Mar 24 2013

A Stefano Cucchi, in carcere gli fu negato anche il psicologo

diffondiamo da osservatorio repressione
per_stefano_cucchi-eafb4A Regina Coeli non ebbe nemmeno le visite di routine per i nuovi giunti. La commissione aveva capito ma Marino non vuole andare al processo
Ada Palmonella è una psicologa. Nel 2009 si occupava dei “nuovi giunti” a Regina Coeli. La mattina che prese servizio il 17 ottobre si accorse che tra le cartelle dei nuovi giunti mancava un numero di matricola. Uno di loro non era stato sottoposto a visita psicologica. La dottoressa chiese a chi appartenesse quel numero di matricola e perché non fosse stato sottoposto a quella visita. Il capoposto le disse che si trattava di tale Stefano Cucchi e che effettivamente non era stato sottoposto a visita psicologica perché «gli era sfuggito» nell’andirivieni dal carcere.
Eppure la cartella di “osservazione e sostegno” dello psicologo del carcere deve accompagnare i nuovi giunti in ogni spostamento. «Mi chiedo come mai al Pertini non si siano posti il problema della sua mancanza», dichiare per iscritto al psicologa ai legali della famiglia del giovane ucciso alla fine di un calvario di botte e mancate cure, tra carcere e ospedale.
Il processo è in corso nei confronti di un manipolo di medici, infermieri e agenti penitenziari nell’aula bunker di Rebibbia. Il colpo di scena di queste ultime ore è il rifiuto del senatore Marino di riferire alla corte, come consulente di parte civile, dei risultati dell’inchiesta parlamentare da lui presieduta nella passata legislatura.
Tra l’altro, proprio nelle carte della commissione, viene annotato il caso di un detenuto nelle medesime condizioni di Cucchi, pochi giorni dopo il decesso del trentunenne romano, che rifiutava cure e cibo nel disperato tentativo di comunicare con l’esterno. Proprio quello che tentò Stefano fino all’ultimo respiro. Stavolta l’esito sarebbe stato ben diverso: gli addetti ai lavori agirono, «con un certo zelo», non solo riuscì a comunicare col suo legale ma gli fu garantita la visita psichiatrica che a Cucchi fu negata.
Il mistero che si potrebbe chiarire nei prossimi giorni è sulle ragioni del diniego di Marino il quale era sembrato sempre piuttosto vicino alla famiglia al punto da volere e presiedere la commissione parlamentare sull’efficienza del servizio sanitario nazionale ma che ha deciso di annunciare a procura, corte e pm la rinuncia alla consulenza prima ancora di liquidare con poche righe la famiglia Cucchi.
L’esito della commissione, va ricordato, è piuttosto esplicito quando tratteggia una relazione diretta tra i traumi conseguenti al pestaggio, l’isolamento e la decisione del paziente detenuto di «organizzare una risposta opponendosi alla terapia». «Si è trascurato il fatto di indagare meglio la relazione tra trauma, condizione psicologica, attività metabolica, ovvero lo stato di salute complessivo», si legge negli atti. Secondo il dottor Pascali, perito della commissione e anche nell’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Milan Hrovatin, Cucchi era depresso rispetto alle condizioni in cui si trovava. (continua a leggere su popoff)

Checchino Antonini

Mar 24 2013

Detenuto del 41bis si impicca nel carcere di Opera

cella_41_bis_NAncora un dramma nelle carceri italiane. Un uomo si è suicidato nel penitenziario milanese di Opera. L’uomo che si è tolto la vita è il boss Domenico Pagano che è stato trovato impiccato. Trasportato in ospedale è deceduto dopo poco. A diffondere la notizia è Rita Bernardini attraverso la sua pagina Facebook.

Pagano era stato arrestato a febbraio del 2011, ritenuto tra gli esponenti di spicco degli scissionisti, della malavita organizzata campana. Pagano era detenuto nel penitenziario di Opera in regime di 41 bis.

Lo scorso venerdì era stata annunciata la morte di un altro detenuto, recluso nel carcere di Ivrea. Pagano è il 14esimo detenuto suicida nei penitenziari italiani dall’inizio del 2013.

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Mar 23 2013

Ancora un sucidio nelle carceri italiane

images (14)Il dramma delle carceri si consuma nel silenzio. Ieri un uomo di 53 anni, detenuto nel carcere di Ivrea, si è tolto la vita impiccandosi. L’uomo aveva soltanto un anno ancora di detenzione da scontare.Si tratta del 13° suicidio in un carcere italiano dall’inizio del 2013.

La notizia è stata data dal segretario generale dell’Osapp, organizzazione sindacale autonoma di polizia penitenziaria, Leo Beneduci. “Nonostante gli appelli accorati e le dichiarazioni di intento della politica e delle massime cariche istituzionali, la situazione non cambia”, è l’amara conclusione del sindacato di polizia penitenziaria.

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Feb 27 2013

Dati ufficiali: 203 detenuti palestinesi morti nelle carceri israeliane

israRamallah-InfoPal. Dati ufficiali palestinesi rivelano che dopo il decesso di Arafat Jaradat, avvenuto sabato 23 febbraio nel carcere israeliano di Megiddo, il numero dei morti tra i detenuti palestinesi è salito a 203.

In un comunicato stampa diramato sabato, il Dipartimento di Statistica nel ministero dei Detenuti palestinesi ha ritenuto la tortura, la più probabile causa del decesso di Arafat Jaradat, in carcere da sei giorni.

Il ministero ha anche richiamato l’attenzione sul fatto che decine di prigionieri sono deceduti pochi giorni, settimane o mesi, dopo il loro rilascio, a causa di malattie contratte durante la loro detenzione.


Feb 22 2013

La morte in carcere di Daniele: la Procura chiede nuove indagini

Il giudice istruttore francese aveva chiesto la chiusura delle indagini che hanno portato a essere indagati il medico e due infermieri del carcere francese

Carcere_Luce_SbarreR375Viareggio, 22 febbraio 2013 – La Procura della Repubblica di Grasse, in Francia, ha chiesto un supplemento di indagini sul caso che riguarda la morte di Daniele Franceschi, l’operaio viareggino di 36 anni morto in circostanze ancora tutte da chiarire il 25 agosto mentre si trovava nel carcere di Grasse per una storia di carte di credito rubate. Lo ha reso noto l’avvocato Aldo Lasagna, il legale che cura gli interessi di Cira Antignano, madre del detenuto morto.

Il giudice istruttore francese aveva chiesto la chiusura delle indagini che hanno portato a essere indagati il medico e due infermieri del carcere francese. La Procura ha invece richiesto invece un supplemento di indagini, con il rischio che i tempi dell’inchiesta possano ulteriormente dilatarsi. L’udienza con la quale verra’ deciso se accettare o meno la richiesta di supplemento di indagini e’ prevista per il prossimo 28 febbraio.

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Feb 9 2013

La morte di Attinà in carcere resta senza colpevoli

Assolto l’ispettore di polizia accusato di omicidio colposo che permise al detenuto di avere in cella il fornellino da campeggio con il gas che lo uccise

si muore di carcereLIVORNO. Nicola Citi, 43 anni, ispettore di polizia penitenziaria abbraccia il suo avvocato quando il giudice Gioacchino Trovato finisce di leggere, dopo mezzora di camera di consiglio, la sentenza la quale lo assolve con formula piena per la morte di Yuri Attinà, il detenuto scomparso il 5 gennaio 2011 nel carcere delle Sughere dopo aver inalato da un fornellino da campo una grossa quantità di gas butano.

Una decisione che «rende giustizia a un agente che ha sempre cercato di fare bene il proprio lavoro», come spiega l’avvocato Luciano Picchi che ha difeso Citi con il collega piombinese Giovanni Marconi. Ma che dall’altra parte fa restare senza colpevole una morte che scosse l’opinione pubblica. «Si vive di ingiustizie e si muore in carcere», recitava uno striscione che alcuni amici della vittima esposero fuori dal carcere dopo la scomparsa di Attinà.

L’agente di polizia penitenziaria era accusato di omicidio colposo. Secondo il pubblico ministero Massimo Mannucci – si legge nel capo d’imputazione – «in qualità di ispettore in servizio nella casa circondariale di Livorno, per colpa consistita in imprudenza, negligenza, imperizia e nell’aver revocato momentaneamente una disposizione da egli stesso adottata l’11 dicembre 2010 che vietava l’uso del fornellino da camping consentendo poi al detenuto di utilizzarlo».

Al centro delle indagini, in particolare, sono finiti due documenti: uno risaliva, appunto, all’11 dicembre, il secondo al 28. Nel primo, visti i precedenti del detenuto, viene vietato l’uso del fornellino in cella. Diciassette giorni più tardi, Citi, avrebbe firmato – sosteneva anche la parte civile – un documento nel quale autorizza ad usarlo o comunque a dividere la cella con detenuti che lo hanno a disposizione.

Yuri Attinà alle Sughere, era al settimo padiglione, in cella con due compagni. Pare che alcuni giorni prima avesse rassicurato l’agente dicendo che non avrebbe fatto uso del gas e forse per questo l’ispettore gli avrebbe dato fiducia. Ma il pomeriggio del 5 gennaio ha inalato il gas e non si è più svegliato.

Nel procedimento si erano costituite parte ci vile la sorella e la nipote del ventottenne. «La responsabilità di questa storia è di Yuri – diceva la nipote all’indomani della tragedia – che l’ha pagata anche cara. Ma se c’è qualcuno che ha sbagliato è giusto che paghi».

A distanza di due anni dalla tragedia e dopo diversi rinvii il giudice ha deciso che non ci sono altri colpevoli.

Fonte 9/2/13