Drunk Side (hardcore) http://www.myspace.com/drunksidehc
Gordo (doom-sludge)
domenica 27 novembre
h 15.30 Scuola Biryani- scuola di stranieri per italiano
ANTICARCERARIA contro tutte le oppressioni
domenica 27 novembre
“Il carcere monzese si è allagato a causa delle piogge ripetute dei giorni passati!”. Così titolano i giornali che si ricordano dell’esistenza di San Quirico soltanto quando si allaga e non quando al suo interno muore un detenuto.
Forse è più grave la pioggia che la morte di una persona considerata inutile e in esubero nella società in cui ci troviamo a vivere dove sicurezza è solamente un altro sinonimo di repressione.
Ma sarà davvero colpa della pioggia? Possibile che un carcere presentato come tipico modello di eccellenza brianzola, in un comunicato ai limiti dell’esilarante del Comune di Monza, che entrava in netto contrasto con lo stesso emesso dal PDL brianzolo pochi giorni prima. (http://www.mbnews.it/politica/98-politica/20980-il-carcere-di-monza-secondo-il-centro-destra-dalle-stelle-alle-stalle-in-tre-giorni.html) possa essere messo in ginocchio da un evento atmosferico, comune e frequente in questa stagione?.
Sono anni che i detenuti denunciano le condizioni precarie in cui versa il carcere, condizioni evidenziate anche nei comunicati emessi dal Sappe (sindacato della polizia penitenziaria), che mettevano in guardia sulle carenze strutturali della casa circondariale di San Quirico.
Ma si è dovuto aspettare che le infiltrazioni rendessero inagibile e pericolosa la sezione A.S., (dove l’acqua è arrivata fin dentro le plafoniere delle luci), osservazione e tutta la zona dei colloqui ,che saltasse l’impianto di riscaldamento, creando così una nuova emergenza unita alla situazione disumana di un sovraffollamento cronico, per capire che forse erano più di semplici allarmismi.
A quanto pare verranno trasferiti 400 detenuti per consentire le millantate ristrutturazioni. Resta da capire quando e soprattutto dove verranno tradotti gli sfollati.
Sicuramente andranno ad aumentare il numero di detenuti un qualche carcere lombardo già sovraffollato.
Soldi per il carcere non ce ne sono. Continuamente invocato come unico regolatore dei conflitti e delle tensioni sociali è ormai trasformato in una discarica sociale, dove un numero sempre più alto di detenuti sceglie il suicidio come via di fuga (finora sono 58 i suicidi del 2011) e in cui sempre più spesso si muore per “cause da accertare”.
Se a questo aggiungiamo anche un calo della qualità ma soprattutto della quantità del sopravvitto, abbiamo una situazione esplosiva continuamente ignorata da media e politica.
Ovviamente una reazione del genere da parte del potere non ci crea stupore poiché conosciamo bene la sua realtà e sappiamo benissimo che soltanto con la lotta si ha una possibilità reale di portare avanti le proprie richieste, lontano da loschi politicanti sempre in cerca di qualcosa che porti acqua al proprio mulino.
Ecco perché è necessario, in questo momento di emergenza creare un canale realmente efficiente di comunicazione con chi questa situazione la vive.
Chiediamo quindi a chiunque sia a conoscenza della reale situazione esistente in questi giorni all’interno del carcere, di informarci immediatamente in merito.
Scriveteci a:
Corda Tesa Via Casati 31, 20043 Arcore (MB)
oppure a
Sembrerebbe che la corrispondenza a noi indirizzata, venga sottoposta a censura preventiva, a dimostrazione del timore della direzione che delle notizie troppo scomode riescano finalmente ad uscire dal muro di omertà esistente sul carcere e della paura che provano quando qualcuno, che non sia la solita associazione politica o religiosa, comincia ad agire per dare sostegno ai detenuti e per porre una critica radicale al carcere e al sistema che di esso si nutre..
Non facciamoci scoraggiare e cerchiamo di unire ancora il dentro con il fuori, fornendo una valida sponda al conflitto latente dietro le mura.
Corda Tesa Novembre 2011
Monza – Sarebbe “imminente” lo sfollamento di 400 detenuti dal carcere di Monza verso altri penitenziari della Lombardia. E` l`indiscrezione resa nota dal sindacato autonomo polizia penitenziaria Sappe. “I danni provocati dalle recenti e frequenti piogge è stato tale da avere reso inagibile parte delle celle e delle sezioni detentive”, sottolinea il segretario generale Donato Capece.
“Il provvedimento di sfollamento andrebbe dunque nella direzione di limitare i danni strutturali evidenti che si sono creati, ma ci sono ancora domande alle quali è necessario dare risposte urgenti. Intanto con quali mezzi si intendono tradurre i detenuti, visto che il reparto di Polizia di Monza non ne ha a sufficienza; poi vorremmo sapere quali urgenti interventi di manutenzione sono stati prediposti, considerato che il carcere rimarrà funzionate, con diverse centinaia di poliziotti penitenziari e circa 500 detenuti”.
Capece ricorda che nei giorni scorsi il Sappe ha scritto al capo dell`amministrazione penitenziaria Franco Ionta, che è anche Commissario straordinario per l`edilizia carceraria, per “segnalare che presso la casa circondariale di Monza la situazione è ormai arrivata ai massimi livelli di infiltrazioni piovane di tutta la struttura: il tutto dovuto dalla pioggia che si è abbattuta negli ultimi giorni sulla città. Oltre alle infiltrazioni si sta verificando che alcune plafoniere risultano piene d`acqua sicché si verifica anche l`assenza di energia elettrica, aggravando ancor di più la sicurezza sia del personale che dei reclusi. Risulta inoltre che sia saltato anche l`impianto di riscaldamento dell`intero istituto”.
Da giorni sulla città si sta ripetono acquazzoni e la struttura penitenziaria “fa acqua da tutte le parti, in particolar modo nelle sezioni ad Alta sicurezza”, dove vi è una capienza regolamentare di 100 detenuti su 50 camere; attualmente, nelle due sezioni sono presenti circa 120 detenuti quindi già con un notevole stato di sovraffollamento, “visto che fino a ieri le camere inagibili erano solo due, ed ora siamo passati addirittura a mezza sezione”.
Fonte: Il Cittadino Monza e Brianza
E questo è il comunicato stampa del SAPPE:
Monza, sarebbe imminente lo sfollamento di 400 detenuti dal carcere verso altri penitenziari della Lombardia. È l’indiscrezione raccolta dal Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe, la prima e più rappresentativa di Categoria.
“I danni provocati dalle recenti e frequenti piogge è stato tale da avere reso inagibile parte delle celle e delle sezioni detentive” sottolinea il Segretario Generale Sappe, Donato Capece. “Il provvedimento di sfollamento andrebbe dunque nella direzione di limitare i danni strutturali evidenti che si sono creati, ma ci sono ancora domande alle quali è necessario dare risposte urgenti. Intanto con quali mezzi si intendono tradurre i detenuti, visto che il Reparto di Polizia di Monza non ne ha a sufficienza; poi vorremmo sapere quali urgenti interventi di manutenzione sono stati prediposti, considerato che il carcere – seppur parzialmente – rimarrà funzionate, con diverse centinaia di poliziotti penitenziari e circa 500 detenuti”.
Capece sottolinea che nei giorni scorsi il Sappe ha scritto al Capo dell’Amministrazione Penitenziaria Franco Ionta, che è anche Commissario straordinario per l’edilizia carceraria, per “segnalare che presso la Casa Circondariale di Monza la situazione è ormai arrivata ai massimi livelli di infiltrazioni piovane di tutta la struttura: il tutto dovuto dalla pioggia che si è abbattuta negli ultimi giorni sulla città.
Oltre alle infiltrazioni si sta verificando che alcune plafoniere risultano piene d’acqua sicché si verifica anche l’assenza di energia elettrica, aggravando ancor di più la sicurezza sia del personale che dei reclusi. Risulta inoltre che sia saltato anche l’impianto di riscaldamento dell’intero istituto; tutto il personale di servizio si è visto costretto ad intervenire all’interno dei reparti Alta Sicurezza e non solo, per trovare soluzioni onde evitare che i ristretti presenti trascorrano la propria detenzione in celle inagibili, a causa di infiltrazioni di acqua dovute alla pioggia battente.
Da giorni sulla città si sta ripetono acquazzoni e immediatamente la struttura penitenziaria fa acqua da tutte le parti, in particolar modo nelle sezioni ad Alta sicurezza, dove vi è una capienza regolamentare di 100 detenuti su 50 camere; attualmente, nelle due sezioni sono presenti circa 120 detenuti quindi già con un notevole stato di sovraffollamento, visto che fino a ieri le camere inagibili erano solo due, ed ora siamo passati addirittura a mezza sezione.
La situazione è grave, in quanto il problema non è nuovo e già in precedenza è stato portato conoscenza di chi è preposto alla risoluzione del problema strutturale dell’istituto. Il personale di Polizia Penitenziaria è stanco di sopperire quotidianamente agli inconvenienti di un sistema penitenziario che fa acqua, nel vero senso della parola, da tutte le parti: basti pensare alla presenza effettiva di detenuti; quasi 900 presenti in una struttura che era stata pensata per circa 400”.
E qui il filmato del TG3, preso dal sito della Polizia Penitenziaria.
http://www.polpenuil.it/galleria-video-audio/3871-131111-monza-infiltrazioni-dacqua-nel-carcere-servizio-del-tg3.
DA RADIO ONDA D’URTO:
Radio onda d’urto, CTV, l’Associazione Diritti per tutti, il sito senegalese di informazione xelmi.org hanno deciso, con il consenso dei familiari, di pubblicare integralmente il video contenente le immagini dell’agonia e degli ultimi minuti di vita di Saidou Gadiaga, detto El Hadji.
Questa scelta, consapevoli della drammaticità e della sofferenza che questa visione provoca, è stata fatta auspicando che, come accaduto nei casi di Federico Aldrovrandi e Stefano Cucchi, questo doloroso passaggio possa contribuire a ricostruire la verità sulla morte del nostro fratello senegalese e ad ottenere giustizia.
Sabato 12 novembre corteo a Brescia per chiedere verità e giustizia per El Hadji, oltre che per ribadire – a un anno dalla lotta sopra e sotto la gru di San Fasutino – il nostro no al razzismo istituzionale e la necessità di sbloccare quanto prima i permessi di soggiorno per tutti e tutte!
clicca qui sotto per il video integrale su ctv, telestreet di Brescia:
http://ctvmail.org/tubo/video/6K5M2R28WH93/ultimi-minuti-di-vita-di-Said
Brescia, in un video l’agonia in caserma del senegalese. L’avvocato: riaprire le indagini. L’uomo venne ucciso da un attacco d’asma “Nessuno lo ha soccorso”. Grida per chiedere aiuto, picchia le mani contro la porta della cella, disperato. Le dita che escono dallo spioncino. Quando il carabiniere lo fa uscire, inizia una lenta, atroce agonia: 8 minuti durante i quali l’uomo è paralizzato dal dolore, il respiro spezzato, lo sguardo moribondo.
E nessun militare interviene. Lo lasciano lì, da solo, con la morte che lo sta strappando via dalla porta di ferro alla quale si aggrappa mentre a fatica si toglie i vestiti e tira fuori lo spray dalla tasca dei pantaloni, in un ultimo, inutile, tentativo di riuscire a respirare. Poi si accascia a terra, e muore. Sono gli ultimi minuti di Saidou Gadiaga, 37 anni, senegalese, morto dopo un attacco di asma in una cella della caserma Masotti, sede del comando provinciale dei carabinieri di Brescia. È la mattina del 12 dicembre 2010.
Quella sequenza di morte – sulla quale un magistrato ha indagato per un anno e poi chiesto l’archiviazione del caso – è contenuta in un video di cui Repubblica è entrata in possesso. Le immagini, registrate da una telecamera puntata sull’atrio antistante le due camere di sicurezza, non mostrano solamente il calvario di un uomo che soffriva d’asma e che è stato abbandonato a se stesso: assieme a nuovi elementi – forse sottovalutati -, riapre, di fatto, una vicenda che da subito era sembrata controversa. A tal punto da attivare il console senegalese a Milano e interessare i vertici dello Stato africano. Raccontiamola. È l’11 dicembre.
Gadiaga viene arrestato dai carabinieri perché sprovvisto del permesso di soggiorno e già raggiunto da provvedimento di espulsione. Se lo avessero fermato tredici giorni dopo – quando anche l’Italia recepisce la normativa europea sui rimpatri che annulla il reato di inottemperanza al provvedimento di espulsione – le manette non sarebbero scattate. Ma tant’è. Su indicazione dello stesso pm Francesco Piantoni, l’immigrato non viene rinchiuso in carcere ma nella caserma di piazza Tebaldo Brusato. Gadiaga è un paziente asmatico.
I carabinieri lo sanno perché ha subito mostrato il certificato medico. Alle prime ore del mattino il senegalese ha una crisi. Lo conferma un testimone, Andrei Stabinger, bielorusso detenuto nella cella accanto. “Sono stato svegliato dal detenuto che picchiava contro la porta e chiedeva aiuto gridando. Aveva una voce come se gli mancasse il respiro. Dopo un po’ di tempo ho sentito che qualcuno apriva la porta della cella e lo straniero, uscito fuori, credo sia caduto a terra”.
Quanto tempo è trascorso tra la richiesta di aiuto e l’intervento del militare? “Penso 15-20 minuti – fa mettere a verbale il testimone – durante i quali l’uomo continuava a gridare e a picchiare le mani contro la porta”. Il video fissa la scena e i tempi. Da quando si vedono le dita di Gadiaga sporgere dallo spioncino (sono le 7.44, l’uomo sta chiedendo aiuto già da parecchi minuti) all’arrivo del carabiniere, passano due minuti e 35 secondi. Gadiaga, uscito finalmente dalla cella, cade a terra alle 7.52: otto minuti dopo essersi sporto dalla camera. Altri 120 secondi e arrivano i medici del 118. Gadiaga è già privo di conoscenza, per lui non c’è più niente da fare. L’autopsia conferma che la morte è avvenuta a causa di “un gravissimo episodio di insufficienza respiratoria comparso in soggetto asmatico”.
E attesta, inoltre, che l’uomo “era clinicamente deceduto già all’arrivo dell’autoambulanza”. La versione dei carabinieri disegna un quadro un po’ diverso. Nella relazione di servizio inviata alla Procura, e in altre comunicazioni al consolato senegalese, i militari collocano il decesso di Gadiaga in ospedale, parlano di un aneurisma, escludono ritardi e carenze nei soccorsi. Il maresciallo che apre la porta all’immigrato viene addirittura premiato dal comandante provinciale dell’Arma. Che dice: “In un video che abbiamo consegnato alla Procura c’è la conferma della nostra umanità”.
Il video, però, racconta altro. Quando esce dalla cella Gadiaga, in evidente stato confusionale, viene lasciato solo. I militari fanno notare che l’ultima uscita dalla cella – per fare pipì – dell’immigrato, risale a otto minuti prima della crisi: “Stava bene”. In realtà l’orario delle immagini fissa quell’uscita 26 minuti prima: non otto. La testimonianza dell’altro detenuto fa il resto. “Perché i carabinieri hanno detto che Gadiaga è morto in ospedale e non in cella?”, ragiona l’avvocato Manlio Gobbi. E perché – di fronte a tanti punti oscuri – il pm ha chiesto l’archiviazione del caso? “Chiediamo nuove indagini, da subito”, aggiunge. Il consolato del Senegal, da parte sua, promette che andrà fino in fondo per chiedere che sia fatta chiarezza.
Fonte: La Repubblica
Dal Rapporto annuale di Antigone e Ristretti:
Il quadro generale. Detenuti a quota 67.428, un terzo stranieri. Nel corso dell’anno 84.641 gli ingressi totali. Le donne recluse sono 2.877. Tempi duri per i lavoranti. Oltre 18 mila in misura alternativa. È un sistema penitenziario in affanno, stretto tra il sovraffollamento e le difficoltà finanziarie, quello descritto dall’ottavo rapporto nazionale sulle condizioni di detenzione redatto dall’Osservatorio Antigone, dall’emblematico titolo “Le prigioni malate” (Edizioni dell’asino), presentato questa mattina.
La popolazione detenuta. Al 30 settembre 2011 erano 67.428 i detenuti reclusi nei 206 istituti di pena italiani, a fronte di una capienza regolamentare di 45.817 posti. Nel corso del 2010 sono stati 84.641 gli ingressi totali, di cui 6.426 di donne e 37.298 di stranieri. La componente femminile resta minima rispetto al totale della popolazione reclusa (2.877, di cui 1.182 straniere). Per 53 donne detenute e i loro figli (54 bambini) hanno funzionato 17 asili. Nel complesso, i detenuti non italiani sono poco meno di un terzo (24.401). Di questi, il 20,2% viene dal Marocco, il 14,8% dalla Romania, il 13,1% dalla Tunisia, l’11,2% dalla Albania. Delle detenute straniere presenti il 22,6% viene dalla Romania, il 15,9% dalla Nigeria. Al 30 giugno 2011 la fascia d’età più rappresentata era quella compresa tra i 30 e i 35 anni (11.594), seguita da quella compresa tra i 35 e 39 (10.835), 547 gli ultrasettantenni. Inoltre, 1.647 erano i detenuti in possesso di una laurea, 22.117 quelli con la licenza di scuola media inferiore, 789 gli analfabeti.
Tipo e durata delle condanne. I detenuti con condanna definitiva sono in tutto 37.213. Nella precedente rilevazione di giugno 2011 erano 37.376, di cui il 6,7% in carcere per condanne fino a un anno e il 28,5% fino a tre anni. Inoltre, tra i definitivi il 26,9% aveva un residuo di pena fino a un anno, il 61,5% fino a tre anni. Nel mese di settembre le persone recluse in attesa di primo giudizio erano 14.639 e i detenuti imputati 28.564. Gli internati 1.572. Al 30 giugno erano 32.991 le persone ristrette per reati contro il patrimonio, 28.092 per reati previsti dalla legge sulle droghe, 6.438 per associazione di stampo mafioso, 1.149 per reati legati alla prostituzione.
Svuota carceri e misure alternative. La cosiddetta legge “svuota carceri” (ex l. 199/2010) al 31 maggio aveva aperto le porte del carcere a 3.446 persone. Per quanto riguarda le misure alternative, al 30 settembre 2011 ne beneficiavano in 18.391, di cui 9.449 in affidamento in prova ai servizi sociali, 887 in semilibertà e 8.055 in detenzione domiciliare. La rilevazione di giugno dimostra che lo 0,46% delle persone in misura alternativa ha commesso reato nel frattempo.
Carcere e lavoro. In base ai dati di fine giugno lavoravano in carcere 13.765 persone, il 20,4% della popolazione detenuta. Tra questi, 11.508 erano alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria e 2.257 per datori di lavoro esterni. Antigone registra il brusco calo del budget per la remunerazione dei lavoranti: dal 2006 al 2011 è sceso di 21.735.793 euro. Per il 2011 lo stanziamento è stato di 49.664.207, nonostante i detenuti siano aumentati di oltre 15 mila unità. Altre brutte notizie, nel frattempo, sono arrivate: gli incentivi alle assunzioni di detenuti in esecuzione penale all’interno degli istituti, previsti dalla legge “Smuraglia” (n. 193/2000), per l’anno in corso non sono operativi da giugno per esaurimento del budget a disposizione per la copertura dei benefici fiscali. Una notizia, questa, che ha suscitato forti reazioni e polemiche, tanto da spingere il Dap a impegnarsi a trovare la copertura almeno fino alla fine dell’anno. Ma è ancora tutto in forse.
La mappa del sovraffollamento: maglia nera al carcere di Lamezia Terme (303%)
La Puglia è la regione più sovraffollata (183%), mentre in Trentino Alto Adige i detenuti sono meno dei posti disponibili. Sotto controllo la situazione in Sardegna e Basilicata.
Non migliora la situazione del sovraffollamento nelle carceri italiane. Le stime di Antigone parlano ancora di detenuti in eccesso rispetto alla capienza regolamentare (67.428 persone, 45.817 posti). Il carcere in assoluto più sovraffollato è quello di Lamezia Terme, il cui indice di affollamento raggiunge quota 303% (rilevazione al 30 giugno). A fronte di una capienza di 30 posti, sono 91 i reclusi, di cui 39 stranieri.
Brescia “Canton Monello” è al secondo posto, con un indice del 258% (206 posti, 532 detenuti), seguito dal 253% di Busto Arsizio (167 posti, 423 reclusi). Valori di poco inferiori sono quelli del carcere di Varese (247%, con 131 detenuti per una capienza di 53) e di Piazza Armerina (240 (108 reclusi, 45 posti). Non va meglio a Pozzuoli (236%) e Bologna (235%), così come a Vicenza (234%) e San Vittore (230%). Ma la lista del disagio penitenziario è lunga e non fa sconti.
Le regioni più affollate. Parallelamente, Antigone fa anche il punto sulle regioni più sovraffollate. Il primo posto va alla Puglia, con un indice di sovraffollamento del 183% (11 istituti, una capienza di 2.458 posti e una popolazione reclusa che arriva a quota 4.486). Segue l’Emilia Romagna con un 171%: 13 carceri, 2.394 posti, 4.089 reclusi. La Lombardia guadagna un 169% (19 istituti, capienza di 5.652 e 9.559 detenuti. Al quarto posto la Calabria (165%), al quinto il Friuli Venezia Giulia (164%) e in sesta posizione il Veneto (162%). In Trentino Alto Adige invece il sovraffollamento non è arrivato: con il suo indice del 65% la provincia autonoma si posiziona all’ultimo posto della lista: nei due istituti ci sono 520 posti disponibili, ma sono 340 i detenuti.
Le meno gravi. La situazione non è grave in Sardegna, dove in 12 istituti sono garantiti 1.981 posti e i detenuti sono 2.012 (102%). Anche la Basilicata tiene: nei suoi tre istituti ci sono 482 detenuti, mentre i posti sono 440 (110%).
Il confronto con l’estero. Record sovraffollamento e ritardo nelle misure alternative: impietoso confronto europeo. Buoni i dati sul tasso di criminalità, ma va male per quota di detenuti senza sentenza definitiva e per la percentuale di stranieri. Il sovraffollamento italiano non ha pari in Europa, a eccezione della Serbia. Lo dice l’ultima rilevazione di “Space I”: al 1° settembre 2009 il tasso di sovraffollamento in Italia era del 148,2% e rappresentava un record assoluto in Europa, superato solo dalla Serbia (157,9%). In Francia il tasso era del 123,3%, in Germania del 92%, in Spagna 141%, nel Regno Unito del 98,6%, mentre la media europea era del 98,4%.
Tassi di criminalità. Va meglio per quanto riguarda i tassi di criminalità registrati da Eurostat: l’Italia, con 4.545 reati registrati ogni 100 mila abitanti, precede Spagna e Francia, rispettivamente a quota 5.147 e 5.559. Germania e Regno Unito presentano tassi di criminalità più elevati, rispettivamente 8.481 e 7.436.
Stranieri nelle celle. L’Italia si colloca sopra la media anche per presenze straniere negli istituti penitenziari: sempre secondo “Space I” gli stranieri nelle carceri francesi erano il 18,1%, in quelle tedesche il 26,4%, in quelle spagnole il 34,6%, in quelle britanniche il 12,6%, mentre in Italia erano il 37%.
Senza sentenza definitiva. Duro anche il confronto per il numero di detenuti senza sentenza definitiva: in Francia erano il 23,5% dei reclusi, in Germania il 16,2%, in Spagna il 20,8%, nel Regno Unito il 16,7%, mentre la percentuale italiana era del 50,7%.
Reati legati alla droga. Il nostro Paese spicca anche per la quota di persone condannate per reati previsti dalla legge sulle droghe. Al 1° settembre 2009 tra i definitivi in Francia il dato era del 14,5%, in Germania del 15,1%, in Spagna del 26,2%, nel Regno Unito del 15,4%. Alla stessa data la percentuale in Italia era del 36,9%.
Le alternative al carcere. Grande distacco anche in materia di misure alternative: i beneficiari sono stati in Francia 123.349, in Germania quasi 120 mila, in Spagna 111.994, in Inghilterra e Galles 197.101, in Italia 13.383.
A macchia di leopardo: Tribunale che vai… C’è unanimità solo per gli affidamenti in prova ai servizi sociali. Basse percentuali per i domiciliari, a eccezione di Venezia. Irrigidimento sul fronte semilibertà. In ordine sparso, così procedono i tribunali di sorveglianza italiani nella concessione o meno delle misure alternative. Nel suo ottavo rapporto Antigone mette i luce la diversa propensione all’autorizzazione di misure quali l’affidamento in prova, la semilibertà, la detenzione domiciliare nelle diverse sedi di giustizia italiane.
La forbice delle disponibilità. Secondo quanto emerso dall’indagine esplorativa, per l’affidamento in prova ai servizi la forbice nelle percentuali di accoglimento delle istanze è ampia: va dal minimo dell’11,58% di Napoli al massimo del 39,43% di Milano. Tra i tribunali con gli indici meno elevati Antigone segnala Venezia (14,5%) e Torino (14,43%), mentre tra quelli con gli indici più elevati evidenzia Perugia (31,6%).
Affidamento terapeutico. La misura alternativa con le maggiori possibilità di successo è in generale l’affidamento terapeutico: 7 dei 9 tribunali indagati presentano tassi di accoglimento superiori al 30%. A Milano e a Venezia la percentuale arriva quasi al 50%. All’ultimo posto invece si piazza Napoli, con l’8,4%, ma non spicca neanche L’Aquila (16,04%).
Detenzione domiciliare. Meno disomogenea è la concessione della detenzione domiciliare, che incontra una generale tendenza alla prudenza, con percentuali di accoglimenti che non superano mai il 25%. Si va dal 14,96% di Napoli e al 25,7% di Roma. In controtendenza solo Venezia, con il 49,63%.
La semilibertà. Intanto, sul fronte della semilibertà si deve fare i conti con un irrigidimento: il tribunale con la percentuale più elevata è Perugia con il 20,75%. Tra gli altri, Venezia raggiunge quota 18,44% e ancor più bassi sono i valori di Milano (5,67%), Napoli (8,25%), Roma (8,76%) e Torino (8,82%).
Come interpretare i dati. Due le interpretazioni possibili di fronte a questi dati: “In primo luogo – scrive Antigone nel rapporto – ad eccezione degli affidamenti terapeutici, c’è una tendenza a un atteggiamento prudente da parte della magistratura di sorveglianza che merita un momento di riflessione e di ulteriore analisi”. In secondo luogo, i risultati parlano di una “giurisprudenza a macchia di leopardo”. Se in alcuni tribunali si riesce a “limitare l’impatto delle famigerate leggi Ammazza – Gozzini”, altrove si tenta di “aggravarne gli effetti in senso restrittivo”. A determinare le differenze territoriali sembra essere soprattutto “l’elemento culturale locale”.
“Non riusciamo a pagare le bollette”. Ad inizio anno giudiziario la relazione ministeriale ammetteva tutte le difficoltà. Antigone: “Sicuri che non ci sia destinazione migliore per i 600 milioni di euro del piano carceri?” La vera emergenza per le carceri italiane è la scarsità di risorse. Solo ieri, 27 ottobre, il provveditore dell’amministrazione penitenziaria in Toscana, Maria Pia Giuffrida, avvisava che “non abbiamo più nemmeno i soldi per pagare il riscaldamento: per ora stiamo chiedendo aiuto alle ditte fornitrici. Qualcuna però ha già tagliato il servizio”. È quanto mai attuale, quindi, il quadro della situazione tratteggiato nell’ottavo rapporto Antigone, nel quale si descrive un sistema in affanno, a un passo dal collasso.
Debiti per 120 milioni. D’altro canto lo aveva annunciato la relazione del ministero sull’amministrazione della giustizia, pronunciata a inizio anno giudiziario 2011 e citata da Antigone. Già in quella sede si parlava di un’esposizione finanziaria “di oltre 120 milioni di euro nei confronti delle aziende e dei fornitori di beni e servizi essenziali al mantenimento e all’assistenza delle persone detenute”. Per far fronte a tutti i costi l’unica soluzione è “l’artificioso rinvio delle liquidazioni da un esercizio all’altro. Non senza il ricorrente rischio di interruzione delle forniture da parte delle aziende erogatrici”. In particolare, per il capitolo di bilancio relativo alle spese di mantenimento e di pulizia sono stati stanziati 30 milioni di euro nel 2010, “valore ben inferiore rispetto a un fabbisogno stimato in circa 90 – 100 milioni di euro” come si indicava ella relazione. Per il 2011 le risorse previste erano di 42 milioni e 600 mila euro. “In questo modo oltre al resto sul bilancio gravano anche gli interessi moratori sempre più cospicui”.
L’endemica carenza di personale. Il sistema, intanto, deve fare i conti anche con un personale in numero insufficiente: i magistrati di sorveglianza sono 193 anziché 208. La pianta organica della polizia penitenziaria prevede 45.109 unità, mentre l’attuale organico è fermo a quota 39.232. Dovrebbero esserci 1.331 educatori e 1.507 assistenti sociali, mentre nel 2010 ne risultavano in servizio rispettivamente 1.031 e 1.105.
La Cassa (vuota) delle ammende: il tesoretto scippato. La cassa svuotata per l’emergenza carceraria: 100 milioni tolti al recupero dei detenuti e convogliati in nuove carceri, per costruire le quali – secondo il Piano – si dovrebbero spendere 600 milioni. Costruire altre carceri non è la soluzione, dice il nuovo rapporto Antigone, che denuncia un uso distorto delle risorse a disposizione. Oggetto di attenzione e preoccupazione è la “Cassa delle ammende”, originariamente nata per finanziare i progetti di riabilitazione dei detenuti, ma di cui oggi si fa un uso ben diverso. Sui due conti che la compongono, quello depositi e quello patrimoniale, si trovavano fino a poco tempo fa oltre 150 milioni di euro. Soldi che arrivano dalle ammende, da sanzioni pecuniarie che il giudice impone al condannato, ma anche dai proventi delle manifatture realizzate dai detenuti o da versamenti cauzionali.
Solo scelte arbitrarie. La scelta dei progetti da finanziare, in capo al Dap e a un delegato del ministero del Tesoro, “avviene nel più completo arbitrio, denuncia Antigone. Se ciò è accettabile qualora i richiedenti siano soggetti pubblici è invece inaccettabile qualora siano soggetti privati”. Oltre all’arbitrarietà della gestione, il problema è che di soldi, oggi, in quella cassa ce ne sono pochi. È colpa dell’emergenza sovraffollamento: il decreto “mille proroghe” ha stabilito che per affrontare la situazione “i fondi disponibili nella Casa delle ammende possono venire utilizzati anche progetti di edilizia penitenziaria”. E così il “tesoretto” scivola via: 100 milioni sono stati vincolati all’edilizia carceraria, mentre gli altri 500 milioni necessari al piano carceri sono stati previsti dalla finanziaria 2010. Tra questo e la liquidazione di alcuni progetti approvati, oggi la cassa dispone di 22 milioni. Togliendo altri 10 milioni di euro per la manutenzione degli istituti da gennaio a settembre 2011, rimane ben poco per i progetti di recupero sociale.
Il sovraffollamento però rimarrà. Il problema, tra l’altro, è che anche con le nuove carceri il sovraffollamento non cesserà. Entro la fine del 2012 arriveranno 11 nuovi istituti e 20 padiglioni per un totale di 9.150 posti e un importo di 661 milioni di euro. Ma i posti mancanti sono molti di più, per l’esattezza 21.600.
Le carceri fantasma. A tutto questo Antigone aggiunge “un’altra perplessità”, relativa alle carceri fantasma, “ossia a tutti quegli istituti penitenziari che negli ultimi 20 anni e più (circa 40) sono stati costruiti, spesso ultimati, a volte anche arredati e vigilati, ma inutilizzati, sotto – utilizzati o in totale d’abbandono”. Quindi l’amarezza: “Anziché varare un nuovo piano carceri non poteva essere più utile e meno costoso, a seconda dei casi, ultimare, mandare a pieno regime questi istituti o adattarli alle nuove necessità?”.
LIVORNO – Nel carcere Le Sughere di Livorno è stato trovato il corpo senza vita di Agatino Filia, che aveva 56 anni. Sarebbe tornato libero oggi. E’ il decesso numero 155 nelle carceri italiane e il 54° suicidio (se di suicidio si è trattato). Già, perchè in verità questo ennesimo episodio appare assai anomalo, tanto da meritare maggiori e più seri approfondimenti. Anomalo soprattutto per il modo in cui è stato eseguito. Agatino non è stato ritrovato infatti, come accade di solito, appeso ad un lenzuolo. Né è stato ritrovato morto in quei luoghi dove più frequentemente i detenuti si suicidano, perché sanno di poter contare sulla solitudine, come il bagno della cella o un magazzino del carcere. Agatino Filia è stato ritrovato cadavere sulle scale del carcere. Ovvero un luogo che è tutt’altro che riservato e dove ben poteva essere visto da chi avrebbe dovuto sorvegliarlo.
A poche ore dalla libertà. Non solo. Il suo corpo è stato rinvenuto a terra, con un pezzo di lenzuolo vicino al corpo e non attorno al collo. Unico segno della presunta impiccagione: i lividi rinvenuti sul collo. E infine: Agatino si sarebbe ucciso a pochi giorni dalla sua scarcerazione. Oggi infatti, a poche ore dalla morte, sarebbe tornato libero, perché la sua pena era ormai terminata. Nonostante tutti questi elementi, Franco Ionta, capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) ha dato per scontato il suicidio di Filia ed ha affermato: “Penso che abbia avuto timore di uscire perché forse non aveva possibilità di accoglienza nella società. Altrimenti – ha precisato Ionta – è impensabile commettere un atto così drammatico”.
La prassi della violenza. Nel carcere di Livorno sono già morti ben 17 detenuti dal 2003 (di cui ben tre solo nel 2011) e diversi tra questi decessi si sono verificati in circostanze a dir poco misteriose. Ma, al di là dei numeri, è la vita che si è costretti a fare a Le Sughere. Dove, stando alle testimonianze di detenuti e agenti di polizia penitenziaria, non si mette in atto nessun processo di rieducazione, ma dove al contrario la violenza sembra sia la prassi.
La testimonianza. Né è stato testimone Mario, 43 anni, che ha vissuto la detenzione nel carcere di Livorno e che, nel corso di una puntata di Radiocarcere su Radio Radicale 1, ha raccontato la sua terribile esperienza. Ovvero anni passati in piccole celle, dove le persone detenute vengono ammassati in 6 o in 7, costretti a vivere 22 ore al giorno uno sopra l’altro.
Ma Mario racconta anche altro, che ha a che fare soprattutto con la violenza. “Nel carcere di Livorno” – racconta – “ne succedono di tutti i colori, ma nessuno ne parla. Nelle celle vivevamo come animali, ma guai a lamentarci, guai a chiedere anche una semplice medicina”.
“Nella cella liscia”. “Alle guardie non si può chiedere nulla. Questa è la regola per sopravvivere nel carcere di Livorno, oppure si rischia la cella liscia, la cella di isolamento. Ci sono stato nella cella liscia – prosegue Mario – era inverno, ma mi hanno lasciato lì in mutante. Dormivo su un materasso buttato a terra e senza neanche una coperta. Nudo, rannicchiato su quel materasso non sapevo più dove ero e cosa ero. Una notte, siccome urlavo per la disperazione, sono entrati e mi hanno picchiato. Erano 6 o 7 guardie, con guanti e con gli scarponi che in cima hanno il ferro. E quelli fanno un po’ male. M’ hanno spaccato la faccia”.
E non è un caso isolato. Quello di Mario è un caso eccezionale? “No non lo è stato – ha aggiunto il detenuto al microfono di Radiocarcere – non ero il solo a Livorno a subire questo trattamento. Ho visto tanti detenuti presi e portati via. Quando tornavano in cella avevano i lividi addosso, spaccati in faccia e gli occhi pesti. Dentro quelle mura sono cose normali”.
Botte e degrado, dunque, sono la normalità a Le Sughere, a quanto pare.
Un po’ di numeri di “Ristretti Orizzonti 2“. Al Le Sughere i detenuti sono circa 450 e 17 morti negli ultimi 8 anni, per un carcere di medie dimensioni, rappresentano un dato eccezionalmente grave. In altre carceri con un numero di detenuti compreso tra 400 e 500 nello stesso periodo i decessi sono stati molti di meno: Agrigento 3, Alessandria 4, Ancona Montacuto 5, Avellino 4, Busto Arsizio 5, San Gimignano 1, Trapani 1, Vibo Valentia 4, Vigevano 2. A Livorno si è registrato anche il caso particolarmente controverso di Marcello Lonzi, ritrovato cadavere in cella l’11 luglio 2003 (il corpo coperto di lividi), che è stato oggetto di una lunghissima inchiesta giudiziaria conclusasi recentemente con l’archiviazione: morto per “aritmia maligna”
Fonte: Repubblica
MILANO – Cinque agenti della polizia penitenziaria, in servizio nella casa circondariale di Asti, sono stati rinviati a giudizio con l’accusa di aver picchiato e sottoposto a vessazioni due detenuti: entrambi sono stati lasciati per alcuni giorni, in isolamento, completamente nudi in una cella priva di vetri alla finestra, di materasso, di lavandino e di sedie; per vitto è stato fornito loro solo pane ed acqua. Ai due, inoltre – secondo l’ accusa – veniva impedito di dormire. Il processo contro i cinque agenti penitenziari comincerà il 27 ottobre ad Asti. (Fonte Ansa)
I RACCONTI DEI DETENUTI – A denunciare gli agenti sono stati Claudio Renne e Andrea Cirino. Il primo – si legge negli atti dell’inchiesta – fu portato nel 2004 in una cella di isolamento, come punizione per aver cercato di placare un diverbio tra un agente e un altro detenuto. Secondo Renne, la cella è priva di materasso, sgabelli e acqua; la finestra priva di vetri. Il detenuto racconta di essere rimasto nella cella per due mesi, i primi due giorni completamente nudo. Il cibo, racconta, è limitato a pane e acqua, ma a volte gli agenti gli lasciano dietro la porta della cella il vitto del carcere che lui può vedere ma non prendere. Le botte si ripetono più volte al giorno, calci e pugni su tutto il corpo, tanto che gli sarà riscontrata la frattura di una costola oltre ad una grossa bruciatura sul volto causata da un ferro rovente. Tra il dicembre 2004 e il febbraio 2005 anche Andrea Cirino viene tenuto in isolamento, per 20 giorni. La notte, racconta, gli agenti gli impediscono di dormire battendo le grate della cella, il giorno viene picchiato ripetutamente, gli viene negata l’acqua. Cirino, in seguito, tenterà il suicidio per impiccagione.
LE INTERCETTAZIONI – «Dalle intercettazioni e dalla relazione di polizia giudiziaria emergono particolari inquietanti», afferma Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone, che ha chiesto di costituirsi parte civile al processo. «Nel carcere di Asti – aggiunge – vigeva una cultura diffusa di violenza da parte dei poliziotti e di indifferenza da parte di medici e direttore». Un assistente di polizia penitenziaria dello stesso carcere nel 2006 testimonia: «Nel caso in cui i detenuti risultino avere segni esterni delle lesioni, spesso i medici di turno evitano di refertarli e mandano via il detenuto dicendogli che non si è fatto niente o comunque chissà come si è procurato le lesioni. Inoltre lo convincono a non fare la denuncia dicendogli che poi vengono portati in isolamento e picchiati nuovamente». In una intercettazione ambientale tra uno degli imputati e un altro agente del carcere, il primo afferma: «Ma che uomo sei… devi avere pure le palle… lo devi picchiare… lo becchi da solo e lo picchi… io la maggior parte di quelli che ho picchiato li ho picchiati da solo…».
IL SINDACATO – «Personalmente non ci credo». Donato Capece, segretario del maggiore sindacato di polizia penitenziaria, il Sappe, prima di dire la sua sul rinvio degli agenti, chiede delucidazioni al rappresentante sindacale locale. I due detenuti che hanno denunciato di aver subito vessazioni tra il 2004 e il 2005 «avevano aggredito i nostri agenti – riferisce Capece – e per questo sono stati mandati in isolamento. Probabilmente c’è stata una colluttazione». Capece precisa comunque: «Non vogliamo dare l’impressione di coprire qualcuno. Perciò, se gli agenti hanno usato le maniere forti, è giusto che ne rispondano all’autorità giudiziaria. È facile sparare contro la Croce Rossa e contro la polizia penitenziaria. I fatti – conclude – vanno prima accertati». (Fonte Ansa).
Rendiamo di nuovo disponibile per essere scaricato gratuitamente Ora d’aria, il nostro dossier sulla situazione carceraria italiana. E’ un lavoro dell’anno scorso ma la situazione rimane invariata o, per meglio dire, è peggiorata.
Il senato si è riunito in via straordinaria il 21/9 per discutere in merito all’emergenza carceri. Purtroppo la straordinarietà dell’assemblea (convocata non su richiesta del presidente o dei capigruppo ma dalla raccolta di 144 firme parlamenti promossa dai radicali) rischia di venir offuscata dall’apertura del governo in merito alla questione e dal semplicistico modo di affrontarla del parlamento ridotto a tre schieramenti : chi non ha interessi sul carcere, chi lo teme per paura di finirci e chi vorrebbe mettervi dentro quest’ultimi.
Unica voce accorata e sincera ad invocare l’amnistia sembrerebbe essere quella dei radicali, eppure, a guardar meglio, essi non fanno altro che cavalcare una delle poche fratture sociali ancora politicizzabili per un chiaro scopo elettorale,
Venerdì 7 ottobre cena anticarceraria autofinanziamento per CordaTesa
Dalle 20 buffet vegan, proiezioni e dibattiti sul carcere
A seguire concerto Johnnie Selfish & the Worried Men Band
Mostra fotografica Casa Mandamentale di Desio di Andrea Segliani e Marco Malipensa
ArciBlob Via Casati, 31 Arcore (MB)
Partecipate numerosi.
Monza, 18 settembre 2011 – Sono già sette le celle inagibili nella sezione alta sicurezza del carcere di Monza, a causa delle forti piogge,iniziate sabato sera, e la situazione potrebbe peggiorare: la denuncia è del sindacato di polizia penitenziaria Sappe, che parla di “pesanti danni per l’acquazzone notturno’’ e chiede interventi urgenti ‘’dal punto di vista edile e strutturale’’.
In pratica, dicono, per la pioggia ‘’la sezione detentiva Alta Sicurezza è parzialmente allagata’’. E si tratta di una sezione con cinquanta celle, spiega il sindacato, e una capienza regolamentare di 100 detenuti, ma che ne accoglie invece 120. Il segretario generale del Sappe Donato Capece sottolinea: ‘’Il problema non è nuovo. La struttura è ormai al collasso e il personale di Polizia penitenziaria è ormai stanco di sopperire quotidianamente alle problematiche di un sistema penitenziario che fa acqua nel vero senso della parola da tutte le parti: basti pensare alla presenza effettiva di quasi 900 detenuti rispetto ai circa 400 posti letto regolamentari’’.
A questi problemi si aggiunge il fatto che i circa 350 poliziotti in forza, ‘’a fronte di una carenza cronica del personale e alle varie criticita’ del sistema penitenziario ormai sull’orlo del declino, sono costretti a saltare il giorno di riposo settimanale’’.
Da Il giorno Monza e Brianza
Lo scorso 16 luglio Redouane Messaoudi è morto nel carcere di Monza. E’ già il secondo detenuto che muore quest’anno nel carcere della nostra città in condizioni da accertare, ma nessuno – né mezzi di comunicazione, né opinione pubblica locali – ne parla.
“Dopo la diminuzione di presenze di Ferragosto, nelle carceri italiane è ripresa la crescita della popolazione detenuta con un media di 40 ingressi in più al giorno”. A sottolineare ancora una volta la drammatica situazione delle carceri italiane è l’Osapp, Organizzazione sindacale autonoma polizia penitenziaria.
“Osservando i dati delle presenze del 19 agosto (66.605) del 21 agosto (66.660) al 22 agosto (66.754) – osserva il segretario generale, Leo Beneduci – quella che emergerebbe è anche la cessazione degli effetti deflattivi provocati dalla legge sulle detenzioni domiciliari, con 12 mesi di pena residua e della decadenza del reato di immigrazione clandestina.
Comunque, 66.754 detenuti in carcere, alla data di ieri 22 agosto, rappresentano il 46,3% in più rispetto ai posti disponibili (45.647) anche se la capienza detentiva massima tollerabile è fissata, secondo il Dap, a 69.126 detenutì.
“Peraltro, anche la capienza massima, cosiddetta ‘tollerabilè, che dovrebbe rappresentare il limite invalicabile del sistema penitenziario – indica ancora l’Osapp – è stata superata in 7 regioni su 20 e in particolare: in Puglia (+582 detenuti), in Lombardia (+287), in Veneto (+178), nelle Marche (+135), in Liguria (+79), in Friuli (+62) e in Emilia Romagna (+20)”. Continue reading
Di seguito una testimonianza che ci è stata spedita da un ex detenuto del carcere monzese.
15/6/2009 a 3 ore dal fischio d’inizio della partita di confederation cup Italia-Usa un paio di manette si chiudono sui miei polsi. Per i carabinieri della caserma di via Volturno fu più semplice arrestarmi che trovare un loro collega disposto a tradurmi in carcere, rischiando così di perdersi il primo tempo della partita. Poverini, come si lamentavano loro mentre a me veniva tolta la libertà!
Nel momento in cui si aprirono per me i cancelli di S.Quirico sentii un commento dei due militari che non compresi subito. Il graduato disse: “Ascolta un po’?!” e l’appuntato: “Cosa tenente? Io non sento nulla!”
“Appunto! Nessuno si è accorto del nostro arrivo…stanno guardando tutti la partita ‘sti fetentoni!”
Ma con un leggero ritardo ecco esplodere dalle finestre delle celle una cascata di insulti rivolti alla volante! Un rituale che si ripete ogniqualvolta le nostre beneamate forze dell’ordine varcano quel cancello con un nuovo inquilino a bordo! Cazzo sarà incredibile ma quella scarica di insulti mi fece sorridere e un accenno di buon umore si fece largo dentro di me nonostante la mia situazione non fosse proprio rosea.
Nei giorni a seguire capii di non essere del tutto scemo e compresi la natura di quel sorriso e la vera potenza di quelle grida: tutti là dentro hanno almeno 2paroline d’affetto da gridare ai canazzi e la potenza aggregante di tale rito prevarica i particolarismi etnici e criminogeni.
Che tu sia italiano o straniero, mafioso o cane sciolto, colpevole o innocente, ti fondi con la totalità della popolazione carceraria di tutto il mondo in un unico grido di rabbia e odio verso un potere arbitrario e repressivo! Quel grido ti fa capire come tu non sia nè solo, nè fuori luogo, ti palesa che un minimo comune denominatore unisce tutte le persone dentro quelle mura: sbirri infami! Siamo noi e loro, ed è proprio guardando “loro” che capisci di far parte di un “noi”.
Per amor del vero devo dire che tirando le somme col senno di poi, guardandomi indietro e vedendomi ora, non posso negare che tutta quest’esperienza mi sia stata utilissima. Dopo 5mesi di presofferto equidistribuiti tra carcere e domiciliari ho chiesto l’affidamento in comunità. Oggi ho scontato la mia pena, ho riottenuto la patente italiana, ho ripreso gli studi e ho concluso un periodo di devianza criminale e patologia tossicomanica che stava incominciando a trasformarmi in un soggetto estremamente marginale.
Detto questo però non si può proprio giungere alla conclusione che il carcere possa “anche fare bene”. Forse si potrebbe discutere sulla funzionalità dell’arresto, inteso come il fermare\arsi qualcosa o qualcuno.
Se vi ho trovato alcuni elementi utili per la mia esistenza nell’obbligo di fermarmi, nel prendermi una pausa di riflessione coatta dalla frenesia di un sistema che mi ha portato a delinquere sempre e comunque, questo non si può dire della carcerazione in sè come totale privazione della libertà e nel carcere di S.Quirico come luogo di reclusione(sovraffollato e fatiscente), fondamentalmente punitivo.
In carcere e carcerazione non sono riuscito a intravedere nessun altro scopo se non il dividere le persone devianti da quelle “sane”, inchiodare ai margini i marginali. Una politica carceraria miope perfettamente in sintonia con tutta una classe dirigente ormai da decenni inadeguata e indegna.
Sono io che ho aiutato me stesso facendo di necessità virtù. Se fosse stato per il lungo braccio della legge ci sarebbero state serie possibilità di uscirne ancora più marginale e deviante. Ho visto per esempio il mio concellino(stupido come una capra ma sano di mente) annullarsi per 2mesi a suon di psicofarmaci (là dentro distribuiti con la pala) mentre un ragazzo tunisino con serissimi e palesi problemi psichiatrici veniva lasciato senza alcun tipo di assistenza medica.
L’idea più nitida che mi son fatto del carcere cittadino è che è una accozzaglia di esseri umani abbandonati a se stessi(e parlo anche delle guardie), senza nessuna logica nè motivazione, in balia di un tempo che passa solo perchè deve passare e aspettando con pesante inerzia prima o poi giungerà il fine-pena (o la pensione).
3 persone in celle da 2 e in osservazione è anche peggio, là materassi x terra senza brandina sono la normalità. L’unico oggetto ricreativo è un mazzo di carte(ovviamente comprato a proprie spese) e la TV(gentilmente offerta dalla casa se non si rompe, se no te la devi aggiustare a tue spese anche se quando sei entrato in cella era già rotta! La nostra era rotta e rotta è rimasta)
Il campo da calcio a 11 in erba viene costantemente curato e tosato ma mai utilizzato(eccetto per le partite di torneo) e il campo da calcetto per poterlo usare(1giorno a sezione bisettimanalmente) bisogna essere massimo in 25persone, fin troppo facile quindi per i secondini negarti l’ora di gioco con la scusa dell’esubero. Come se trovare un metodo per mettersi d’accordo su chi debba giocare fosse un algoritmo irrisolvibile!! Cazzo oggi giocano i primi 25 contando dalla cella 1 alla 25 e settimana prossima si conterà dalla 25 alla 1, non mi sembra ci voglia una scienza! In quei mesi non ho mai visto il pallone, ne tantomeno nessun altro tipo di attrezzatura sportiva!
Il loro unico strumento di rieducazione è la “squadretta” di picchiatori scelti o la minaccia del suo intervento. Tra l’altro anche a livello teorico cosa vuol dire “rieducazione”? Che in quella ricevuta dai propri genitori qualcosa è andato storto e ora bisogna aggiustarlo, modificandoci violentemente il comportamento? Ma come ci si può evolvere quando a disposizione si hanno solo carte e TV? In che consisteranno mai le 150€ al giorno che lo stato spende per ogni detenuto?
Nonostante a mia madre respingessero la quasi totalità di cibi che mi portava, spinti dalla sola logica del profitto, grazie alla loro regola interna di non permettere l’ingresso di cibi o oggetti già “offerti” nel loro spesino-truffa, nonostante mi negassero l’unico “agio” derivante dall’essere un monzese arrestato a Monza, ovvero poter usufruire a pieno del supporto della mia rete familiare ed amicale agevolate dalla vicinanza territoriale del penitenziario, nonostante ingrassassi con i miei soldi-sporchi le loro casse-infami, nonostante abbia speso 500€ in 75giorni, sono cosciente che tra non molto tempo mi arriverà il conto da pagare delle “spese” d’albergo!!! Ma quali spese??!! Io per loro ho rappresentato solo guadagni!!
In altri paesi d’Europa, perfino in Spagna(che i nostri Tg dipingono come meno ricca)dove ho un mio buon amico che ha finalmente ottenuto la semi-libertà, dopo un periodo di reclusione è lo stato a ripagarti con un sussidio di carcerazione(simile a quello di disoccupazione) per offrirti il tempo e la possibilità di rimetterti in carreggiata e ingranare con casa e lavoro.
Pur essendo un convinto sostenitore dell’abolizionismo, devo ammettere che sia lampante dopo aver visto S.Quirico da dentro che la partita sulle politiche carcerarie non si gioca su un’amnistia o su qualche indulto. Fondamentale importanza hanno le varietà di modi in cui si potrebbe passare il periodo di pena e soprattutto quel che ne segue, per permettere a qualunque prigioniero in qualunque periodo di poter avere il diritto di non dover mettere in pausa la sua esistenza, aspettando il finepena per poter rimetterla in play. La vita dentro deve poter continuare perchè non è fatta di soli cibo e aria. Impedirne delle sue parti essenziali quali sogni, aspirazioni e interessi, vuol dire togliere dei pezzi di vita..vuol dire uccidere a metà!
«È SUCCESSO tutto in pochi
istanti.Aun certo punto abbiamo
visto del fumo uscire dal cofano,
in un attimo l’abitacolo e pure la
cella nel retro del furgone si sono
riempiti di fumo. Ci siamo subito
fermati, abbiamo fatto scendere
anche i due detenuti che stavamo
accompagnado in ospedale e con
gli estintori abbiamo spento il
principio d’incendio nella zona
sotto al motore». Paura? «Macché,
ormai siamo abituati ad affrontare
gli imprevisti», taglia corto
uno degli agenti che ieri mattina
era sul Ducato blindato che ha
preso fuoco.
Erano circa le 8.30 quando il fumo
ha iniziato a uscire e invadere
l’interno del mezzo. «Eravamo
sul viale Cavriga, in direzione
dell’ospedale San Gerardo – racconta
l’agente -. Immediatamente
ci siamo accostati e abbiamo atteso
una ventina di minuti, giusto il
tempo che un altro mezzo venisse
a prenderci dal carcere». Nel frattempo,
i sei agenti hanno sorvegliato
a vista i due detenuti, fra
cui uno del circuito dell’Alta sicurezza,
sul ciglio della strada. «Questa
volta è andata bene, nessuno è
rimasto ferito ma dobbiamo aspettare
che muoia un detenuto o un
agente perché qualcuno inizi a risolvere
una situazione che continua
a peggiorare? – polemizzaAngelo
Urso, segretario nazionale
della Uil penitenziari -. Sono anni
che denunciamo le disastrose
condizioni in cui versano i mezzi
della polizia penitenziaria, e questo
episodio è il risultato delle risposte
che abbiamo ricevuto
dall’Amministrazione penitenziaria.
Nulla è stato fatto». «Ogni volta
che ci si mette in macchina incrociamo
le dita sperando che tutto
fili liscio – continua Domenico
Benemia, segretario regionale del
sindacato della polizia penitenziaria
-. Al carcere di Monza come
negli altri istituti della Lombardia,
la situazione è desolante. A
farne le spese è soprattutto il Nucleo
traduzioni e piantonamenti,
ovvero quegli agenti che accompagnano
i detenuti ai processi, anche
fuori regione, e a visite ed esami
negli ospedali».
ALCUNI MEZZI immatricolati
negli anni Ottanta sono ancora in
servizio, «sono più le volte che sono
fermi in officina per riparazioni
che costano migliaia di euro, di
quelle in cui sono regolarmente
circolanti – rimarca Benemia -. E
meno male che quest’anno il grande
caldo estivo non è ancora arrivato:
siamo costretti a viaggiare
senza aria condizionata perché
non funziona. Senza dimenticare
che numericamente non sono abbastanza
proprio come le auto
blindate. Siamo costretti a dividerci
i mezzi con gli altri istituti
della Lombardia.
UN PARCO macchine
«disastrato» e un carcere
«al collasso». Dove il
sovraffollamento è ormai
diventata la normalità. «A
fronte di una capienza
regolamentare di 405
detenuti, oggi di reclusi ne
abbiamo 817, di cui 102
donne e addirittura 120 del
circuito Alta sicurezza, che
evidentemente richiedono
impegno e attenzioni
maggiori – fa i conti il
segretario regionale della
Uil penitenziari,
Domenico Benemia -. E
nonostante il
sovraffollamento, il
carcere non ha i soldi per
ristrutturare quattro celle
inagibili, e quindi
inutilizzabili, perché piove
dentro. Poi, però, a livello
centrale vengono a
raccontarci che vogliono
fare nuove carceri: ma con
quali soldi?». E quando
non si riesce a rispondere
con i letti a castello, in
carcere «le camere di
sicurezza del reparto
matricola, dove gli
arrestati dovrebbero
rimanere solo qualche ora
giusto per smaltire le
pratiche di ingresso,
vengono utilizzate come
vere e proprie celle, con i
reclusi che vi rimangono
finché non si libera
qualche posto all’interno
del detentivo vero e
proprio». I detenuti sono
ammassati nelle celle e «il
rischio che le condizioni di
convivenza peggiorino è
sicuramente concreto».
Per non parlare del
problema dell’acqua ogni
estate: «L’impianto non è
tarato per garantire una
corretta erogazione a un
così alto numero di
persone». E poi la cronica
carenza di agenti.
Attualmente in via
Sanquirico sono in servizio
350 agenti ma sulla carta
dovrebbero essere almeno
una sessantina in più. Dei
poliziotti al lavoro, 38
appartengono al Nucleo
traduzioni e
piantonamenti, ma «con il
sovraffollamento l’attività
richiede quotidianamente
che un’altra ventina di
agenti vengano sottratti al
servizio interno – denuncia
Benemia -. E quando il
“prestito” non si riesce a
fare, si esce sotto scorta. A
nostro rischio e pericolo».
Da Il Giorno Monza e Brizna, 27/07/2011
Una persona da me assistita che si trovava nel carcere di Monza in custodia cautelare, il sig. Redouane Messaoudi, nato nel 1974 in Algeria, è stato trovato privo di vita la mattina di sabato 16 luglio. Ieri mattina è stata effettuata l’autopsia (alla quale peraltro non ho potuto partecipare né direttamente né tramite medicolegale non avendo titolo perché non sono riuscito a contattare l’unico familiare con cui avevo parlato, un fratello che vive in Grecia).
Il sig. Messaoudi era in quel momento nel reparto di psichiatria del carcere. Affetto da diabete insulinodipendente, epilettico e con diagnosi di disturbo borderline, dopo un periodo di osservazione nell’Opg di Reggio Emilia era rientrato nel normale circuito penitenziario. Prima di andare a Monza, dove si trovava da circa due settimane, era stato a Voghera, Era stato arrestato ad aprile per un’ipotesi di cessione di stupefacenti (una dose) e resistenza.
L’udienza preliminare, già fissata dieci giorni fa, era stata rinviata a ieri data l’impossibilità in quell’occasione per il sig. Messaoudi a comparire (era in ospedale e i medici non avevano dato nulla osta). Ieri era previsto che il giudice incaricasse uno psichiatra di svolgere perizia. Nella comunicazione del carcere sulla possibile causa del decesso si fa riferimento al reiterato rifiuto del sig. Messaoudi di assumere l’insulina. Per somministrargliela forzatamente era stato ricoverato in ospedale in due occasioni. Il giorno precedente al decesso non gli sarebbe stata somministrata per due volte l’insulina perché rifiutata.
Davide Mosso (Avvocato)
Fonte: Ristretti Orizzonti
Si tratta del secondo decesso avvenuto nel carcere di Monza. L’altro è stato il 30 gennaio di quest’anno, sempre per cause da accertare.
Aveva trentacinque anni il detenuto di nazionalità marocchina deceduto due settimane fa all’ospedale “San Gerardo” in circostanze ancora tutte da chiarire. Da circa sette mesi recluso nella casa circondariale di Monza, il giovane era stato ricoverato d’urgenza per tre volte in ospedale nell’ultimo mese, l’ultima solo due settimane fa. In tutti e tre i casi la diagnosi, stando a quanto riferito dal direttore del carcere cittadino Massimo Parisi, sarebbe stata encefalite. “I medici mi hanno assicurato che non si tratta di una patologia contagiosa, che possa mettere a repentaglio la salute della popolazione carceraria entrata in contatto con il detenuto deceduto”, ha precisato il direttore.
Riscontri diagnostici – Per spiegare le ragioni ancora poco chiare del decesso, il nosocomio cittadino ha predisposto un riscontro diagnostico approfondito. “Sarà necessario attendere almeno quaranta giorni per avere i risultati delle indagini – ha confermato Laura Radice, direttore sanitario del presidio ospedaliero “San Gerardo”. Una pratica voluta dall’ospedale proprio per fare chiarezza”.
Il ragazzo, a quanto riferisce la direzione sanitaria, è stato ricoverato al “San Gerardo” il 20 gennaio ed è morto due giorni dopo. “Non c’è stato quasi il tempo necessario per poter procedere con delle indagini più approfondite – spiega ancora il direttore sanitario -. Il quadro clinico del paziente è peggiorato rapidamente fino al decesso avvenuto solo due giorni dopo l’arrivo in pronto soccorso e il ricovero in terapia intensiva”.
Versioni divergenti – Una situazione, quindi, ancora da chiarire. La direzione sanitaria dell’ospedale cittadino infatti conferma un solo ricovero del detenuto marocchino. “Da noi è arrivato il 20 gennaio. Non ci risultano altri ricoveri”, afferma Radice. Tre, invece, sarebbero i trasporti in ospedale di cui parla il direttore del carcere Parisi, che conferma: “L’intervento dei sanitari del “San Gerardo” che operano all’interno del carcere è stato tempestivo tutte le volte, e il fatto che il detenuto sia stato condotto in pronto soccorso per ben tre volte in un mese evidenzia l’accuratezza del servizio.
Ogni volta poi il ragazzo veniva dimesso perché i parametri rientravano nella norma”. Incongruenze si riscontrano comunque anche per quanto riguarda l’età del paziente: 35 anni secondo quanto riferito dalla direzione del carcere, 30 per i sanitari del “San Gerardo”. Bisognerà quindi attendere almeno un mese per poter davvero far chiarezza sull’intera vicenda, capire cosa sia successo al detenuto e scoprire cosa lo abbia condotto alla morte.
Fonte: Ristretti Orizzonti
Il capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Franco Ionta: “I prezzi non possono essere superiori a quelli fuori”. Dopo la segnalazione di Ristretti Orizzonti e l’intervento dei Radicali, in particolare di Rita Bernardini, il Capo del Dap, Franco Ionta, annuncia “una indagine approfondita e una valutazione attenta sui costi del sopravvitto”.
Il Dipartimento di amministrazione penitenziaria ha avviato un’indagine relativa ai costi del sopravvitto, per verificare che i prezzi siano adeguati alle norme e in linea con quelli che si trovano fuori dal carcere. Lo ha annunciato Franco Ionta, capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, a margine di un incontro con le realtà attive in carcere. I costi non possono in alcun modo essere superiori a quelli che il detenuto sosterrebbe se stesse fuori dal carcere – ha spiegato il capo dipartimento. Vogliamo vedere se le ditte che hanno vinto gli appalti poi rispettano le disposizioni”.
La notizia dell’indagine è stata accolta con entusiasmo da Ristretti Orizzonti. Quella del sopravvitto troppo caro, infatti, è una questione che da tempo sta a cuore all’associazione padovana. Nei mesi scorsi l’impegno su questo fronte è sfociato anche in un’astensione dalla spesa da parte dei detenuti della casa di reclusione Due Palazzi di Padova. Il problema, inoltre, è stato al centro di un’inchiesta dal titolo “Fare la spesa in carcere: paghi tre, prendi due”.
Alla luce delle dichiarazioni di Ionta, Ristretti chiede che “i risultati di questa indagine siano presto resi pubblici e che se ne traggano anche delle conseguenze rapide”. La prima richiesta è di rimuovere la “dittatura del prodotto unico”, che non consente di scegliere tra prodotti più economici, come in qualsiasi supermercato.
Dopo il sequestro di alcune sezioni nei due ospedali, la Commissione d’inchiesta intima di adeguare le parti non sequestrate entro sei mesi, pena la confisca. Adesso rischiano anche gli altri 4 Opg. Napolitano: “Estremo orrore”.
Opg di Montelupo (Fi) e di Barcellona Pozzo di Gotto (Me) a rischio sequestro. È quanto ha annunciato Ignazio Marino, presidente della Commissione nazionale di inchiesta sul servizio sanitario, all’indomani del sequestro di alcune sezioni dei due ospedali da parte dei carabinieri Nas a causa delle inadeguate condizioni igieniche e assistenziali.
Il senatore Pd chiede “l’adeguamento delle intere strutture, quindi anche delle parti non sequestrate, ai requisiti minimi previsti dalle leggi nazionali e regionali entro 180 giorni. Trascorso questo tempo – si legge nella nota di Marino – la Commissione si riserva di procedere al sequestro dell’intero ospedale psichiatrico giudiziario”. In sostanza, se entro sei mesi le strutture non saranno adeguate all’accoglienza dei malati psichiatrici, rischiano la confisca. Un’eventualità che potrebbe far scatenare un vero e proprio effetto domino sugli altri quattro Opg italiani, dove permangono situazioni di estrema criticità.
In materia di Opg si è pronunciato anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, secondo cui “i residui ospedali psichiatrici giudiziari” denotano una situazione di “estremo orrore, inconcepibile in qualsiasi paese appena civile”. Si tratta, dice il presidente della Repubblica partecipando a un seminario sulla giustizia organizzato dai Radicali, di “strutture pseudo ospedaliere che solo recenti coraggiose iniziative bipartisan di una commissione parlamentare stanno finalmente mettendo in mora”.
Sull’argomento, l’associazione Antigone invita il nuovo ministro della giustizia, Nitto Palma, a prendere una posizione ufficiale: “Spero che il ministro – dice il presidente dell’associazione Patrizio Gonnella – prenda in mano la situazione e dica esplicitamente che queste strutture vanno ripensate e territorializzate attraverso trattamenti psichiatrici uguali a quelli ospedalieri”.
Da più parti arriva un appello alla chiusura definitiva e indiscriminata di tutti gli Opg italiani. “Il sequestro delle sezioni degli Opg di Montelupo e di Messina – auspica la radicale Donatella Poretti – è un passo fattivo, finalmente, verso la loro definitiva chiusura”. “Non bisogna fermarsi ai casi più clamorosi – incalza il comitato No Opg.
Bisogna andare fino in fondo e abolire definitivamente gli Opg, aprendo la strada a progetti di assistenza individuali, che privilegiano il territorio, le strutture leggere e il più possibile personalizzate” utilizzando “trattamenti sanitari che, come affermano due sentenze della Corte Costituzionale e le norme sul superamento degli Opg, siano alternativi al ricovero e all’internamento e si svolgano nel territorio di residenza”.
Montelupo: sigilli Nas a carcere psichiatrico, mancano requisiti igienici e assistenziali
Celle senza le condizioni igienico sanitarie minime, padiglioni senza le dovute caratteristiche assistenziali e questa volta i Nas mettono i sigilli a una struttura comunque riconducibile allo Stato come un ospedale psichiatrico giudiziario.
Due ali dell’ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo Fiorentino sono state sequestrate oggi pomeriggio e i pazienti detenuti che le occupavano sono stati trasferiti in un’altra parte della struttura. I sigilli, apposti dal Nas di Firenze, è avvenuta in esecuzione di un decreto di sequestro amministrativo firmato ieri dalla Commissione parlamentare di inchiesta sull’efficacia e l’efficienza del servizio sanitario nazionale presieduta dal senatore Ignazio Marino. Il provvedimento sarebbe stato deciso perché nell’Opg mancherebbero le condizioni igienico-sanitarie, clinico-assistenziali e strutturali e quindi sarebbe leso il diritto fondamentale alla salute. In particolare, i sigilli sono stati messi al padiglione pesa, sala contenzione, e alla sezione ambrogiana dove ci sono 21 celle.
Il Manifesto, 7 luglio 2011
“L’amnistia? È lo Stato che nega se stesso. Meglio trattare il crimine e la pena con sedute di risoluzione dei conflitti. Oppure, come in Danimarca, con le prigioni a numero chiuso”
L’amnistia per svuotare le carceri e far tornare il sistema penale italiano alla legalità, come chiedono i Radicali Italiani?
Se la domanda la poniamo a in sociologo del calibro di Vincenzi Ruggiero, docente presso la Middlesk University di Londra che ha appena pubblicato per le edizioni del Gruppo Abele un saggio sulla contro idea abolizionista: “Il delitto, la legge, la pena”, pp. 271, euro 16), lui risponde con un’altra proposta: “L’amnistia è lo Stato che nega se stesso: dopo aver negato la sua possibilità di ristabilire i principi per i quali detiene le persone, abdica a governare il carcere e quindi lo svuota.
Allora tanto vale essere onesti e fare come in Olanda, Svezia o Norvegia, dove fino a qualche anno fa c’era il numero chiuso per il carcere, in modo da assicurare legalità della detenzione, nel rispetti degli standard minimi stabiliti. E i detenuti in eccedenza si inscrivevano a una lista d’attesa. Se poi nel frattempo, cambiavano vita, il carcere diventava inutile”.
Ecco, fa questo esempio e capiamo subito meglio cosa si intende per “abolizionismo”. Ma poi, quasi con humor inglese, fa notare che in Italia potrebbe ritrovarsi degli “alleati piuttosto imbarazzati”, visto che siamo il Paese dall’éte più abolizionista del mondo, quella che ha abolito il carcere ma sto per se stessa, che vuole abolire la Costituzione e la magistratura a proprio vantaggio, che vuole eliminare la prostituzione ma solo per gli altri, che è contro l’intervento assistenziale dello Stato ma solo per i più svantaggiati mentre si prende tutti vantaggi che può dallo Stato”.
Perché ha sentito la necessità di tornare proprio adesso sulla tesi abolizionista?
Perché gli indici, di carcerazione salgono in tutto il mondo, nonostante il numero dei reati sia stabile o in diminuzione. Vuol dire allora che la società è diventata più intollerante oppure che i problemi sociali si affrontano oggi solo col carcere. Addirittura direi che viene punita la povertà. Dunque, mi sono convinto a dimostrare che nonostante l’abolizionismo suoni come un’idea provocatoria, utopistica, estrema, in realtà è radicata nella tradizione filosofica, religiosa e sociologica occidentale. Un pioniere dell’abolizionismo, come Louk Hulsman, si ispira alle sacre scritture cristiane, mentre un altro come Thomas Mathiesen si ispirerà pure al marxismo, corrente di pensiero egemone nell’800 e anche dopo, ma con forme critiche e libertarie. Infine Nils Christie, l’altro grande autore dall’approccio abolizionista, si ispira a idee anarchiche libertarie dell’800 completamente compatibili col pensiero critico contemporaneo.
In poche parole, cos’è l’abolizionismo?
Non è un programma immediato di abolizione del carcere. È un modo di vedere, una prospettiva con cui affrontare il crimine, le leggi e la pena, tentando di trovare, ove possibile, forme indipendenti di risoluzione dei conflitti. Non è una follia, si tratta di misure molto usate in Australia, in Francia, in Germania e anche a Milano, nel tribunale per minori. E perfino in Inghilterra, dove c’è un tasso di carcerazione maggiore che in Italia ma c’è anche una grande varietà di forme restrittive, diventate necessarie perché il sistema giudiziario ha allargato il raggio di comportamenti ritenuti sanzionabili.
In sostanza, se si guarda al crimine in un’altra ottica si trovano forme di trattamento alternative al carcere, è così?
Sì. Come avviene nelle sedute di arbitrato o riconciliazione. Occorre però che ci sia la disponibilità da parte del reo e delle vittime a cercare di capire cosa è successo nell’incidente che chiamiamo crimine. E ci vogliono persone ben formate che sappiano far interagire le due partì. Può succedere a volte che i due disputanti si rendano conto di avere problemi simili, stesso retroterra sociale, addirittura interessi comuni. In altri casi ciò non avviene e il conflitto tornerà nel contesto sociale da dove è emerso.
In quale direzione va invece il nostro sistema di giustizia?
Siamo alla negazione dell’idea illuminista della risocializzazione. Stiamo tornando alla deterrenza pura. O alla vendetta. Non c’è più l’idea di riabilitazione di Cesare Beccaria che Kant ridicolizzava sostenendo che lo Stato ha il diritto di punire. Hegel addirittura, radicalizzando questo discorso, sosteneva che è lo stesso reo ad avere diritto di essere punito, di essere riconosciuto nella sua individualità e non come mezzo sociale. Stiamo tornando a questa idea di pena come retribuzione. Durkeim dice che nella punizione c’è sempre un elemento di vendetta, e la pena non serve al detenuto ma a noi perché attraverso la punizione rafforziamo la nostra idea di legalità e di comunità coesa.
Lei parla di deterrenza, ma l’attuale governo italiano rivendica esattamente questa funzione del carcere, come ha spiegato solo qualche giorno fa il sottosegretario Giovanardi riguardo alla legge sulle droghe.
Non c’è alcuna prova che l’effetto deterrente funzioni. Nei paesi dove è applicata la pena di morte, per esempio, non diminuisce il numero dei reati. Il carcere invece mantiene una funzione educativa come durante la rivoluzione industriale, quando educava alla disciplina industriale. Oggi serve piuttosto ad abbassare le aspettative di chi vi è rinchiuso. Il messaggio è: “Non ti illudere, la ricchezza è lì, disponibile, ma non per te”. Così il detenuto entra in quella che viene chiamata la “porta girevole”. In questo senso è rieducativo, perché ti abitua ad accontentarti di poco e a sopravvivere nei ghetti e nelle periferie. Nel caso dei migranti, invece, è davvero è uno strumento di deterrenza. E di ricatto: “Se provi a venire qui, ecco cosa ti accade”.
Nel nostro sistema giudiziario quanto conta quella che lei definisce “la tirannia dell’opinione pubblica”?
Quella che noi chiamiamo opinione pubblica è in realtà una sommatoria di opinioni private che fanno la maggioranza. Ne parlava Tocqueville quando descrivendo il nostro modello di democrazia si preoccupava del conformismo, dell’adesione quasi totale a un pacchetto di valori e di stili di vita. Allora, a forgiare la supposta “opinione pubblica” è piuttosto una informazione deviata, una sommatoria di inganni, una congiura dell’ignoranza: c’è chi ignora la natura del crimine, chi l’effetto del carcere e chi la sofferenza della vittima.
Non ha contribuito anche, a questa congiura dell’ignoranza, quella che lei chiama la criminologia pubblica”?
Certamente. La criminologia pubblica è una nuova tendenza che fa la parte di chi si rivolge all’autorità chiedendole di essere benevolente verso i poveri disgraziati. È una criminologia dall’approccio paternalistico, da esercito della salvezza. Perché ha rinunciato a capire i mutamenti sociali e invece di interloquire con gli attori sociali coinvolti si rivolge elitariamente agli esperti e ai rappresentanti politici e istituzionali.
Quali sono secondo lei le scelte legislative che hanno contribuito alla costruzione di quella che lei chiama “zona sociale carceraria”, cioè quella zona sociale soggetta alla “porta girevole”?
È una questione di scelte legislative ma anche di sottrazione di risorse. Con le norme che aumentano la flessibilità e il precariato si è allargata l’area di economia irregolare, la quale a sua volta è adiacente all’area dell’economia totalmente illecita. Ecco allora il formarsi di una sorta di pendolarismo degli esclusi tra comportamenti leciti, semi leciti e totalmente criminali.
Quanto alla sottrazione di risorse, la filosofia che viene espressa è che se sei escluso è colpa tua, perché sei uno sconfitto. Certe leggi, poi, hanno fatto del carcere l’unica risposta ai problemi sociali, una sorta di deposito umano, come è successo con i consumatori di droghe per i quali si è scelto un atteggiamento poco tollerante e contemporaneamente si sono tagliati i servizi. Paradossalmente si può anche dire che chi va in carcere oggi può accedere a servizi che gli sono preclusi fuori.
E allora quale logica sottende – se non, certo, quella economica – a questo trasferimento di fondi dai servizi pubblici al carcere?
Un giudice britannico qualche tempo fa ha detto che il carcere è il modo più costoso di rendere le persone peggiori di quello che sono. Credo però che parlare dei costi della carcerazione non sia un’arma vincente, in un sistema economico e sociale come il nostro basato sul consumismo, sugli investimenti alla cieca, su incredibili sprechi. Io credo invece che il carcere sia usato come strumento educativo, nel senso che ho detto prima, che educa le persone cioè ad accontentarsi di nulla. Perché nulla è riservato loro.
18 luglio 2011
L’altro giorno il segretario della Uil-Penitenziari Eugenio Sarno ha diffuso cifre e dati che costituiscono un affresco da brivido: nelle carceri italiane sono rinchiusi qualcosa come 67mila detenuti (64.081 uomini e 2.848 donne), a fronte di una disponibilità reale di posti detentivi pari a 43.879.
Un surplus di 23.050 detenuti in più rispetto alla massima capienza, che determina un indice medio nazionale di affollamento pari al 52,5 per cento.
In ben dieci regioni italiane, il tasso di affollamento vari dal 15 per cento al 50 per cento. In nove dal 51 per cento all’80 per cento. L’unica regione italiana che non presenta una situazione di sovraffollamento è il Trentino Alto Adige. Capofila, per sovraffollamento, la Puglia (79,4 per cento), seguita da Marche (71,8 per cento), Calabria (70,6 per cento), Emilia Romagna (69,7 per cento) e Veneto (68,0 per cento).
L’istituto con il più alto tasso di affollamento si conferma quello di Lamezia Terme (186,7 per cento), seguito da Busto Arsizio (152,17 per cento), Brescia Canton Mombello (146,6 per cento), Varese (145,3 per cento) e Mistretta (143,8 per cento). Il 50 per cento (102) delle strutture penitenziaria presenta un affollamento dal 50 per cento all’80 per cento; il 35 per cento (72) un affollamento dal 2 per cento al 49 per cento.
Dal 1 gennaio al 30 giugno del 2011 si sono verificati 34 suicidi in cella. Nello stesso arco temporale in 135 istituti sono stati tentati 532 suicidi, dei quali oltre duecento sventati in extremis dal personale di polizia penitenziaria. Il maggior numero di tentati suicidi si è verificato a Cagliari (28). Seguono Firenze Sollicciano (25), Teramo (19), Roma Rebibbia, San Gimignano e Lecce con 18 tentati suicidi. In 160 istituti si sono verificati 2583 episodi di autolesionismo grave.
Il triste primato spetta a Bologna (112), a seguire Firenze Sollicciano (106), Lecce (93), Genova Marassi (77) e Teramo (66). Ad aggravare il quadro complessivo concorrono i 153 episodi di aggressioni in danno di poliziotti penitenziari, che contano 211 persone ferite. Sempre dal 1 gennaio al 30 giugno 2011 in 175 istituti si sono verificate 3392 proteste individuali (scioperi della fame, rifiuto del vitto, rifiuto della terapia). Proteste collettive (battiture, rifiuti del carrello) invece in 126 istituti.
“Questi numeri, coniugati all’imminente esaurimento dei fondi per l’ordinaria amministrazione”, dice Sarno, “testimoniano e certificano l’imminente implosione dell’intero sistema penitenziario. Nel mentre continuano a propinarci la solfa del piano carceri (fantasma) nessuno ha voluto (o potuto) rispondere ad una semplice domanda, ovvero con quale personale si intenderà attivare le nuove strutture (se e quando saranno edificate) o i padiglioni di recente edificazione. In tal senso abbiamo esempi che non possono non preoccupare: i nuovi penitenziari di Rieti e Terni sono solo parzialmente funzionanti per l’impossibilità di garantire gli organici necessari.
Basti pensare che nel 2001, con circa 43mila detenuti, la polizia penitenziaria poteva contare su circa 41.300 unità. Al 30 giugno di quest’anno con 67mila detenuti e una quindicina di istituti aperti nell’ultimo decennio, le unità di polizia penitenziaria assommavano a 37.368 (di cui 2936 impiegate in strutture non detentive). A conti fatti il reale disavanzo nella polizia penitenziaria assomma a circa 8000 unità. Quindi cresce il rammarico per la mancata assunzione straordinaria di circa 1600 unità determinata dalla manovra finanziaria.
Per quanto concerne i profili amministrativi, l’organico previsto è di 9.476 unità. Al 30 giugno 2011 le unità effettive erano 6.753. I ruoli con le maggiori scoperture risultano essere gli Educatori (- 372), gli Assistenti Sociali (- 534), i Contabili (- 308) e i Collaboratori Amministrativi (- 1033). Non crediamo servano ulteriori commenti per illustrare la devastazione che colpisce tutti gli operatori penitenziari, costretti ad operare sempre più soli ed abbandonati nelle frontiere penitenziarie”.
A questa cruda, drammatica denuncia, come rispondono il ministero della Giustizia e il Dap? Con il silenzio. L’inerzia è eretta a sistema, l’indifferenza è programmatica. Cresce, nel frattempo, la mobilitazione. Questa sera, a Bari, avrà luogo una fiaccolata silenziosa davanti al carcere di Bari “per denunziare ancora una volta il grave problema del sovraffollamento e delle condizioni di vita nelle carceri italiane”. L’ennesimo suicidio avvenuto il 27 giugno 2011 nella Casa Circondariale di Bari, il quinto in sei mesi nelle carceri pugliesi, il secondo in meno di tre mesi, dice l’avvocato Eugenio Sarno, presidente della Camera Penale del capoluogo pugliese, “costituisce l’inesorabile conseguenza delle condizioni disumane in cui vivono in Italia i detenuti, e conferma il collasso del sistema penitenziario.
Nelle carceri non vi è alcun rispetto della persona, valore fondamentale della nostra civiltà occidentale. Le condizioni delle carceri italiane, infatti, minano ogni giorno la salute e la dignità delle persone detenute. L’art. 6 del regolamento penitenziario afferma che “i locali in cui si svolge la vita dei detenuti devono essere igienicamente adeguati”.
La realtà è ben diversa, denuncia Sarno: “Persone rinchiuse in piccole celle per 22 ore al giorno, celle buie, fredde d’inverno e roventi d’estate, dove i detenuti consumano anche i loro pasti, con un piccolo lavandino, dove spesso l’acqua non esce, con letti a castello (anche a quattro piani) accatastati alle pareti. A tutto ciò devono aggiungersi le difficilissime condizioni di lavoro degli operatori penitenziari, soprattutto della Polizia Penitenziaria, spesso costretti a turni massacranti a causa delle gravi carenze di organico”.
In Puglia la capienza regolamentare sarebbe di 2.492 detenuti, ma le presenze effettive corrispondono a 4.486 detenuti. Drammaticamente emblematico il dato relativo al carcere di Bari che, pur con una sezione chiusa, ospita ben 550 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 210.
Occorre che la società civile si mobiliti e che anche i media riconquistino il ruolo di forza determinante per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla necessità di considerare il detenuto, che deve giustamente pagare i suoi debiti con la società, comunque, persona con tutti i suoi diritti. Non esagera dunque Sarno quando parla di “barbarie”: “La nostra Costituzione, ha inteso affermare e tutelare i diritti di tutti i cittadini, pertanto crediamo che l’opera di denuncia e di sensibilizzazione sia importante per far comprendere che senza il superamento della cultura della pena carceraria non risolveremo mai i problemi di sovraffollamento, dei suicidi in carcere, delle recidive”.
Ecco un primo elenco delle iniziative che si terranno nella settimana di mobilitazione contro carcere e CIE. Essendo una bozza di primo calendario potrebbe subire degli aggiornamenti e delle modifiche, che verranno comunicate il prima possibile.
Sabato 25 giugno
Presidio/concerto sotto il carcere di Bolzano dalle 15
Presidio sotto il carcere di Teramo dalle 17.
Domenica 26 giugno
Presidio al carcere di Mantova dalle 10:30
Presidio al CIE di Ponte Galeria dalle 11
Presidio davanti alla sezione femminile del carcere di Rebibbia dalle ore 16
Mercoledì 29 giugno
Presidio al carcere di Como dalle 18 alle 21
Presidio sotto alla Dozza di Bologna dalle ore 20.
Sabato 2 luglio
Presidio al carcere di Como dalle 9 alle 12
Presidio davanti al carcere di Parma dalle 14:30 in poi.
Presidio davanti a San Vittore dalle 14:30 in poi.
Presidio sotto il carcere di Cremona dalle 17 alle 21.
Domenica 3 luglio
Spoleto: ergastolano di 53 anni si impicca; è il 26° suicidio del 2011 nelle carceri italiane
3 giugno 2011
L’uomo si è tolto la vita nella sua cella, aveva 53 anni. Inutili i soccorsi. Indagini in corso della polizia penitenziaria.
Un detenuto del supercarcere di Maiano di Spoleto si è tolto la vita nella tarda mattinata di oggi all’interno della sua cella. La notizia, trapelata poco fa, trova i primi riscontri ufficiali. La polizia sta già eseguendo i primi rilievi per ricostruire la dinamica. L’uomo, originario della provincia di Vibo Valentia, aveva 53 anni e stava scontando una pena all’ergastolo.
Inutili i soccorsi degli agenti della penitenziaria che non hanno potuto far altro che constatare il decesso: l’uomo, con ogni probabilità, si è tolto la vita impiccandosi con un lenzuolo. L’allarme è scattato alle 12.15 ma per il detenuto non c’era più nulla da fare. Con quello di oggi sale a 26 la lista dei suicidi nelle carceri italiane dall’inizio dell’anno e a 71 il totale dei detenuti morti. Una lunga scia di sangue che sembra destinata a battere i già tristi primati degli scorsi anni.
Ecco cosa scrive Gino Rannesi, compagno dell’ergastolano suicida:
Quasi nessun giornale ne ha parlato, poco è trapelato e questa morte è passata ancor più inosservata delle altre tra l’indifferenza di chi non vuole rendersi conto della carneficina che si sta consumando dentro le nostre galere.
Venerdì 3 giugno si è impiccato a Spoleto un uomo condannato all’ergastolo, già in carcere da 22 anni.
Due giorni prima aveva avuto conferma di avere una pena ostativa ai benefici penitenziari. Sapete che significa allo stato attuale? Nessuna possibilità di uscire, MAI, un REALE FINE PENA MAI che dura fino alla MORTE, tutti i santi giorni in carcere fino alla morte. Nazareno non ce l’ha fatta e due giorni dopo averlo saputo, alla prima occasione in cui è rimasto solo, ha preferito la MORTE, ha scelto di morire. E’ desolante e demoralizzante tutto questo, oltre che profondamente ingiusto, di un’ INGIUSTIZIA CHE URLA, ma l’urlo questa volta è addirittura quello di un morto; non ci rimane che l’assurda speranza che questa morte possa toccare il cuore di qualche giudice e legislatore. Sì, lo so, non lo saprà nessuno, tutto già è nell’oblio e la morte di Nazareno forse è stata vana, ma noi siamo dei sognatori, LASCIATECI SOGNARE:
SOGNAMO UN FINE PENA PER TUTTI CHE NON SIA LA MORTE.
Ecco cosa scrive Gino Rannesi, compagno dell’ergastolano suicida:
Silenzio ! ! !
Un ergastolano
OSTATIVO si è appena suicidato.
Nelle sezioni di
alta sicurezza è piombato un silenzio assordante.
NAZARENO ha
staccato la spina. Si è impiccato.
Perché ?
Forse perché
stava poco bene?
Forse perché dopo
22 anni di galera si era stancato?
Pochi giorni fa
lo stesso aveva appreso la notizia che la sua istanza tendente a ottenere un
permesso era stata rigettata.
La motivazione
per la quale Nazareno si è visto negare il permesso non ve la dico. Tanto la
sapete già. Ne abbiamo parlato tante volte, ricordate?
Chi viene
condannato all’ ergastolo ostativo può usufruire dei benefici penitenziari solo
a condizione che questo diventi un delatore, un collaboratore di giustizia. Te
la devi cantare ! ! !
Chi sono gli ergastolani ostativi?
Ebbene, non ve lo dico.
Tanto lo sapete già.
Ne abbiamo parlato tante volte, ricordate?
Gli ergastolani ostativi sono coloro che a torto o a ragione avrebbero ucciso altri pregiudicati
in un contesto di “guerra”.
Non so perché
Nazareno abbia deciso di togliersi la vita, immagino però quello che avrà detto nel momento in cui ha
dato un calcio allo sgabello. Fanculo ! ! !
Ciao Nazareno
Il 26 giugno sarà la Giornata internazionale dell’ONU contro la tortura.
Il 24-25-26 giugno nelle carceri italiane i detenuti daranno vita a una mobilitazione contro la tortura del carcere e nel carcere. All’esterno degli istituti di pena si mobiliteranno associazioni, partiti, sindacati, movimenti e organizzazioni della società civile.
Perchè la situazione delle carceri italiane si configura ormai da tempo, in quasi tutte le sue realtà, come una situazione di tortura. In particolare, vogliamo segnalare quattro ambiti specifici all’attenzione dell’opinione pubblica e degli organi politici e amministrativi competenti:
· La tortura quotidiana del sovraffollamento, vissuta dai quasi settantamila detenuti presenti nelle carceri italiane e che si concretizza nella convivenza forzata di quattro persone nelle celle “singole” e di nove-dieci nei “celloni” di alcuni istituti, nelle condizioni igieniche intollerabili, nei suicidi, tentati suicidi e negli atti di autolesionismo, nell’ulteriore ridursi delle possibilità di accedere al lavoro, nella negazione del diritto alla salute e al reinserimento sociale. Una situazione riconosciuta anche dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, che nel luglio 2009 ha imposto all’Italia il pagamento di un risarcimento di un detenuto recluso per due mesi e mezzo nel carcere di Roma-Rebibbia in un cellone di 16,20 metri quadrati insieme ad altre cinque persone. Una esperienza che riguarda migliaia di altri detenuti.
· La tortura dell’ergastolo, che contraddice il principio costituzione della finalità rieducativa della pena (art.27, comma 3), e in particolare la tortura dell’ergastolo cosiddetto “ostativo”, in base al quale oltre 1000 detenuti condannati all’ergastolo sono formalmente esclusi anche da quelle limitate possibilità giuridiche che permettono l’uscita dal carcere dopo un tempo determinato. Si configura così in Italia, diversamente dagli altri Paesi dell’Unione Europea, un “fine pena mai” effettivo che elimina perfino la speranza di tornare nella società, come per quegli uomini e donne attualmente detenuti nelle carceri italiane da oltre trenta e perfino da oltre quaranta anni consecutivi.
· La tortura del regime di “41bis”, cioè la violenza dell’isolamento continuo, con la possibilità di interagire solo con gli agenti di polizia penitenziaria e per due ore al giorno con tre altri detenuti, i colloqui con i familiari al di là di un vetro antiproiettili e attraverso un citofono. Un meccanismo che non produce “sicurezza” né all’interno né all’esterno delle carceri, mentre produce danni irreparabili di natura fisica e psichica nei detenuti con l’obiettivo (non dichiarato e illegale) di farne dei collaboratori di giustizia.
· La tortura dell’ospedale psichiatrico giudiziario (OPG), ossia dell’ “ergastolo bianco”, di una misura di sicurezza legata all’idea lombrosiana della “pericolosità sociale” e priva di un fine pena definito. Gli internati sono così privati a tempo potenzialmente indeterminato della propria libertà, costretti per giunta a vivere in quella situazione insostenibile che alcune recenti pubblicazioni e servizi giornalistici hanno ben descritto.
Aderiamo a questo appello che ci vedrà impegnati con sciopero della fame e con altre iniziative di informazione.
Christian De Vito, Beppe Battaglia, Giuliano Capecchi, Carmelo Musumeci, Alfredo Sole, Giovanni Antonio Ruffo, ed altri…
Rinviaci la tua adesione rispondendo a questa mail.
Aiutaci a diffondere questo appello tra le tue amiche e amici.
Qui di seguito proponiamo un’intervista fatta ad un ex detenuto del carcere di Monza. Le condizioni a cui questa testimonianza fa riferimento sembra che non siano affatto cambiate, Da testimonianze raccolte tramite terzi e in base quelle poche notizie che vengono rese note dai giornali locali, sembra che le condizioni siano peggiorate, sia per un cronico sovraffollamento sia per una carenza di servizi crescente. I dati sono realistici e confermati da fonti che gravitano attorno al carcere di Monza.
Fa riflettere il fatto che se le condizioni igieniche, sanitarie non vanno migliorando, nel corso di quest’estate che si preannuncia ancora più calda, oltre a rivolte si pensa che ci scapperà pure il morto.
La giornata nel carcere di Monza inizia alle 7.30, orario in cui arriva il carrello della colazione, subito seguito dalla raccolta della pattumiera. Dalle 9.00 alle 11.00 si può andare all’aria.
L’aria consiste in un cortile grande di 20 metri per 9 oppure 10 metri quella piccola. Ogni sezione ha la sua ora d’aria. In realtà non sono mai le 9 precise, quando si scende, e non si ritorna mai su alle 11 ma almeno tre quarti d’ora prima; poi sei nel cortile e giri di continuo e basta, non fai un gran che, ma meglio di niente.
Quando si ritorna su passa subito il carrello del mangiare: è l’ora del pranzo.
Il problema è che spesso il carrello si ferma a metà sezione, ognuna delle quali conta 25 celle, sia che parta dalla prima o dall’ultima e gli altri per avere il cibo devono urlare. Ma se urli ti fanno stare zitti, a meno che non ti trovi in cella con la persona giusta(conoscenti, paesani). Il problema del mangiare però, si sente molto di più alla domenica quando per il pranzo preparano poca roba(minestrone sempre minestrone!).Per la cena invece ti devi arrangiare: se hai soldi puoi comprarti qualcosa, ma la maggior parte delle persone, che non hanno niente, rimangono senza cena…è per questo che l’estate scorsa si era scatenata la rivolta. In cella puoi tenere il fornello da campeggio(se non c’è già in cella quando arrivi, te lo devi comprare di tasca tua)per cucinare, ma la roba te la devi comprare con lo spesino e costa un bordello: 50 euro non ti bastano nemmeno per una settimana. Oppure, se sei fortunato, ti portano da fuori qualcosa, ma solo scatolette sotto vuoto, carne cotta senza condimento, e prodotti così, ma solo quelle cose che non rientrano nello spesino.
Se ti si rompe qualcosa devi aspettare almeno un mese: anche se le forniture ci sono non te le danno. Ogni tre mesi arrivano le nuove forniture per i sanitari, per il vitto, ma nel magazzino non è che non ci siano, anzi, lo fanno apposta per crearti disagio o per farti una ripicca se ti sei comportato male, secondo loro.
Dopo pranzo, le 13.00-13.15, si va all’aria pomeridiana fino alle 14.45, quando si torna in cella perché c’è il cambio delle guardie. Dopo che si torna dentro, alle 16.00, passa la spazzatura e si può scegliere se andare in saletta oppure in socialità, dove tutta la sezione può andare. L’unica cosa, è che, a differenza delle altre carceri, in socialità in cella ci possono stare al massimo 5 persone e le celle sono chiuse e non aperte; quindi tu entri e il secondino richiude dietro di te la cella a chiave, perché ancora le celle sono manuali e non automatiche.
Dalle 16.30-17.30 si rientra in cella e ci si rimane fino all’indomani.
Alle 18/19 passa la cena. Da quel momento stai chiuso con i tuoi pensieri, nella tua cella 3×4, con altre tre persone se sei in sezione (quando la stanza è stata costruita solo per una persona) e, mano a mano che i detenuti aumentano, si aggiungono letti a castello e si mettono brandine a terra. Se invece sei in osservazione(e quella è la sezione peggiore) stai in sei per cella, con tre persone a terra, senza avere nemmeno lo spazio per muoverti; se tutti e sei stanno in piedi è un casino, per cui devi fare i turni per poterti muovere e anche per alzarti.
Poi quando vengono i politici nel carcere (mi ricordo che una volta sono venuti i radicali) gli fanno vedere l’aula colloquio, la falegnameria e la sezione più bella, cioè la IV, che è anche la più tranquilla, dove se chiedi una cosa all’appuntato questo te la fa avere. Quindi non vedono i reali problemi che ci sono dietro le sbarre.
Ci sono troppe cose che non funzionano, soprattutto a Monza. Per primo c’è il lavoro che è un problema forte: quattro persone riescono a lavorare nel carcere(lavori come scopino o porta carrelli)e dallo “stipendio” guadagnato ti tirano via una grossa fetta per la manutenzione del carcere. ad esempio se sei definitivo prendi 90 euro e te ne tirano via 50 e prima di averli devi aspettare almeno 20 giorni, se va bene.
La chiamata telefonica dura 10 minuti (che in realtà non sono mai 10, ma 5/8) e per prassi devi portare il contratto del ricevente. Si ha diritto a sei ore di colloquio mensile: un giorno a settimana più il primo o il terzo sabato del mese.
Poi ci sono la biblioteca e la scuola di cui puoi usufruire in base al comportamento che tieni; per i libri puoi fare domanda, così come per andare in biblioteca, ma quando fai la domandina i secondini te la strappano, perché leggono “biblioteca” e dicono “che cazzo ci vai a fare in biblioteca?” .
In palestra ci vai solo una volta al mese e anche quella volta non è sempre garantita, dato che dipende dalle guardie che trovi e dall’umore che hanno.
La condizione sanitaria è pessima: se stai male devi aspettare almeno un mese prima che ti visitino e nel frattempo ti somministrano analgesici e tranquillanti(Aulin, Valium, Aspirina, Voltaren). Il problema è che te li danno anche se sei allergico a qualcosa contenuto all’interno di questi farmaci. Io , ad esempio, non posso prendere alcun tipo di antibiotico. Ai medici non interessa: ti danno il farmaco e ti dicono “prendilo”.
Per capire la situazione sanitaria basta pensare a quello che è successo ad Hassan Ghoia .Lui era nella IV sezione, e un giorno è stato male nella moschea.(ci hanno dato una sala abbastanza grande dove andiamo il venerdì un’ ora e mezza per pregare). Erano già 40 giorni che accusava dei malori, ma i medici continuavano a somministrargli farmaci e psicofarmaci senza visitarlo realmente. Hassan è stato portato all’ospedale, o meglio è stato trasferito, ma quando è arrivato in ospedale è morto.
Anche a un altro ragazzo, Karim, che si è impiccato, le guardie che l’hanno trovato morto hanno detto “guarda avanti”, come se nulla fosse, fregandosene, anche se i detenuti minacciavano di impiccarsi veramente se non dovessero arrivare medicine o visite o altro. Non ti prendono sul serio, se non sei nella sezione IV o VIII, quella degli infami…
Alla fine il carcere è una brutta storia: non ti serve a niente, se non a peggiorarti e a farti star male.
L’unica cosa che ti insegna è di essere solidali con gli altri detenuti- perché in fondo siamo tutti nella stessa barca- e di vivere sempre sull’attenti, come facciamo, dormendo sempre attrezzati, con le lame accanto al letto.
Una nuova aggressione ai danni di un poliziotto da parte di un detenuto nel carcere di Monza. L’episodio è accaduto ieri mattina. La guardia è stata aggredita da un detenuto straniero che voleva fare la doccia e che all’improvviso è andato in escandescenza e ha colpito la guardia.
«È l’ennesimo segnale inquietante della tensione che si registra nelle sovraffollate carceri italiane», ha commentato Donato Capece, segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria (Sappe), il primo e più rappresentativo della categoria. Il segretario generale del Sappe ha messo in evidenza le gravi condizioni di lavoro dei poliziotti penitenziari negli istituti di pena. «Questi nostri agenti lavorano nelle oltre 200 carceri italiane sistematicamente a livelli minimi di sicurezza per le gravissime carenze di personale di Polizia, oltre 6mila agenti in meno rispetto agli organici previsti, e devono quindi fare fronte a carichi di lavoro particolarmente delicati e stressanti, aggravati da una popolazione detenuta ogni giorno sempre più in crescita esponenziale – ha dichiarato -. Ma così non si può più andare avanti. La politica (quella con la P maiuscola) deve prendere con urgenza provvedimenti. Quella della sicurezza penitenziaria è infatti una priorità per chi ha incarichi di governo ma anche per chi è all’opposizione parlamentare».
Capece ha poi evidenziato la situazione della casa circondariale monzese che conta 840 detenuti (il 45% dei quali stranieri) a fronte dei 405 posti letto regolamentari. «Mancano ben 100 agenti di Polizia Penitenziaria: ve ne sono infatti 362 in forza e dovrebbero essere 462 – ha sottolineato -. E le problematiche sono evidenti, come confermano anche i dati relativi agli eventi critici accaduti a Monza nel 2010. Si sono infatti verificati 67 episodi di autolesionismo, un decesso per cause naturali e 10 tentativi di suicidio. 112 soggetti detenuti hanno posto in essere ferimenti e 51 hanno manifestato con sciopero della fame. Da questi dati emerge una volta di più quali e quanti sacrifici affrontano ogni giorno le donne e gli uomini della Polizia Penitenziaria di Monza per garantire vigilanza e sicurezza all’interno e all’esterno degli Istituti di pena partecipando nel contempo alle attività di osservazione e di trattamento rieducativo dei detenuti».
Da MB News
Di fronte alla gravità delle condizioni detentive nelle galere italiane, proponiamo una settimana di mobilitazioni a sostegno delle proteste nelle carceri, nei CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione) e negli OPG (Ospedali Psichiatrici Giudiziari).
Al cosiddetto sovraffollamento che costringe molti a dormire per terra, in condizioni igieniche precarie e a stare stipati come sardine in scatola, si è aggiunta la carenza cronica di acqua, riscaldamento, cibo, in quantità e qualità, di assistenza e di cure mediche adeguate.
Tali problemi, da sempre presenti negli istituti di pena, sono stati aggravati dai pesanti tagli alla spesa pubblica che hanno investito trasversalmente tutta la società (scuole, università, servizi sociali, sanità e trasporti) ai quali la crisi economica ha fornito un ottimo pretesto, favorendo al contempo processi di privatizzazione.
Le molte lettere che sono giunte in questi ultimi mesi sono esaustive in tal senso.
Il “piano carceri” approntato dal governo consiste in un programma di potenziamento delle strutture detentive che serve a garantire profitti in tempo di crisi ai grandi costruttori edili e clientele al maggiore partito di governo attraverso una legislazione speciale che concentra il potere decisionale, ad esempio in materia di appalti pubblici, nelle mani di commissari straordinari, diretta emanazione del Consiglio dei Ministri.
Così, da L’Aquila ai rifiuti in Campania, dal sovraffollamento carcerario agli immigrati in fuga dall’Africa, di emergenza in emergenza, l’eccezione diventa la norma; ed è una norma che ben risponde alle esigenze dei padroni e del loro stato, soprattutto ora che è in guerra ed hanno necessità di reprimere con maggior forza chi, in un modo o nell’altro, intralcia gli interessi della macchina da guerra, fino anche il dissenso. Hanno necessità anche di ingabbiare crudelmente nei CIE buona parte di coloro che scappano dalla miseria, dallo sfruttamento e dalle bombe che essi stessi scaricano. Non solo, quando giustamente gli immigrati protestano, passano da questi “moderni” campi d’internamento al carcere vero e proprio, come mostra la recente vicenda dei tunisini a Milano: provenienti da Lampedusa e relegati nel CIE di via Corelli, sono finiti a San Vittore in seguito alle lotte scoppiate all’interno.
Teniamo presente che il 37% dei detenuti all’interno delle carceri italiane sono immigrati da altri paesi e il 41% è ancora in attesa di giudizio definitivo.
Lo stato di emergenza nelle carceri, dichiarato nel gennaio 2010, serve soltanto questi interessi.
Come interpretare altrimenti l’inutilità della legge “svuotacarceri” (legge n. 199 del 26/11/2010) che ha posto agli arresti domiciliari poco più di 1.000 dei 70 mila detenuti che crescono con un ritmo di 700-800 ogni mese? Che l’emergenza non riguardi le condizioni di vita di migliaia di detenuti lo dimostra anche il fatto che i nuovi padiglioni, all’interno di carceri già esistenti, vengano costruiti sui campi sportivi e nelle aree verdi, sacrificando i già miseri spazi aperti e di socialità. Oppure che i soldi della Cassa delle Ammende, destinati a progetti di “reinserimento sociale” dei detenuti, siano stati utilizzati per l’edilizia penitenziaria.
Attraverso la costruzione di nuove strutture carcerarie e paracarcerarie e con una legislazione sempre più di stampo emergenziale e “bipartisan” (pacchetti sicurezza), questa nuova democrazia autoritaria si prepara a gestire il contesto di crisi economica globale: non solo per imporre i sacrifici ai proletari (cassintegrazione, disoccupazione, precarietà, carovita) ma anche per impedire che la crisi economica possa tramutarsi in crisi politica.
Quindi, da una parte carceri di “media sicurezza” in strutture prefabbricate finanziate e gestite da capitale misto pubblico-privato unitamente allo sviluppo del circuito paracarcerario ma ad esso integrato dei CIE e dei nuovi campi di internamento che sorgono un po’ dappertutto nel paese, come ad esempio il CAI (Centro di Accoglienza e Identificazione) di Manduria (Ta) destinato a rinchiudere fino a 4.000 persone.
Dall’altra, carceri di “alta sicurezza” ulteriormente suddivise da sezioni detentive speciali (Alta Sicurezza: AS1, AS2, AS3; art. 14-bis) che attingono sempre più in termini di privazioni e isolamento dall’art. 41-bis.
Tutto ciò prospetta un sistema di elevata differenziazione e deterrenza, regolato in modo tanto più discrezionale quanto più è marcata l’emergenza del momento, destinato a rinchiudere, nelle medesime condizioni di oggi, se non peggiori, 100 mila persone.
Il governo, con i recenti provvedimenti, dimostra altresì la chiara volontà di consolidare il carcere e, soprattutto, la sua funzione terrorizzante ed intimidatrice contro chi si contrappone ai suoi programmi. In specifico aggravando ed estendendo costantemente sia le pene che la carcerazione preventiva (sono quasi 15 mila i detenuti in attesa di primo giudizio), molto lunga in particolare per i reati associativi che permettono tra l’altro di ingabbiare molte persone contemporaneamente.
Le innumerevoli associazioni “sovversive” e “a delinquere”, appioppate in tutta Italia, sono evidentemente finalizzate ad imprigionare e ad intimidire chi si oppone alle violenze imposte dal mercato, dai fascisti, dai padroni e dal loro stato.
Con la stessa intensità vengono caricati, denunciati e processati gli occupanti di case, gli studenti contro la “riforma” Gelmini, chi si oppone alle discariche e alle nocività in genere, i terremotati de L’Aquila, i lavoratori che si ribellano e lottano contro il peggioramento delle già misere condizioni lavorative in cui versano.
Da sempre e con maggior solerzia negli ultimi anni – da Genova in poi, passando per la “guerra infinita contro il terrorismo” – il tentativo dello stato è quello di controllare e reprimere coloro che lottano e si ribellano alle condizioni di miseria in cui vivono e coloro che vogliono un sistema sociale senza sfruttamento disuguaglianze e guerre.
Di fronte a questo scenario già in atto crediamo che tali questioni debbano essere poste a livello nazionale, in termini politici e complessivi e non soltanto umanitari e “settoriali” al fine di incoraggiare le lotte all’interno delle carceri e stimolare una maggiore dialettica fra interno ed esterno.
Proponiamo pertanto di intraprendere un percorso per dare sostegno concreto alle lotte dentro e fuori i luoghi di detenzione, su tutto il territorio nazionale, con i collettivi e le esperienze che già agiscono su questo terreno.
Come primo momento il nostro intento è quello di costruire, ognuno a partire dalla propria specificità, un’incisiva mobilitazione in tutto il paese, nell’arco di una settimana, davanti a carceri, CIE e OPG, dal 25 giugno al 2 luglio 2011.
Ovviamente tale proposta, che verrà fatta circolare anche nelle carceri, ha inoltre l’obiettivo di rendere noto il più possibile le proteste e le lotte – spesso purtroppo solo individuali – che ci sono quotidianamente all’interno, per poterle sostenere e, come scrivono dal carcere, “renderle collettive, generalizzate e incisive. Ciascuno, da entrambi i lati del muro, può rilanciare la lotta contro carcere e repressione”.
Invitiamo tutti/e a comunicare all’indirizzo cordatesa@autistici.org la propria adesione inviando proposte, comunicati e programmi delle iniziative in modo da raccogliere e rendere disponibile i contributi e il calendario aggiornato delle mobilitazioni sul sito cordatesa.noblogs.org
Milano, maggio 2011
Assemblea regionale contro carcere e CIE – Lombardia
Da alcune ore i detenuti ristretti negli istituti penitenziari di Verona Montorio e Venezia Santa Maria Maggiore stanno protestando contro il sovrappopolamento e le condizioni di reclusione.
“Monitoriamo con una certa preoccupazione quanto accade a Verona, dove la polizia penitenziaria è impegnata a mantenere la situazione sotto controllo – dichiara Eugenio Sarno, segretario generale della Uil Pa Penitenziari.
Nelle scorse ore, infatti, i detenuti non hanno dato vita solo alle classiche battiture delle stoviglie contro le grate ed i cancelli ma hanno anche appiccato tanti mini roghi e fatto scoppiare diverse bombolette, mettendo a serio rischio la sicurezza e l’incolumità. Ieri pomeriggio, dopo che il comandante ed il direttore hanno incontrato i detenuti ed ascoltato le loro ragioni, la protesta è in parte rientrata. A Venezia, invece, i detenuti hanno annunciato che da oggi, e sino a giovedì prossimo, si asterranno dal consumare il vitto fornito dall’amministrazione penitenziaria”.
Anche il Regina Coeli di Roma è stato attraversato da momenti di tensione, causa le proteste dei detenuti. La Uil Pa Penitenziari non nasconde “la propria preoccupazione su quanto sta accadendo in alcuni istituti di pena e il timore di una protesta generalizzata, che rischia di non poter essere controllata e gestita”. Proprio ieri il segretario generale della Uil Pa Penitenziari aveva inoltrato al presidente della Repubblica un accorato appello perché sensibilizzasse il governo ed il parlamento a trovare le necessarie soluzioni per quello che Eugenio Sarno definisce “il dramma penitenziario”.
E riguardo a Rebibbia:
Ansa, 18 maggio 2011
Il garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni trasmette il testo ai presidenti di Camera e Senato, al premier Berlusconi e al ministro della giustizia Alfano.
Uno sciopero della fame, la tradizionale battitura sulle sbarre delle celle e, soprattutto, un Disegno di Legge contro il sovraffollamento. È questa la singolare forma di protesta scelta dai detenuti del carcere romano di Regina Coeli.
Lo sciopero della fame, in corso da domenica 15 maggio, è stato interrotto grazie all’intervento del Garante dei Diritti dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni che ha promesso ai reclusi di trasmettere immediatamente il testo del loro Ddl alle massime istituzioni dello Stato. Il testo scritto dai detenuti è stato inviato dal Garante al premier Silvio Berlusconi, ai presidenti di Camera e Senato, Gianfranco Fini e Renato Schifani, al ministro della Giustizia Angelino Alfano e ai presidenti dei gruppi parlamentari dei due rami del Parlamento.
“Da domenica – ha detto Marroni – i detenuti hanno iniziato a protestare pacificamente per denunciare le drammatiche condizioni di vita nelle carceri. Mi sono impegnato a sostenere le loro ragioni perché il loro grido di allarme sulla situazione degli istituti italiani è lo stesso che, ormai da mesi, lanciamo invano anche noi. Ho giudicato le loro richieste estremamente ragionevoli, anche in considerazione delle difficoltà della magistratura di sorveglianza degli operatori e degli agenti di polizia penitenziaria per le condizioni date in primo luogo dal sovraffollamento”. La proposta di disegno di legge preparata dai detenuti è composta da quattro articoli ed è volta a “garantire la celerità del processo penale e l’accesso alle misure alternative al condannato che ne risulti meritevole.” “I detenuti – ha concluso Marroni – non vogliono premi né indulgenze ma solo certezza di giustizia. Sono infatti convinti che, con le loro proposte, si arriverà a snellire le procedure, e con un minore afflusso di detenuti potranno migliorare le condizioni di vita nelle carceri”.
Riaprire i manicomi dopo l'esperienza della legge Basaglia, invidiataci da tanti Paesi? C'è una proposta di legge in discussione nel comitato ristretto della Commissione Affari Sociali della Camera che, se fosse approvata ci riporterebbe al passato. È in gioco la salute di molti cittadini: le nuove disposizioni concernenti l'assistenza psichiatrica, in materia di trattamenti sanitari obbligatori (Tso) per "malattia mentale", prevedono un'ospedalizzazione, anche coatta, di 6 mesi rinnovabili con la quale, in linea teorica, si può trattenere il degente in una struttura accreditata anche per tutta la vita. Torna dunque centrale il problema della privazione della libertà degli individui. Il testo della proposta, contraddistinta dal cognome dell'onorevole anconetano Carlo Ciccioli, è stato scritto vagliandone altre 8. Una di queste, la 3038/2009, è maturata sotto le Torri: il suo proponente è il deputato bolognese del Pdl Fabio Garagnani. Le novità più considerevoli della proposta, che intende riformare la legge 180, riguardano la durata del provvedimento che verrebbe portata a 6 mesi, rinnovabili a ogni scadenza di ulteriori 6 mesi, anche contro il consenso del ricoverato. Il Tso che ora "non viene rinnovato per più di 3 volte", come dichiara Angelo Fioritti, direttore del dipartimento di salute mentale di Bologna, prenderebbe così a chiamarsi Tsnep (trattamento sanitario necessario extraospedaliero prolungato). Questo prevederebbe anche un contratto terapeutico vincolante, detto "contratto di Ulisse", come quello che l'eroe omerico stipulò coi suoi compagni, affinchè lo legassero all'albero della nave ed egli potesse così udire, senza timore, il canto delle sirene. L'accordo vincolerebbe il paziente alla propria ospedalizzazione o al trattamento con terapie specifiche, anche nel caso in cui, in periodi di crisi, manifestasse una volontà contraria. La proposta di legge permetterà anche il Tso in comunità private accreditate. Ma quando la priorità non è solo la tutela del paziente si corre il rischio di spostare il significato della cura dal piano sanitario a quello della difesa sociale, tornando a disposizioni che ricordano la legge 36/1904, la quale prevedeva il "ricovero coatto" per quei soggetti che si riteneva costituissero "pericolosità per sè e per gli altri e/o pubblico scandalo". Fioritti ha idee chiare in merito: "Ritengo che sia un passo sbagliato. Non è la strada per risolvere i problemi: certo, abbiamo pazienti che non accettano la cura, ma la soluzione non è il ricovero prolungato. Hanno bisogno di attività sul territorio, di vita di comunità e non di essere rinchiusi. Con la reclusione si ottiene solo la perdita di fiducia". Anche Franco Neri, direttore sanitario di villa Baruzziana si dice contrario: "Un Tso di 6 mesi fa ricordare il manicomio". Pure sul contratto terapeutico vincolante e la permanenza in strutture private non mancano riserve. Lo psichiatra fiorentino Giorgio Antonucci, allievo di Franco Basaglia e di Edelweiss Cotti, che in un mese aprì le porte del reparto delle "agitate" - le degenti ritenute più pericolose nell'ex manicomio di Imola - mette in guardia dall'interesse personale del proprietario della struttura che dovrebbe accogliere il Tso. Il rischio: l'internamento a vita. Dello stesso parere è Fioritti: "Non affiderei i Tso a una struttura privata. L'elemento economico si deve controllare con attenzione e dove c'è una privazione della libertà penso che debba esserci il servizio pubblico". L'uso del Tso come strumento di tutela della sicurezza sociale, di "salvataggio della salute mentale e della qualità di vita del nucleo familiare del paziente", come vuole la legge Ciccioli, può far presagire un impiego non ortodosso del provvedimento. "Il Tso è spessissimo strumentale - ammette Antonucci - ogni cittadino può essere minacciato ma solitamente colpisce i più emarginati". Il pericolo dunque è che si possa trasformare in uno strumento repressivo, nel quale rischiano d'incappare minoranze non tutelate. A Bologna forse qualcuno si ricorderà e non solo nella comunità nigeriana, del 34enne Edhmun Hiden morto all'Ottonello, dove si era recato per un trattamento sanitario volontario che venne trasformato in Tso. Ha lasciato una moglie incinta e una sorella. Il mondo della psichiatria e tutti i soggetti che vi hanno a che fare a diverso titolo si stanno chiedendo che cosa ne sarà di questa proposta di legge. Giancarlo Boncompagni, direttore del Servizio psichiatrico di diagnosi e cura del Malpighi la giudica non positivamente: "Il disegno di legge attualmente in discussione - dice - riporta la psichiatria a controllo sociale e pena, poichè si passa dalla cura alla custodia". Boncompagni adduce inoltre una ragione economica per sostenere l'idea che non si darà mai corso ai cambiamenti proposti: "È un'idiozia: vogliono aumentare la custodia ma chi pagherà le degenze che sono costosissime? Un degente arriva a costare 5.000 euro al mese". La pensa così anche Giancarlo Castagnoli, segretario e tesoriere dell'Unione nazionale delle associazioni per la salute mentale (Unasam): "La proposta di legge non potrà mai essere approvata. I costi di una degenza così prolungata aumenterebbero a dismisura. Il ministro Fazio aveva detto, già l'anno scorso, che la Basaglia non si sarebbe toccata". Fonte: Dire
Seegnaliamo lo spostamento del corteo dell’11 giugno a L’Aquila.
Appello
Sabato 18 giugno 2011 ore 10.00 piazza Fontana Luminosa (L’Aquila)
Mobilitazione a L’Aquila e presidio davanti al carcere di Costarelle di Preturo (L’Aquila) in solidarietà ai compagni sotto processo!
Contro il carcere, l’articolo 41 bis e la differenziazione!
In sostegno ai prigionieri rivoluzionari e alle lotte di tutti i detenuti!
In solidarietà a chi porta avanti pratiche di resistenza nel territorio!
La crisi economica pesa ogni giorni di più sulle tasche della gente e gli scenari di guerra si allargano, anche sul fronte interno. Di fronte all’aumentare della repressione negli ultimi mesi, in cui numerosi compagni sono stati perquisiti, indagati e arrestati, rilanciamo con maggiore forza la partecipazione alla mobilitazione del 18 giugno, perché contro la repressione non si tace e si deve lottare fianco a fianco!
Non facciamo passare in silenzio le 22 condanne emesse dal tribunale di L’Aquila
Trasformiamo il processo alle lotte in un processo di lotta:
Torniamo con più forza a L’Aquila!
Mobilitiamoci tutti, uniamo le lotte!
La mobilitazione dell’11 giugno a L’Aquila, week end in cui si terrà il referendum abrogativo per l’acqua e in cui vige ancora il “silenzio elettorale”, è stata spostata al sabato 18 giugno.
Invitiamo tutti i compagni a diffondere il più possibile la variazione dell’appuntamento.
Assemblea per la giornata di lotta dell’11 giugno
aquila11giugno@autistici.org