L’inferno del carcere di Rossano Scalo. Un ex detenuto: “Lì non sei un uomo ma un numero”

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Nei giorni scorsi abbiamo incontrato un cittadino da poco uscito dal carcere calabrese di Rossano Scalo, segnatamente dalla sezione “media sicurezza”. Una struttura che sorge in una terra di nessuno, lontana dal centro abitato e che ospita più del doppio dei ristretti che potrebbe contenere. Le parole di questo cittadino danno ancora una volta il senso di un degrado già raccontatoci da un uomo nella stessa condizione del nostro interlocutore (clicca qui) che dimostra come non solo a Poggioreale o a Santa Maria Capua Vetere (clicca qui) esistano situazioni dove la dignità umana è quotidianamente calpestata. Eppure in Calabria esiste anche un altro carcere, come quello di Locri o come il reparto alta sicurezza di quello di Rossano, dove per fortuna non avvengono le tragedie che il cittadino da poco uscito da suo tunnel giudiziario ha deciso di raccontarci. Tragedie che avvengono ogni giorno anche in altri penitenziari, come quello di Poggioreale che nelle ultime settimane ha fatto registrare tre decessi per presunte carenze negli standard igienico sanitari all’interno della struttura.

Partiamo dalla situazione igienica e dalla vivibilità del penitenziario di Rossano Scalo

“Nel carcere di Rossano Scalo non c’è acqua calda in cella. Le docce sono divise in base ai due reparti e ci sono 4 docce per ogni 100 detenuti in celle che, pur essendo da due, ospitano quattro detenuti. Abbiamo fatto anche le battiture e lo sciopero del carrello per protestare contro la quinta branda che in alcune celle era presente. Ricordo che chi dormiva all’ultimo piano del letto a castello, urtava praticamente con la testa sotto al soffitto. L’acqua calda non è disponibile per tutti i detenuti quando è il momento di fare la doccia e per molti l’acqua è tiepida, quando non fredda. Le docce sono poste all’esterno e quindi, una volta lavato – per modo di dire – il rischio concreto è quello di ammalarsi, come anche a me è capitato con febbri molto alte. In caso di malattia, poi, sei abbandonato a te stesso e se stai male ti conviene stare zitto e restare sulla branda. Consideri che molti detenuti sono non calabresi e ci sono anche tanti immigrati. Per questi il dramma è doppio perché c’è anche la solitudine”.

Cosa faceva o che servizi offriva il carcere nei momenti in cui non eravate chiusi in cella?

“Non offre nulla e non funziona niente, si può dire che funzioni meglio il reparto alta sicurezza rispetto a quello di media sicurezza dove io ero detenuto. A differenza dei detenuti del reparto alta sicurezza, noi non avevamo né cuochi né corsi di ceramica o altre attività. L’unica cosa che ho potuto fare è stata iscrivermi al catechismo”.

Ha assistito a suicidi o a scene di autolesionismo dietro le sbarre?

“L’autolesionismo l’ho visto coi miei occhi. Una scena che non dimenticherò mai più. Era un detenuto marocchino che si tagliò le braccia e uscì dalla cella sanguinando in modo spaventoso. Ricordo che scagliò degli oggetti, uno sgabello contro una porta e vennero gli agenti a prenderlo. Lo misero in isolamento, al primo piano. L’indomani mattina, all’alba, presero questa persona e – parliamo di poche settimane fa e faceva un gran freddo – la buttarono nel “passeggio” dove trascorrevamo l’ora d’aria. Lo buttarono in mutande e sentivamo strillare tutti i detenuti stranieri che si accorsero di quanto era accaduto. Il detenuto marocchino fu anche minacciato di ricevere come trattamento punitivo la doccia con l’estintore. Successe un macello quel giorno in carcere”.

Che ci può dire del vitto a Rossano Scalo?

“Il vitto più di una volta è stato una patata bollita a testa, non c’era nulla. La domenica sera non passa il carrello e i prezzi nello spaccio sono astronomici. Dal tabacco ai generi di prima necessità, i prezzi sono più che raddoppiati rispetto a quelli praticati all’esterno. Inoltre la colazione era preparata ogni mattina in maniera antigienica. Ricordo fusti di latte che venivano lasciati per ore a pochi metri da enormi cataste di spazzatura con topi, scarafaggi e sporcizia tutt’attorno. Quel latte era destinato a noi detenuti, uno schifo solo a pensarci”.

Oltre a quel marocchino, c’è qualche altro caso umano che l’ha colpita a Rossano Scalo?

“Certo, più di uno ma in particolare ricordo un anziano signore che era in carcere da oltre vent’anni e che ha più di 70 anni. E’ in condizioni pietose e non riceve visite da tempo, anche se i colloqui non sono per nulla riservati dato che ovunque ci sono cimici e telecamere. Per noi non esiste privacy. Tornando all’anziano, ha bisogno di cure che non riceve e spesso in carcere siamo noi detenuti a dover svolgere assistenza. Anche a me è capitato, quando ero in infermeria e a mia volta avevo bisogno di cure urgenti. Un’esperienza incredibile e terribile da vivere. Posso dire che in carcere a Rossano Scalo non c’è alcun rispetto per la dignità. In quel carcere sei un numero, un pacco postale”.

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