Mar 24 2013

Cie di Gradisca, l’accusa è associazione a delinquere per truffa

A person inside Ponte Galeria's Centre oGORIZIA. Un’associazione a delinquere finalizzata alla frode nelle pubbliche forniture e alla truffa. E cioè a ottenere somme ben più alte rispetto a quelle contrattualmente pattuite, lucrando sulla gestione degli immigrati clandestini e a tutto danno della Prefettura e, ancora più a monte, delle casse ministeriali. È quanto ipotizza la Procura di Gorizia, nelle 17 pagine del capo d’imputazione trasmesso, ieri, alle 13 persone finite sul registro degli indagati, nell’ambito dell’inchiesta sugli appalti al Cie e al Cara di Gradisca d’Isonzo.

Chiuso il cerchio dopo oltre un anno di attività investigativa, il procuratore capo, Caterina Ajello, e i sostituti Enrico Pavone e Michele Martorelli hanno notificato l’avviso di conclusione indagini preliminari, ribadendo buona parte delle contestazioni inizialmente formulate, con la sola eccezione delle responsabilità ipotizzate a carico del vice prefetto vicario di Gorizia, Gloria Sandra Allegretto, di Udine.

Cadute le ipotesi di peculato, corruzione e frode in pubbliche forniture, il numero due della Prefettura dovrà rispondere della sola accusa di falsità materiale e ideologica in atti pubblici. Identica contestazione per Telesio Colafati, di Gorizia, che della Prefettura è invece il capo Ragioneria.

Secondo l’accusa, avrebbero peccato entrambi nel controllo sulla regolarità delle fatture emesse dal consorzio “Connecting people” di Trapani, gestore delle due strutture e a sua volta indagato, insieme al direttore Vittorio Isoldi, residente a Gorizia, al presidente Giuseppe Scozzari, di Castelvetrano, e al resto del Cda.

Colafati, attestando, con il proprio timbro, di avere verificato la congruità di quanto dichiarato in fattura sul numero degli ospiti presenti e sulla regolare prestazione di lavoro, la Allegretto autorizzando il pagamento degli importi fatturati che le erano stati trasmessi, non avendo chiesto nè acquisito la documentazione necessaria all’espletamento delle verifiche, come espressamente disposto dal prefetto, a partire dal novembre 2009, con ordine al questore.

Una questione di valenza prettamente giuridica, secondo l’avvocato Giuseppe Campeis, che la difende. «Tutto sta a chiarire il significato del visto – ha detto -. Il compito di verificare le fatture non spettava al vice prefetto, ma ai suoi uffici».

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