Dic 27 2012

Niki Aprile Gatti: il nuovo “tassello” mancante

La menzogna non può durare per sempre, e soprattutto quelli che si credono invincibili, potenti perché coperti dallo Stato, dovrebbero ben sapere che quest’ultimo non è mai “buono”, non si fa scrupoli, non possiede l’anima e ne coscienza. Lo Stato, in qualsiasi forma sia (o dittatoriale, democratico o in forma diretta), per determinati meccanismi decide ad un certo punto di non coprirli più. I motivi possono essere molteplici: un passo falso, un riequilibro degli assetti (e molto spesso, non sempre, le inchieste giudiziarie servono proprio per quello visto che anche la Magistratura è un Potere dello Stato), un cambiamento di linea o semplicemente una lotta tra “bande”.

Sapete che sono oramai ben quattro anni che ci si sta occupando della maledetta storia della morte di Niki Aprile Gatti. Un giovane informatico che lavorava presso una società di San Marino. Si chiamava OSCORP e fu coinvolta, assieme ad altre società e loschi personaggi, in un’inchiesta condotta dalla Procura di Firenze: l’operazione Premium.

Ad oggi non si sa che fine abbia fatto: da una parte abbiamo la chiusura a riccio dei coinvolti(ovviamente) e dall’altra abbiamo la Procura di Firenze che non ha fatto trapelare nulla e la cosa è alquanto fuori dal normale visto che di solito, se pensassimo alle altre inchieste massmediatiche, sappiamo tutto. Perfino cose che non dovrebbero interessarci visto che è puro gossip per distrarre le masse.
Sappiamo solo che Niki Aprile Gatti, nel lontano giugno del 2008, fu ritrovato a soli quattro giorni dall’arrestoimpiccato nel bagno della sua cella. Secondo il Magistrato che ha archiviato tutto, non ci sono dubbi: con il suo peso di più di 90 kg (era anche alto), avrebbe utilizzato un solo laccio delle scarpe per impiccarsi.
Inutile che i familiari abbiano denunciato le innumerevoli contraddizioni come le testimonianza dei due detenuti che erano in cella con Niki (una cella super controllata perché erano detenuti con problemi di autolesionismo). Inutile aver denunciato l’avvenuto furto (c’è un processo in corso ad Avezzano) nell’appartamento di Niki a San Marino e a pochi giorni dell’arresto. E c’è da chiedersi anche il perché della non avvenuta perquisizione del materiale informatico.
Ma come, arrestano Niki e non gli hanno nemmeno sequestrato il computer? Se pensassimo agli arresti degli anarchici nelle ultime assurde operazioni! Hanno sequestrato perfino i chiodi pur di trovare un pretesto per accusarli di terrorismo. Ma c’è una novità importante, e qui ritorniamo alla falsa convinzione di “onnipotenza” dei tanti personaggi coinvolti direttamente o indirettamente in questa maledetta storia.

San Marino, lo si sapeva da tempo, è un luogo diriciclaggio di denaro sporco che avviene tramitesocietà finanziarie che pullulano come funghi. E’ un luogo dove le banche, ad esempio, servivano per depositare i fondi neri del SISDE (gli ex servizi segreti italiani), dove le mafie (in particolar modo la ‘ndrangheta e la camorra) portano il loro sporco denaro. E dove i politici (come da noi) ne sono le marionette e tramite ricatti e intimidazioni ne rimangono coinvolti. In tutte le inchieste come la Premium, il caso Eutelia, la “Telecom-Fastweb” e via discorrendo ci sono sempre San Marino e Londra.
Sì, avete capito bene, la capitale dello Stato inglese sempre presa ad esempio dai vari nuovi reazionari e legalitari come l’osannato Travaglio (ove i politici si dimettono anche per una stupidaggine, dice sempre quest’ultimo) è un’altra oasi per i criminali organizzati in combutta con la finanza e società telefoniche (questo è uno dei migliori business).
Ora si dirà che questo è un problema di legalità e i paradisi fiscali appartengono ad una finanza criminale. Niente di più falso.

In realtà sono organismi politici perfettamente “legali” nei quali vengono ammassati i fondi, il denaro accumulato dalle criminalità organizzate insieme a Banche, imprenditori senza scrupoli e vari Istituti finanziari. Non esiste il capitalismo pulito: questo è un ossimoro e non lo si combatte tramite la “legalità”. Ritorniamo a San Marino e a Niki Aprile Gatti perché il nesso con quello che ho appena detto c’è, esiste.
A Niki, mentre era in cella di isolamento, fu recapitato un telegramma (all’insaputa dei familiari), ove in maniera fredda gli si consigliava di cambiare avvocato: una donna avvocatessa che era dipendente dello studio legale di un facoltoso avvocato di Bologna. Il titolare di questo studio è un uomo sul quale, nel passato, aleggiavano sospetti riguardo la sua condotta come difensore dei familiari delle vittime della Strage di Bologna. Secondo un’informativa di un giudice, pare che avesse intrattenuto rapporti con alcuni esponenti dei servizi segreti (fonte). Il suddetto avvocato era anche Presidente del Consiglio di Amministrazione di una società finanziaria di San Marino (la SOFISA) che aveva rapporti anche con l’OSCORP (la società coinvolta nell’inchiesta Premium).
In questi giorni a San Marino c’è stata per la prima volta una commissione parlamentare sui rapporti criminalità organizzata e politica. Ma non solo, si sono occupati anche del ruolo delle società finanziarie e hanno parlato della FINCAPITAL laddove intratteneva rapporti con esponenti della camorra (qui potrete scaricare il documento della commissione).
Pochi giorni dopo, la Banca centrale di San Marino mette sotto commissariamento la società finanziaria SIBI, nome cambiato della originaria SOFISA. Sì, la società del cui Cda il noto avvocato di Bologna era Presidente.

Vogliamo conoscere il motivo del commissariamento. Cosa c’era di poco chiaro? E soprattutto confidiamo sui nuovi amministratori affinché facciano chiarezza su una storia cupa e piena di muri di gomma come la morte di Niki Aprile Gatti.
Non ho finito, avevo parlato di Londra. Non la dimentico. Tutto legale per carità (sopra ho spiegato bene questo concetto non a caso), ma è curioso vedere che l’avvocato abbia aperto, recentemente, una società proprio a Londra: la SOSISA UK LTDNon proprio originale come nome, visto che ricorda l’ex SOFISA, appena commissariata. 
Fonte: agoravox.it

Dic 24 2012

2012/Carceri: nuovo ‘anno horribilis’. Sovraffollamento drammatico

L’ultimo grido d’allarme e’ venuto dal mondo cattolico che ha fatto da eco alla coraggiosa protesta di Marco Pannella. Tra i silenzi assordanti che non scuotono il Belpaese c’e’ anche quello del dramma-carceri che ci avvicina ormai piu’ a un paese del terzo mondo che ad una nazione avanzata, cosi’ come testimoniano varie ‘reprimende’ e piu’ di una condanna da parte del Consiglio d’Europa. Il 2012, infatti, verra’ ricordato come un ennesimo ‘anno horribilis’ dai numeri sconcertanti. Innanzitutto quello del sovraffollamento quantificato dalla Caritas a punte ormai pari al 140% di presenze in piu’ rispetto al limite massimo di capienza degli istituti carcerari.

Situazione definita dalla realta’ cattolica ”ormai ai limiti dell’immaginabile” e che costituisce una ”costante violazione del dettato costituzionale”.

Gli ultimi dati a disposizione fotografano una presenza nei nostri penitenziari che ha toccato quota 67 mila detenuti, 20 mila in piu’ rispetto al numero effettivo dei posti disponibili (circa 45 mila).

Al 30 novembre 2012 sono 9.953 i detenuti che usufruiscono dell’affidamento in prova al servizio sociale e 9.126 quelli in detenzione domiciliare, di cui 2.676 per effetto della legge 199 del 2010; 874 in semiliberta’; 2.675 in misure di sicurezza e sanzioni sostitutive. Sono circa 24 mila, invece, i detenuti stranieri provenienti da 107 diversi paesi.

Eppure il Guardasigilli Paola Severino che nel corso dell’anno di governo tecnico ha cercato di mettere in cantiere qualche misura legislativa per affrontare l’ormai drammatica questione, nelle ultime sue dichiarazioni non si e’ detta cosi’ pessimista. ”Non e’ vero che abbiamo numeri da record, – e’ stata la posizione espressa dalla Severino – il sovraffollamento ha cifre simili alle nostre in altri paesi ed e’ un problema comune in quasi tutti gli Stati dell’Unione”. Per affrontare il problema del sovraffollamento ha, quindi, indicato due misure: da una parte la costruzione di nuovi posti di detenzione per aumentare la capienza delle carceri, dall’altra far si’ che la detenzione in carcere sia una misura da adottare il meno possibile, privilegiando la espiazione del reato fuori dal carcere.

Ma una drammatica spia della situazione, e’ rappresentata dai suicidi in cella che, ha ricordato la Caritas, al 12 dicembre 2012 hanno raggiunto la cifra di 59 detenuti che si sono tolti la vita, oltre a 9 poliziotti pinitenziari ed a 151 il totale delle morti in carcere.

Una vera mattanza se si pensa che dal 2000 ad oggi si contano ben 750 suicidi tra i detenuti e 96 tra le fila della Polizia penitenziaria.

Dati che hanno portato il responsabile dell’Area carcere della Caritas don Sandro Spriano a parlare di strutture, le attuali carceri italiane, che ”di fatto condannano a morte centinaia di persone”. ”Il carcere oggi – ha detto il cappellano – non passa neppure uno slip all’anno ai cittadini che vi vengono ‘ospitati’, passa solo un letto (e alle volte neppure quello) e un pasto che costa all’erario 3 euro al giorno tra colazione, pranzo e cena. Qui non e’ piu’ solo lo scandalo del sovraffollamento ma delle inumane condizioni di vita in cui decine di migliaia di esseri umani sono costretti a vivere, soprattutto i piu’ poveri”.

Eppure nel dicembre 2011 il governo Monti aveva approvato il cosiddetto Decreto ‘svuota-carceri’ con la previsione di due modifiche nell’art. 558 del codice di procedura penale che prevedevano, nei casi di arresto in flagranza, che il giudizio direttissimo dovesse essere necessariamente tenuto entro, e non oltre, le quarantotto ore dall’arresto, non essendo piu’ consentito al giudice di fissare l’udienza nelle successive quarantotto ore.

Con la seconda modifica veniva introdotto il divieto di condurre in carcere le persone arrestate per reati di non particolare gravita’. In questi casi l’arrestato doveva essere, di norma, custodito dalle forze di polizia.

Tra le altre misure, il passaggio da dodici a diciotto mesi della pena detentiva che puo’ essere scontata presso il domicilio del condannato anziche’ in carcere. Secondo le stime del Dap una misura che avrebbe cosi’ consentito di estendere la platea dei detenuti ammessi alla detenzione domiciliare di circa 3.300 unita’.

Tra le altre iniziative allora approvate dal governo, lo stanziamento di 57 milioni di euro per l’edilizia carceraria e l’introduzione della cosiddetta ”messa in prova” nel quale ”il giudice valuta il percorso per il recupero della persona imputata che dovrebbe essere fatto nella prima fase del dibattimento”. Evidentemente nulla di tutto cio’ si e’ realizzato.

Fonte: Asca.it