Lucca, violenze e polemiche in carcere

cordatesaTorna al centro delle polemiche il carcere S. Giorgio di Lucca, dove negli ultimi giorni si sono registrati molti episodi ed eventi critici. E il Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria SAPPE mette sotto accusa i vertici nazionali e regionali dell’amministrazione, “insensibili ed incapaci a risolvere le criticità dell’istituto lucchese”.

“Negli ultimi sette giorni si sono verificati nel penitenziario di Lucca diversi  eventi critici, che hanno visto quasi tutti protagonisti detenuti della III sezione,  quella da poco ristrutturata e riaperta a metà agosto in pieno piano ferie  estivo, dove il Provveditorato peniteniziario di Firenze continua a mandare  detenuti  di difficile gestione e con molteplici problemi anche di natura psichiatrica”, spiega Donato Capece, segretario generale del SAPPE, la prima e più rappresentativa organizzazione di Categoria.

“Le criticità sono enormemente in crescita, tanto che negli ultimi sette giorni ci sono state risse per futili  motivi,  due tentativi di impiccamento di detenuti stranieri (risolti grazie al pronto intervento del  pur risicato personale  di Polizia Penitenziaria ), la protesta di un nutrito  gruppo  di ristretti che si sono rifiutati di  rientrare in cella al termine dell’ora d’ aria . In ultimo, qualche giorno fa, un detenuto  magrebino, dopo essersi procurato taglia ad un braccio, ha dato di matto e tre colleghi della Polizia Penitenziaria, per immobilizzarlo, si sono sporcati di sangue  del detenuto e si sono dovuti recare al locale pronto soccorso (con la propria auto )  per sottoporsi alla profilassi  di eventuali malattie contagiose”.

Capece punta il dito contro i vertici nazionali e regionali dell’Amministrazione penitenziaria che “più volte sollecitati a prendere posizione per risolvere le criticità del carcere di Lucca, assegnando ad esempio i circa 50 agenti di Polizia Penitenziaria che mancano in organico al Reparto, non hanno assunto in realtà alcun provvedimento risolutivo”.

Capece sottolinea come sia giunto il tempo “che la classe politica rifletta seriamente sulle parole spesso dette dal Capo dello Stato sulle criticità penitenziarie e si intervenga quindi con urgenza per deflazionare il sistema carcere del Paese, che altrimenti rischia ogni giorno di più di implodere. Il personale di Polizia Penitenziaria è stato ed è spesso lasciato da solo a gestire all’interno delle nostre carceri moltissime situazioni di disagio sociale e di tensioni, 24 ore su 24, 365 giorni all’anno. Ci vogliono riforme strutturali, che prevedano l’automatica espulsione dei detenuti stranieri per scontare la pena nei penitenziari dei Paesi di provenienza, la detenzione in centri di recupero fuori dal carcere per i tossicodipendenti e potenzino maggiormente il ricorso all’area penale esterna, limitando la restrizione in carcere solo nei casi indispensabili e necessari. Sul progetto dei circuiti penitenziari studiato dall’Amministrazione penitenziaria non ci sembra la soluzione idonea perchè al superamento del concetto dello spazio di perimetrazione della cella e ad una maggiore apertura per i detenuti deve associarsi la necessità che questi svolgano attività lavorativa e che il Personale di Polizia penitenziaria sia esentato da responsabilità derivanti da un servizio svolto in modo dinamico. Oggi tutto questo non c’è ed il rischio è che un solo poliziotto farà domani ciò che oggi lo fanno quattro o più Agenti, a tutto discapito della sicurezza. Il progetto elaborato dal Capo DAP Tamburino e dal Vice Capo Pagano in realtà non prevede affatto lavoro per i detenuti e mantiene il reato penale della ‘colpa del custode’. E’ quindi un progetto basato su basi di partenza sbagliate e non è certo abdicando al ruolo proprio di sicurezza dello Stato che si rendono le carceri più vivibili”.

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