Carcere di Padova sovraffollato Detenuti in sciopero della fame

cordatesaPasquale G. e Said A. sono due detenuti della casa di reclusione di Padova. In cella con loro una terza persona, che di fatto riduce lo spazio a disposizione per ognuno sotto la soglia dei 3 metri quadri a testa fissati dalla legge. È la punta di un iceberg rispetto alla costante emergenza sovraffollamento che da anni si registra al carcere Due Palazzi, ma questa volta i detenuti hanno deciso di ricorrere a un gesto estremo per far sentire la loro voce fuori dalle sbarre. I due infatti, pur non avendo presentato personalmente reclamo, hanno iniziato uno sciopero della fame appellandosi all’accoglimento del ricorso alla Corte Costituzionale presentato dal magistrato di sorveglianza circa i 3 metri quadri come soglia minima dello spazio in cella. Il mancato adempimento a questo limite è già costato all’Italia due condanne della Corte europea dei Diritti dell’uomo di Strasburgo per “trattamenti disumani e degradanti”.

IL LABIRINTO LEGISLATIVO. Il ricorso del Giudice di Sorveglianza di Padova Marcello Bortolato risale allo scorso febbraio, quando ha chiesto formalmente alla Consulta di chiarire la costituzionalità dell’articolo 147 del codice penale che non prevede tra i motivi di sospensione della pena il sovraffollamento del carcere. L’obiettivo è l’emissione di una sentenza che allarghi la facoltà dei giudici di sospendere e rinviare l’esecuzione in carcere della pena di un detenuto ai casi in cui verrebbe scontata in condizioni intollerabili di sovraffollamento. Attualmente infatti l’unico evento sospensivo contemplato dalla legge è una condizione “grave infermità fisica” del recluso.

I PRECEDENTI. In questo senso esistono precedenti internazionali. Nel 2011 la Corte Suprema degli Stati Uniti ha confermato l’ordine intimato al governatore della California da una Corte federale di ridurre di un terzo la popolazione carceraria in base all’ottavo emendamento della costituzione americana che vieta le pene crudeli. Nella più vicina Germania invece, sempre nel 2011, la Corte Costituzionale ha richiamato il dovere di interrompere reclusioni “disumane” se le soluzioni alternative sono improponibili.

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