Mag 24 2013

Bambino di 7 anni in “manicomio” per “salvare” suora accusata di pedofilia

cordatesaBrescia – Alcuni giorni fa i membri del Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani e di Pronto Soccorso Famiglia sono stati contattati da una mamma disperata a causa del ricovero “coatto” del figlio di soli sette anni nel reparto psichiatrico dell’ospedale di Brescia. L’avvocato Francesco Miraglia del foro di Modena ha depositato oggi il mandato per riaprire il caso sull’episodio di pedofilia riferito dal bambino nei confronti di una suora di un asilo di Brescia, per fare luce sul comportamento delle istituzioni sociali e sanitarie locali e soprattutto per restituire il bambino alla sua famiglia.

Alcuni anni fa Gianni (nome di fantasia) ha riportato con dovizia di Continue reading


Apr 16 2013

Brescia, tenta l’evasione dal carcere con un balzo

parkour1Ci ha provato, ma nonostante la notevole agilità, il salto oltre le mura del carcere di Canton Mombello a Brescia e verso la libertà non gli è riuscito.
Durante l’ora d’aria, un detenuto moldavo di 24 anni, condannato a una pena di due anni e mezzo, con un balzo ha scavalcato il muro (altro circa sei metri) che circonda il cortile interno e si è poi nascosto tra i mezzi parcheggiati nello spazio tra le due cinte murarie, in attesa di poter sgusciare all’esterno della casa circondariale.
Un sorvegliante però si è accorto della sua presenza e ha lanciato l’allarme. L’uomo è così stato riacciuffato e riportato in cella. E’ accaduto lunedì tra le 13,30 e le 16,45, il periodo in cui i detenuti vengono fatti uscire dalle celle. Ora deve rispondere anche di tentata evasione e probabilmente la sua permanenza tra le mura di Continue reading


Apr 7 2013

Meno di un metro quadrato a testa Celle da lager a Canton Mombello

bbBrescia, 7 aprile 2013 – «Come si vive a Canton Mombello? Eravamo sette in una cella da sei di due metri per quattro con sei brande, sei armadietti, un tavolo, un frigo e quattro sgabelli. Lascio un po’ immaginare». Il problema del sovraffollamento a Canton Mombello è ormai noto ma sorprendono sempre i racconti di chi il carcere l’ha vissuto. Come Vincenzo, uscito quattro mesi fa dopo una detenzione di sei mesi per furto e che ieri era nel piazzale della casa circondariale, in occasione della visita del deputato bresciano di Sel. «Era impossibile aprire la finestra per arieggiare, i vestiti bisognava lavarli a turni e là dentro, credetemi, non c’è un buon odore – racconta -. Dalle celle si esce solo un’ora e mezzo al mattino e un’ora e mezzo al pomeriggio. Per il resto della giornata si sta a porte chiuse». A oggi nel carcere, costruito per 208 persone, ce ne sono 450, circa un centinaio in meno rispetto al picco del 2012 ma comunque troppi.

Vincenzo racconta che in una cella di 20 metri quadrati vivevano addirittura in 22 con due bagni. «Con tutte le conseguenze anche per l’igiene – aggiunge -. Ricordo che, quando ero dentro, per un periodo hanno chiuso la sala del biliardino per scabbia. Io stesso sono stato in cella per 15 giorni con un detenuto che aveva la tubercolosi, che poi è stato trasferito altrove». A marzo scorso un altro detenuto era stato ricoverato al Civile per tubercolosi, che, secondo il personale sanitario, era stata contratta prima di entrare in carcere. I casi di malati, dunque, potrebbero essere diversi.

Tanto che il Comitato per la chiusura del carcere presenterà la settimana prossima un esposto alla Procura, alla Corte europea dei diritti dell’uomo, oltre che ad Asl e sindaco, per denunciare le condizioni di vita dei detenuti e la possibilità di un’epidemia di tubercolosi. «Si tratta di una malattia che si può presentare in forma attiva e in forma latente – precisa Beppe Corioni -. Le condizioni igieniche carenti, come il non ricambio di aria, ne favoriscono lo sviluppo. Vogliamo che si faccia chiarezza».

Un po’ di sollievo potrebbe arrivare in occasione dell’apertura del carcere di Cremona. «Il nuovo carcere a Brescia – interviene Marco Fenaroli, candidato alle primarie del centrosinistra di Brescia -? Il Pgt ha individuato l’area ma non c’è nessun riferimento a un nuovo istitutonel Piano carceri nazionale. Chissà quando si farà». Intanto Sel si sta già muovendo per avanzare tre proposte di legge: introdurre il reato di tortura, abrogare il reato di clandestinità e abolire la legge sulla recidiva. «Canton Mombello è un vero e proprio lager nella civile Brescia – argomenta – Luigi Lacquaniti, il deputato bresciano di Sel -. Encomiabile, anzi quasi eroico, il lavoro del personale e dell’amministrazione penitenziaria. Ma non è possibile mantenere questa situazione».

Fonte


Feb 4 2013

Brescia: due detenuti si incontrano nell’ora d’aria… e scoprono di essere padre e figlio

Dopo trentasette anni i due, entrambi detenuti nel carcere di Mombello, si incontrano e ricostruiscono le loro vite. Poi il figlio ha ottenuto i domiciliari, ed è uscito. L’uomo è rimasto dentro, tenendo vivo quel legame che grazie alla prigione è riuscito a ricucire.
mano_sbarreDifficile dire se sia più forte la gioia o il dolore, nel conoscere il proprio figlio, e il proprio padre, in carcere. La storia di Vincenzo, 61 anni, detenuto nel carcere di Canton Mombello, e del figlio che non sapeva di avere, anch’egli finito nello stesso luogo di pena, è stata raccolta dal giornale di Brescia. Una vicenda amara, che sembra raccontare che dal proprio destino non si sfugge, che non c’è riscatto possibile, anzi, i propri errori vengono raccolti dai figli, gli stessi guai passano in eredità a loro.
Vincenzo e il figlio si incontrano un giorno durante l’ora d’aria e si guardano con quella misteriosa sensazione di trovarsi di fronte a un altro sé, a un doppio. Sensazione strana in un carcere, dove in celle disumane in cui trovano posto sei persone, quando dovrebbero starcene due, gli altri sono più spesso un fastidio, una presenza asfissiante, l’ennesimo corpo schiacciato in uno spazio che scoppia. Saranno anche vere le leggende sulla solidarietà tra detenuti, ma quando il sovraffollamento raggiunge simili livelli si farebbe volentieri a meno di solidarizzare.
Ma Vincenzo intuisce che quel ragazzo non è un detenuto come gli altri, non è un altro avversario con cui contendere centimetri di vita, e chiede informazioni al compagno di cella del ragazzo. Quello gli rivela che la madre è una donna di Salò che Vincenzo aveva conosciuto molti anni prima.
Nell’incontro successivo, Vincenzo racconta al ragazzo di aver conosciuto sua madre, “portale i miei saluti”, gli dice. Il ragazzo scrive alla madre, le racconta di quel signore che dice di averla conosciuta. La donna risponde direttamente a Vincenzo: “Quel ragazzo che hai conosciuto in carcere è tuo figlio. Ha 37 anni”. Altro che ragazzo, un uomo. Vincenzo è come stordito dalla notizia: è già padre e nonno.
“L’ho riguardato in faccia e ho visto i miei stessi occhi. E così gli ho detto tutto”. Il riconoscimento è commovente ma amaro: come si fa a sopportare di scoprire un figlio, non un ragazzino sventato, ma un uomo di 37 anni, nel carcere in cui si è rinchiusi? E il figlio, riconoscendo il padre in quel detenuto alle soglie della vecchiaia, non avrà pensato che per certe persone non c’è futuro? Che era scritto che anche lui facesse la fine di suo padre, un perdente figlio di un altro perdente?
Ma in carcere pensare è solo una perdita di tempo, bisogna aiutarsi, e aiutandosi, in cella, i due hanno costruito il loro rapporto di padre e figlio. Poi il figlio, almeno lui, è uscito, ha ottenuto i domiciliari, e Vincenzo è rimasto dentro, tenendo vivo quel legame bello e triste al tempo stesso. Ora quando parla del figlio Vincenzo piange, perché è come se rivedesse in lui i suoi stessi errori, l’implacabile ripetersi di uno sbaglio che di generazione in generazione non si riesce a evitare. Se almeno il figlio raddrizzasse la sua vita, allora sì, sarebbe un bel riscatto. Allora sì, che valeva la pena di guardarsi e riguardarsi con un estraneo nell’ora d’aria, per poi sentirsi dire: “È tuo figlio”.

Adnkronos, 3 febbraio 2013