subito i vantaggi del doppio calzino e del doppio maglione. La pulizia della cella è di responsabilità dei suoi occupanti, sempre se sei fortunato hai dei compagni che hanno trovato nel lavare e pulire il loro passatempo preferito e ne hanno fatto un’attività compulsiva, con il risultato che c’è più pulito che in casa tua!
Se sei fortunato, vieni assegnato ad una cella in cui i tuoi compagni hanno un po’ di soldi nel libretto e sono lì da almeno qualche mese: questo significa che hanno diviso la spesa e arricchito al cella di fornellini a gas, la moka, delle pentole, il materiale per le pulizie, il telecomando, il sapone, la carta per scrivere, le carte da gioco. Ti rendi conto di come cose che nelle vita “fuori” ti sembrano assolutamente naturali e insignificanti in quella situazione possano migliorare sensibilmente la tua esistenza.
Se sei fortunato, i tuoi compagni sono generosi e dividono con te queste cose, altrimenti ti tocca aspettare il martedì e il sabato, i giorni in cui viene consegnata la spesa.
Funziona così: il giorno prima vengono distribuite nelle celle le liste dei prodotti acquistabili al sopravitto (lo “spaccio” del carcere) e ognuno scrive la quantità di cose che vuole. Il giorno dopo ti vengono consegnate e ti scalano la spesa dal conto sul libretto. Inizialmente ti sembra un buon sistema, ma poi ti accorgi di come ogni consegna sia momento di grande tensione: spesso non viene consegnato quello richiesto o viene consegnato nella quantità sbagliata senza nessuno a cui rivolgersi per sistemare la cosa, ma soprattutto la tensione si crea perchè si evidenzia la differenza tra chi ha parenti che ricaricano periodicamente il libretto e chi, solo come un cane, non ha i soldi neanche per un pacchetto di tabacco. Questa diseguaglianza innesca un sistema di relazioni perverso che porta a fare di un pacchetto di cicche o una confezione di batterie l’obiettivo della propria giornata, per cui scambiare qualsiasi cosa, concedere favori, fare promesse, spaccare una faccia o infilare armi improvvisate nella pancia del proprio vicino. Si crea un circolo vizioso di potere misero, violenza e sopraffazione nel quale vige il “mors tua vita mea”, un’etica iper-individualista che disgrega le relazioni sociali, gli istinti solidali e cooperativistici delle persone.
La tua giornata è scandita così:
alle 7.30 il lavorante della cucina consegna il latte e il pane; dalle 9 alle 11 si può uscire all’aria; a mezzogiorno viene consegnato il pranzo; dalle 13 alle 15 altra aria; dalle 18 alle 19 si può fare “socialità” in una stanza con un calcetto e un ping-pong; alle 19 consegna della cena; alle 20.30 chiusura della porta blindata delle celle.
Altre possibili variazioni sul tema potrebbero essere: convocazione in Matricola, visita dell’avvocato, convocazione dallo psicologo, dal prete o dall’educatore, partita a calcetto (devi metterti in lista, due volte a settimana), cambio lenzuola, ispezione e “battitura”, cioè quando gli agenti prendono a martellate le inferriate delle finestre per assicurarsi che non siano state manomesse.
Il tempo in cella non ti passa mai, sempre accompagnato da tre imprescindibili costanti: la televisione, il caffè e il fumo.
La TV rimane accesa tra le 20 e le 24 ore giornaliere, quasi sempre a volume altissimo e sintonizzata su programmi improponibili, utili solo a estraniare la mente delle persone e far dimenticare la situazione reale in cui ti trovi. Il controllo del telecomando è prerogativa di colui che in cella ha acquisito la maggiore autorità e la presenza stessa di questo prezioso strumento con annesse batterie funzionanti è un lusso di cui non tutte le celle possono fregiarsi. Si vedono quasi sempre telefilm o qualunque altra cosa che abbia la minore attinenza possibile con la realtà al di fuori delle mura del carcere, i telegiornali sono motivo di interesse solo quando vengono pronunciate le parole “indulto” o “amnistia”, le uniche vere speranze per molti davanti a cui si prospetta un periodo di carcerazione di 5, 10 o 20 anni. Ti viene la pelle d’oca quando tutto il carcere esplode in un boato di grida, cori e sbarre percosse al solo sentire pronunciare queste due magiche parole. E devi reprimere il tuo istinto di spiegare che al momento attuale non c’è alcuna speranza che si verifichino queste evenienze, perchè dovresti togliere anche questa unica speranza a cui tanti si aggrappano?
Il caffè è in produzione continuativa dalla mattina presto fino a notte fonda, è un rito a cui inizialmente cerchi di sottrarti limitandoti nel consumo come se fossi a casa, ma a cui presto cedi per unirti agli altri in questo momento di raccoglimento intorno al tavolino e finendo per ripeterlo tra le 10 e le 15 volte al giorno!
La cicca diventa compagna di vita per tutti, compresi quelli che prima non fumavano, nonchè il prodotto maggiormente scambiato e conteso nel mercato interno che si crea tra i detenuti.
La maggior parte del tempo in cella lo passi disteso a letto, tuo unico nido d’intimità in un luogo tanto promiscuo e unica maniera di combattere il freddo che ti prende quando esci dalle coperte.
Il cortile dell’”aria” è una quadrilatero di cemento, circondato da sbarre e diviso a metà dal corridoio attraverso al quale vi si accede: da una parte i maghrebini, soprattutto tunisini, dall’altra italiani, slavi e i maghrebini che per qualche motivo non possono stare con i loro connazionali. Quando vai all’aria le prime volte è buona prassi farsi accompagnare da qualcuno dei tuoi compagni, che “garantiscono” per te, ti presentano e ti introducono alle basilari regole di convivenza in quell’universo parallelo che è il carcere. Impari quali sono i personaggi a cui rivolgersi se si ha bisogno di qualcosa, quelli da evitare perchè inaffidabili, violenti o amici delle guardie e i reati commessi da ognuno. Subito ti fa un po’ impressione parlare con rapinatori, assassini, trafficanti di droga, ma ti dimentichi in fretta dei motivi per cui sono lì, impari a dare importanza solo allo stretto presente, senza curarti tanto del passato ne’ troppo del futuro, perchè alla fine lì dentro tutti sono allo stesso livello sotto molti punti di vista.
Non c’è niente da fare in cortile, l’unica attività è girare per due ore lungo il perimetro per sgranchirti le gambe e respirare un po’ di aria fresca, affiancandoti di volta in volta a quelli con cui vuoi fare quattro chiacchere.
Una cosa fondamentale che devi imparare da subito è il comportamento da tenere con gli agenti: sei costretto a mettere da parte ogni istinto ribellistico, sei inserito in un ambiente in cui non hai alcun vantaggio dalla sfida, la disobbedienza, lo sguardo cattivo. E’ un meccanismo talmente ben rodato che lo stesso detenuto è controllore di se stesso e degli altri, ancora una volta l’individualismo spinto a cui il sistema riduce le relazioni all’interno del carcere impedisce qualunque presa di coscienza collettiva, soffoca ogni possibilità di rivendicazione anche dei diritti più banali. Difficilissimo incrinare tutto questo e solo a costo di accettare privazioni, difficoltà e sacrifici. La figura della guardia non è quella cinematografica che impone “militarmente” il potere, infatti le guardie non sono nemmeno armate, ma viene esercitato un potere più sottile che solo un’istituzione totale come quella del carcere concede, nonostante non manchino gli episodi di violenza sui detenuti.
Percepisci come questa convivenza forzata in un luogo ristretto livelli, senza ovviamente eliminarla, la contrapposizione teoricamente ferrea carceriere-carcerato, finendo per far accettare del tutto supinamente i piccoli e grandi soprusi quotidiani, come se facessero in modo ineluttabile parte del gioco. La sostanziale partecipazione delle guardie all’intreccio di scambi, favori e piccoli traffici e la loro tendenziale neutralità, anche fisica, nelle dispute tra detenuti spingono molti a considerare più comoda e lucrosa l’individuazione del proprio “antagonista” non tanto in colui che gira la chiave della propria cella e garantisce la propria privazione della libertà, quanto semmai nel proprio compagno di cella o sezione.
Quasi subito ti accorgi di come venga utilizzato un altro potente mezzo di controllo: l’uso massiccio e ampiamente incoraggiato di sonniferi, tranquillanti e psicofarmaci. La tossicodipendenza con la conseguente astinenza, lo sfasamento totale dei ritmi vitali in un ambiente del genere, la necessità di staccare la mente dalla realtà che si vive, sono tutti elementi che spingono la maggioranza dei detenuti a imbottirsi di sostanze, consegnate quotidianamente nelle celle, la maggior parte senza nemmeno ricetta, essendo per altre sufficiente andare in infermeria e lamentare una semplice insonnia. Qualcuno ti dirà “Preferisco dormire 14 ore al giorno e restare rincoglionito le altre 10 che dover svegliarmi ogni mattina e pensare che senso dare al mio tempo in questo luogo”. E dall’altra parte è solo un vantaggio avere da controllare una massa di persone docili e sonnacchiose.
Capisci come questa sia un’arma a doppio taglio: aumentando la dipendenza dai farmaci, basta un errore nella somministrazione per scatenare reazioni e crisi dagli esiti anche disastrosi, ma soprattutto non facilita quel lavoro psicologico di riscoperta di sè e di cambiamento che la detenzione dovrebbe toricamente avviare.
Se per qualche motivo finisci in cella d’isolamento la situazione cambia radicalmente, in peggio. La sezione è un piccolo edificio separato dagli altri con una decina di celle al suo interno, ogni cella, sporca e scrostata, è grande più o meno 3×2, con solo un letto, un tavolino e il water. Se sei fortunato trovi la TV, sennò niente. Secondo il regime di isolamento le ore di aria si riducono da quattro a una soltanto, da trascorrere in un cortiletto lungo e stretto rigidamente da solo, guardato a vista tutto il tempo da una guardia. Vieni privato di ogni occasione di socialità con gli altri detenuti e in pratica passi la totalità della giornata chiuso in cella. Essendoci al massimo 5-6 persone per volta è una sezione piuttosto trascurata sotto molti aspetti: i pasti arrivano alle 11 del mattino e alle 17.30, la posta viene spesso dimenticata o consegnata in ritardo, la spesa può non arrivare. Devi abituarti a fare i tuoi bisogni a mezzo metro da dove mangi, con la concreta probabilità che una guardia, passando, ti sorprenda proprio nel momento topico. La doccia non c’è, devi chiedere di essere accompagnato in una stanza a parte, incredibilmente sporca, in quanto è il luogo dove vengono purgati coloro che devono espellere gli ovuli ingeriti, una vera schifezza.
Devi sforzarti a non cadere nell’apatia totale, a cogliere come preziosi quei momenti di distrazione dalla monotonia sfibrante della solitudine: due parole col vicino di cella, due parole con una guardia un po’ più loquace, le visite in Matricola o dallo psicologo, utile peraltro solo a farti a tagliare l’aria. Aspetti con ansia la consegna pomeridiana della posta perchè sai che per una mezzora sarai occupato a leggere e potrai percepire su quella carta la solidarietà che ti circonda. Benedici l’avvocato che ha trovato il tempo di venirti a trovare. Aspetti il mercoledì e il sabato, i giorni nei quali i tuoi genitori possono venire a trovarti, dovendo subire l’umiliazione di ore e ore di attesa per entrare, senza un luogo dove ripararsi, qualcuno che spieghi loro cosa fare o quantomeno faccia trasparire, oltre alla rigida applicazione delle procedure, un po’ di comprensione umana. Eserciti la pazienza, quando vedi come alle guardie basterebbero gesti semplicissimi per migliorare la tua situazione e quella dei tuoi vicini ma non se ne curano minimamente: un accendino allungato tra le sbarre, un pezzo di sapone, un giornale del giorno prima, una telefonata per verificare l’orario di una visita medica, semplici richieste rimesse totalmente al capriccio di coloro che stanno “dall’altra parte”, senza alcuna presa di responsabilità rispetto a quello che succede.
Ad un certo punto, dopo giorni passati in un’attesa angosciante passando da momenti di grande speranza ad altri di sconforto e rassegnazione, ti viene ordinato di raccogliere in fretta tutte le tue cose, perchè l’udienza ha avuto esito positivo e puoi uscire di lì. Butti tutto nel solito sacco nero, regali le cibarie che ti rimangono ai tuoi vicini e con una gioia che fatichi a controllare ti avvii verso l’uscita. Nell’attesa dei tuoi genitori che ti riportino a casa ti fumi quattro cicche di fila per sfogarti e guardi dall’esterno quelle mura in cui sei rimasto confinato.
Ti rendi conto di aver vissuto qualcosa che non si può esprimere a parole nella sua interezza, capisci di essere entrato in un vero e proprio “universo parallelo”, completamente avulso dal mondo circostante, in cui regole e valori sono stravolti, così come vengono stravolte le esistenze di coloro che vi passano. Ti riconnetti alla vita “fuori” sapendo che tu esci, ma altre decine di migliaia di persone rimangono “dentro” e dovranno subire quello che tu hai provato in maniera appena accennata per mesi, anni, decenni. Maturi al tuo interno tante domande che quell’esperienza ti ha instillato:
E’ accettabile che una società releghi tanti uomini in quella condizione?
Quale uomo merita di vedere la sua vita consumarsi nell’assenza di speranza?
E’ prerogativa di una società democratica violare i diritti umani e spingere un uomo al suicidio?
E’ accettabile che un detenuto non abbia alcun modo di far valere i propri diritti, anche quelli legalemente riconosciuti?
Come si fa a non rendersi conto che il carcere per come è adesso non è altro che un luogo di riproduzione all’ennesima potenza delle stesse relazioni devianti che hanno portato al commettere un reato?
Un carcere non dovrebbe essere luogo di recupero e rieducazione?
E poi, rieducazione a cosa?
E’ ammissibile che una persona si faccia anni in carcere in attesa di giudizio?
Come è possibile continuare a trattare la tossicodipendenza e in generale il problema sostanze seguendo i dogmi del proibizionismo, quando più della metà dei detenuti è dentro per reati legati a questo tema e un terzo è tossico?
Sono solo alcuni degli interrogativi che ti nascono dentro toccando con mano la dura realtà del carcere e che continui a portarti dentro.
Soprattutto però ti porti dentro i volti e le storie di marginalità e sofferenza di quelli che hai incontrato, alcuni capaci, nonostante l’ambiente duro e disumano, di gesti buoni e generosi, che assumono il valore di veri e propri atti di resistenza.
E’ anche pensando a loro che ti convinci sempre di più della necessità di moltiplicare gli sforzi per lottare contro questo sistema malato e ingiusto che colpisce sempre i più deboli: anche in questo campo sarebbe quanto mai necessaria la ripresa di conflitto dal basso, che rivendichi risorse, diritti e un profondissimo cambiamento sul piano culturale. Compito quanto mai arduo, con una politica sempre più cieca, autoreferenziale e impermeabile alle necessità di chi veramente subisce drammaticamente, ogni giorno, le conseguenze di scelte fatte secondo becero populismo elettorale o freddo calcolo economico.
ZENO ROCCA
Fonte: notav.info

Il carcere di Monza scoppia, sciopero della fame per 350 detenuti

Sciopero della fame nel carcere di Monza. Da mercoledì mattina circa 350 detenuti della casa circondariale di via Sanquirico (circa la metà del totale) hanno deciso di rifiutare il cibo aderendo all’iniziativa lanciata a livello nazionale da Marco Pannella sullo stato della giustizia civile e penale.

sciopero-della-fame2Il motivo dello sciopero sono le condizioni della struttura e il sovraffollamento delle celle, problemi che si trascinano da anni senza una soluzione. A peggiorare la situazione, in queste ultime settimane, ha contribuito il forte caldo che ha trasformato le sezioni della casa circondariale in veri e propri forni.

Da MBnews 19/07/2012


Milano: il carcere di San Vittore scoppia, 1.600 detenuti per 780 posti

Il carcere di San Vittore a Milano scoppia: troppi detenuti, 1.600, in spazi che potrebbero contenerne 780 (questa la capienza massima prevista sulla carta per l’istituto di pena). Anche nella casa circondariale della metropoli lombarda è dunque emergenza sovraffollamento, problema comune a molte strutture italiane, con tutti i rischi igienico-sanitari che le celle strapiene comportano. A segnalare le criticità Lamberto Bertolè e Mirko Mazzali, rispettivamente presidente e vice presidente della sottocommissione Carceri del Comune di Milano.

san vittoreAl termine di una visita a San Vittore, i due consiglieri fanno il punto: “Segnaliamo le condizioni molto critiche del sesto raggio di cui abbiamo visitato il primo e il secondo piano. Altri reparti come il terzo raggio, dove i numeri lo consentono, versano in condizioni decisamente più consone”.

Tutto questo, continuano, “rafforza la convinzione che sia urgente e necessario provvedere alla ristrutturazione dei raggi chiusi, a cominciare dal quarto, scelta che potrebbe alleggerire le condizioni complessive del carcere. Tramontata l’ipotesi del trasferimento e riaffermata l’importanza che il carcere rimanga nella città, ci sembra una questione non più rinviabile”.

Bertolè e Mazzali concentrano l’attenzione anche sulla caserma degli agenti penitenziari che “versa in condizioni pessime, a cominciare dal degrado complessivo e, in particolare, delle docce e dei servizi igienici, insufficienti anche per numero”.

Tra le priorità, continuano, “segnaliamo anche l’importanza di garantire il kit d’ingresso a tutti i detenuti e l’insufficienza del numero degli agenti penitenziari che, in alcuni momenti della giornata, non possono garantire condizioni di sicurezza e la gestione delle emergenze”.

I due consiglieri riservano invece parole positive invece al reparto di cura La Nave per detenuti con problemi di tossicodipendenza, gestito dalla Asl di Milano in collaborazione con l’amministrazione penitenziaria: “Riesce a garantire progettualità, proposte stimolanti e momenti di socializzazione, consentendo ai detenuti di non trascorrere in cella 21 ore su 24. Si tratta di un progetto innovativo che andrebbe esportato anche in altre realtà”, spiegano. Il report si conclude con un ringraziamento alla direzione del carcere “per il lavoro svolto. Insieme agli operatori e ai volontari ci sembra che, in una situazione molto difficile, i loro sforzi contribuiscano a rendere le condizioni dei detenuti meno lontane dai dettami costituzionali”.

 

Cappato (Radicali): carcere San Vittore è in situazione illegale

 

Dichiarazione di Marco Cappato, Presidente del Gruppo Radicale Federalista Europeo: “Stamane con una delegazione del Consiglio comunale abbiamo visitato il carcere di San Vittore a Milano. La condizione di assoluta illegalità nella quale sono costretti sia i detenuti che gli agenti è confermata e aggrevata: la capienza è di 500 detenuti, la capienza “tollerata” è di 785, ma i detenuti sono 1.600. Sono ormai passati quasi 7 mesi da quando, il 22 Dicembre 2011, il Consiglio comunale – su iniziativa del Radicale Lucio Bertè- aveva approvato una mozione che impegna il Sindaco Pisapia “a deliberare la formazione di una Commissione tecnica ad hoc con competenze medico sanitarie, di igiene edilizia e sicurezza degli impianti, per rilevare le condizioni di vita nelle carceri milanesi”.

L’Assessore Majorino si era poi impegnato a formare la Commissione, ma tale impegno è finora rimasto lettera morta. Chiedo al Sindaco e all’Assessore di attivarsi affinché finalmente la Commissione tecnica sia costituita e operativa, al fine di tenere sotto stretto monitoraggio la violazione dei diritti umani fondamentali di detenuti e agenti.

Per quanto riguarda l’iniziativa dei “Quattro Giorni di nonviolenza, sciopero della fame e silenzio” per la Giustizia e l’Amnistia, che inizierà domani 18 luglio, ho potuto riscontrare un buon livello di conoscenza e partecipazione da parte dei detenuti, in un clima di attesa e di speranza per un provvedimento di clemenza. Per fare un esempio, tra i 104 detenuti del Centro clinico, sono 64 quelli che hanno inviato ieri una lettera a Radio radicale annunciando l’adesione allo sciopero della fame”.

Adnkronos, 17 luglio 2012


Proibizionismo: mattanza penale

Puntuale quanto il Governo non riesce a essere, arriva il terzo libro bianco sulla legge Fini-Giovanardi promosso da Antigone, CNCA, Forum droghe e Società della ragione, con l’adesione di Magistratura democratica e Unione camere penali. In attesa che il Dipartimento Antidroga dia i numeri al Parlamento, come da obbligo legislativo, il Libro bianco delle associazioni e dei movimenti per i diritti offre a chi abbia orecchie per intendere il quadro dei problemi della legislazione antidroga e le necessità di intervento.
Continua la mattanza dei consumatori e dei piccoli spacciatori di sostanze stupefacenti, destinatari della gran parte degli interventi sanzionatori e penali previsti dalla legge. Viaggiano verso i 50mila l’anno i consumatori segnalati al Prefetto dalle forze dell’ordine, tre quarti dei quali sono segnalati per il mero possesso di un solo spinello. Più di 16mila sono i consumatori destinatari di sanzioni amministrative, raddoppiate nel giro di pochi anni. Aumentano le denunce penali per detenzione di droghe, in buona parte (il 41%) per detenzione di derivati della cannabis, e così i sequestri: indirizzati prevalentemente verso hashish e marijuana. In totale, nel 2011, sono state sequestrate più di mezzo milione di piante di canapa.
Inevitabilmente, gli ingressi in carcere per detenzione di droghe fanno la parte del leone nell’ingolfamento delle patrie galere: 22.677 su 68.411 nel 2011, il 33,15% del totale. Tra i presenti in carcere al 17.11.2011, il 42,21% del totale ha tra i capi di imputazione o di esecuzione penale la violazione della legge sulla droga.
Intanto, restano al palo le misure alternative alla detenzione e, in particolare, l’affidamento in prova per tossicodipendenti viene concesso sempre più facilmente dal carcere che dalla libertà, come se l’assaggio di carcere sia necessario alla definizione di un programma terapeutico per i tossicodipendenti.
Se questo è il quadro, non si può che ribadire il fallimento della legislazione italiana sulle droghe e, in particolare, della sua torsione repressivo-autoritaria voluta dalla destra sei anni fa. La presunzione di spaccio oltre un determinato quantitativo di principio attivo detenuto, la parificazione del trattamento sanzionatorio di tutte le droghe illecite e l’innalzamento dei limiti di pena si sono mangiati la carota delle alternative alla detenzione, che secondo Fini e Giovanardi avrebbero dovuto “salvare” i tossicodipendenti “buoni” dal carcere “cattivo”. Non era vero niente: chi prima, chi dopo, i consumatori di strada, quelli non protetti da solide mura domestiche e buone relazioni sociali, prima o poi in galera ci vanno e assai più difficilmente ne escono per una misura alternativa.
Da questa semplice verità discendono due indicazioni politiche urgenti:
1. Non si affronta e non si risolve il problema del carcere in Italia (il sovraffollamento, le condizioni di vita, la tutela della salute, ecc.) se non si riforma la legge sulla droga nel senso di una radicale depenalizzazione del consumo;
2. Non si contrasta il potere delle organizzazioni criminali che dominano il mercato delle droghe illegali se non se ne restringe il campo d’azione attraverso forme progressive di legalizzazione delle sostanze stupefacenti, come hanno recentemente ribadito Roberto Saviano e Umberto Veronesi.

Dal Manifesto 16/07/2012


Presidio e corteo a Cuneo

Cuneo – Almeno 200/250 persone hanno partecipato ieri al presidio indetto per la liberazione di Masurizio Paolo Ferrari e gli altri 2 notav ancora rinchiusi in carcere, Alessio e Juan. Maurizio, in particolare, è stato trasferito a Cuneo lo scorso 16 giugno, venendo subito confinato in situazione di isolamento e particolare accanimento, vedendosi proibita anche la posta in entrata.

Il presidio di ieri pomeriggio è stato lungo e partecipato, con una grossa presenza di compagni milanesi, un pullman partito dal campeggio di Chiomonte e molte altre delegazioni da tutto il nord Italia. Numerosi gli interventi, le “battiture”, i fuochi artificiali esplosi in solidarietà con tutti i detenuti del carcere. Significativi momenti di scambio e comunicazione con alcuni detenuti del blocco più prossimo alla cinta del carcere. Alcuni detenuti maghrebini hanno richiesto (e ottenuto dal presidio) la canzone dell’amato Cheb Khaled, “Aicha”.

Durante le 4 ore di presidio siamo stati anche testimoni di probabili pestaggi avvenuti all’interno. Per “calmare” l’esuberanza di molti detenuti che hanno risposto alla solidarietà dei compagni, dev’essere partita un’ispezione interna con perquisizioni cella per cella. Pare che alcuni detenuti che si sono rifiutati abbiano ricevuto percosse. Il presidio è comunque continuato fino a oltre le 19, quando si è optato per uno corteo improvviso verso la stazione di Cuneo, dove poi si è sciolto e i pullman sono rientrati alle destinazioni d’origine.

Discreta e pressoché invisibile la presenza di Polizia, Carabinieri e altre forze dell’ordine. Le poche volanti avvicinatesi sono state allontanate.

Ancora una volta, si parte e si torna insieme..e 3 non sono ancora tornati!

Mau, Alessio, Juan liberi! Liber* tutt*!

Ora e sempre No Tav!

16/07/2012


DETENUTO INALA GAS NELL’OPG DI BARCELLONA POZZO DI GOTTO

Una via estrema come estreme sono le condizioni di vita dei penitenziari italiani. Il caldo non aiuta, nelle celle di tutta la nazione si vive un disagio spesso insuperabile. E così aumenta il malessere e anche i suicidi, tra detenuti e agenti di polizia è una vera mattanza. L’ultimo in ordine cronologico è quello segnalato  martedì 10 luglio. E’ successo nel carcere di Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina. Nello stesso istituto psichiatrico il 2 luglio scorso un altro detenuto si era impiccato.

Questa volta la modalità è stata diversa. Un ristretto di 28 anni, italiano, e’ morto dopo aver inalato il gas di una bomboletta nell’ospedale psichiatrico giudiziario a Barcellona Pozzo di Gotto. A riferirlo Donato Capece, segretario generale del sindacato autonomo polizia penitenziaria Sappe. ”Bisogna rivedere la possibilita’ che i detenuti – ha spiegato Capece – continuino a tenere questi oggetti nelle celle per cucinare e riscaldare cibi e bevande come prevede il regolamento penitenziario. Si sta accertando se si tratta di un suicidio o  come e’ piu’ probabile, da un decesso avvenuto dopo avere sniffato il gas”.

Sale così a 87 il numero delle persone detenute morte dall’inizio del 2012 e i decessi diventano una media di 14 al mese.

Fonte: Clandestinoweb 16/07/2012

 


2012 morti di carcere dal 2000 ad oggi

Il recente suicidio nella casa cicondariale bustocca riporta al centro il dramma dei decessi nei penitenziari: a partire dal 2000 i suicidi sono stati 717. Da inizio giugno 6 decessi, di cui 2 per suicidio e 3 per “cause da accertare”. La denuncia dell’Osservatorio permanente sulle morti in carcere

Nel carcere di Busto Arsizio è morto il 2012esimo detenuto in Italia a partire dal 2000. L’uomo di 45 anni è morto dopo avere inalato del gas da una bomboletta nel bagno della sua cella. Il problema è che il detenuto era un pentito di ‘ndrangheta, aspetto che secondo l’Osservatorio permanente sulle morti in carcere (Radicali Italiani, Associazione “Il Detenuto Ignoto”, Associazione “Antigone”, Associazione A “Buon Diritto”, Redazione “Radiocarcere”, Redazione “Ristretti Orizzonti”) rende la questione più complessa. L’uomo aveva infatti testimoniato nel maxi processo antimafia “Santa Tecla” e sui rapporti della ‘ndrina di Corigliano Calabro (Cosenza) con esponenti politici locali.
«Non è compito nostro fare ipotesi “investigative”- scrivono i rappresentanti dell’Osservatorio – e sicuramente ci saranno tutti gli accertamenti del caso da parte degli organi giudiziari e amministrativi competenti. Invece è compito nostro tenere sempre alta l’attenzione sulle condizioni di vita e sulle troppe morti che avvengono nelle carceri del nostro Paese: dal 2000 ad oggi 2012 decessi, di cui 717 per suicidio; da inizio giugno 6 decessi, di cui 2 per suicidio e 3 per “cause da accertare”».
25/06/2012


LICENZIATI, MASSACRATI E ARRESTATI

Lunedì 11 giugno a Basiano, durante un picchetto di protesta per i licenziamenti degli operai della cooperativa Alma impiegata in un’azienda che svolge servizi di logistica per supermercati quali Il Gigante, Esselunga e Carrefour, i lavoratori in lotta venivano caricati e gasati brutalmente dall’arroganza delle forze dell’ordine.

Le cariche sono servite a proteggere i crumiri pagati dal padrone per svolgere a paga inferiore questa mansione al posto loro.

Ciò che differisce dalle solite manifestazioni di protesta è il fatto che i lavoratori hanno reagito alla violenza dello Stato scegliendo di rispondere con la giusta determinazione alla prepotenza delle forze dell’ordine.

Il risultato è stato di 20 feriti tra gli operai e 14 tra gli agenti. La cosa ancor più grave è che tutti i feriti tra gli operai, eccetto uno in gravi condizioni, sono stati prelevati dagli ospedali e sbattuti in prigione.

Trattandosi di operai immigrati questo significa anche la possibilità di finire rinchiusi nei lager di stato: i CIE.

Del resto il legame tra lavoro e sfruttamento in casi come questi sono eclatanti, in quanto la perdita del lavoro si traduce anche in perdita della legittimità a vivere in un paese, trasformando di fatto un individuo in clandestino, in illegale per nascita.

E’ evidente come in questo caso il carcere e la repressione svolgano in maniera organica la loro funzione primaria: quella di avere un ruolo di contenimento del conflitto sociale.

Uno scenario del genere apre nuovi orizzonti alla gestione della crisi da parte del capitale, riportandoci in pieno all’inizio del secolo scorso in cui agli operai che si ribellavano si dava del piombo per sfamarli.

Tutto questo non fa che avallare le tesi che come collettivo anticarcerario abbiamo sempre sostenuto e crediamo sia ormai giunto il momento che ogni soggetto che svolge attività politica si ponga questa riflessione.

Il tempo delle mediazioni è terminato perché non c’è più la volontà da parte dello democrazia di gestire i rapporti sociali in maniera differente da violenza e manette.

Questa è sempre stata l’essenza dello stato che, unico e legittimo detentore della violenza, l’ha sempre utilizzata nei momenti in cui la situazione gli sfuggiva di mano e rischiare di compromettere le basi stesse della sua esistenza.

A partire dagli arresti dei NoTav fino alle condanne per gli scontri del 15 ottobre a Roma, dalle condanne in Cassazione ai compagni per i fatti del G8 genovese per giungere agli ultimi arresti di anarchici è ormai evidente come l’intenzione del potere per far fronte al conflitto montante sia quella della criminalizzazione e della repressione.

E’ evidente come questa situazione faccia sempre più paura ad uno stato non più in grado di far fronte ad un conflitto sociale crescente, trovandosi forzato a mostrare il suo vero volto di oppressione e dominio, di cui il carcere costituisce la massima espressione.

                                                                                                                                                                                                                  CordaTesa


Giustizia: “regimi aperti” di detenzione, per favorire la permanenza al di fuori delle celle

Nella consapevolezza che il sovraffollamento, ben lungi dall’essere superato (21mila persone in più rispetto ai posti letto regolamentari), ha deteriorato le condizioni di vita dei detenuti, il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria cerca di porvi riparo istituendo i regimi aperti di detenzione.

È dei giorni scorsi la Circolare G-DAP 0206745-2012 a firma del capo del Dap Giovanni Tamburino che cerca di spingere verso una regionalizzazione della esecuzione della pena e verso la moltiplicazione di esperienze positive come quella di Bollate a Milano dove i detenuti sono liberi di circolare nella proprie sezioni e non costretti a stare, come accade in buona parte delle prigioni italiane, per venti ore e passa chiusi in cella a non far nulla.

Un tentativo che fa seguito a quello ardito e rimasto sulla carta di qualche mese fa – circolare n. 3594-6044 del 25 novembre 2011 – con il quale ogni detenuto veniva associato a un colore e da quello sarebbe successivamente dipeso il suo destino penitenziario. Quella circolare di novembre era subito risultata di difficile, incerta e rischiosa applicazione.

Ora quei detenuti associati in modo bizzarro a dei colori, diventano un ricordo del passato. I codici e i colori sono stati esplicitamente soppressi. Eppure quella circolare era stata presentata in pompa magna neanche sei mesi fa. Nella nuova circolare Dap si specifica che questione primaria e centrale è la tutela dei diritti della persona detenuta. Oggi gli spazi di vita si sono ridotti a pochissimi metri quadri a persona. Il lavoro per i detenuti è poco e mal pagato.

Le attività ricreative e scolastiche sono anch’esse in calo a causa della mancanza di risorse. Di fronte a un quadro di questo tipo, per evitare tensioni e violenza verso se stessi (i suicidi sono stati ben 24 dal’inizio dell’anno), viene scritto che bisogna favorire la permanenza dei detenuti fuori dalle loro celle anguste. Viene richiamato l’art. 115 d.p.r. 30 giugno 2000 n.230 (Regolamento di esecuzione dell’ordinamento penitenziario) il quale al primo comma prevede che “in ciascuna regione è realizzato un sistema integrato di istituti differenziato per le varie tipologie detentive la cui ricettività complessiva soddisfi il principio di territorialità dell’esecuzione penale, tenuto conto anche di eventuali esigenze di carattere generale”.

Ciò significa che un detenuto deve soggiornare vicino ai propri familiari. La lontananza deprime, aiuta i propositi suicidari. In ogni regione deve esservi una offerta penitenziaria variegata: dalla detenzione dei reclusi più pericolosi agli istituti a regime aperto. Quella che un tempo era definita detenzione a media sicurezza oggi dovrà caratterizzarsi per una maggiore apertura di spazi e di occasioni di reintegrazione sociale. Il provveditore deve organizzare la vita penitenziaria di quel territorio regionale assicurando la territorialità della pena e tenendo conto della specificità del luogo dove opera.

Deve creare occasioni e non solo occuparsi dell’amministrazione ordinaria. Nelle case di reclusione – dove ci sono le persone già condannate – è scritto che devono essere ampliati “gli spazi utilizzabili dai detenuti per frequentare corsi scolastici, di formazione professionale, attività lavorative, culturali, ricreative, sportive e, ove possibile, destinando un istituto o una sezione di questo totalmente a “regime aperto”. Il reparto sarà destinato a “detenuti prossimi alla dimissione il cui fine pena sia inferiore ai diciotto mesi, in considerazione del corrispondente innalzamento del limite di pena per ottenere la detenzione domiciliare speciale”.

Ogni detenuto all’atto di entrare in un carcere aperto deve sottoscrivere un “patto” con l’amministrazione con cui accetta le prescrizioni ivi contenute. La detenzione deve essere responsabilizzante e non infantilizzante. In questo modo anche il lavoro degli agenti di sezione sarà meno gravoso e più gratificante. Il poliziotto penitenziario deve assicurare una sicurezza “dinamica”. Non deve limitarsi ad aprire e chiudere celle.

Deve essere attore del progetto di rinnovamento istituzionale e di recupero individuale. I posti di servizio degli agenti non devono essere quelli preconfezionati sulla carta ma quelli legati agli uomini effettivamente a disposizione. Questa è una importante novità che sarà sicuramente apprezzata dai sindacati meno oltranzisti

Patrizio Gonnella

Da Italia Oggi, 7 giugno 2012


Incendio a San Vittore

Il rogo è scoppiato poco prima delle 22 in un contanier e non ha interessato l’area per i detenuti
All’interno c’erano detersivi e bombole di gas. Smentita seccamente l’ipotesi di una rivolta

Un incendio è scoppiato di un container che viene utilizzato come magazzino dei detersivi nel carcere di San Vittore a Milano. Le fiamme, domate dai vigili del fuoco, non hanno interessato aree occupate dai detenuti. La questura ha subito smentito l’ipotesi di una rivolta dei carcerati, circolata senza controllo attraverso i social network, rassicurando che non si sono verificati problemi di ordine all’interno del penitenziario.

Cinque agenti della polizia penitenziaria e un vigile del fuoco sono rimasti leggermente intossicati, mentre un altro vigile ha riportato una contusione al ginocchio. Il container, di pochi metri quadrati, conteneva detersivi e altro materiale, tra cui alcune bombolette a gas (fornite ai detenuti per poter cucinare) che sono esplose senza provocare danni.

Da Repubblica 05/06/2012


Sciopero della fame a Canton Mombello

E’ iniziato oggi, lunedì 4 giugno, a Canton Mombello di Brescia, il
carcere-lager fra i più sovraffollati d’Italia, lo sciopero della fame
ad oltranza dei detenuti, annunciato nella lettera diffusa nei giorni
scorsi da Radio onda d’urto.

Dentro la casa circondariale ci sono 530 reclusi, a volte con picchi
570-580, quando la capienza regolare è di 200. Troppe persone in una
sola cella,senza spazio vitale e un solo bagno, a volte anche per 18
persone.

Così sabato i detenuti hanno iniziato a “suonare” pentole e altri
oggetti contro le grate del carcere per attirare l’attenzione della
comunità e delle istituzioni, mentre fuori si teneva il partecipato
presidio del Comitato per la chiusura del carcere lager di Brescia.

Una delegazione ha incontrato la direzione del carcere, che ha
sostenuto di voler “rispettare la protesta” consentendo ai detenuti di
costituire un comitato interno. Intanto da oggi e fino a venerdì,
fuori dal carcere, presidio tutti i giorni dalle 9 alle 19 del
Comitato per la chiusura del carcere – lager di Canton Mombello.
All’interno, intanto, si ripetono le proteste attraverso la cosiddetta
“battitura”.

Da  Radio Onda D’Urto

 

 


Pubblichiamo un’interessante intervista a Salvatore Verde, autore del libro “Il carcere manicomio” uscito per Sensibili Alle Foglie.  Siamo abbastanza d’accordo su quanto espresso dall’autore se non fosse per un punto: non si può abbellire un’istituzio e aberrante come il carcere. L’unica vera alternativa è la sua distruzione. Per quanto ci riguarda continueremo a portare avanti questa linea e a diffonderla il più possibile. In tempi di giustizialismo e di magistrati assurti al rango di eroi riteniamo di estrema importanza diffondere nella gente le idee abolizioniste che stanno alla base del nostro pensiero ed agire politico.

“Il carcere manicomio”, libro scritto da Salvatore Verde, edizioni Sensibili alle foglie (2011), denuncia oggi un problema nel problema: nel testo, infatti, Verde, sociologo e giudice onorario al Tribunale dei minori di Napoli, descrive “un sistema che interna ciò che non riesce a trattare”. “Il carcere manicomio” racconta il rapporto perverso tra malattia mentale e prigione 

…nel libro lei sostiene che negli istituti penitenziari si assiste ad una “sommersione chimica della sofferenza psicologica dei detenuti”, arrivando a parlare di “manicomializzazione del carcere”: cosa significa questa espressione?

 

Oggi 1.500 nostri concittadini sono reclusi negli ospedali psichiatrici giudiziari, e 350 di loro potrebbero già uscirne. Dopo le sentenze della Corte Costituzionale (del 2003 e 2004) che hanno aperto a molteplici possibilità di trattamenti alternativi all’Opg, perché siamo ancora a questo punto?

Nel mio lavoro parto da dichiarazioni pubbliche rese da dirigenti dell’amministrazione penitenziaria: se il dirigente di un ufficio centrale racconta alla stampa che l’80, 90 % dei detenuti di questo Paese assume qualche forma di farmaco di natura psichiatrica, dai più blandi ai più importanti, mi sento legittimato a dire che il livello di gestione del penitenziario ha assunto a pieno le sembianze di un manicomio, dove regnano l’anestetizzazione del disagio e la sommersione farmacologica della sofferenza. La medicina penitenziaria parla di 22mila persone in questo momento sottoposte a protocolli psichiatrici: se stessimo parlando di un territorio libero, un protocollo psichiatrico prevedrebbe il coinvolgimento della comunità, delle relazioni, del mondo dell’affettività della persona, ma se invece si è chiusi in un carcere il tutto si risolve alla somministrazione di farmaci. E stiamo parlando di 22mila persone su 69mila: non sono piccole cifre. Oggi le carceri sempre più di frequente sono portate a rivolgersi alla psichiatria nel governo del disagio e della sofferenza che gestiscono, e questo processo non può che andare sotto il nome di manicomializzazione della pena.

Non credo che possiamo più permetterci di parlare di “ospedali” psichiatrici giudiziari: bisogna fare un’operazione linguistica di verità. Se parliamo di luoghi con le finestre sbarrate, fatti di celle e sezioni chiuse da cancelli e blindati, che hanno per recinto un muro con un camminamento percorso da uomini armati che impediscono l’uscita, parliamo di una prigione. E entrare in un luogo del genere, che ospita persone con una sofferenza mentale, vuol dire entrare in un manicomio criminale. Eppure la maggior parte degli operatori che lavorano in questi posti definiscono le persone chiuse lì dentro come “pazienti”, facendo un’operazione di nascondimento della verità che non possiamo più permetterci. È bene parlare di manicomi criminali se vogliamo almeno restituire verità agli uomini e alle donne chiuse in quelle strutture. Come lei ricordava oggi ci sono 1500 persone chiuse negli Opg, ma probabilmente sono molte di più le persone con sofferenze psichiche rinchiuse nelle carceri “normali”: da qualche tempo non tutti coloro che hanno una sofferenza mentale arrivano fortunatamente nel circuito degli Opg. Dico questo per ribadire che il rapporto tra sofferenza mentale e carcere non si esaurisce, oggi, nella questione Opg.

Ma allora perché gli Opg continuano ad esistere?

Recentemente ho letto una dichiarazione di Beppe dell’Acqua, responsabile del distretto salute mentale di Trieste, che diceva con orgoglio che negli ultimi tre anni nel territorio del suo dipartimento di salute mentale nemmeno una persona è finita nei sei manicomi criminali italiani. Questo significa che in quel territorio ci sono ottimi servizi di salute mentale e delle buone reti aiuto e di sostegno delle persone che sono in difficoltà: è proprio questo processo sociale e istituzionale che funziona. E che si deve far funzionare, non certo ridurre con tagli e chiusure di servizi. Piuttosto che aspettare che ci siano le condizioni politiche per una trasformazione del codice penale in questo Paese (e oggi non ci sono), io credo che in questo momento dobbiamo lavorare sul fronte dei servizi, delle reti di sostegno e di aiuto.

A fronte di un sovraffollamento che rende l’Italia un unicum rispetto agli altri paesi d’Europa, anche per il numero dei morti e dei tentativi di suicidio, quale spazio resta per le misure alternative?

Con una criminalizzazione sociale così potente contenuta nei sistemi normativi che colpiscono i consumatori di sostanze e i migranti, non c’è alcuna possibilità di risolvere in fuoriuscita il problema del sovraffollamento del carcere. Mi spiego: se una persona arriva nel penitenziario è perché ha già subito pesanti processi di marginalizzazione ed espulsione sociale, ed è su questo livello che credo dovremmo lavorare. Le misure alternative hanno un presupposto fondamentale: io devo avere la possibilità di rappresentare al magistrato un percorso di vita alternativo fondato su risorse certe quali lavoro, abitazione e famiglia, e se non ho queste condizioni non accedo alle misure. Io penso che il problema con questi criteri non si possa risolvere: se vogliamo veramente risolvere il dramma del sovraffollamento carcerario dobbiamo agire a monte, evitando che una massa enorme di persone arrivi nel contenitore penitenziario. Non possiamo buttarli nel contenitore e poi studiare soluzioni giuridiche che ci consentano di farli uscire: non funziona. In queste Paese le misure alternative ci sono, esistono dalla riforma del 1975, ma al di là delle troppe limitazioni è anche vero che si tratta di un meccanismo estremamente sensibile agli umori della politica e dell’opinione pubblica, tanto da essere bloccato e frenato ogni volta che c’è un’emergenza criminalità. E allora il problema va risolto prima, o la situazione delle carceri diventerà ancor più drammatica di quanto già non lo sia oggi.

 


Dati carcere 2012

Di seguito alcuni dati relativi al carcere  a gennaio 2012. 

Sono 67510 i reclusi in Italia, 45572 i posti disponibili. Un tasso di sovraffollamento del 149% 
contro il 99% della media europea. Resta alto il numero dei suicidi: 684 nel 2011. 
E dal 2000 sono 85 gli agenti di polizia penitenziaria che si sono tolti la vita.
Di questi 28457 I detenuti in carcerazione preventiva
47 I detenuti eccedenti ogni 100 posti disponibili
66 I suicidi in carcere nel 2011
85 I suicidi tra gli agenti di polizia penitenziaria dal 2000 ad oggi
1491 I condannati all'ergastolo
7311 I detenuti con meno di 25 anni
20,68% La percentuale di detenuti che lavora
3, 95 miliardi di € Le risorse a disposizione nel 2007
2, 77 miliardi di € Nel 2010
134 milioni di € La situazione debitoria dell'amministrazione penitenziaria
25mila I detenuti di origine straniera, pari circa al 30%
7000 Di questi, di origine balcanica
5200 I marocchini
3500 I romeni
675 milioni di € La cifra promessa in tre anni dal piano carceri di Alfano
9150 I posti previsti in più
20 I nuovi padiglioni previsti

Lecce:detenuto muore per sciopero della fame

Detenuto muore per sciopero della fame
la procura di Lecce apre un’inchiesta
Bulgaro di 38 anni, si è sempre professato innocente: per questo aveva iniziato la protesta a fine marzo. Trasferito dal carcere di Lecce in ospedale, è morto. Sequestrate le cartelle cliniche. Il medico: ha rifiutato anche le flebo

Detenuto muore per sciopero della fame la procura di Lecce apre un’inchiesta Il carcere di Lecce
Era stato rinchiuso in carcere per reati contro il patrimonio ma lui si era sempre dichiarato innocente e 50 giorni fa, per protesta, aveva cominciato lo sciopero della fame: è morto a 38 anni nell’ospedale Vito Fazzi di Lecce, dopo che le sue condizioni di salute erano peggiorate a causa della ferrea decisione di non toccare cibo. Ora la procura ha aperto un’inchiesta ed un medico legale è stato incaricato di accertare le cause della morte.

Popo Virgil Cristria, di 38 anni, di Bucarest, era giunto, da Benevento, nel carcere di Lecce alla fine dello scorso anno perché doveva scontare pene definitive che gli erano state inflitte per reati contro il patrimonio e la persona. Alla fine di marzo aveva deciso di iniziare lo sciopero della fame perché voleva richiamare l’attenzione delle autorità sulla sua situazione. L’uomo non ha più toccato cibo, chiedendo la sospensione della pena, che non gli è stata concessa. Le sue condizioni di salute sono via via peggiorate fino alla morte. Il magistrato di turno, il sostituto procuratore Carmen Ruggiero, ha disposto il sequestro delle cartelle cliniche e della documentazione sanitaria che si trova in carcere.

“Ha preso l’ago della flebo che gli era stata somministrata per tentare di dargli un po’ di forze e se lo è strappato dal braccio”: è l’ultimo episodio, che risale a qualche giorno fa, avvenuto nel carcere di Lecce che ricorda Sandro Rima, dirigente sanitario della casa circondariale del capoluogo salentino parlando di Pop Virgil Cristria.
“Rifiutava il cibo in maniera categorica, voleva parlare con il magistrato – racconta il medico – ‘Il magistrato, diceva, mi deve ascoltare e lui mi deve liberare’, questa era la frase che ripeteva sempre”.

“Ogni giorno – aggiunge Rima – veniva visitato da un medico, da uno psicologo e da uno psichiatra. Abbiamo tentato tutti di dissuaderlo, ma inutilmente. E l’ultima volta si è anche sfilato l’ago della flebo. Era intenzionato a continuare nella sua protesta fino in fondo”. Il 38enne era nel carcere di Lecce da circa un anno per reati contro il patrimonio e la persona: una cinquantina di giorni fa aveva deciso di non toccare più il cibo perché voleva essere liberato: “sono innocente”, continuava a ripetere. Qualche giorno fa i medici del carcere hanno rilevato la necessità di un trasferimento del detenuto in ospedale, dove poi è morto.

14/05/2012


Ecco come pestavamo i detenuti in carcere

ROMA – La falange del dito destro l’hanno cercata tutto il giorno in cella. Era nello stomaco del detenuto assieme ai tendini strappati alla guardia penitenziaria. A.P. era intervenuto per sedare una rissa nel carcere di Barcellona Pozzo di Gotto. Lui, piccolo, magro, contro un extracomunitario due volte la sua altezza, rinchiuso in una piccola cella da chissà quante ore. Esasperato, non ci ha visto più e l’ha aggredito. I colleghi, i sindacati, la stampa sono intervenuti per sottolineare la gravità del fatto, la violenza che si vive quotidianamente in carcere. Tra l’altro anche la beffa giudiziaria di vedere assolto il proprio aggressore.

Ma la violenza in carcere ha tante facce. Quella più oscura è quella sui detenuti, difficile da trattare, da dimostrare e persino da ipotizzare. Quello che avviene all’interno del carcere resta chiuso tra quattro mura. Nessuno denuncia niente. O si trova il modo di fargli cambiare idea. «A Sollicciano, il carcere fiorentino, i detenuti si stavano rivoltando per i pestaggi. Le rivolte sono state sedate con la semplice promessa che li avrebbero fatti lavorare e guadagnare qualche soldo in carcere» racconta Alessio Scandurra dell’associazione Antigone. Andiamo a Poggioreale. Da qui ci giungono la maggior parte di segnalazioni di violenze, pestaggi, vessazioni. «Non credete a quello che vi fanno vedere. Sicuramente vi porteranno nei reparti migliori come l’Avellino. Ma negli altri reparti i detenuti malmenati non si contano». Lo scrive la moglie di un ragazzo detenuto a Poggiorele da quattro anni. Quasi una veggenza.
Il giorno dopo ci portano a visitare il padiglione Avellino e quello Venezia. Tutto pulito e nuovo. I detenuti all’interno non ci sono. Solo televisori accesi. Non ci permettono di parlare con nessuno. La nostra domanda è sempre la stessa: «Vi risultano violenze in carcere?». Quando un anziano si avvicina alle sbarre e inizia a raccontare qualcosa, il capitano delle guardie penitenziarie di Poggioreale ci spintona via, cerca di strapparci la telecamera di mano. «Se non chiudi ‘sta telecamera te la spacco in testa». La visita finisce lì.

Ma è ad Asti che capiamo bene cosa davvero può succedere in un carcere. Le intercettazioni di un processo descrivono cinque guardie dedite quotidianamente al pestaggio. Ma la scoperta avviene per caso. Gli inquirenti se ne accorgono seguendo il filone della droga che gira in quel carcere. Troppa. Tanti detenuti, anche non tossicodipendenti, risultato positivi ai test durante le visite mediche. Sono gli agenti che la portano, insieme con i superalcolici ed altro. Si scopre uno strano scambio di favori tra guardie e detenuti che consigliano dove comprare la cocaina. Da qui vengono fuori pestaggi gratuiti, ingiustificati, coperti dall’omertà degli altri agenti, il digiuno forzato (fin anche una settimana) e poi le celle. Quelle di isolamento. «Le chiamavamo una estiva e l’altra invernale» racconta Andrea Fruncillo, una ex guardia penitenziaria cacciata dal corpo per favoreggiamento ai detenuti e altri reati. Lui era tra quelli che assistevano ai pestaggi, per non dissociarsi girava la faccia dall’altra parte. «Nella invernale li portavamo quando faceva freddo perché alle finestre non c’erano i vetri. In quella estiva quando era troppo caldo. La finestra c’era ma era sigillata con una lamiera e solo due buchi per far passare l’aria». I particolari che racconta sono agghiaccianti. Tutti riscontrati nel processo di primo grado conclusosi a fine gennaio scorso. «Tutti assolti» scrive il giudice. Secondo il magistrato i comportamenti delle guardie configurerebbero il reato di tortura e in Italia sono anni che si tenta di introdurlo nel nostro ordinamento. L’udienza di appello è stata fissata il 21 maggio prossimo. «Prima che un’altra sentenza di Stato racconti una verità di carta – dice Fruncillo – voglio che la gente sappia cosa avviene in quel carcere e penso in tanti altri posti. Sono stanco di vedere davanti agli occhi gente pestata. Vivo con il rimorso di non aver denunciato prima. E’ ora che se ne parli e si inizi a parlare di questo strazio».

Corriere Della Sera, 03/05/2012