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Ennesimo morto Opg di Aversa

L’OSPEDALE PSICHIATRICO GIUDIZIARIO
Muore a 30 anni nell’Opg:
è giallo. Ipotesi soffocamento
La denuncia dell’associazione Antigone: «C’è relazione
tra difficoltà di deglutizione ed effetti degli psicofarmaci»

L’Opg «Saporito» di Aversa

CASERTA – Un’altra morte nell’Opg di Aversa. A soli pochi giorni dal suicidio di un’internato, nella struttura del casertano muore un uomo di trenta anni. Secondo una prima ricostruzione, l’uomo sembrerebbe morto per soffocamento. Le indagini sono ancora in corso. L’uomo avrebbe avuto difficoltà a deglutire e sarebbe deceduto nel tardo pomeriggio di lunedì 9 maggio. A dare la notizia della morte è stato Dario Stefano Dell’Aquila, portavoce campano di Antigone, l’associazione per i diritti e le garanzie nel sistema penale.

«Questo anno – ha dichiarato Dell’Aquila – si è aperto con una sequenza drammatica e impressionante. In soli cinque mesi abbiamo registrato tre morti per suicidio e uno per cui è necessario approfondire le cause. Non è la prima volta che un internato muore per soffocamento. C’è una relazione tra le difficoltà di deglutizione e gli effetti degli psicofarmaci, per cui riteniamo siano necessari tutti gli accertamenti possibili».


Nuovo suicidio opg di Aversa

AVERSA- Basta morti nell’Opg. L’altra notte un altro suicidio: si è impiccato un internato di 58 anni
Ne dà notizia Dario Stefano Dell’Aquila, portavoce di Antigone Campania: “Per una capienza di 180 posti, sono presenti 300 internati. Condizioni disumane, così non si va avanti. Ora, intervengano Amministrazione penitenziaria e Asl”

AVERSA – Secondo quanto riferisce Dario Stefano Dell’Aquila, portavoce di Antigone Campania e componente dell’Osservatorio nazionale sulla detenzione, la scorsa notte si e’ suicidato nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa un internato romeno di 58 anni. L’uomo, recluso da circa otto anni, si e’ tolto la vita – aggiunge Dell’Aquila – impiccandosi nel bagno della propria cella, che divideva con altri internati. ”Questo e’ il secondo suicidio nel giro di quattro mesi – ha dichiarato Dell’Aquila – ed e’, se possibile, un evento tragico che genera ancora piu’ sconforto. A fronte, infatti, di una pubblica evidenza delle condizioni inumane e degradanti dei manicomi giudiziari e dei primi programmi di intervento, la situazione si mostra di una gravit… irreversibile”. Nella struttura, che ha una capacita’ ufficiale di circa 180 posti, sono presenti circa 300 internati.
In Italia sono presenti 6 OPG (Napoli, Aversa, Barcellona Pozzo di Gotto, Reggio Emilia, Montelupo Fiorentino, Castiglione delle Stiviere) che dipendono dal Ministero della Giustizia per la parte sulla sicurezza e dalle ASL per la parte sanitaria. Si tratta, sottolinea Antigone, di persone incapaci di intendere e di volere, autori di reato, che sono condannati ad una misura di sicurezza detentiva, prorogabile. ”Chiediamo con urgenza – ha concluso Dell’Aquila – all’amministrazione penitenziaria e all’ASL l’attivazione di risorse per garantire, nell’attesa che si realizzi un rapido percorso di chiusura e dimissione, cosi’ come definito dalla commissione parlamentare di inchiesta sull’efficienza del sistema sanitario presieduta da Ignazio Marino. Registriamo nell’OPG di Aversa, tra malattia e suicidi, una impressionante sequenza di morti che e’ indispensabile arrestare’


Archiviata la morte di Marcello Lonzi

per dare un’idea di quel che sono i tanto amati giudici difensori della democrazia….

La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato dai legali della madre di Marcello Lonzi, giovane deceduto nel 2003 nel carcere delle Sughere a Livorno. Non si riapre il caso, viene confermata l’archiviazione disposta, nel maggio scorso, dal Gip di Livorno Rinaldo Merani.
L’11 luglio di 8 anni fa Marcello venne trovato morto e sul suo corpo numerosi segni traumatici difficilmente spiegabili se non come frutto di ripetute percosse, ma a nulla sono valse le prove fotografiche o la contraddittorietà degli stessi testimoni che parlavano di un malore. Neppure la riapertura dell’inchiesta e la individuazione di 3 persone (due agenti e il “compagno” di cella) inserite nel registro degli indagati (ma poi frettolosamente prosciolte) sono serviti a far piena luce sull’accaduto.
Di una cosa siamo certi: i segni sul corpo di Marcello sono a tutti evidenti e la sua morte non può essere attribuita a un semplice malore. Ma a pensarla così non è la Giustizia Italiana la cui giurisdizione non arriva oltre le sbarre degli Opg, dei Cie o delle carceri, e quando arriva vede quasi sempre i reclusi e gli internati sul banco degli imputati.
L’Italia ha un triste record: nel 2010 è stata condannata dalla Corte europea per i diritti dell’Uomo ben 98 volte per violazione diritti umani fondamentali, la Danimarca per fare un paragone non ha neppure una condanna. In Germania una storica sentenza della suprema Corte costituzionale, resa noto proprio in questi giorni, indica che il detenuto al quale non vengono garantiti i diritti umani deve essere liberato. In Italia invece si lascia morire lentamente, oppure di morte violenta, chi ha la sventura di capitare dentro le patrie galere o le altre istituzioni totali del Paese.
Non sappiamo se la Corte per i diritti dell’uomo di Strasburgo potrà servire a riaprire il caso Lonzi e a censurare ancora una volta l’Italia, Dopo Pinelli e molti altri nomi sconosciuti, un altro “malore” attivo per giustificare una morte carceraria e per ricordare a tutti che in Italia dietro le sbarre neppure il diritto alla vita e alla salute viene tutelato.


Un suicidio sospetto

Un suicidio alquanto sospetto….

Suicida in cella, dubbi dei medici La Procura: picchiato dalle guardie Il ragazzo che in passato aveva testimoniato contro nove agenti penitenziari si sta spegnendo in Rianimazione. Per i medici troppo lievi i segni sul collo per un’impiccagione. Trovate altre ferite sul corpo. Il giorno prima le botte, poi era stato messo in isolamento. I parlamentari del Pd: “Fare chiarezza”

di MARA CHIARELLI

Suicida in cella, dubbi dei medici La Procura: picchiato dalle guardie Carlo Saturno È in fin di vita Carlo Saturno, il giovane detenuto trovato appeso a un lenzuolo dagli agenti del carcere di Bari: a sei giorni dal suo presunto tentativo di suicidarsi, l’encefalogramma registra “residui di attività elettrica”, e la famiglia è stata avvertita del precipitare delle sue condizioni. E ora la Procura di Bari vuole sapere con certezza quello che è accaduto in cella: nel fascicolo coordinato dai pm Isabella Ginefra e Pasquale Drago, c’è anche un episodio avvenuto il giorno prima della tragedia e relativo a un pestaggio da parte della polizia penitenziaria. Nei giorni scorsi, i medici che lo stavano seguendo nel reparto di Rianimazione del Policlinico di Bari hanno manifestato qualche dubbio sul fatto che Carlo sia in fin di vita per asfissia dovuta al cappio del lenzuolo, da lui stesso annodato. Ma una perizia disposta dalla Procura ed eseguita dal medico legale Francesco Introna, ha stabilito che i segni intorno al collo sarebbero compatibili sia con un salto nel vuoto che con un eventuale strangolamento da parte di altri. Le indagini non tralasciano alcun elemento, come l’episodio avvenuto il 29 marzo, quando il giovane reagì male alla comunicazione del cambio di padiglione, aggredendo un agente e ferendolo a una mano, e venendo a sua volta picchiato. A seguito di quella lite, Carlo fu messo in cella di isolamento, dove il 30 marzo si sarebbe impiccato. A seguire il suo caso sarà ora l’avvocato Tania Rizzo, del foro di Lecce, che ha già assistito la famiglia Saturno nel processo contro nove agenti di polizia penitenziaria accusati di lesioni all’interno del carcere minorile di Lecce quando Carlo Saturno aveva solo 16 anni. “Adesso verificheremo quanto accaduto”, annuncia, ma non si sbilancia in ipotesi e accuse. “Provvederemo subito a chiedere esternazioni ufficiali alla direzione del carcere di Bari e ci costituiremo nel procedimento che la Procura ha già aperto per poter seguire meglio le indagini”. L’associazione Antigone per i diritti dei detenuti intanto ieri ha fatto sapere alla famiglia Saturno che sosterrà a livello nazionale il caso. Il presidente Patrizio Gonnella aveva chiesto negli scorsi giorni un’inchiesta amministrativa e giudiziaria per accertare “quali siano state le cause del suicidio, se vi siano responsabilità dirette o indirette da parte di coloro che lo avevano in custodia, se vi è un nesso con il processo a Lecce”. Oggi intanto il caso sta suscitando numerose reazioni. Un’interrogazione parlamentare è stata rivolta al ministro della Giustizia Alfano dal parlamentare del Pd Dario Ginefra “perché vengano chiarite tutte le circostanze ed ogni eventuali responsabilità delle autorità competenti”. Annunciano un’interrogazione anche i senatori del Pd Roberto Della Seta e Francesco Ferrante: “Vogliamo chiarezza, vogliamo sapere cosa succede all’interno delle carceri italiane. Non è possibile assistere impotenti ogni giorno al suicidio di detenuti, spesso giovani, che avvengono in circostanze poco chiare. Chiediamo che sia avviata un’indagine amministrativa e giudiziaria che chiarisca le cause del suicidio e accerti le responsabilità di quanti avevano in custodia Carlo Saturno”.


La condizione carceraria in Italia. Orizzonti della repressione e carcerazione sociale

Parlare di repressione e di un osservatorio sulla questione repressiva in Italia, vuol dire analizzare la deriva securitaria, con relativa applicazione repressiva, portata avanti dagli ultimi governi sia di centrosinistra che di centrodestra. L’obiettivo di questa politica repressiva è la ghettizzazione, la catalogazione e l’esclusione sociale sistematica, di chiunque potrebbe minare il capitalismo. In questi anni infatti il potere politico e quello economico, con la partecipazione attiva di quello mediatico, hanno costruito un corollario di leggi che attaccano sistematicamente i giovani ribelli e non omologati, i migranti oltre alle persone inserite nel circuito penale. Sono due le leggi dalla chiara impronta reazionaria che causano circa il 60% delle detenzioni (dati dal dipartimento di amministrazione penitenziaria e dalla rivista Ristretti Orizzonti). La prima la Fini-Giovanardi, che agisce sull’equiparazione delle droghe leggere (cannabis e derivati) con quelle pesanti (oppiacei e derivati,droghe chimiche) ma soprattutto, costruisce una equiparazione penale e sociale tra lo spacciatore ed il consumatore. Tutto ciò ha portato, sta portando e porterà a una quantità enorme di giovani in carcere, con successivi problemi di ordine psicologico derivati dal trauma della carcerazione e con problematiche dettate dall’esclusione dal contesto sociale. Una della conseguenze è il marchio di tossicodipendente (il ritiro del passaporto, la sospensione o la revoca della patente, ecc.) con l’ esclusione sociale che provoca. Anche la tessera del tifoso, legge di impianto capitalistico-securitario,con relativa schedatura di massa a priori di chi (in maggioranza giovani) va allo stadio. Una tessera che è anche una carta di credito a tutti gli  effetti e che crea un controllo economico-sociale. La seconda Bossi-Fini con il peggiorativo pacchetto-sicurezza, che ha di fatto creato il reato di immigrazione, trasformando una sanzione amministrativa in un reato penale. Grazie a questa legge sono in galera circa il 25% dei detenuti e ad essa è stata affiancata una massiccia repressione dei reati come la vendita di cd e dvd falsi. L’effetto di questa legge è stato portare in prigione uomini e donne che sopravvivono con lavori a margine, extra-legali o sommersi, che alimentano mercati economici gestiti dalle mafie o da datori di lavoro senza scrupoli, ancora una volta perché lo Stato ha deciso di colpire l’ultima ruota del carro. L’esclusione sociale dei detenuti è pressochè totale: dalla sistematica inapplicazione dei diritti sanciti dall’ordinamento penitenziario sui servizi alla persona (sanità, cultura, istruzione), ai processi di riqualificazione e reinserimento lavorativo con condizioni di lavoro interno pessime, sottopagate e senza tutele. Basti pensare che uno spazzino che lavora nel carcere di Bollate (Milano) per 60 ore in un mese, ovviamente a rotazione e in modo intermittente, guadagna 221 euro cioè circa 3,70 euro all’ora. I detenuti in Italia sono ormai ben oltre 70mila, di cui almeno il 60% in attesa di giudizio. L’ambiente che si respira tra i detenuti si riassume facilmente con il numero di suicidi: 66 nel 2010,6  giànel 2011 a fronte dei 1.700 detenuti morti nella carceri negli ultimi 10 anni di cui un terzo si sono tolti la vita. La capienza dei nostri istituti di pena è pari a 43mila posti, con una capienza tollerabile di 48mila per il Dap (Dipartimento di amministrazione penitenziaria); per cui il sovraffollamento del 150%, con punte del 170% negli istituti di transito di Lombardia, Lazio, Calabria, Campania (San Vittore, Regina Coeli, Siano, Poggio Reale, Ucciardone). Il disagio è legato anche al fatto che, circa il 37% sono stranieri, il 25% tossicodipendenti ed il 3% alcoolisti (dati Censis), cioè persone che avrebbero bisogno di un aiuto sociale, non del carcere. Ma c’è una considerazione politica da fare. Nel rapporto 2009-= 2010 del garante dei detenuti della provincia di Milano (che rappresenta più del 12% della popolazione detenuta!) si afferma che su 6mila detenuti (su 8mila totali)analizzati, oltre il 50% risulta analfabeta o con la licenza elementare, il 35% con la licenza media e solo il 15% con un diploma o equiparato. Per quanto riguarda l’accesso al lavoro o a corsi di formazione finalizzati,solo l’8% ne ha reale accesso, anche se ben il 95% di tali corsi viene portato avanti con successo dai detenuti. Considerando che l’età della gran parte di chi è detenuto varia tra i 18 ed i 34 anni, palese quindi che il risultato di queste pratiche da parte del governo e dell’istituzione carceraria è che chi è debole e fragile rimanga ai margini per essere da una parte facilmente sfruttato e dall’altra usato come attore sociale per avallare l’azione repressiva. In questo contesto il governo Berlusconi, assieme ad una congrua parte dell’opposizione istituzionale vuole costruire un consenso populista e una conseguente deriva becera e securitaria, risolvendo i problemi sociali con il codice penale.

8 Febbraio 2011 13:54


A monza arriverà il garante dei detenuti

Presto anche la Brianza avrà il garante dei diritti dei detenuti. Lo ha deciso il consiglio provinciale che giovedì all’unanimità, ha approvato il regolamento che istituisce questa figura che, in collaborazione con i comuni e le associazioni di volontariato, monitorerà le condizioni dei reclusi nel carcere di Monza, denuncerà eventuali situazioni di degrado e avvierà iniziative per favorire il loro reinserimento.

Il garante sarà individuato dal consiglio tra le persone di prestigio nel campo delle scienze giuridiche e sociali che abbiamo particolare conoscenza in materia di istituti di prevenzione e che aderiranno al bando che sarà pubblicato nelle prossime settimane.

L’assesore alle politiche sociali Giuliana Colombo ha auspicato che si tratti di qualcuno legato al mondo del volontariato. “Noi siamo l’ottava provincia in Italia ad introdurre questa figura.Monza e i comuni del circondario da molto tempo sono attenti al carcere e ci sono scuole che collaborano con la struttura. Ci auguriamo che il garante possa avvicinare i cittadini alla realtà dei detenuti perchè il grado di civiltà di una società è basato anche sul suo grado di recupero.

“Quella che compiamo oggi è una scelta di civiltà” ha commentato Maria Fiorito del Pd mentre il suo collega di partito Vittorio Pozzati ha suggerito di coinvolgere nelle attività del garante anche i comuni del territorio, a partire dal capoluogo, in modo da tenere alto il tema nell’agenda degli amministratori.

Il Cittadino 22 gennaio 2011


due detenuti suicidi e due morti per “cause naturali” in un solo giorno

Due suicidi in un solo giorno – uno nel carcere laziale di Velletri e l’altro in quello calabrese di Castrovillari – fanno salire a nove il drammatico bilancio dei detenuti che si sono tolti la vita dall’inizio del 2011.

Senza contare – fanno notare in coro i sindacati penitenziari Sappe, Osapp e Uil – Pa – il centinaio di tentati suicidi sventati dagli agenti dei “baschi azzurri”. Ma la giornata nelle sovraffollate carceri italiane (circa 67.500 detenuti per 43mila posti regolamentari) è stata nera anche sul fronte dei decessi per cause naturali, con un morto per infarto a Chieti e un collaboratore di giustizia colto da malore mentre faceva attività fisica nel penitenziario di Sanremo.
Il trend dei suicidi al momento resta in linea con quello del 2010, quando a togliersi la vita furono 66 detenuti. A deciderla di farla finita, oggi, è stato un 37enne romano, arrestato per ricettazione, in attesa di giudizio a Velletri: si è impiccato alle sbarre della cella con lenzuola annodate. Ha invece usato i lacci delle scarpe l’altro detenuto suicida, un romeno in carcere a Castrovillari.
In entrambi i casi gli operatori del settore puntano il dito contro il sovraffollamento: nel penitenziario calabrese – fa notare il Sappe – i detenuti hanno raggiunto punte di 300, a fronte di una capienza di circa 150 posti, mentre un solo psicologo può prestare loro assistenza. A Velletri, invece, il garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni denuncia uno sforamento della capienza regolamentare (208 detenuti) di altre 166 unità, seppure un nuovo padiglione da 200 posti sia pronto ma rimanga chiuso per gravi carenze di organico di polizia penitenziaria.
Fallimentare, secondo i sindacati, la legge svuota-carceri in vigore dalla fine del 2010 per consentire ai condannati con una pena residua non superiore ad un anno di andare in detenzione domiciliare: sono meno di mille i detenuti che ad oggi sono andati ai domiciliari – sottolinea Giovanni Battista Durante, segretario generale aggiunto del Sappe – un numero molto esiguo se paragonato ai mille in più che ogni mese entrano nelle carceri.
Anche Leo Beneduci, segretario dell’Osapp, rileva che nonostante gli effetti della svuota-carceri la capienza delle carceri ha sforato qualsiasi tetto consentito in molte regioni: si passa da un +7,5% dei detenuti oltre il limite tollerabile in Emilia Romagna, a un +8,6% in Lombardia e a un 9% in Calabria, per arrivare alla percentuale più alta del 14.6% in Puglia, mentre la nuova emergenza umanitaria della Tunisia rischia di devastare completamente l’assai scarsa funzionalità penitenziaria.
Nonostante questo quadro desolante di sovraffollamento e morti in carcere, chi è preposto a gestire il sistema penitenziario italiano – conclude Eugenio Sarno della Uil-Pa – si contraddistingue per indifferenza, distanza e insensibilità.

Ansa, 15 febbraio 2011


morire di carcere 2010

Il 2010 si chiude con 173 morti dietro le sbarre di cui 66 suici. Negli ultimi undici  anni in carcere sono morte 1736 persone di cui 626 suicidi.

E il 2011 si apre in questo modo…

Tre detenuti si sono suicidati in meno di 24 ore nelle carceri di Sulmona, Prato e Caltagirone. Il 19 gennaio Mahmoud Tawfic, egiziano di 66 anni, si è impiccato nel carcere di Sulmona. Ieri alle 16 Antonino Montalto, 22enne siciliano, si è impiccato nel carcere di Prato. E sempre ieri alle 19, Salvatore Camelia, di 39 anni, si è impiccato nel carcere di Caltagirone (Ct). Nei primi 20 giorni dell’anno salgono così a 5 i suicidi in carcere e a 6 il totale dei detenuti morti.

Salvatore Camelia si è suicidato in carcere, a Caltagirone, dopo aver tentato di uccidere la convivente romena di 35 anni. Per lui non c’è stato nulla da fare: l’uomo si è tolto la vita in una cella della casa circondariale di Contrada Noce, impiccandosi, con un lenzuolo, alla grata della finestra. Inutili i primi soccorsi degli agenti dell’istituto penitenziario e i successivi interventi di rianimazione di Camelia, il cui corpo è giunto privo di vita all’ospedale “Gravina” di caltagirone.

Si è conclusa così, con un tragico epilogo, la vicenda iniziata con il tentato omicidio della straniera per l’indomita gelosia di Camelia e il successivo arresto dell’aggressore. Secondo le prime ricostruzioni dei Carabinieri di Mineo, che avevano eseguito il provvedimento restrittivo, l’uomo aveva aggredito e ferito la vittima con un coltello. Dopo l’arresto, Camelia era stato accompagnato nel carcere calatino. L’accusato sarebbe stato interrogato dalla competente autorità giudiziaria, che gli avrebbe contestato i reati di tentato omicidio e lesioni. La sua morte improvvisa, alla quale seguiranno i necessari accertamenti di medicina legale, potrebbe accreditare la “pista” dell’iniziale movente passionale del tentato omicidio.

Mahmoud Tawfic, proveniente dalla libertà vigilata e tornato in carcere da due mesi, si è suicidato nel carcere di Sulmona. Il detenuto era affetto da tempo da una forte depressione che aveva minato il suo equilibrio psichico. Furti, rapine ed estorsioni che l’avevano costretto trascorrere molti anni dietro le sbarre. Ad agosto aveva ottenuto la libertà dopo aver finito di scontare la sua pena. Ma la lunga detenzione gli aveva procurato forti contraccolpi a livello psichico. Uscito dal carcere, ha cercato di rifarsi una vita trasferendosi a Roma ma nella capitale si sarebbe macchiato di nuovi reati tanto che lo scorso mese di dicembre è tornato nel carcere di Sulmona, questa volta da internato.

Infatti, proprio in seguito al comportamento assunto una volta uscito dal carcere, il giudice lo ha ritenuto socialmente pericoloso, condannandolo all’ulteriore pena della casa di lavoro.

Sono già cinque i detenuti suicidatisi nel 2011.

aggressione nel carcere di opera

Milano, 24 gen. – Tre poliziotti penitenziari sono stati aggrediti a calci e pugni da un detenuto straniero, che li accusava di comportamenti razzisti, all’interno del carcere di Opera. Uno di questi ha riportato la frattura di un dito. Lo ha comunicato il Sappe, Sindacato autonomo polizia penitenziaria, che in una nota chiede “pene esemplari” per questo tipo di episodi. “Tutto questo e’ gravissimo ed inaccettabile – afferma Donato Capece, segretario generale del Sappe – tanto piu’ che si tratta dell’ennesima aggressione avvenuta a danno di appartenenti alla polizia penitenziaria.
Bisogna contrastare con fermezza questa ingiustificata violenza in danno dei rappresentanti dello Stato in carcere e punire con pene esemplari chi commette reati”. Secondo quanto riferito dal sindacato il detenuto responsabile dell’aggressione in passato si sarebbe cucito la bocca e avrebbe tentato di darsi fuoco.
Capece poi denuncia la situazione critica in cui versa il carcere di Opera. “Mancano ben 210 poliziotti dagli organici del Reparto – prosegue il segretario del Sappe – i detenuti, invece, aumentano ogni giorno di piu’. Nel carcere milanese, in cui 973 sono i posti letto regolamentari, le presenze sono ben oltre le 1.320 unita’”. La maggior parte di questi sono stranieri. Il sindacato ribadisce dunque l’esigenza che vengano sottoscritti accordi con i paesi africani di provenienza dei detenuti in modo che questi ultimi scontino la pena in patria.
(AGI) Mi6/Car

http://www.agi.it/milano/notizie/201101241731-cro-rmi0057-

Mentre si chiude con un bilancio di 66 suicidi e 173 morti. Il totale


Svuota-carceri, ne beneficiano in 7 mila

Provvedimento tampone in attesa piano carceri

fonte ansa


ROMA – Per tamponare la situazione esplosiva del superaffollamento nelle carceri italiane in attesa di un piano straordinario penitenziario, il Senato ha approvato in via definitiva un provvedimento che consente la detenzione domiciliare per chi deve scontare condanne inferiori a un anno. Ne beneficeranno, entro il 31 dicembre 2013, oltre a chi ha condanne molti lievi anche quei detenuti che stanno per completare il periodo di detenzione e vedono avvicinarsi il sospirato momento della fine pena. Si calcola che il ddl dovrebbe interessare almeno 7 mila detenuti e consente l’ assunzione di circa 2000 agenti penitenziari per sopperire alle carenze di organico. Rispetto alla Camera il Pd e l’Udc non hanno votato a favore, ma si sono astenuti insieme all’ Idv perche’ accusano il governo di non aver mantenuto le promesse fatte a fine luglio quando il ddl e’ stato votato in prima lettura. Ecco i punti salienti della nuova legge

ABITAZIONE DOVE SCONTARE PENA: la pena detentiva e’ eseguita presso l’abitazione del condannato o altro luogo pubblico o privato di cura, assistenza e accoglienza che puo’ definirsi un domicilio.

A CHI NON E’ APPLICABILE: ai detenuti considerati ”delinquenti abituali, professionali o per tendenza”; ai detenuti che sono sottoposti al regime di sorveglianza particolare; quando vi e’ la concreta possibilita’ che il condannato possa darsi alla fuga o quando sussistono specifiche e motivate ragioni per ritenere che il condannato possa commettere altri delitti oppure quando non sussiste ”l’idoneita’ e l’effettivita’ del domicilio anche in funzione delle esigenze di tutela delle persone offese dal reato”.

DECIDE IL PM, CONTROLLA IL GIUDICE DI SORVEGLIANZA: spetta al pubblico ministero la trasmissione al giudice di sorveglianza della richiesta di sospensione della reclusione corredata da un verbale di accertamento della idoneita’ del domicilio. Il magistrato di sorveglianza dispone l’esecuzione domiciliare degli ultimi 12 mesi di pena o di assegnazione a centri di recupero, presso una struttura pubblica o privata accreditata, in caso di condannati tossicodipendenti.

INASPRIMENTO PENE SE SI EVADE DA CASA: in caso di evasione dai domiciliari la pena che era prevista dal codice penale da 6 mesi fino a tre anni passa da uno fino a cinque anni. – PIU’ AGENTI: si prevede un adeguamento dell’ organico del Corpo di polizia penitenziaria di circa 2000 unita’ per fronteggiare la situazione emergenziale in atto.

RELAZIONE IN PARLAMENTO: entro 180 giorni dall’ entrata in vigore della legge, il ministro della Giustizia riferisce alle competenti Commissioni parlamentari in merito alle necessita’ di adeguamento numerico e professionale della pianta organica della polizia penitenziaria.


Carcere:il coraggio di abolirlo

Pubblichiamo uno scritto molto interessante di Riccardo D’Este.

Il proposito di abolire il carcere, nonché ogni forma di prigionia, è senza dubbio saggio, nobile, ammirevole e, soprattutto, radicalmente umano. Personalmente, posso e voglio definirmi un abolizionista e senza ombra di dubbio. Purtroppo, però, quando ci si addentra nella questione nei suoi aspetti teorici e, com’è necessario, in quelli pratici e propositivi, ci si accorge di aver messo la mano in un nido di vipere, tutte altrettanto seppure diversamente mordaci, o, se proprio va bene, di avere di fronte un gioco di scatole cinesi. Un problema rimanda ad un altro, un’ipotetica soluzione ne azzanna un’altra, tuttavia non meno ipotetica, e via andando.
Non è un caso che:
1) le ipotesi abolizioniste (del carcere) siano state a lungo estranee alla teoria, spesso scaduta in ideologia, che si è pretesa rivoluzionaria; per limitarci all’Italia, la frazione sedicente rivoluzionaria, comunista o anarchica che si definisse, ha sempre preferito aggirare la questione attraverso formule tutto sommato sloganistiche (dall’immondo “fuori i compagni dalle galere, dentro i padroni e le camicie nere” – che riproponeva, anzi esaltava, la natura della segregazione carceraria, limitandosi a cambiarne il segno meramente politico – al più generoso “da San Vittore all’Ucciardone, un solo grido: evasione” – mentre sappiamo che di evasioni ce ne sono state assai poche ed in congiunture particolari e che comunque non poteva essere, questa, una soluzione che aspirasse alla necessaria generalità; passando attraverso al “…tutte le carceri salteranno in aria”, quando, in verità, le poche – in costruzione – che sono saltate parzialmente in aria sono state tutte condotte a termine, con enormi vantaggi per gli appaltatori e nessuno per i detenuti);
2) all’interno del movimento abolizionista, pur assai esiguo ed in specie in Italia, ci siano delle differenze di sostanza che coprono quasi l’intero arco delle opinioni: da chi ritrova disutile il carcere per le nostre società (magari parzialmente e dunque deputandolo solo come luogo di contenimento dello “zoccolo duro” della devianza, comune o politica che sia) a chi lo riprova per ragioni essenzialmente etiche, umanitarie; da chi propone e si propone soluzioni “alternative” maggiormente compatibili con le culture e le società moderne, a chi esalta, diremmo stirnerianamente, solo l’individuo (anzi, bisognerebbe scrivere l’Individuo) sottolineandone l’u/Unicità e, dunque, abolendo società e comunità – almeno nei concetti, visto che in pratica è ben altro affare;
3) le ipotesi abolizioniste, ed i movimenti che ne sono conseguiti, siano state per lo più – tranne casi eccezionali – avanzate da “esperti”, “specialisti” del settore; il che, è ovvio, non le squalifica di per sé, ma ci dà in certo modo la temperatura della discussione: come quasi sempre avviene per la malattia, di essa si occupano soprattutto i malati medesimi e chi se ne interessa “professionalmente” o “scientificamente”; acutamente T. W. Adorno notava, in Minima moralia, come i malati non sappiano parlar d’altro che delle loro malattie; possiamo aggiungere che i professionisti non sanno parlar d’altro che delle loro professioni.
Tutto ciò detto per amor di verità, bisogna comunque tentare di cacciare la mano in questo nido di vipere o, se si preferisce, dissacrare l’apparente magia delle scatole cinesi.
La prima questione che si pone è la seguente: è possibile, oppure no, abolire il carcere? Immediatamente ne segue una sorta di schieramento. Per un “radicale”, se è possibile, allora significa che questa abolizione è nell’interesse della società presente, che peraltro egli vuole combattere, cambiare o distruggere, e dunque non vale troppo la pena di occuparsene; lo faranno comunque altri e, in ogni caso, questa “abolizione” sarebbe soltanto spettacolare, mentre verrebbero rinnovate e rimodernate le forme di controllo sociale e perciò di prigionia in senso ampio. Per un “riformista”, se è veramente impossibile, è piuttosto utile mettere mano a delle modificazioni che, da un lato, lascino fuori dal carcere quanti più possibili e, dall’altro, “ammorbidiscano” le condizioni di quanti dentro ci restano.
Il “radicale” rischia di disinteressarsene, se non attraverso vaghe e fumose dichiarazioni di principio, affaccendandosi, nel frattempo, in altre faccende e lasciando mano libera ai professionisti del “problema”, aspettando un momento catartico x o y o z, in cui tutto si risolverà e che, onestamente, pare del tutto improbabile, almeno sotto questa formulazione. Il “riformista”, quale che sia la sua indole e natura, rischia di contribuire alla perpetuazione ad aeternum di carceri, leggi ecc., attraverso il loro addolcimento, la loro modernizzazione, e soprattutto di accettare quella che per molti versi sembra essere una tendenza sociale: da un lato, le “misure alternative”, per chi ha commesso reati lievi o è stato condannato a pene spropositate (com’è stato in Italia nel periodo della cosiddetta emergenza, che peraltro si rinnova costantemente, con sempre nuovi soggetti/oggetti) ed ha già scontato una parte sufficiente (?) della pena o per chi si è ravveduto e corretto o, infine, per quelli che non sono ritenuti socialmente pericolosi (l’omicida della moglie/marito ha incommensurabilmente più possibilità di ottenere dei “benefici” che non il rapinatore/trice; va da sé non è che uno si sposi tutti i giorni e pochi giorni dopo si liquidi il coniuge, mentre il rapinatore può averci preso gusto, aver constatato che in cinque minuti poteva passare da una condizione di miseria ad una di relativa abbondanza e, dunque, essersi preso il vizietto); dall’altro lato, il “bagno penale” per chi, per una qualche ragione, viene considerato irrecuperabile, a cui, sostanzialmente, viene applicata una pena di morte differita; non paia strano questo concetto di bagno penale, di Cayenna moderna, perché questo già avviene, nelle carceri speciali di tutti i paesi (non soltanto nell’Italia convulsa e percorsa da molti fremiti sociali, ma altrettanto nell’ordinata e tranquilla Svezia) e soprattutto perché questo, e da anni, è stato paventato da lucidi “democratici sinceri” (a ciascuno il suo) che, proprio per essere rotelle dell’ingranaggio, si sono resi conto di dove la macchina tende ad andare; non deliri estremistici, quindi, né paranoie di detenuti in vena di protagonismo, ma franche osservazioni di “operatori” non del tutto ottenebrati dal mestiere.
Come sempre, tra due errori non se ne può scegliere uno e privilegiarlo, benché, per quanto a me attiene, veda con occhio assai più sospettoso, data la mia indole selvatica, l’attività del preteso riformatore che non la passività del sedicente radicale.
Ma senza troppe ciance, è realistico o irrealistico ipotizzare l’abolizione delle carceri? Per il momento, lasciamo la domanda in sospeso, affermando però che è un gran bene che si cominci ad interrogarsi su questa possibilità (e, d’altronde, il comunismo è possibile, fuori e contro gli squallidi esempi del cosiddetto socialismo reale? E l’anarchia, al di là delle chiacchiere – ed a dispetto di esse – di coloro che si chiamano anarchici? E l’acrazia, di cui i più non conoscono neppure il significato terminologico?). Non solo. E’ essenziale che si formi una cultura – nemica di tutte le culture stereotipe – che ponga come uno dei suoi centri, dei suoi “soli”, il progetto dell’abolizione di ogni carcere.
Di corsa, quasi trafelato, arriva il secondo problema: è possibile l’abolizione del carcere senza il parallelo e contemporaneo disuso delle leggi, dei codici, delle sanzioni? E’ evidente che è il carcere a spiegare i codici e non viceversa. Salta agli occhi che un corpus giuridico che non avesse alcuna applicazione pratica, sarebbe un mero esercizio ideologico o letterario. L’articolo di legge vale perché presuppone una pena, e la pena vale perché vi sono delle concrete forme di sua attuazione. Al ladro si può mozzare la mano o lo si può incarcerare per un certo tempo, ma, in qualsiasi società, non si può affermare che il ladrocinio è reato ed è immorale e non prescrivere alcuna sanzione per chi, alla faccia dei consigli morali, lo compia allegramente e, per giunta e disgrazia, si faccia acchiappare. Il carcere è sicuramente un fenomeno storicamente determinato e, dunque, in quanto tale, soggiace alle leggi della storia: può anche scomparire, ma non può eclissarsi la sanzione – non il suo mero concetto, bensì la sua concreta pratica – e, pertanto, senza dubbio siamo obbligati ad affrontare la grande questione: che senso ha qualsiasi legge, che autorizzi o vieti checchessia?
Un pensiero abolizionista coerente non può limitarsi a preconizzare l’abolizione di ogni carcere “formale” (diremmo murario) ma deve proporsi anche la soppressione di quelle forme di carcere immateriale, diffuso, che comunque rimandano alla prigionia ed al controllo sociale. Affinché ciò sia realistico, vanno dismessi il concetto di sanzione penale e soprattutto la sua materializzazione pratica. L’abolizione di ogni codice penale sembra, quindi, essere nel contempo la premessa e la conclusione di un’ipotesi abolizionista del carcere. Ma tutto ciò è realmente proponibile, vale a dire ci si può “seriamente” lavorare sopra? Voglio dire: al di là dei vagheggiamenti collettivi o soggettivi, il cui massimo esempio resta tuttora l’appello di Sade, Francesi, ancora uno sforzo…, contenuto in La philosophie dans le boudoir, che rimane un testo effettivamente scandaloso non per i multipli e molteplici accoppiamenti sessuali ed orgiastici, quanto piuttosto per questa invettiva e per la filosofia che vi è sottesa. In altre parole, oltre le utopie, di cui “abbiamo bisogno” ma che del pari risultano “ripugnanti” perché smascherano il totalitarista che è in noi, per la ragione semplice e sufficiente in sé che, quale che sia il sistema di governo che regge l’utopia in questione, esso è sempre presieduto da un dittatore assoluto: l’«autore», come scrive pregnantemente T. M. Disch, nella società storicamente determinata – l’attuale, compresi i suoi potenziali sviluppi – ha senso l’ipotesi di abolire non solo le carceri, ma ogni forma di prigionia; non solo tutte le prigionie, ma le sanzioni penali che le determinano; non solo le sanzioni penali ma le leggi da cui necessariamente discendono?
La risposta non è affatto scontata. Infatti si può tranquillamente asserire che no, non è molto probabile e forse nemmanco possibile. Ma, con altrettanta tranquillità, si può sostenere che sarebbe necessario. E, ciò che è necessario, quando assume la coscienza della sua necessità, diventa possibile, addirittura probabile.
Ma una simile questione ci porta ancora più lontano. E, come sempre, si creano gli schieramenti. Da quello gradualista (“iniziamo ad eliminare gli effetti più nefasti di questo sistema”) a quello estremista (“non si possono modificare degli aspetti di questa società senza rovesciarla completamente”); da quello “neoilluminista” (“è necessario che la società nel suo complesso si renda conto del disastro mentale, sociale ed ecologico a cui va incontro, e si fornisca degli antidoti”) a quello “ipersoggettivista”, che sussume neoleninismi, neobakuninismi e neostirnerismi secondo queste varianti: «va imposta la ragione della Storia, da parte di alcuni organizzati in nome di tutti», «è solo la collettività che può decidere, ma essa va indirizzata da chi si è reso conto delle esigenze generali», «è solo l’individuo che deve prendere coscienza della sua singolarità e, con ciò stesso, non sottomettersi più ad alcun ordinamento costituito, comunque alienante».
A mio personale avviso, c’è del vero e del falso, sia pure in mescolanze diverse, in tutte queste proposizioni. Ma nessuna mi soddisfa. Così, se è evidente che solo una trasformazione radicale della società può consentire una trasformazione radicale del Diritto, non è altrettanto evidente quale sia la società realmente umana a cui aspirare né quale Diritto essa debba concepire ed assumere; e neppure che una società, storicamente intesa, sia necessaria e, quindi, che sia necessario un Diritto.
D’altronde è assai arduo, anche teoreticamente, ipotizzare una società che sia del pari una a-società, una comunità, quale che sia, che non si dia delle leggi o delle regole per la convivenza dei molti e che, dunque, non presupponga, almeno concettualmente, dei trasgressori; ed è assolutamente ridicolo costruire un castello ideologico fondato su idee del tutto improbabili come quello della “bontà intrinseca dell’uomo” (quando sappiamo che ogni uomo è il precipitato di determinate composizioni sociali) o della “forza della Natura e della sua capacità di autoregolamentarsi”, quando, se vogliamo essere onesti, manco sappiamo più cosa voglia dire natura, al di là delle elegie nostalgiche, però assai moderne ed amministrative, tinte di verdognolo.
Credo che questa società vada scossa dalle sue fondamenta – economiche, sociali, ambientali, mentali, strutturali – e che questa trasformazione radicale la si possa metaforizzare come non il rovesciamento di un guanto (comunque protezione da qualcosa, seppure con il segno rovesciato).
Credo, peraltro, che un’associazione societaria, come si è storicamente determinata, non sia inevitabile, mentre è impossibile prescindere, anche in via ipotetica, da comunità umane, di soggetti, in qualche modo in rapporto tra di loro o “federate”.
Credo, infine, che queste comunità possano fare a meno di leggi nella misura in cui esprimono una effettiva dialettica tra le diversità.
Ma tutto questo è di là da venire e la vecchia talpa sembra stanca di scavare. Eppure il carcere materialmente esiste. Ed è un problema non da poco per chi vi è rinchiuso, per chi si guadagna il salario della vergogna amministrandolo, per chi lo teme ed anche soltanto per ogni persona sensata, umana e di buon gusto.
Perciò si ha da intervenire concretamente, ciascuno secondo le sue conoscenze e possibilità. In quanto a me, so per esperienza diretta e certa che un carcere dove si torturi è peggio di un carcere speciale, che questo è peggiore di un carcere normale, che tra le carceri normali ci sono vari gradi di sopportabilità, che gli arresti domiciliari o la semilibertà ecc. sono meno peggio del migliore carcere normale, e via dicendo. La considerazione, peraltro assai fondata, che siamo tutti sottoposti al controllo sociale ed espropriati di gran parte di noi stessi o che viviamo in una sorta di mega-prigione sociale, con comportamenti e percorsi autorizzati o vietati, non toglie nulla alla materialità dei fatti. Né si può attendere la fatale rivoluzione o la presa di coscienza singola, ma generale, degli individui, o sperare che le istituzioni si spoglino, per merito di consiglieri acuti ed umanitari, delle loro funzioni, prima tra tutte quella della regolamentazione sociale e della sanzione.
Vanno invece individuate delle forme per battagliare a tutto campo. In una battaglia di tale respiro storico e concettuale, un movimento che si pretenda abolizionista deve saper coniugare le schermaglie giornaliere con l’obiettivo di fondo (vincere la guerra). Se mi batto per la concreta abolizione delle carceri speciali, devo esercitare la massima attenzione affinché questo non si trasformi in una esaltazione delle carceri normali, più “morbide”. Se lotto per un’estensione il più possibile progressiva ed egualitaria dei “benefici” (dagli arresti domiciliari alla semilibertà ecc.), non devo mai perdere di vista il mio obiettivo, che è l’abolizione della prigionia e del controllo sociali e della sanzione penale che vi sta a monte. Insomma, dobbiamo reimpadronirci nel sociale e nel culturale di quell’arte della guerra che ha avuto in Sun-Tse e in von Clausewitz i massimi espositori. Sia il “riformismo” che l'”estremismo” non vanno da nessuna parte. L’uno perché diventa ancilla regni o, più volgarmente, ruota di scorta dell’esistente; l’altro perché gode nel condannarsi all’impotenza, dentro uno spirito sacrificale (di sé e di terzi) di cui non è difficile rintracciare la matrice socratico-cristiana. (Socrate rifiutò di fuggire dal carcere per non violare delle leggi che peraltro riteneva ingiuste, in quanto assumeva la necessità delle leggi in quanto tali; l’imbonitore di Nazareth pretese che fosse dato a Cesare quel che, apparentemente, era di Cesare e a Dio quel che era, suppostamente, di Dio, scegliendo la testimonianza sulla croce alla ribellione aperta; questi sono due fondamenti della nostra cultura, che vanno radicalmente rimessi in discussione in tutte le loro sfumature, anche quando appaiono lontane dall’origine, ma, in realtà, non hanno rotto l’obbrobrioso cordone ombelicale con loro).
Terra terra, là dove siamo e non abbiamo mai smesso di essere, è importante praticare una cultura abolizionista, esprimere ovunque l’importanza della libertà, battersi contro ogni forma di sopraffazione, di negazione, di morte annunciata e differita, nell’universale quanto nel particolare, e viceversa. Io diffido di chi vuole abolire le galere ma, intanto, non fa niente affinché chi ci sta dentro non ne sia strangolato od asfissiato: lì vedo avvoltoi alla ricerca di cadaveri da esibire come ridicoli simboli e poveri stendardi.
Il movimento abolizionista (ABOLIRE IL CARCERE) ha da essere capace di pratica quanto di teoria – e all’inverso – dialetticamente. Mai mi si sentirà dire che, in Italia, la legge di riforma detta Gozzini sia giusta e bella, anzi sempre da me si sentiranno delle critiche radicali. Nello stesso tempo faccio quel poco che posso affinché tutti i detenuti ne usufruiscano il più possibile e, se vi sono spazi effettivi, essa venga “migliorata”, il che vuol dire s/peggiorata.
Mai nessuno mi vedrà in campo a favore delle “riforme”, ma sempre mi si vedrà in azione affinché le “riforme” già promulgate vengano estese al massimo.
Abolire il carcere è un processo, nel quale l’astuzia, l’intelligenza, il realismo e l’utopismo vanno saviamente combinati, affinché siano un vero cocktail esplosivo.
Per concludere non posso che citare Jonathan Swift (I viaggi di Gulliver) verso il quale ho un perenne debito di intelligenza e di piacere.
«Sempre era in me il presentimento che un giorno o l’altro avrei recuperato la mia libertà, sebbene mi fosse impossibile immaginare in che modo, né far progetti con la minima speranza di successo».
Riccardo d’Este
Torino, luglio 1990
[Testo già pubblicato in: Abolire il carcere, ovvero come sprigionarsi, Nautilus, Torino, 1990]

Nuovi dati carcere

“L’aumento della popolazione detenuta nelle carceri italiane continua imperterrito e oggi siamo alla cifra record di 69.158 presenze per 44.868 posti disponibili”. A lanciare l’ennesimo allarme sulle condizione del sovraffollamento penitenziario è Leo Beneduci segretario generale del’Osapp, l’organizzazione sindacale autonoma della Polizia Penitenziaria.

“I dati che riceviamo e che leggiamo sono, infatti, ben più che preoccupanti di quello che può apparire e si passa dal 20 per cento di detenuti in più delle presenza regolamentare in Puglia (+808) all’11,3 per cento in più in Veneto (+341), il 9,7 per cento in più in Emilia Romagna (+389) il 7 per cento in più in Lombardia (+616) e in Liguria (+84).
Nel mentre alcuni progetti di legge essenziali quali il ddl 2313 già approvato dalla Camera dei deputati e che tra l’altro avrebbe consentito l’assunzione di 1.800 poliziotti in più si è inspiegabilmente arenato al Senato della Repubblica – indica il sindacalista – e da agosto ad oggi l’attenzione della politica nei confronti dei problemi penitenziari è andata sempre più scemando. Visto che non sembrano esserci alternative al carcere in Italia, come anche il recente pacchetto – sicurezza varato dal governo andrebbe a dimostrare – conclude Beneduci – è quanto mai urgente una comune assunzione di responsabilità da parte della politica, dei partiti e della stessa amministrazione penitenziaria. Prima che il sistema deflagri definitivamente e a farne le spese siano i poliziotti penitenziari in servizio nelle carceri italiane”.


Presidio S.Vittore 14 agosto 2010

Ecco qui un  breve resoconto del presidio che si è svolto sotto S.Vittore sabato 14 agosto.

Nel pomeriggio di oggi, sabato 14 Agosto, si è svolto, nonostante la pioggia incessante, un “presidio itinerante” attorno al carcere di San Vittore sostenuto da oltre cinquanta tra compagne e compagni di diverse città della Lombardia e di più realtà di Milano.

L’iniziativa è stata preceduta da settimane di incontri con i familiari dei detenuti nei volantinaggi davanti alle carceri di San Vittore, Opera e Bollate e da attacchinaggi-volantinaggi nei quartieri di Milano San Siro, Corvetto , via Padova e a Sesto S.Giovanni. E’ stata decisa per ferragosto perché in questo periodo in tutte le carceri rabbia e segnali di rivolta sono ancora più evidenti.
Ciò in relazione anche agli aggravamenti della differenziazione, dell’isolamento, delle punizioni, dell’inasprimento delle pene e delle condizioni detentive perseguite dallo stato.
Questa situazione viene continuamente confermata e testimoniata dagli incontri con i familiari davanti alle carceri e dalla corrispondenza.

Il presidio è stato tenuto a San Vittore perché qui tutto questo avviene ogni giorno e come in ogni altro carcere grava sulle spalle dei detenuti e dei loro familiari. Inoltre perché l’ubicazione del carcere, immerso nel centro città favorisce una più intensa comunicazione tra interno ed esterno.
Nonostante gli iniziali tentativi della sbirraglia di relegare il presidio nel solito luogo, in quel di piazza Aquileia, la determinazione dei presenti è riuscita a trasformare un presidio statico in un corteo attorno alle mura durante il quale gli interventi e la musica, i botti e i fuochi d’artificio sono stati accolti dai detenuti con altri fuochi, battiture, urla e saluti da tutti i raggi.

La buona riuscita dell’iniziativa sarà senz’altro di auspicio per costruire futuri momenti di lotta con i detenuti e i loro familiari aspettando dentro i muri macerie.

Qui di seguito una lettera che ci è stata inviata dai detenuti dopo il presidio.

Milano 16 agosto 2010

I soliti noti

Ciao ragazzi/e,

vi ringraziamo per la perseveranza, l’onore e l’orgoglio che vi ha contraddistinto in una sera di vento e pioggia in p.le Aquileia.

“Musica da sballo” come dice il nostro storico compagno di cella che ha moglie e figli oltre alla compagna che lo aspettano fuori, ma con tenacia, con la palestra e con i coglioni, porta avanti la sua pena e non si arrende, e non si arrende e…

Assieme vi facciamo i complimenti e vi ringraziamo per questo “semplice” gesto che ci ha fatti sentire liberi. Quando questo inferno sarà finito faremo di tutto per unirci a voi e per esprimere quello che da dietro queste sbarre non ci è concesso “libertà democratica di espressione”.

Fate  ancora queste manifestazioni perché ai detenuti fa piacere, ci mettono in contatto con l’esterno. Scriveteci!

In diversi di noi abbiamo cercato una comunicazione con voi, abbiamo visto i vostri saluti a braccia aperte e speriamo che voi abbiate visto il nostro asciugamano e sentito i nostri ringraziamenti per voi e le bestemmie per quell’omino di merda con gli occhiali di merda e la camicia di merda che ci minacciava ad ogni rumore che facevamo!

Quando passate la prossima volta (speriamo presto) mettete gli U2.

Dopo la disinfestazione siamo stati invasi dagli scarafaggi che, poverini, anche loro, non sopportano più queste mura. La situazione del cibo non è cambiata. Poverino anche il lavorante: non ha colpe dato che dalla cucina non arriva il cibo per tutti. Stasera è arrivato un po’ di cous cous dalla cella dei nordafricani…

Quando avete letto la lettera al megafono  ci è venuta la pelle d’oca. Aspettiamo la vostra risposta… un abbraccio forte da quelli dell’angolo con il fazzoletto


DATI AGGIORNATI SULLA SITUAZIONE CARCERARIA

 

Al momento la situazione nelle carceri italiane è la seguente:

Capienza regolamentare 44218

Capienza tollerabile  66905

Detenuti presenti 68206 dei quali stranieri 24957=36,59%

Presenze:

100% della tollerabile-154% di quella regolamentare

 

Concentrandoci in particolar modo sulla Lombardia la situazione è:

Capienza regolamentare 5540

Capienza tollerabile 8587

Detenuti presenti 9121 dei quali stranieri 4094-44,88%

Presenze:

106 della tollerabile-164& di quella regolamentare.

 

E che la situazione carceraria sia al collasso lo testimoniano i crescenti atti di suicidio al loro interno.

La notte scorsa un detenuto si è tolto la vita, impiccandosi. L’ennesimo
suicidio in cella è avvenuto nel carcere di Siracusa. L’agente di
sorveglianza non ha potuto fare nulla per salvare la vita al detenuto.
Lo ha reso noto il segretario generale della Uilpa penitenziari Eugenio
Sarno. La vittima, L.C., accusato di estorsione e rinchiuso nel reparto
"isolati" della struttura, già la settimana scorsa aveva commesso atti
di autolesionismo ingoiando lamette da barba. 

Per il sindacalista, si tratta di "una strage senza fine che si consuma
ogni giorno dietro le sbarre delle nostre degradate e sudice galere.
Suicidi ed evasioni certificano il fallimento del sistema penitenziario
sempre più abbandonato al proprio, ineluttabile, destino.
Nell’indifferenza della politica, della società e della stampa. A questo
punto il personale, allo stremo e prosciugato di tutte le residue
energie psico-fisiche, nulla può opporre alle fughe. Siano esse dalle
mura, piuttosto che dalle vite. Nostro malgrado siamo costretti ad
alzare bandiera bianca, consapevoli che la nostra bandiera bianca è
quella dello Stato. Altro che governo della sicurezza. Questo è il
governo dei record abbattuti: evasioni e suicidi".

 


SITUAZIONE NELLE CARCERI ITALIANE

 

A Buon Diritto, Antigone e Carta tracciano la mappa delle carenze
strutturali dei 15 penitenziari più sovraffollati d’Italia. Presenze
doppie rispetto alla capienza regolamentare in quasi tutti gli istituti
visitati. Il doppio dei detenuti rispetto alla capienza regolamentare è
la costante di quasi tutti gli istituti di pena, così come le scarse
condizioni igieniche e la presenza di una cucina sola. Qualche esempio?
Nel carcere di Poggioreale, a Napoli, ci sono 2.710 reclusi contro i
1.347 fissati dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. In
alcune celle si arrivava fino a 12-14 detenuti ciascuna, con i letti a
castello impilati per tre e un solo bagno a disposizione. D’estate fa
così caldo che i carcerati coprono le finestre utilizzando un
asciugamano bagnato e la notte la porta blindata viene chiusa
nonostante le temperature altissime. Le docce esterne sono accessibili
due volte a settimana, le ore d’aria sono solo due al giorno e non ci
sono attività formative.
A
San Vittore, invece, a Milano, la cui capienza regolamentare ora è di
712 persone perché due bracci sono inagibili, ci sono 1.600 detenuti, i
topi e gli scarafaggi. A quasi dieci anni dall’entrata in vigore del
regolamento penitenziario (il prossimo 20 settembre) le associazioni A
Buon Diritto e Antigone, con la collaborazione del settimanale Carta,
hanno tracciato una mappa delle carenze strutturali delle 15 carceri
più sovraffollate d’Italia visitate tra il 21 giugno e il 2 luglio di
quest’anno. I risultati del monitoraggio sono stati presentati oggi in
una conferenza stampa alla Camera dei deputati.
Solo le case
circondariali di Como, Novara, Gorizia e Trieste hanno dimostrato avere
standard abbastanza soddisfacenti in termini di affollamento. Tutte le
altre sono “fuorilegge”, denunciano le associazioni; poi però hanno
evidenziato anche loro muffa nelle docce, locali fatiscenti, pareti
scrostate e cavi elettrici scoperti. Nel carcere di Pistoia l’unica
finestra delle celle è in bagno, così che illuminazione e ventilazione
risultano insufficienti anche perché nel corridoio centrale su cui si
affacciano le celle non sono presenti finestre. Nella sezione nido
della casa di reclusione femminile di Rebibbia, a Roma, ci sono 19
donne con un bambino ciascuna, e una cella di circa 25 metri quadrati
ospita ben 12 persone tra madri e figli.
Non se la passano tanto
bene neanche i detenuti di Regina Coeli (l’alto carcere di romano),
quelli di Padova, quelli della casa di lavoro abruzzese di Sulmona,
dove tutte le singole sono state trasformate in doppie e la
manutenzione è pessima, e i reclusi di Fermo (nelle Marche), in cui
l’unico vano con le docce in comune al piano terra non è agibile. Nella
casa circondariale “Capanne” di Perugia, invece, l’acqua calda non
basta per tutti, mentre nell’istituto penitenziario di
Firenze-Sollicciano il problema maggiore sono le infiltrazioni d’acqua.
Infine, nel carcere della “Dozza” di Bologna, la cui capienza
regolamentare è fissata a quota 452 persone, ci sono 1.158 reclusi: i
due reparti più sovraffollati sono quello per i carcerati in attesa di
giudizio e quello destinato ai detenuti tossicodipendenti.

E anche a Monza la situazione non è delle migliori: al momento risultano detenute all’interno della casa circondariale 840 persone, in maggioranza extracomunitarie, a fronte di una capienza tollerabile di 450 persone.

Tra l’altro apprendiamo che tra gli arrestati nella maxi operazione contro la ‘ndranghetà figura anche il medico del carcere di Monza che richiedeva i servigi del capo della «locale»  di Mariano Comense


101 MORTI IN CARCERE DALL’INIZIO DELL’ANNO

È morto tre giorni dopo aver tentato il suicidio nel carcere delle
Vallette, Antimo Spada. Il 35enne originario di Aversa, esponente dei
Casalesi di secondo piano, era stato arrestato nel 2005.
Secondo quanto si apprende, l’uomo, che doveva scontare ancora nove anni
di condanna all’interno del penitenziario “Lorusso e Cotugno” si era
impiccato in cella domenica pomeriggio. Era stato subito soccorso dagli
agenti di polizia penitenziaria che l’avevano trasferito all’ospedale
Maria Vittoria. Spada che si trovava nella settima sezione – blocco A
del carcere era sottoposto a regime di alta sicurezza.
Dall’inizio
del mese, oltre al suicidio di Antimo Spada, abbiamo raccolto
segnalazioni di altri tre detenuti morti nelle carceri italiane: al
Nuovo Complesso di Rebibbia, Roma, il 3 luglio è morto Hugo Cidade, 47
anni, argentino. Aveva una cirrosi epatica, patologia già ampiamente
diagnosticata e per cui pare i medici del carcere avessero già da tempo
dichiarato l’incompatibilità con il regime carcerario. Nonostante questo
è rimasto in cella e vi è morto.
Tra il 7 e l’8 luglio, nel carcere
di Napoli Secondigliano sono morti due detenuti italiani, sembra a causa
di gravi malattie di cui erano affetti. Non sappiamo altro su di loro,
né i nomi né l’età.
Con questi ultimi 4 casi salgono così a 101 i
detenuti morti da inizio anno: 30 si sono impiccati, 7 sono morti per
avere inalato del gas (4 di loro si sono suicidati, per gli altri 3
probabilmente si è trattato di un “incidente” nel tentativo di
sballarsi), mentre 64 detenuti sono morti per malattia, o per cause
ancora da accertare. In 10 anni i detenuti morti sono stati 1.699, di
cui 591 per suicidio
.

Fonte: Ristretti Orizzonti


LA SITUAZIONE SEMPRE PIU’ CALDA DELLE CARCERI ITALIANE

 

Il 30 giugno nel carcere di Padova si è ucciso Santino, di 25 anni. Il
28 giugno Marcello, detenuto comune di 37 anni, si è tolto la vita nella
casa circondariale di Giarre (Catania). L’uomo è stato trovato
impiccato con un cappio al collo alle sbarre della finestra del bagno
della cella. Il 27 giugno nella camera di sicurezza della questura di
Agrigento si era impiccato un giovane marocchino Y.A., di 22 anni,
arrestato per rissa.
Dall’inizio dell’anno i suicidi certi in Italia sono 33 (3 casi sono
dubbi), mentre altri 60 sono morti per malattia o per “cause da
accertare”. Il totale dei detenuti morti nel 2010 sale a 96. Negli
ultimi 10 anni i suicidi avvenuti nelle carceri italiane sono stati 589,
mentre 1.694 è il numero dei detenuti morti.
Su queste statistiche,
se non trattassero cose tristi e macabre, ci sarebbe persino da
sorridere per come la burocrazia del ministero di via Arenula e il Dap
si arrampicano sugli specchi. Sapete perché tre casi di suicidio
sarebbero dubbi? Perché chi si è tolto la vita in carcere in realtà è
poi deceduto in ambulanza o in ospedale, non nella cella, e questo basta
a lavare la coscienza dei burocrati.

Pentole, piatti e coperchi contro le inferriate delle finestre delle
loro celle. Questa la forma di protesta dei detenuti del carcere di
Foggia che stanno manifestando contro il sovraffollamento della
struttura.
Alzano la voce per denunciare le condizioni di vivibilità nel
penitenziario dauno, già di per sé difficili e che con le alte
temperature diventano insostenibili. La struttura, concepita per poter
ospitare al massimo 400 detenuti, attualmente ne contiene oltre 700 ma,
in alcuni periodi si è sfiorata la soglia di 850 detenuti e i reclusi
sono stipati quasi uno sull’altro. Numeri che tradotti in termini di
vivibilità fanno accapponare la pelle. Significa, infatti, che in una
cella di sei metri per tre, realizzata per ospitare non più di due
persone, vengono ammassati cinque o sei detenuti. Ad aggravare la
situazione anche le elevate temperature di questi giorni. Caldo
insopportabile che, di sicuro, non facilita la sopravvivenza.
I
detenuti sono costretti a trascorrere gran parte della giornata distesi
sul letto, per cercare, almeno in parte, di ottimizzare lo spazio a loro
disposizione. La cosiddetta “spadellata” che sarà ripetuta tre volte al
giorno fino al 15 luglio; Foggia, inoltre, è l’unico penitenziario in
tutta la Puglia ad attuare questa forma di protesta. Un disagio, quello
del sovraffollamento, vissuto anche dagli agenti di polizia
penitenziaria: ad oggi circa 400 unità troppo poche per far fronte alle
esigenze di sicurezza
.

Mattinata tesa, quella di ieri, al palazzo di giustizia di Como. Dove
nel bel mezzo di un’udienza preliminare un detenuto cubano, chiamato a
rispondere davanti al giudice di un banalissimo reato di resistenza nei
confronti degli agenti della polizia penitenziaria del Bassone, ha
iniziato a ferirsi al collo e alle braccia con una lametta che era
riuscito a nascondere dai controlli compiuti all’uscita della prigione
dov’è attualmente detenuto, ovvero Voghera.
Campos Pazos, in cella per scontare una pesante condanna, ha atteso una
pausa dell’udienza per dare vita al suo macabro show all’interno
dell’aula al primo piano del tribunale: pur ammanettato, con la lametta
ha iniziato a ferirsi al collo e alle braccia, causando un importante
sanguinamento, non tale da metterlo in pericolo di vita.
L’uomo è
stato immediatamente bloccato dagli agenti della polizia penitenziaria.
Quindi è stato soccorso dai volontari della Croce Rossa e portato – a
fatica – fuori dal tribunale per essere caricato in ambulanza e
trasportato in pronto soccorso.
Da quanto è stato possibile
ricostruire il detenuto cubano aveva nascosto la lametta in bocca,
consapevole che sarebbe stato accuratamente perquisito all’uscita dal
carcere di Voghera. Non è la prima volta che l’uomo è protagonista di
atti di autolesionismo, tutte le volte terminati – come ieri – con
ferite fortunatamente superficiali e lievi.

 


SUI SUICIDI NELLE CARCERI ITALIANE

Negli ultimi dieci anni (2000 – 2009) i detenuti suicidi nelle carceri italiane sono stati 568, contro i 100 nel decennio 1960 – 69, con una popolazione detenuta che era circa la metà dell’attuale: in termini percentuali, la frequenza dei suicidi è quindi aumentata del 300%. Lo rileva il Centro studi di Ristretti orizzonti, in un confronto statistico tra l’Italia, i Paesi europei e gli Usa, realizzato elaborando i dati forniti dal ministero della Giustizia, dal Consiglio d’Europa e dallo U.S. Department of Justice.
I motivi di questo aumento, sottolinea Ristretti orizzonti, sono diversi: 40 anni fa i detenuti erano prevalentemente criminali “professionisti”, mentre oggi buona parte della popolazione detenuta è costituita da persone provenienti dall’emarginazione sociale, spesso fragili psichicamente e privi delle risorse caratteriali necessarie per sopravvivere al carcere. In ambito europeo, prendendo in considerazione i dati del periodo 2005 – 2007, risulta una media annua di 9,4 suicidi ogni 10.000 detenuti, tra i presenti in tutte le carceri del continente. Confrontando invece i tassi di suicidio nelle popolazioni detenute dei singoli Paesi il valore mediano risulta di 7,4 suicidi l’anno ogni 10.000 persone.
Negli Stati Uniti fino a 30 anni fa il tasso di suicidio tra i detenuti era simile a quello che si registra oggi in Europa. Ma dopo l’istituzione, nel 1988, di un Ufficio “ad hoc” per la prevenzione dei suicidi in carcere, con uno staff di 500 persone incaricate della formazione del personale penitenziario, in 25 anni i suicidi si sono ridotti del 70%, rimanendo poi su livelli pari a circa un terzo di quelli italiani ed europei. In Italia, nel triennio 2005 – 2007, il tasso di suicidio è stato pari a 10 casi ogni 10.000 detenuti; nel 2009 è salito a 11,2 e per l’anno in corso finora si mantiene sullo stesso livello.
In alcuni Paesi, come la Francia, la Gran Bretagna e la Germania, che hanno un numero di detenuti paragonabile a quello dell’Italia, avvengono in media più suicidi rispetto a quelli che si registrano nelle nostre carceri. Tuttavia, sottolinea Ristretti Orizzonti, per un confronto efficace tra i dati dei vari Paesi bisogna prendere in considerazione anche la frequenza dei suicidi nella popolazione libera, perché ogni sistema carcerario va contestualizzato nella comunità di riferimento.
Lo ha fatto l’Istituto Nazionale francese di Studi Demografici (Ined), con la ricerca “Suicide en prison: la France comparèe à ses voisins europèens”, pubblicata a dicembre 2009. L’Ined ha considerato la frequenza di suicidi tra i cittadini liberi, maschi, di età compresa tra 15 a 49 (cioè con caratteristiche simili a quelle della gran parte della popolazione detenuta) e ha calcolato lo ‘scartò esistente con la frequenza dei suicidi in carcere.
L’Italia, tra i Paesi considerati, è quello in cui maggiore è lo scarto tra i suicidi nella popolazione libera e quelli che avvengono nella popolazione detenuta, con un rapporto da 1,2 a 9,9 (quindi in carcere i suicidi sono circa 9 volte più frequenti), mentre in Gran Bretagna sono 5 volte più frequenti, in Francia 3 volte più frequenti, in Germania e in Belgio 2 volte più frequenti e in Finlandia, addirittura, il tasso di suicidio è lo stesso dentro e fuori dalle carceri. Dallo ‘scartò esistente tra i suicidi dei detenuti e quelli della popolazione libera è possibile definire un criterio di ‘vivibilità di ogni sistema penitenziario. L’Italia detiene il “record” del tasso di sovraffollamento penitenziario in Europa e, allo stesso tempo, presenta lo scarto maggiore tra suicidi dentro e fuori dal carcere.
Ristretti Orizzonti ritiene quindi vi sia un rapporto tra affollamento delle celle, riduzione della vivibilità e elevato livello di suicidi. L’affollamento, infatti, comporta condizioni di vita peggiori: per mancanza di spazi di movimento, di intimità, di igiene e salute, quindi è tra le possibili ragioni della scelta di uccidersi. Ma va anche detto che il 30% circa dei suicidi avviene mentre il detenuto è da solo, perché in cella di isolamento o perché i compagni sono usciti per l’ora d’aria.
Dall’inizio dell’anno, nelle carceri italiane vi sono stati 23 suicidi accertati (per impiccagione) e 6 casi dubbi (morte per inalazione di gas). Nei 20 anni precedenti (1990 – 2009), i suicidi sono stati 1.027, con un caso su 3 avvenuto in cella d’isolamento. I tentati suicidi, in 20 anni, sono stati 14.840, con una frequenza media di 148 casi ogni 10.000 detenuti. Nello stesso periodo, gli atti di autolesionismo sono stati 98.342, con una frequenza media di 1.045 casi ogni 10.000 detenuti.
Dal 1990 ad oggi, rileva ancora Ristretti Orizzonti, nelle carceri italiane si è registrato in media ogni anno: 1 suicidio ogni 924 detenuti presenti; 1 suicidio ogni 283 detenuti in regime di 41 – bis; 1 tentato suicidio ogni 70 detenuti; 1 atto di autolesionismo ogni 10 detenuti; 1 sciopero della fame ogni 11 detenuti; 1 rifiuto delle terapie mediche ogni 20 detenuti.

Fonte: RistrettiOrizzonti 

E intanto non si placano i suicidi in cella…

Sabato scorso due detenuti si sono tolti la vita a Milano e a Lecce. Nel carcere milanese di Opera si è ucciso Francisco Caneo, 48 anni, ergastolano originario delle Filippine. Si è impiccato approfittando dell’uscita del compagno di cella per fruire dei passeggi.  

Secondo suicidio in pochi giorni a Lecce, ed una casistica che fa rabbrividire: sono ormai una trentina i casi analoghi in Italia dall’inizio dell’anno. Sabato pomeriggio, intorno alle 15, un detenuto di 55 anni di Salve, Luigi Coluccello, si è tolto la vita impiccandosi nel reparto infermeria della casa circondariale di Lecce.

Fonte: Ansa 


NON SI PLACA LA PROTESTA NELLE CARCERI


A Brescia un detenuto ha cercato di togliersi la vita. A Genova e Firenze i detenuti hanno rumorosamente protestato contro il sovrappopolamento delle celle, battendo stoviglie e pentolame contro le grate e i blindi. Non si fermano le proteste nelle carceri italiane. Ieri, sino a notte tarda, a Genova Marassi e Firenze Sollicciano i detenuti hanno rumorosamente protestato contro il sovrappopolamento delle celle battendo stoviglie e pentolame contro le grate e i blindi. Nei giorni scorsi analoghe manifestazioni si sono registrate, a Vicenza, Novara, San Vittore Milano e nei due penitenziari di Padova. “Questi sono i sintomi di un malessere diffuso e radicato, che non tarderà a sfociare in proteste su tutto il territorio nazionale”, ha denunciato il segretario generale della Uil Pa Penitenziari, Eugenio Sarno.
Inoltre questa mattina un detenuto italiano (G.C., 40 anni) ristretto nel penitenziario di Brescia Canton Mombello classificato Alta Sicurezza ha tentato di togliersi la vita nel reparto isolamento ove era detenuto. L’uomo, secondo quanto riferito dal sindacato, ha tentato di recidersi la giugulare. “Immediatamente soccorso dagli agenti polizia penitenziaria è stato trasportato in ospedale ed in questi momenti è sottoposto ad intervento chirurgico. La prognosi è riservata e si teme per la vita dello stesso”, si legge nel comunicato della Uil Pa Penitenziari.
A Genova Marassi, intanto, si è arrivati al terzo giorno di protesta. “È probabile che anche questa sera la protesta si ripeterà in maniera rumorosissima”, dice Fabio Pagani, segretario regionale Liguria della Uil Pa Penitenziari. Benché in questi giorni l’amministrazione abbia provveduto a uno sfollamento dell’istituto oggi, comunque, si contano 757 detenuti a fronte dei 435 previsti. “È evidente, quindi, che non è stato sufficiente liberare poche decine di posti per placare la protesta causata, anche, da un servizio sanitario che non garantisce completamente il piano di distribuzione delle terapie”, osserva ancora Fabio Pagani. 
Nelle carceri, ogni centimetro quadrato utile è stato occupato, anche sacrificando spazi originariamente destinati alla socializzazione e all’aggregazione. Un dramma umanitario e sanitario, ma anche una grave questione di ordine pubblico “Nelle galere italiane, per fare un esempio, nei turni notturni alla sorveglianza di circa 67.500 detenuti sono preposti non più di 1.500 agenti. Intere carceri sono sguarnite e i servizi sono sottodimensionati”, denuncia Eugenio Sarno.

29 SUICIDI

Ieri pomeriggio Alessandro Lamagna, 34enne detenuto per rapina con fine pena 2012, si è suicidato nella sua cella nel carcere di Salerno. È il 29° suicidio in cella dal 1 gennaio 2010. Sia il personale della polizia penitenziaria che i detenuti definiscono Alessandro Lamagna un detenuto tranquillo: avrebbe presto beneficiato della buona condotta e avrebbe potuto ottenere anche la semilibertà. Lamagna, intorno alle 13.30, si è andato nel bagno della sua cella e si è portato con sé un pezzo di lenzuolo. Ne ha fatto un cappio e si è impiccato. Gli altri tre detenuti che dividevano con lui la cella, non vedendolo uscire dal bagno, hanno dato l’allarme, ma quando sono arrivato gli agenti della polizia penitenziaria, Lamagna era già morto.
Val la pena ricordare che in tutta la Campania c’è posto solo per 5.259 detenuti, ma oggi ce ne sono ben: 7.950 e nel carcere “Fuorni” di Salerno, che potrebbe contenere solo 400 persone, ci sono rinchiusi circa 500 detenuti. 
 
Ieri sera i detenuti del 2° Piano della 1 Sezione di Genova Marassi hanno dato vita ad una violentissima protesta con incendio di suppellettili e lenzuola, degenerata con il barricamento di sette detenuti in una cella. Solo il deciso intervento dei poliziotti penitenziari ha riportato l’ordine. Bilancio: due agenti feriti. A Novara sino a tarda notte si sono succedute le proteste dei detenuti attraverso la battitura del pentolame e delle stoviglie sui cancelli e sulle grate. Sabato a Padova , Vicenza e San Vittore analoghe manifestazioni di protesta messe in atto dalla popolazione detenuta. Venerdì a San remo un detenuto è stato salvato in extremis dalla polizia penitenziaria. Ancora venerdì a Milano Opera un detenuto ha aggredito e ferito con pugni un agente: è il 96° agente penitenziario aggredito e ferito dall’inizio del 2010. Giovedì l’evasione di un detenuto dall’ospedale Gemelli di Roma. Basta e avanza per dire che siamo oltre il baratro.
 
A redigere quello che somiglia molto ad un bollettino di guerra è il Segretario Generale della Uil Pa Penitenziari, Eugenio Sarno.
"Credo che abbiamo speso tutte le parole possibili per lanciare l’allarme su cosa succederà negli istituti penitenziari. Adesso più che parlare bisognerà concentrarsi su come affrontare questa estate di proteste e rivolte nelle prigioni, nella consapevolezza di essere stati lasciati nel più completo abbandono a dover gestire, senza mezzi, uomini e risorse queste tensioni. Gli episodi violenti della settimana appena trascorsa non i sono che l’avamposto dell’eruzione che ci attende.
C’è molta preoccupazione tra gli addetti ai lavori per la situazione in atto nei penitenziari. Purtroppo il Parlamento pare essere distratto da altre cose e irresponsabilmente non ha voluto approfondire la tematica relativa alle carceri. La discussione dello scorso gennaio si è vaporizzata in un insano accordo bipartisan che lascia immodificato lo stato delle cose e scarica sugli operatori penitenziari una situazione ingestibile e pericolosa".
 
67500 detenuti; 29 suicidi in cella; 44 tentati suicidi sventati; 96 agenti penitenziari, 2 medici e 4 infermieri aggrediti e feriti; 4 evasioni e 5 tentate evasioni . Questi sono i numeri dello sfascio, dell’emergenza e del dramma penitenziario. 

PROTESTE A PADOVA E MILANO

 

I detenuti dei due penitenziari di Padova
protestano da ieri sera per le condizioni di sovraffollamento, battendo
le stoviglie contro le sbarre delle celle. La tensione è salita e i
detenuti hanno già annunciato che nelle prossime ore attueranno il
rifiuto del vitto del carcere. "È una protesta pacifica, i detenuti
vivono in tre in celle da 8 mq" racconta a CNRmedia un volontario.


iniziato tutto ieri, quando è arrivato un camion carico di brande e
questo di solito fa presagire l’arrivo di detenuti da altre carceri"
racconta a CNRmedia un volontario di Ristretti Orizzonti.  "La casa di
reclusione di Padova è una struttura che ha circa quattrocento posti, i
detenuti sono più del doppio. Le celle di 8 mq ora sono occupate da due
persone e si sta mettendo la terza branda. Ci sono anche tanti detenuti
ergastolani, e la legge per loro prevede che siano in celle singole".

"Nella
casa circondariale – prosegue – la situazione è anche peggiore, perché
lì sono dichiarati 200 posti come capienza regolamentare ma in realtà
quelli fruibili sono un centinaio e i detenuti sono 260. Nelle celle ci
sono fino a dieci persone, e prevalentemente si tratta di persone
appena arrestate con le problematiche del caso: se si tratta di un
tossicodipendente avrà crisi di astinenza, e molto altre situazioni di
disagio".

"Non sono manifestazioni violente – conclude -. I
detenuti protestano con la solidarietà della polizia penitenziaria, che
da parte sua vive con molto disagio questa condizione di
sovraffollamento. Pur facendo il loro lavoro, che è quello di evitare
condizioni di rischio, c’è tutto sommato solidarietà".

CNRmedia

 

CARCERI: SAN VITTORE, PROTESTA ‘RUMOROSA’ CONTRO SOVRAFFOLLAMENTO

(AGI)
– Milano, 4 giu. – Protestano da due giorni i detenuti del carcere
milanese di San Vittore contro il sovraffollamento e le conseguenti
precarie condizioni di vita. Una protesta che vuole farsi sentire: per
un paio d’ore ogni sera, a partire dalle 18.30/19, i detenuti battono
pentole, coperchi, inferriate e tutto quanto possa fare rumore.
“Qualcuno brucia le lenzuola della cella e altri fanno esplodere
qualche bomboletta di gas monouso”, spiega Angelo Urso, segretario
nazionale della Uil Pa penitenziari.

A parte il rumore e i danni
alle suppellettili – garantisce il sindacalista – non si registrano
situazioni critiche nei confronti del personale di polizia
penitenziaria, che e’ pero’ in stato di allerta.

“San Vittore –
dice Urso – dovrebbe ospitare 900 detenuti ma oggi ne conta 1592. Le
richieste di sfollamento vanno a rilento perche’ la ricettivita’
nazionale e’ ormai al limite. Si registrano anche difficolta’ ad
attuare i trasferimenti”. “Quand’anche arrivasse lo sfollamento –
prosegue il sindacalista – si dovrebbe poi fare i conti con le
difficolta’ ad acquistare i biglietti aerei perche’ i fondi sono
esauriti da un pezzo e, anzi, l’istituto ha centomila euro di debiti
con le agenzie di viaggio”.

Il sindacato ha chiesto anche, in
una lettera inviata ieri, l’intervento del presidente del consiglio,
Silvio Berlusconi, che “a gennaio aveva proclamato lo stato di
emergenza nazionale nelle carceri. Ad un provvedimento del genere –
spiega ancora Urso – avrebbero dovuto seguire provvedimenti urgenti e
adeguati che, invece, non ci sono stati”. La ricettivita’ delle
strutture non e’ sufficiente, lamenta il sindacato. Il personale di
polizia penitenziaria – spiegano – continua a diminuire per effetto dei
pensionamenti e del mancato turn over, le risorse economiche
diminuiscono per effetto dei tagli e la condizione degli istituti
penitenziari si fa sempre piu’ drammatica, soprattutto per chi ci
lavora.


77 MORTI IN CARCERE DALL’INIZIO DELL’ANNO

Da gennaio a oggi sono 21 i reclusi che si sono tolti la vita. L’ultimo suicidio il 19 maggio nell’istituto di Reggio Emilia. Sei vittime per avere inalato gas dalle bombolette, 49 i deceduti per malattia

Con la morte di Fabrizio S., un detenuto di 32 anni, tossicodipendente, morto per un infarto nel carcere di Frosinone salgono a 77 i morti nelle prigioni italiane, compresi i suicidi. . Ventuno si sono impiccati, sei sono morti per avere inalato gas di bombolette da camping (potrebbe trattarsi di suicidi, ma più probabilmente si tratta di incidenti accaduti mentre il detenuto cercava lo sballo), 49 per malattia. Lo rende noto l’associazione Ristretti orizzonti.

Tra i 21 casi di suicidio, ricorda l’associazione, cinque detenuti avevano meno di 30 anni, otto tra i 30 e i 40 anni, quattro tra i 40 e i 50 anni, tre fra i 50 e i 60 anni, uno più di 60 anni; 17 erano italiani e quattro stranieri. L’anno scorso, sempre nel periodo che va dal 1 gennaio al 20 maggio, i reclusi suicidi furono 22, nello stesso periodo del 2008 furono 15, nel 2007 furono 13, nel 2006 furono 20, nel 2005 furono 18.

Alla lunga lista dei suicidi tra i detenuti si affianca quella degli agenti: sono oltre settanta, in dieci anni, i poliziotti penitenziari che sono tolti la vita, l’ultimo caso a Frosinone lo scorso 13 maggio. Due emergenze legate anche al sovraffollamento degli istituti di pena che, dopo l’indulto, sono tornati di nuovo a riempirsi superando il limiti imposti dalla legge. A fine febbraio sono 67.452 i detenuti negli istituti di pena del nostro paese, di cui 29.791 in attesa di giudizio, contro una capienza massima di 64.000 posti.


SUL DDL “SVUOTACARCERI”

In Italia, tra i detenuti che stanno scontando una condanna definitiva, il 32,4% ha un residuo pena inferiore ad un anno,addirittura il 64,9% inferiore a tre anni, soglia che rappresenta il limite di pena per l’accesso alle misure alternative della semilibertà dell’affidamento in prova al servizio sociale.

prisonSi tratta di numeri impressionanti che dimostrano inequivocabilmente come nel nostro Paese il sistema delle misure alternative si sia sostanzialmente inceppato; il che continua ad accadere nonostante le statistiche abbiano dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio che il detenuto che sconta la pena in misura alternativa ha un tasso di recidiva molto basso (circa il 28%), mentre chi la sconta in carcere torna a delinquere con una percentuale addirittura del 68%.

Il ministro della Giustizia ha presentato un disegno di legge rubricato “Esecuzione presso il domicilio delle pene detentive non superiori ad un anno”.
L’iniziativa del ministro appare subito coraggiosa e senza precedenti, in quanto per la prima volta viene previsto che la detenzione domiciliare possa essere applicata anche ai recidivi, il tutto attraverso una procedura di concessione praticamente automatica, e quindi sottratta alle valutazioni discrezionali della magistratura di sorveglianza.L’obiettivo dichiarato è quello di compiere un primo importante passo verso il lento e graduale deflazionamento dell’attuale popolazione carceraria.

Appena approdato in Commissione Giustizia della Camera, il disegno di legge è stato sottoposto ad un fuoco incrociato di critiche da parte della Lega,dell’Italia dei Valori e del Partito democratico, i quali si sono subito opposti con forza alla richiesta del Governo di trasferire l’esame del provvedimento alla sede legislativa.

In pratica, l’impostazione originaria del disegno di legge è stata stravolta laddove viene stabilito che la detenzione presso il domicilio non si possa applicare “quando vi è la concreta possibilità che il condannato possa darsi alla fuga ovvero sussistano specifiche e motivate ragioni per ritenere che il condannato possa commettere altri delitti”. La nuova disposizione abroga ogni sorta di automatismo nell’applicazione della detenzione domiciliare e ai fini della concessione del beneficio – richiede la verifica di un requisito soggettivo del condannato di delicata interpretazione: è necessario,infatti, che il magistrato di sorveglianza esprima un giudizio prognostico positivo sulla idoneità della misura alternativa ad evitare il pericolo che il condannato commetta altri reati. Il legislatore però non si è soffermato sui criteri che dovranno regolare questa valutazione dell’organo giudicante, lasciando così alla magistratura di sorveglianza l’arduo compito di provvedere in merito.
Stando così le cose, è facile prevedere che la prognosi circa l’idoneità della detenzione domiciliare ad evitare il pericolo di consumazione di altri reati verrà basata, nel caso di concessione della misura prima dell’inizio della esecuzione della pena,sul comportamento tenuto dal condannato successivamente e antecedentemente al reato, con la conseguenza che se il soggetto è persona recidiva, con significativi precedenti penali e carichi pendenti sulle spalle, difficilmente potrà usufruire di questo beneficio.
E quindi, pur essendo vero che in teoria questa nuova forma di detenzione domiciliare potrà essere concessa anche ai recidivi, di fatto, il numero dei condannati con precedenti penali che riuscirà a scontare la pena nel proprio domicilio senza transitare per il carcere sarà davvero modesto.
Se invece il condannato si trova già in carcere, il pericolo di ricaduta nel reato da parte del detenuto andrà valutato sulla base della relazione di sintesi delle attività di osservazione scientifica della personalità. Il problema è che questo tipo di relazione non viene quasi mai prodotta secondo i tempi prescritti dalla normativa, e questo a causa della forte carenza degli educatori penitenziari.

In conclusione, le nuove disposizioni sulla detenzione domiciliare lasceranno la situazione carceraria sostanzialmente invariata, il che renderà sempre più drammatica la condizione dei quasi 68mila detenuti ristretti all’interno dei 205 istituti di pena italiani. Di tutto questo la Lega, l’Italia dei valori e il Partito democratico saranno presto chiamati ad assumersi le proprie responsabilità di fronte all’intera comunità penitenziaria.


SECONDO SUICIDIO NEL CARCERE DI REGGIO EMILIA

 

Ennesimo suicidio nelle sovraffollate carceri italiane: Aldo Caselli,
44 anni, detenuto nel carcere di Reggio Emilia, si e’ tolto la vita
stanotte. L’uomo, secondo quanto si e’ appreso, avrebbe annodato le
lenzuola alle sbarre della cella per impiccarsi. Quello di oggi,
secondo le stime del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria,
e’ il 26/o suicidio dall’inizio dell’anno.
pena-di-morte-esecuzioneAldo Caselli era in carcere da pochi giorni, ma era stato arrestato
altre volte per reati vari. Il fatto e’ avvenuto tra le 22.30 e le 23.
Nel carcere di Reggio Emilia, il 27 marzo si era suicidato un altro
detenuto, inalando il gas delle bombolette usato per cucinare e
riscaldare cibi e bevande. Sempre a Reggio Emilia, nello stesso
periodo, due internati avevano tentato il suicidio nell’ospedale
psichiatrico giudiziario, dove ci sono piu’ di 300 persone, ed erano
stati salvati dalla polizia penitenziaria.

A Reggio Emilia i detenuti sono circa 350, a
fronte di una capienza di 160 posti detentivi.


CARCERI POLVERIERE

 

Sempre più esplosiva la situazione nelle carceri italiane.

pronti ad esplodereL’aggressione di un detenuto ad un appartenente al Corpo di Polizia
penitenziaria, avvenuta ieri  sera (11 maggio) nel carcere di Benevento e di un sovrintendente di polizia penitenziaria in quello di Como da parte di una detenuta sono gli ennesimi segnali della tensione che si registra nelle sovraffollate
carceri italiane e che rischia di acuirsi ulteriormente con
l’approssimarsi del periodo estivo.

Lo scorso anno il bilancio di poliziotti penitenziari feriti da detenuti
è stato di circa 380. E ci riferiamo solo a diagnosi superiori ai
cinque giorni. Con il poliziotto penitenziario ferito ieri a Como nel
2010 siamo già a 72 , a cui debbono aggiungersi anche due medici e
cinque infermieri feriti durante le loro prestazioni in ambito
penitenziario.
È evidente che questo delle violenze e delle
aggressioni è un problema che non si ripercuote solo sull’ordine interno
ma anche sulla funzionalità dei servizi, generando assenze per
convalescenze. L’altro giorno ad Opera un detenuto ha simulato un
suicidio per poi aggredire, spezzandogli un braccio, l’agente che si era
prodigato per salvarlo.

E nel frattempo viene resa pubblica la relazione del Comitato europeo per la
prevenzione della tortura relativa alle condizioni degli Ospedali
psichiatrici giudiziari in Italia. Dal rapporto emergono fatti
sconcertanti: violenze, abusi, uso indiscriminato della contenzione
(legare il paziente al letto, serrando polsi e caviglie, 24 ore su 24, a
volte per giorni e giorni).

Anche lì come
nelle caserme, nelle prigioni, nei centri di identificazione e di
espulsione per stranieri, le violenze, i soprusi, le umiliazioni sono
all’ordine del giorno. E a volte qualcuno lì trova la morte. E non
accade di rado.

 


CORDA TESA

 

 

Corda Tesa si occupa di indagare le cosidette istituzioni totali: carceri, ospedali psichiatrici ma anche C.I.E., vera e propria aberrazione della reclusione, in cui ciò avviene solamente in base alla propria nazionalità. E’ in questi luoghi che si manifesta in maniera completa la perdita dell’autonomia dell’individuo, che vede la propria esistenza regolata da leggi, le quali scandiscono i suoi ritmi, rendendo anche evidente quanto l’ordine sociale sia basato su codici e regole che non possono tollerare alcun tipo di devianza, per la propria realizzazione.

Il nostro obiettivo è
quello, non soltanto di rendere note informazioni spesso nascoste o
ignorate, ma anche di riuscire in qualche modo ad interagire con queste
realtà tramite il contatto con individui che vivono quotidianamente
dentro questi sistemi altri della società.

Ovviamente il nostro
sguardo nei confronti di queste realtà non può che essere critico e
vicino ad idee tendenti alla propria abolizione, consci che in questi
luoghi il potere rinchiude chi è più indifeso e maggiormente esposto
alle ripercussioni della legge perché non in grado di difendersi.

Ma anche perché crediamo
che, soprattutto in questo preciso periodo storico, sia importante
tornare ad occuparsi di questi luoghi che sempre più tornano a far
sentire la loro presenza, diventando lo specchio attraverso cui leggere
lo sviluppo della società.

Questi luoghi occultati,
rimossi e resi estranei al comune sentire delle persone rappresentano i
laboratori in cui sperimentare quello che poi verrà attuato sul corpo
dell’intero ordinamento sociale.

L’esclusione che operano
tende ad isolare, emarginandole e rendendole inoffensive, quelle
persone che rappresentano gli scarti della concezione sociale del tardo
capitalismo.

Il carcerato, il malato
rappresentano il lato oscuro e nascosto della vittoria della merce.

Componente fondamentale
nel nostro ragionamento è anche la consapevolezza che queste figure sono
fondamentali per l’ordine del capitale, il quale trova nella loro
esistenza ragione per esistere e per continuare.

Per questo motivo il
carcere produce criminali, la medicina produce malati. Il paradosso di
tutto ciò è legato al fatto che tutte queste figure producono anche
ricchezza, nel senso che una società ha bisogno di carceri, di ospedali,
di C.I.E., per far lavorare, per creare figure professionali che non
avrebbero modo di esistere senza queste realtà emarginate. Ma la più
idonea ipotesi dell’esistenza di queste istituzioni totali risiede nel
concetto che queste permettono alla società, al potere di infierire
timore nella popolazione, punendo quei comportamenti e quegl’
atteggiamenti che risultano essere scomodi da una parte, ma sfruttabili
come modelli scorretti di comportamento sociale.

Tutto questo è anche
aiutato dalla fitta campagna dei media che danno ampio risalto ai fatti
compiuti da individui appena usciti dal carcere o da malati
psichiatrici, al piccolo reato compiuto dall’immigrato o, più in
generale, dalla povera gente,creando nella struttura sociale il concetto
che esista una categoria criminale e l’idea che quest’ultima sia il
vero pericolo per la convivenza civile.

Quando poi dei detenuti
vengono liberati prima della fine pena o godono di attenuanti,
subito viene creata ad arte l’impressione che in carcere si entra e si
esca con facilità estrema, facendo credere, all’opinione pubblica
nazionale, che in Italia non esista né pena né giustizia e che si possa
godere di un’ impunità garantita e data per scontata.

L’idea che trasmettono i
media fa parte di una campagna di terrore tesa in principio a creare
paura ma di fatto a creare consenso per la vittoria della legalità
(triste parola dietro cui si nasconde l’accettazione delle regole che ci
controllano e ci rendono mansueti, il rifiuto della devianza e la
socializzazione forzata che ci troviamo costretti a vivere).

Tutti questi elementi
fanno parte della campagna di mistificazione del reale che ormai investe
la nostra quotidianità e che trasforma nel pericolo più temibile, più
pericoloso e da punire senza alcuna pietà, il ladruncolo, il consumatore
di sostanze stupefacenti, l’attivista politico, il malato psichiatrico o
più in generale il deviato.

Tutte persone che la
società dell’apparire, del vacuo e del benessere vuole togliere di
mezzo, rinchiudendoli e affidandoli a specialisti.

Gli agenti e i creatori
dello sfruttamento, coloro che delinquono nel nome della merce, nascono
come criminali sociali (soltanto perché inseriti all’interno dell’ordine
dominante e agenti per conto del capitale) ma diventano in seguito
vittime.

Le case farmaceutiche
uccidono, le banche rubano, la legge non è uguale per tutti.

Queste parole
qualunquiste fanno parte del sentire comune di chiunque ma non riescono a
creare indignazione, volontà di ribellarsi, alle continue ingiustizie
che vengono perpetrate verso gli innocenti, o verso i piccoli
criminali(deviati per necessità, il più delle volte), anziché a coloro
che commettono crimini inimmaginabili ed impensabili, a volto scoperto.

La tolleranza zero
diventa così l’unico modo, l’unico cavallo di battaglia di una società
de-ideologizzata, satura di disvalori, che crea continuamente nuove
paure e nuovi nemici.

Del resto, il popolo
terrorizzato è più disposto a rinunciare alla propria libertà nel nome
della propria sicurezza e per mantenere i propri privilegi.

In questo è bravo anche
il dominio che fa sì che venga resa impossibile sia una vicinanza e una
consapevolezza dei rinchiusi (impedendo così che essi possano
trasformarsi in un possibile motore di rivolta ed instabilità), sia una
nascita, in quei luoghi, di pratiche di resistenza alla realtà. Ciò che
traspare dai quei luoghi ultimi, emarginati è che questi siano luoghi di
disperazione e punizione, dove scompaiono le regole della dignità
umana.

Abbiamo scelto il nome
CordaTesa perché si presta a svariati interpretazioni e significati:

Corda tesa come una corda lanciata
verso l’abbandono e la solitudine che abitano e animano questi luoghi,
spezzando l’isolamento verso quell’umanità che viene dimenticata quando
delle sbarre gli si richiudono alle spalle.

Corda tesa come la corda
penzolante, troppo spesso con un corpo appeso, che rappresenta il solo
modo di dimenticare questa solitudine, sola via di fuga da un reale che
non si vuole, da un mondo che rifiuta ed emargina.

Corda tesa come una corda di uno
strumento musicale che ad ogni giro della chiavetta si tende sempre più
fino a giungere ad un punto di rottura e a spezzarsi, perché la tensione
è arrivata al massimo del tollerabile.120606180270_equilibrista_result2


Corda tesa come la corda su cui tutti noi,
inconsci acrobati, ci troviamo a camminare sperando di non precipitare o
che non ci si spezzi sotto i piedi.