Feb 6 2013

La giornata di lotta contro il processo nell’aula bunker del carcere delle Vallette di Torino

notav_620Oggi 1° febbraio 2013 il “processone” contro il movimento No Tav ha vissuto un’altra bella giornata di lotta. Lo spostamento della sede del processo nell’aula bunker è stato rifiutato dalle e dagli “imputati” forti di un ampio sostegno.
Davanti al fortino dell’aula bunker, già prima dell’inizio dell’udienza, siamo arrivati tante/i da varie città e dalla Valle, con la determinazione di non accettare alcun isolamento.
L’ingresso in aula è iniziato con tutti i riti del controllo, delle schedature e delle limitazioni. Ad esempio, alla madre di un “imputato”, che doveva riferire all’avvocato dell’assenza del figlio malato, non è stata data la possibilità di entrare; il numero di chi può entrare in aula, esclusi coloro che sono sotto processo, è chiuso, bloccato ad 80! Immediatamente dopo vengono  tirati su gli sbarramenti e schierati decine di sbirri pronti alle cariche.
La corte entra in aula puntuale alle 9,30 decisa ad iniziare immediatamente l’udienza; più voci, sia tra gli “imputati” che tra il “pubblico” presente, le fanno notare che almeno due “imputati” si trovano ancora in dirittura d’arrivo alcuni “imputati” sono ancora bloccati fuori dall’aula perchè appunto la polizia non permette loro di entrare. Niente, per i giudici si deve iniziare subito. Le proteste in aula da parte di chi sotto processo e no, sono continuate, per esempio, nel non rispondere all’appello. Dopo circa mezz’ora, fra attese e urla alla corte che continuava ad insistere nel voler cominciare, una compagna”imputata” inizia a leggere a nome di tutte e tutti gli “imputati/e” presenti la dichiarazione seguente:

“La scelta di spostare il processo in quest’aula bunker è in sintonia con l’ondata repressiva sostenuta e legittimata dalla campagna mediatica finalizzata a demonizzare il movimento NO TAV, tentando di indebolirlo e isolarlo dalle lotte che attraversano il paese. Trasferendo la sede del processo voi state tentando di rinchiudere la lotta NO TAV nella morsa della ‘pericolosità sociale’ e delle emergenze.

Noi invece, rivendichiamo le pratiche della lotta ribadendo le ragioni che ci spingono a resistere contrastando chi vuole imporre il Tav militarizzando la Valle, con le conseguenti devastazioni umane, sociali e ambientali.
Le nostre ragioni restano vive, e la vostra scelta di trascinarci in quest’aula bunker non ci impedirà di portarle avanti.
Per questo oggi scegliamo di abbandonare tutte-i quest’aula, lasciandovi soli nel vostro bunker.
Giù le mani dalla Val Susa! Ora e sempre NO TAV! Ora e sempre resistenza!”

Il presidente urla ai carabinieri di segnalare chi ”interrompe” il suo iter, ordinando di prenderne il nome. La nostra risposta non si fa attendere: a sostegno della singola lettura del comunicato parte la lettura collettiva, corale di tutte e tutti. Stupendo vedere corte, pm e sbirri, paralizzati, imbarazzati e muti. A tutti loro viene urlato che la lettura non è una scelta singola, “non c’è nessuno da segnalare”. Fallisce lo stesso loro tentativo di portarsi via la compagna che ha dato inizio alla lettura. Poi tra cori e slogan si abbandona effettivamente l’aula tra le facce attonite e smarrite dei vari accusatori e della loro truppa. L’uscita non è facile.
Ci bloccano, chiudendo i cancelli, vogliono, identificarci, soprattutto vogliono aver il nome della compagna. Chiudono la cancellata d’uscita e schierano i manganellatori. Il presidio sul piazzale che reclama l’apertura degli sbarramenti viene caricato, cercano di allontanarci, ma non ci riescono. Il gruppo di compagni/e entrato in aula viene anch’esso caricato, perché rifiuta l’identificazione. Volano colpi di manganello, gomitate e calci. Il muso a muso va avanti per circa una mezz’ora, finché – grazie all’unità di tutte/i i presenti – sono costretti a lasciare il passo, ad aprire la cancellata.
Il presidio si ricompatta; si sposta, seppur con un po’ di confusione, sul lato del carcere da dove è possibile vedere, sentire ed essere visti ed uditi da chi rinchiuso nelle celle. Da dentro rispondono ai nostri saluti e alle nostre battiture; alcuni prigionieri vedono il campo dove siamo rincorsi ma continuiamo a battagliare  per avvicinarci. La sferzata di forza è  reciproca; senz’altro di buon auspicio anche per il futuro.
Nei fatti anche oggi il processo alla lotta è stato respinto e ribaltato in momento di liberazione dai riti opprimenti della repressione e allo stesso tempo in un momento di solidarietà a chi resiste in carcere.

Prossima udienza, sempre all’aula bunker, alle 9,30 14 febbraio 2013. Dovrebbe avere inizio formale il processo con la costituzione delle parti civili. Nella stessa mattinata è in preparazione per quel giorno un presidio informativo in città, a Torino.
Alcune/e di noi (“imputati/e) si recheranno comunque in aula.


Gen 9 2013

1971 il “proletariato prigioniero” si propone come soggetto della trasformazione sociale

1Nelle carceri italiane il 1971 è stato l’anno della riscossa del proletariato prigioniero. Una definizione che solo allora assume un senso pieno e politico del termine. Il vento della rivolta che attraversò il paese sul finire degli anni Sessanta, scavalcò le alte mura delle carceri ed entro nelle celle. I detenuti si presentarono sulla scena sociale con un grande spessore politico, organizzando una stagione di rivolte che percorse la penisola da nord a sud, producendo anche un’analisi del regime penitenziario, del codice penale, deisistemi concentrazionari e della stessa filosofia punitiva, un’analisi che ha entusiasmato giuristi di grande spessore. Con la loro lotta-organizzazione hanno messo in crisi uno dei capisaldi del sistema capitalista: i detenuti sono diventati un soggetto politico rivoluzionario!

Vedi i post delle rivolte dal 1971 e quelle del 1972.

Si impone a tutto il movimento di solidarietà un salto. Alla metà del 1972, il Soccorso Rosso divenne Soccorso Rosso Militante per rispondere in modo adeguato alle crescenti esigenze di sostegno legale ed economico. L’intervento solidale si estese a tutti i cosiddetti “detenuti comuni”, si crearono comitati di sostegno nei territori e nei circondari di ogni carcere, comitati che organizzavano manifestazioni di solidarietà e sostegno alle lotte interne, scrivevano, inviavano pacchi viveri, libri e giornali, spedivano denaro e premevano per ottenere colloqui con i detenuti più attivi. Oltre diecimila persone furono coinvolte nell’attività dei comitati di sostegno, soprattutto nelle grandi città.

Nel carcere “Le Nuove” di Torino nel1971 i “compagni delle Nuove” producono questo documento:

“A cosa serve il carcere?”

Nei fatti oggi è un brutale strumento a carattere unicamente repressivo, esclusivo, e terroristicamente punitivo. L’uomo nel carcere non è più tale, ridotto alla condizione di miserevole oggetto, completamente plagiato, annientato, esasperato, la sua personalità annullata. Ridotta a completa soggezione fisica e mentale.

“Tutto il discorso sulla “rieducazione” è una truffa”: qual è allora l’effetto del carcere sul detenuto? Il carcere è una vera “università del delitto” mantenuta dallo stato, educa all’egoismo, all’individualismo, ad essere ruffiani, spie, lacché, a tradire i propri compagni, a leccare i piedi alle autorità, alla pratica dell’omosessualità, all’alcoolismo e all’uso della droga. Al detenuto vengono negati i diritti fisiologici e sessuali che non vengono negati neppure agli animali, rendono perciò vittime della stessa repressione le mogli e le fidanzate.

“Noi detenuti denunciamo” la vergogna della sopravvivenza del codice fascista “Rocco”che venne promulgato in momenti in cui “Mussolini” voleva consolidare il potere dittatoriale del fascismo, costituiva già allora un passo indietro rispetto al codice liberale “Zanardelli”.

“Noi vogliamo l’abolizione” in blocco, non un rifacimento, del codice Rocco, e lo vogliamo tanto più pressantemente in quanto sperimentiamo quotidianamente sulla nostra pelle le conseguenze aberranti della sua applicazione. Ne vogliamo l’abolizione anche perché è in antitesi conla Costituzionenata dalla vittoria sul fascismo nonché con la Convenzione internazionale dei Diritti dell’Uomo, oltre che non rispecchiare lo spirito di maturità e progressista della realtà sociale italiana. Se da venticinque anni non si è provveduto ad abrogare il codice Rocco non è perché sia mancato il tempo necessario ma solo per una precisa volontà politica di mantenerlo in vigore al fine di utilizzare gli aspetti più repressivi, soprattutto contro le lotte popolari.

2Tutti i partiti se ne sono fregati e se ne fregano, parlano di riforme del codice solo in periodo elettorale per opportunismo, e sotto la spinta di sanguinose rivolte. Una volta per tutte vogliamo parlare chiaro. “Queste che seguono sono le esigenze più elementari, pressanti, irrimediabili”:

1) “Abolizione della carcerazione preventiva”.
2) “Limitazione della durata dell’istruttoria”.
3) “Trasformazione tempestiva del processo da inquisitorio ad accusatorio. E abolizione del segreto istruttorio”.
4) “Abolizione della chiamata di correo”.
5) “Abolizione della recidiva” (è sufficiente spesso a farci condannare. Visto che il problema è trovare il colpevole la cosa più comoda per la polizia è di trovarlo tra i recidivi.  È sommamente ingiusto che uno abbia un aumento di pena perché recidivo, dal momento che ha già scontato la pena inflittagli per il reato commesso in precedenza).
6) “Abolizione delle case di lavoro” (è il più tipico residuo del retaggio fascista: in realtà è di fatto una aggiunta arbitraria alla pena stabilita dal codice).
7) “Abolizione del confino e delle misure di sorveglianza”.
8) “Abolizione dei reati di oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale” (in realtà sono sempre i poliziotti a oltraggiare e a minacciare impunemente senza essere poi perseguiti. Anche questa è una norma in vigore solo nei paesi fascisti).
9) “Abolizione dei reati di stampa e d’opinione”.
10) “Regolamentazione degli articoli concernenti il furto” (il furto è il tipico e più diffuso reato contro il patrimonio. Il codice non fa distinzione fra chi ruba una mela e chi ruba un milione. Il furto semplice di fatto non viene applicato mai perché il giudice trova sempre aggravanti).
11) “Distinzione tra consumo e spaccio di stupefacenti”.
12) “Diritto effettivo alla difesa gratuita”.
13) “Abolizione dello sfruttamento del lavoro nelle carceri”.
14) “Funzionale servizio di assistenza per i familiari dei detenuti” direttamente controllato dagli interessati, ma che non sia affidato ad istituzioni religiose in quanto, di tutte le donazioni e beneficenze, non viene mai consegnato altro che le caramelle a Natale.
15) “Estensione del permesso di colloquio ad amici e conoscenti”.
16) “Abolizione delle celle di punizione e letto di forza”.
17) “Istituzione dei consigli di rappresentanza” dei detenuti aventi funzione consultiva di portavoce della volontà delle popolazioni carcerarie e di contrattazione nei confronti delle direzioni.
18) “Abolizione della censura” sulla corrispondenza e libera circolazione di stampa e letteratura varia.
19) “Possibilità di avere periodicamente rapporti sessuali”.
20) “Responsabilizzare penalmente i magistrati” (quando un ingegnere sbaglia i calcoli di una progettazione viene denunciato e processato, quando un medico sbaglia un’operazione e il paziente muore viene perseguito penalmente: perché quando un giudice sbaglia non viene processato? Noi non crediamo nell’infallibilità del giudice: pertanto chiediamo che il suo operato sia vincolato come quello di qualsiasi professionista perché egli decide la nostra sorte).
Scontri_di_piazza_anni_7021) “Nei processi chiediamo che vengano esaminati”, e tenuti in debito conto nel giudizio, non solo gli aspetti tecnici ma soprattutto le cause economiche, sociali, i fattori ambientali in cui l’imputato si è trovato ad agire.
22) “Chiediamo vengano aboliti, o ridotti al minimo, i poteri discrezionali del giudice” democratizzando il suo operato, in quanto tali poteri finiscono per essere applicati quasi sempre arbitrariamente, e sempre a sfavore dell’imputato.

Fonte: contromaelstrom.com