Mag 24 2013

Bambini che crescono in carcere

cordatesaLA CRITICA QUOTIDIANA – Dalle pagine di Repubblica di oggi, Adriano Sofri affronta un argomento molto delicato e complesso, di forte impatto emotivo: la nascita e crescita di bambini in carcere. Figli di madri detenute, trascorrono i primi tre anni della loro vita dietro alle sbarre, in un ambiente che agli occhi di un bambino appare come la normalità. Il filo conduttore dell’intero articolo sono due libri, “Mamma è in prigione” di Cristina Scanu e “Il corpo docile” di Rossella Postrino.
BIMBI DIETRO LE SBARRE – E’ un argomento spesso dimenticato quello trattato da Adriano Sofri. Se di carceri si parla, è di solito  per denunciare le difficili condizioni in cui versano le prigioni maschili. Ma, nonostante la percentuale di donne detenute si attesti intorno al 5%, quello dei bambini in Continue reading

Feb 19 2013

Il racconto degli internati

 

Adriano Sofri descrive su Repubblica l’ospedale psichiatrico giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto, uno dei sei che dovrebbero chiudere entro marzo

opg3Repubblica ha pubblicato oggi un reportage di Adriano Sofri sull’Ospedale psichiatrico giudiziario (OPG) di Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina. Si tratta di uno dei sei OPG che entro il 31 marzo dovranno chiudere. Nell’OPG di Barcellona ci sono 183 internati e 18 detenuti che lavorano lì. Alcuni internati – che non sono imputabili per quello che hanno fatto, ma sono dichiarati socialmente pericolosi – sono difficili da gestire per le comunità di recupero e potrebbero essere trasferiti in carceri normali, quando l’OPG sarà chiuso.

Ci avviciniamo al Terzo Reparto, e uno grida, rivolto prima al direttore, poi a tutti noi: «Me lo merito? Non me lo merito! Non me lo merito! ». Abbiamo già visitato il Primo Reparto, il direttore ci ha avvertiti: «Al Terzo è più dura». È il vecchio Reparto Agitati. Non ci sarà nessun atto inconsulto, solo facce e gesti gentili e ansiosi e tristi. C’è un giovane chiuso, con lui bisogna stare attenti, avvertono; è lui stesso a sbattere la porta blindata della cella addosso al cancello già chiuso. Le altre camere sono aperte, grandi e luminose, sei persone, niente letti a castello. Pochi stanno in branda: meno di quanti se ne troverebbero, a qualunque ora, in una galera “normale”. Sta passando il carrello del vitto, portato da due giovani signore dall’aria cordiale. Gli internati (si chiamano così) raccontano di sé succintamente, devono aver fatto l’abitudine ai visitatori e imparato a usare il minuto che può toccar loro. «Venivano come al giardino zoologico».

(continua a leggere in PDF sul sito zeroviolenzadonne.it)