La cella dell’orrore e dei suicidi

cordatesaVENEZIA. Il pubblico ministero Massimo Michelozzi ha raccontato, ieri, in udienza di essere entrato in quella cella e l’ha descritta: buia, un odore forte e nauseante, gli escrementi per terra. L’accusa è pesante: rinchiudevano nella cella di punizione – era senza acqua, senza luce e senza riscaldamento, non c’erano i sanitari, non c’era il letto e neppure una sedia – i detenuti con comportamenti «devianti, conflittuali o autolesionistici». E nella 408, dopo aver tentato il suicidio in una cella comune, c’era finito anche il 28enne marocchino Cherib Debibyaui, che il 5 marzo 2009 in quel buco si è impiccato facendo a strisce la coperta ed è morto. Ieri, il giudice veneziano Andrea Comez, dopo che il pubblico ministero ha ribadito la richiesta di rinvio a giudizio per i cinque imputati ha rinviato l’udienza al 23 dicembre prossimo per l’ex comandante della Polizia penitenziaria Daniela Caputo, che ha chiesto di essere processata dal giudice dell’udienza preliminare allo stato degli atti con il rito abbreviato, mentre quelle per gli altri quattro, l’ispettore Stefano Di Loreto, l’assistente capo Vincenzo Amoroso, il vice sovrintendente Francesco Sacco, gli ispettori Leonardo Nardino e Pietro De Leo, al 12 novembre, giorno in cui il magistrato dovrà decidere se indizi e prove sono sufficienti per mandarli sotto processo. Caputo e Di Loreto sono accusati di omicidio colposo e abuso di autorità, mentre gli altri solo del secondo reato.

Il rappresentante della Procura ha ribadito quello che aveva scritto alcuni mesi fa, chiedendo il processo per i cinque rappresentanti della Polizia penitenziaria. Di Loreto, stando al capo d’imputazione, a causa del tentativo di suicidio di Cherib, che era stato sventato in precedenza da due detenuti che erano con lui in una cella comune, lo avrebbe trasferito nella cella di punizione, dove dopo 62 ore di isolamento era riuscito ad impiccarsi al chiavistello della finestra. La Caputo avrebbe avvallato la decisione del sottoposto e non avrebbe disposto la sorveglianza sul detenuto a rischio. La stessa sorte avrebbero subito nel corso del 2008 e del 2009 altri detenuti, in particolare, il tunisino Kais Latrach (rinchiuso nella cella 408 per 25 ore una prima volta e per altre 32 una seconda), il tagico Omar Basaev (per 175 ore), il romeno Ilie Paval (per 46 ore), gli iracheni Mohamed Sami (per 30 ore una prima volta e per altre 121 una seconda) e Karim Eddi (per 9 ore). Per la maggior parte degli episodi la comandante della Polizia penitenziaria di Santa Maggiore avrebbe approvato la decisione dei suoi sottoposti a rinchiudere in una cella che possiamo definire di rigore i detenuti, non solo quelli che avrebbero minacciato o percosso altri carcerati o danneggiato le strutture di Santa Maria Maggiore, ma anche chi, come il 28enne Cerib aveva cercato di uccidersi. E nonostante fosse stata la presenza di altri detenuti a salvarlo, con tutta evidenza sarebbe stata la decisione di metterlo in una cella da solo, oltre che senza acqua, luce e riscaldamento, a permettere che i suoi tentativi di suicidio andassero a buon fine. L’avvocato di parte civile Marco Zanchi ha ricordato che c’era voluta la morte per porre fine ad una pratica che durava da tre anni.

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