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Iniziative in solidarietà con gli arrestati del 7 febbraio 2007

Domenica 6 maggio al Centro sociale F.O.A. Boccaccio di Monza ore 13.00 pranzo pranzo di sottoscrizione delle spese processuali per gli arrestati del 12 febbraio 2007.
Se qualcuno ha qualche bicchiere e qualche posata di troppo le porti
E’ gradita la prenotazione
Giovedì 10 maggio assemblea-dibattito presso il centro sociale Cox18 ore 20:30
Martedì 15 maggio presidio davanti al tribunale di Milano, corso di Porta Vittoria ore 9:00

 

 


Modena: detenuto muore in ospedale dopo 4 giorni di coma

Aveva tentato di togliersi la vita a Pasqua, utilizzando un maglione e appendendosi al letto a castello. Tempestivo il massaggio cardiaco, che non è bastato: l’uomo non ha mai ripreso conoscenza. Il massaggio cardiaco non è bastato a salvargli la vita.

Un detenuto del carcere di Modena, che aveva tentato di togliersi la vita il giorno di Pasqua, è deceduto oggi in ospedale. Si era impiccato alla terza branda del letto a castello usando un maglione come cappio. Era intervenuto immediatamente un agente della polizia penitenziaria che lo aveva adagiato a terra e lo aveva soccorso. Condotto in ospedale, l’uomo – dietro le sbarre per reati di natura sessuale – era però entrato in coma senza riprendersi più.

“La polizia penitenziaria – ricorda Giovan Battista Durante del Sappe – riesce ogni anno a salvare oltre mille detenuti che tentano di suicidarsi, questa volta, purtroppo, l’uomo è’ deceduto, nonostante l’agente sia intervenuto immediatamente ed abbia fatto di tutto per salvargli la vita”.

Ansa, 12 aprile 2012

 


Pedro

Giovedì 12 aprile, ore 21.30, F.O.A. BOCCACCIO 003, via Rosmini 11, Monza

 

Riappropriarsi della memoria per affrontare con più forza le lotte e la repressione.

Proiezione video “Pedro vive nelle lotte” sull’omicidio di stato di un compagno accusato con i reati associativi nell’ambito dell’inchiesta “7 Aprile”.

Seguirà dibattito La repressione con denunce, arresti, reati associativi, processi, galera, fino agli omicidi, ieri come oggi non arresta le lotte. Impariamo ad affrontarla

cordatesa.noblogs.org

 

Il 9 Marzo del 1985 si consumava uno degli eventi più dolorosi dell’azione di repressione dell’Autonomia iniziata sei anni prima col noto “processo 7 Aprile”.Agenti della Digos e dei Servizi assassinano Pietro Maria Greco detto Pedro,militante comunista, freddandolo all’uscita del suo appartamento di Trieste.Il movimento veneto, sconvolto dall’accaduto, si risveglia dopo anni di quiescenza e solidarietà attiva giunge da tutta Italia.E’ solo l’ultima di una serie di azioni repressive anche violente basate sul teorema Calogero, dal nome del pm che condusse l’inchiesta, che vedeva nell’Autonomia il bacino di reclutamento delle Brigate Rosse e nei teorici del movimento dei quadri dello stesso partito armato. Il processo 7 Aprile fece per la prima volta largo uso di due strumenti repressivi che negli anni successivi diverranno la prassi consolidata dell’azione dello stato contro chi osa mettere in discussione il suo potere: i reati associativi e il carcere preventivo.Migliaia di compagni finirono nelle patrie galere spesso colpevoli unicamente di conoscere qualcuno.Il tutto ovviamente fu accompagnato da una campagna stampa denigratoria e martellante e dall’unanime plauso delle forze parlamentari. Riteniamo che oggi più che mai sia di stretta attualità tornare a parlare di carcere e di repressione dei movimenti sociali, soprattutto dopo le carcerazioni notav degli ultimi mesi.Le strategie repressive di ieri gettano luce su quelle di oggi,che è fondamentale comprendere per neutralizzarne l’azione. La tragica fine di Pedro e la storia del processo Calogero possono costituire ottimi spunti per il dibattito. Ne parliamo Giovedì 12 Aprile alle 21.00, presso la F.O.A. Boccaccio di Monza, via rosmini Monza.


Catania: detenuto si suicida, agente scrive sul registro dei movimenti “pace, uno di meno”

Al carcere di Bicocca: un detenuto si suicida, un agente scrive sul registro dei movimenti “pace, uno di meno”. Due suoi colleghi cercano di cancellare la scritta.
Erano stati accusati di un riprovevole episodio di “falso” e, per questo, erano finiti davanti al gup. Un ufficiale e un agente della polizia penitenziaria in servizio al carcere di Bicocca, Giuliano Cardamone e Massimiliano Cavaliere, il 15 dicembre del 2008 avevano “coperto” l’opera di un loro collega, Giuseppe Bellino, che in occasione del suicidio di un detenuto, nella casella del registro dei movimenti detenuti relativo al suicida, aveva scritto in corrispondenza del nome: “Pace, uno di meno”.
Cardamone e Cavaliere avevano poi cancellato la dicitura con il “bianchetto”, apponendo un tratto di penna per ricostituire la riga del registro ed avevano poi fotocopiato l’atto, ottenendo delle copie nelle quali non doveva essere rilevabile l’alterazione. In realtà, le correzioni grossolane erano evidenti ed entrambi sono stati indagati per i reati di alterazione di atto pubblico e falso.
Stessi reati contestati al collega che aveva materialmente scritto la frase sul registro. Quest’ultimo, ha chiesto ed ottenuto di essere giudicato con il rito abbreviato. Per gli altri due il pm aveva chiesto il rinvio a giudizio. Bellino è stato assolto, Cardamone (difeso dall’avvocato Dario Fina) e Cavaliere (difeso dall’avvocato Licinio La Terra) non sono mai arrivati al dibattimento in quanto il gup Alessandro Ricciardolo, li ha prosciolti entrambi “perché il fatto non sussiste”.
Per il giudice, infatti, pur essendo la loro condotta “inopportuna ed eventualmente rilevante in sede disciplinare, non è munita di tale offensività da avere rilievo penale”. Secondo il gup il caso rientra nelle ipotesi di “falso innocuo” (sentenza della Cassazione 29 settembre 2010) perché l’alterazione sarebbe del tutto irrilevante ai fini del significato dell’atto, non comportando effetti sulla funzione documentale dell’atto stesso.

La Sicilia, 25 marzo 2012


Detenuto suicida a Parma

Ancora  brutta notizie dal pianeta carcere. Un altro decesso dietro le sbarre ci racconta di disagi ed emergenze da risolvere. Non passa giorno senza che dai penitenziari italiani arrivino news che lasciano interdetti. Quella che le agenzie di stampa battono oggi parla della morte di un 25enne detenuto a Parma. Si tratta di suicidio.

Il ragazzo era stato condannato e costretto a scontare il carcere per omicidio plurimo. La notizia è stata diffusa dal sindacato autonomo di polizia penitenziaria Sappe che rilancia per l’ennesima volta l’allarme. ”Nonostante ogni buona intenzione da parte dell’Amministrazione penitenziaria quella delle morti in carcere resta un problema insoluto e, probabilmente, irrisolvibile – ha dichiarato Giovan Battista Durante, segretario generale aggiunto del Sappe – considerate le enormi carenze di personale di polizia penitenziaria e di altre figure professionali, oltre, ovviamente, al sovraffollamento”. ”In Italia mancano 6500 unita’ di personale tra agenti, sovrintendenti ed ispettori, in Emilia Romagna ne mancano 650. Anche a Parma mancano oltre cento unita’ di personale. Gli eventi critici, tra suicidi, tentativi di suicidio, aggressioni, gesti di autolesionismo e danneggiamento a beni dell’Amministrtazione superano i 200 al giorno nei 206 istituti del nostro Paese”.

Il problema che grava di più su questa situazione esplosiva è sicuramente il sovraffollamento: ”I detenuti – conclude il sindacalista – seppur stabili da piu’ di un anno a seguito della legge Alfano e del decreto salvacarceri del ministro Severino restano comunque tantissimi, consaiderato che sono circa 67000, per una capienza di 44000″.

Da Clandestinoweb.com


Quando il No TAV entra nel carcere

Nelle ultime settimane ci sono state manifestazioni ed iniziative sotto diverse carceri a sostegno di alcuni detenuti appartenenti al movimento No TAV.

Il 26 gennaio scorso infatti sono state arrestate 25 persone, accusate di aver lanciato sassi contro polizia e carabinieri in occasione delle giornate del 27 giugno e del 3 luglio 2011 in Val di Susa (To) quando migliaia di manifestanti hanno tentato di riprendersi l’area recintata del cantiere dove dovrebbero cominciare i lavori per la linea ferroviaria ad Alta Velocità Torino-Lione.

A Milano si sono tenute diverse iniziative sotto il carcere di San Vittore – dove tuttora sono rinchiusi tre degli arrestati – che hanno visto la partecipazione di alcune centinaia di persone.

La musica, i fuochi d’artificio e i numerosi interventi al microfono sono riusciti a superare le alte mura di cemento che circondano il carcere e a mettere in comunicazione il fuori con il dentro.

Oltre a sostenere i nostri compagni, a comunicare le ragioni della lotta contro il TAV e contro le altre grandi opere lombarde (TEM, Pedemontana, EXPO 2015), queste manifestazioni hanno espresso solidarietà con le proteste e le lotte dei detenuti di quest’ultimo anno, dovute sicuramente al sovraffollamento ma anche alla mancanza di cure sanitarie adeguate, alle continue violenze inflitte da apposite squadrette di agenti di polizia penitenziaria, ai costi delle merci acquistate nel carcere ben al di sopra dei prezzi correnti di mercato. A questo si aggiungono le difficoltà che incontrano i familiari dei detenuti nel percorrere anche centinaia di chilometri per poter fare i colloqui, spesso dopo estenuanti attese e dovendo riportarsi a casa buona parte del cibo cucinato per ragioni che variano a seconda dei giorni e a seconda delle persone.

Come per l’Alta Velocità anche sul tema delle carceri il nuovo governo si presenta come continuazione del precedente. Di fronte alle drammatiche condizioni carcerarie, il governo Monti non solo non vuole alcun provvedimento di amnistia ma ripropone come soluzione quella di costruire più carceri coinvolgendo anche banche ed aziende private, favorendo così il business carcerario che negli USA ha portato nel giro di dieci anni a raddoppiare la popolazione detenuta che ad oggi conta di oltre 2 milioni di detenuti con un aumento medio settimanale di 1.500 persone. E questo lo chiamano progresso…

Nei suoi venti anni di storia, la lotta contro il TAV in Val di Susa è cresciuta e si è rafforzata arrivando a mettere in discussione il modello capitalistico di progresso, l’unico sostenuto dai vari governi che si sono avvicendati; è perciò riuscita a comunicare e ad unire oltre le proprie specificità e il proprio territorio, diventando un punto di riferimento per molte altre lotte e movimenti di emancipazione sociale. Per questo motivo è duramente attaccata dallo stato che in epoca di crisi economica e di credibilità politica vede come una minaccia tutti quei movimenti che concretamente rappresentano un’alternativa ad un modello di sviluppo basato sulla distruzione dell’ambiente, sulla militarizzazione dei territori, sulla finanza e sullo sfruttamento di molti a favore di pochi.

Per portare sostegno e solidarietà agli arrestati del 26 gennaio il movimento No TAV ha indetto una giornata di mobilitazione sotto le carceri; sotto il carcere di San Vittore questa sarà una nuova occasione per portare sostegno e solidarietà anche alle lotte dei detenuti e dei loro familiari.

domenica 11 marzo

manifestazione sotto il carcere di San Vittore

(ore 16.30 Viale Papiniano angolo Via degli Olivetani)

Milano, 5 marzo 2012

Assemblea regionale contro carcere e CIE – Lombardia

Per contatti:

CP 10241 intestata all’associazione “Ampi Orizzonti” – 20122 Milano

CP 86 intestata all’associazione “Oltre le sbarre” – 22077 Olgiate Comasco (Como)

Cordatesa, via casati 31 – 20043 Arcore (Mb)


Nuovo suicidio in carcere

Roma, 28 feb. (Adnkronos) – Ennesimo suicidio in carcere. “Ieri sera, verso le ore 23.15, un detenuto di origine romeno si e’ suicidato nel carcere di Catanzaro impiccandosi all’interno della cella, dove si trovava da solo. Aveva circa 25 anni. Sono 12 i suicidi dall’inizio dell’anno nei penitenziari italiani ai quali vanno aggiunte le morti per cause naturali”. Lo riferiscono Giovanni Battista Durante e Damiano Bellucci, rispettivamente segretario generale aggiunto e segretario nazionale del sindacato autonomo polizia penitenziaria (Sappe).

“In Calabria – ricordano in una nota – i detenuti presenti sono piu’ di 3000, per una capienza regolamentare di 1875 posti. I detenuti in attesa di giudizio sono 1498: 917 in attesa di primo giudizio, 283 appellanti, 206 ricorrenti in Cassazione e 92 in posizione mista. A Catanzaro i detenuti sono circa 600, per una capienza regolamentare di 354 posti. C’e’ un nuovo padiglione che non potra’ essere utilizzato per mancanza di personale”.

“Speriamo che il disegno di legge presentato dal ministro della giustizia Paola Severino sulla messa in prova – auspicano – venga approvato al piu’ presto. Nell’incontro che abbiamo avuto la scorsa settimana al ministero della giustizia il ministro ci ha assicurato che il disegno di legge ha ottenuto in Parlamento una corsia preferenziale per una celere approvazione. Anche il Presidente della Camera dei deputati Gianfranco Fini che abbiamo incontrato ieri – riferiscono – ci ha assicurato il suo personale impegno. Con l’approvazione di questo disegno di legge i condannati fino a quattro anni di reclusione possono essere affidati all’esterno del carcere per svolgere lavori socialmente utili”.


La verità sulla chiusura degli OPG

Il 25 gennaio, il Senato ha approvato un emendamento, incluso nel cosiddetto “Decreto svuota carceri”, in cui si indicano “disposizioni per il definitivo superamento degli Opg”. In sintesi, l’emendamento prevede che, a decorrere dal 31 marzo 2013, le misure di sicurezza del ricovero in Opg siano eseguite esclusivamente all’interno di strutture sanitarie i cui requisiti – strutturali, tecnologici e organizzativi – saranno stabiliti entro il 31 marzo 2012, da un ulteriore Decreto definito di concerto tra il Ministro della salute, il Ministro della giustizia e la Conferenza permanente Stato-Regioni. Tali strutture, destinate di norma a soggetti provenienti dal territorio regionale in cui sono ubicate, dovranno essere a esclusiva gestione “sanitaria”, prevedendo eventualmente, in rapporto della tipologia degli internati, un’attività “perimetrale di sicurezza e vigilanza esterna”.
Al di là delle dichiarazioni di “definitivo superamento degli Opg” e “destinazione a strutture puramente sanitarie”, che suonano straordinariamente positive, si rilevano una serie di aporie e nodi che non vengono sciolti. Proviamo a elencarli.
1) La nuova legislazione non tocca minimamente gli articoli dei Codici – penale e di procedura penale – riferiti ai concetti di pericolosità sociale del folle reo, di incapacità e di non imputabilità, che determinano il percorso di invio agli Opg, e quindi, d’ora in poi, l’invio alle nuove “residenze psichiatriche”. Residenze non meglio qualificate, il cui numero verrà stabilito dalle Regioni (sulla base di quali criteri?), le cui caratteristiche saranno decise da un Decreto ancora da elaborare, ma le cui finalità restano integralmente quelle proprie della gestione di una misura di sicurezza detentiva.
 2) È fin troppo facile prevedere la moltiplicazione di queste residenze, ciascuna delle quali doveva essere inizialmente dotata di 20 posti letto: numero poi scomparso, in sede di definitiva approvazione del Decreto in aula. Le deplorevoli condizioni dei manicomi giudiziari, la crisi molto esplicita dei concetti di “non imputabilità” e di “pericolosità sociale” nel dibattito culturale e scientifico, hanno certamente contribuito, negli ultimi anni, a una notevole cautela nell’invio dei pazienti agli Opg da parte di numerosi magistrati. L’allestimento di “nuove residenze psichiatriche”, che si potranno supporre più appropriate sotto il profilo logistico, e più assistite sotto il profilo sanitario, legittimerà le varie istanze sanitarie e giudiziarie ad abbassare la soglia di accesso ai nuovi surrogati degli Opg. E mentre è facile prevedere un notevole aumento del numero degli internamenti, nulla garantisce che l’abnorme sistema di proroghe delle misure di sicurezza, attualmente utilizzato, venga a cessare.
 3) La condizione in cui versa la gran parte dei Servizi psichiatrici di Diagnosi e cura nel nostro paese, spesso a porte chiuse, con sistemi di videosorveglianza, con l’estesissimo utilizzo di mezzi di contenzione fisica per soggetti che nessun reato hanno commesso, lascia facilmente intravedere quali saranno le reali strutturazioni delle nuove residenze psichiatriche per soggetti che hanno commesso reati, considerati in sentenza “socialmente pericolosi a sé e agli altri”.
 4) Rinnovare con una legge, nel 2012, la legittimità del concetto di “pericolosità sociale” collegato all’infermità mentale (concetto ormai considerato, da giuristi e psichiatri, privo di qualsiasi base scientifica ed empirica), e della nozione di “totale incapacità di intendere e di volere”, pur essa fortemente criticata da più parti negli ultimi decenni, significa assumersi la grave responsabilità di contrasto allo spirito e alla lettera della Legge 180/78, che ha abolito il nesso “malattia mentale – pericolosità sociale”, sostenendo con forza la responsabilità e i diritti di ogni cittadino, tra cui il diritto di ciascuno di essere giudicato e – se reo – condannato.
 5) La proliferazione di residenze ad alta sorveglianza, dichiaratamente sanitarie, riconsegna agli psichiatri la responsabilità della custodia, ricostruendo in concreto il nesso cura-custodia, e quindi responsabilità penale del curante-custode.
 6) Si continua a non stabilire garanzia alcuna per l’internato, a differenza del regime carcerario, in cui quanto meno una serie di garanzie per i detenuti – in primis la certezza di fine pena – esistono in misura molto articolata. In altre parole, si rifondano nel 2012 misure specifiche per i “folli rei”: da un lato si ribadisce un nesso inaccettabile, riproponendo uno stigma di carattere generale; dall’altro ci si collega a sistemi di sorveglianza e gestione esclusiva da parte degli psichiatri, ricostituendo in queste strutture tutte le caratteristiche dei manicomi.
In definitiva, il nostro giudizio sull’affrettato dispositivo legislativo resta di grande allarme. Al di là delle buone intenzioni del legislatore, l’emendamento votato in Senato configura un attacco formidabile alla Legge 180, con il rischio di una prosecuzione sine die – e in dimensioni non prevedibili – dell’istituto della misura di sicurezza. Istituto introdotto nella nostra legislazione in piena epoca fascista, e della cui persistenza nei nostri Codici non si sente assolutamente il bisogno.
Proponiamo quindi, come ancora più impellente, una modifica legislativa che aggredendo il nocciolo delle questioni (Art. 88 del Codice penale, codice Rocco e tutta la legislazione collegata), abroghi definitivamente e davvero il manicomio giudiziario, abrogando le leggi che ne determinano, sotto qualsiasi nuova veste, la persistenza in vita. Si tratta di smontare i concetti di “pericolosità” e di “non imputabilità”, il doppio binario delle misure di sicurezza, restituendo al generale ordinamento penale le persone con disturbo mentale. Di fronte alla giustizia non deve più esistere il “folle reo”, ma solo un reo che, se infermo di mente, incontrerà misure alternative in sede di esecuzione della pena: misure già ampiamente previste dalla legislazione vigente di fronte a diverse infermità, e forse da ulteriormente precisare nella fattispecie dell’infermità mentale.
Dal Manifesto, 13 febbraio 2012

Il decreto non svuoterà il carcere di Monza

Monza, 12 febbraio 2012 -Se l’indulto, per il carcere di Monza, è stato «solo un’aspirina» come l’avevano bollato gli agenti, il decreto «svuotacarceri<» non sposterà neanche di una virgola la situazione. «Non ci dobbiamo aspettare grandi cambiamenti>», ammettono dalla direzione della casa circondariale. Certo, secondo la media lombarda anche a Monza un detenuto su sette potrebbe lasciare via Sanquirico con un anno e mezzo di anticipo per scontare gli ultimi mesi di condanna agli arresti domiciliari. Una possibilità che allunga di sei mesi quanto già previsto dal ministro della Giustizia Angelino Alfano nel 2010, e di cui l’anno scorso ne hanno beneficiato 75 detenuti di Monza.

E adesso? La conta precisa non è stata ancora fatta ma «i numeri non cambieranno di molto, anche perché per poter anticipare l’uscita dal carcere – mettono i puntini dalla direzione dell’istituto – oltre alla valutazione del magistrato di sorveglianza è necessario anche avere una casa idonea per scontare i domiciliari. E non tutti i detenuti ce l’hanno, soprattutto gli stranieri», che a Monza sono quasi la metà (il 45%) su una popolazione di 740 persone. Morale: nemmeno il decreto «svuotacarceri» aiuterà ad allargare gli spazi nelle celle. «La situazione è certamente difficile – riconoscono in direzione -, peggiorata anche dal fatto che abbiamo 57 celle chiuse perché inagibili a causa delle infiltrazioni d’acqua».
Un problema venuto a galla dopo il nubifragio dell’agosto scorso. I primi interventi-tampone sui reparti matricola, osservazione e lungo i camminamenti sono quasi ultimati ma per i lavori in grado di mettere all’asciutto le celle, la cappella, la palestra e il teatro tutto è ancora fermo al Ministero. In settimana, invece, si comincerà a mettere mano all’impianto di riscaldamento ma anche qui si tratta solo di un palliativo nell’attesa del rinnovamento completo delle caldaie. E «qui si continua a stare al freddo, le temperature degli ambienti e dell’acqua è gelida. Un problema che riguarda anche la caserma degli agenti interna al carcere (dove alloggia una cinquantina di poliziotti) e la Pastrengo in via Lecco in cui vivono circa 200 persone – lamenta Domenico Benemia, segretario regionale della Uil penitenziari -. Il fatto è che tutto viene trascurato, a cominciare dalle sedie rotte degli uffici».

Inflitrazione, locali chiusi, sovraffollamento, mezzi di trasporto vecchi che «d’estate sono dei forni e d’inverno delle ghiacciaie» ma che «non possono essere sistemati perché mancano i soldi per pagare le officine»: «Verso il carcere serve maggiore attenzione», chiede Benemia. Per quanto possibile i Comuni della Provincia ci provano, almeno fin dove il problema diventa di competenza del Ministero.

«Ogni Comune sostiene con una quota pro capite, progetti rivolti ai detenuti per usare il tempo passato in carcere in maniera produttiva – spiega l’assessore alle Politiche sociali di Monza, Pierfranco Maffè -. Dallo sportello anagrafe allo sportello lavoro, dalla scuola (dall’alfabetizzazione al biennio delle superiori, ndr) alla mediazione culturale alla biblioteca. Cerchiamo di dare e creare opportunità per cambiare il volto del carcere». A cui si aggiungono gli investimenti di aziende private che danno lavoro a una cinquantina di persone, mentre altri 79 (50 uomini e 29 donne) si occupano dei servizi interni, dalle pulizie alla cucina alla distribuzione del vitto. «Cerchiamo anche di dare supporto agli agenti che spesso arrivano dal Sud – conclude Maffè -, perché non diventino anche loro prigionieri della struttura in cui lavorano».

Da Il Giorno Monza e Brianza


Tre morti in poche ore nelle carceri italiane

ROMA – Tre morti nelle ultime ore negli istituti di pena italiani. Il segretario generale della Uil-penitenziari, Eugenio Sarno, ha reso noto che intorno alle 7 di questa mattina un uomo di 39 anni, D.R.M., è stato trovato senza vita nel proprio letto nel carcere bolognese della Dozza. A scoprirlo è stato il suo compagno di cella. “Dalle prime notizie parrebbe che la morte sia sopravvenuta per cause naturali (probabile infarto). Il detenuto scontava una pena per rapina, spaccio internazionale, sequestro di persona ed altro. Avrebbe terminato la detenzione nel 2024”, ha precisato Sarno.

A Campobasso è morto in ospedale il detenuto napoletano che si era sentito male in carcere. Era in prigione per associazione a delinquere e rapina. Donato Capece, segretario generale del Sappe, la prima e più rappresentativa organizzazione di categoria, ha sottolineato ancora una volta le criticità delle carceri molisane: “Campobasso ha una disponibilità regolamentare per 112 posti letto ma i presenti al 31 gennaio scorso erano 136, Isernia ha 70 posti letto occupati da 81 persone e Larino conta 293 detenuti per 219 posti regolamentari. E’ evidente che questo sovraffollamento contribuisce ad acuire lo stress e le già gravose condizioni di lavoro dei poliziotti penitenziari e condiziona inevitabilmente la serenità all’interno delle sezioni detentive”.

Infine a Roma un uomo di 30 anni è morto a Regina Coeli. Anche lui è stato trovato cadavere nella sua cella, nella IV sezione del penitenziario storico della capitale. Era in carcere dallo scorso novembre, in attesa di giudizio per reati connessi alla droga. Ieri pomeriggio aveva avuto un colloquio con i suoi familiari. Osservando che si tratta del “secondo decesso in meno di un mese a Regina Coeli”, il garante dei detenuti Angiolo Marroni ha chiesto che “la magistratura faccia luce” e che “si prenda atto che la struttura non è, ormai, più in grado di garantire condizioni di detenzione accettabili”.

Da “La Repubblica” 11/02/2012


Monza – Emergenza freddo in carcere

I sindacati: i detenuti si scaldano coi fornellini, bisogna intervenire

— MONZA —
CARCERE AL GELO. Le caldaie vanno a singhiozzo e in ampie zone dell’istituto, dal detentivo agli uffici e alla caserma degli agenti di polizia penitenziaria, i caloriferi sono freddi quanto l’acqua che esce dai rubinetti e dalle docce. «La situazione è difficile – denuncia Domenico Benemia, segretario regionale della Uil penitenziari -. Il problema riguarda un po’ tutto l’istituto. In molte sezioni il riscaldamento non funziona e i detenuti si devono scaldare con i fornellini a gas che hanno nelle celle. E anche nelle camerate non si va meglio come nei posti di guardia all’esterno e sui camminamenti. Ci siamo attrezzati con delle stufette elettriche ma non riscaldano mai abbastanza con le temperature polari che ci sono, soprattutto durante la notte». Per questo Benemia chiede «un intervento urgente altrimenti partiremo con uno stato di agitazione». L’emergenza freddo riguarda comunque tutta la città. Particolare attenzione è rivolta soprattutto ai senzatetto. Tanto che venerdì un clochard è stato salvato in extremis dall’assideramento. Soltanto grazie all’intervento del custode di un giardino pubblico si è evitata la tragedia. È successo pochi minuti prima delle 20 al parco di via Azzone Visconti. Quando il custode è arrivato per chiudere il cancello d’ingresso ha notato il corpo di un uomo sdraiato su una panchina. Ha provato a svegliarlo invitandolo a uscire perché il giardino stava chiudendo, ma non ha ottenuto risposta. A quel punto ha chiamato il 118. Quando i soccorritori sono arrivati, hanno trovato il clochard con un principio di assideramento, non riuscendo ad alzarsi e a muovere gambe e braccia. Quindi è stato accompagnato al Policlinico di via Amati.

PROPRIO per scongiurare situazioni di questo tipo il Comitato provinciale della Croce Rossa in questi ultimi giorni di neve e di freddo ha potenziato le Unità di strada e soprattutto, grazie al Comune di Monza, ha aumentato il numero di letti disponibili (oggi a quota 18) nella tenda riscaldata allestita dai volontari in via Spallanzani. «Un servizio che si svolge in silenzio, senza sirene né lampeggianti – le parole del commissario della Cri di Monza e Brianza, Mirko Damasco -, come troppo spesso è silenziosa la sofferenza di chi vive in condizione di totale indigenza.
Noi offriamo un posto caldo per la notte, vestiti e il nostro supporto sanitario e psicologico. Ma, per riuscire a rispondere ai bisogni di coloro che le nostre Unità di strada incontrano durante le uscite, abbiamo bisogno dell’aiuto di tutta la popolazione, che possa portarci coperte, indumenti e cibo».

Da Il Giorno Monza e Brianza


Accade nelle camere di sicurezza delle questure

Ha strappato una striscia di coperta, se l’è legata al collo e ne fissato, l’altro capo, alla grata della porta blindata di una delle camere di sicurezza della questura di Firenze. Si è ucciso così Youssef Ahmed Sauri, marocchino di 27 anni, ieri sera, intorno alle 23. Era stato arrestato nel pomeriggio per ubriachezza, lesioni e resistenza a pubblico ufficiale.

Il caso ha subito sollevato polemiche da parte dei sindacati di polizia in relazione al contestato articolo 1 del dl “svuota carceri” che prevede la custodia nelle celle di sicurezza della polizia per gli arresti in flagranza, in attesa di convalida, nel caso in cui l’arrestato non abbia un domicilio.

Il marocchino era stato bloccato presso l’ospedale di Santa Maria Nuova da parte degli agenti di una volante, chiamata dai medici del pronto soccorso dove l’uomo era stato portato in stato di ubriachezza nel pomeriggio, dando in escandescenze.

Portato in questura, l’uomo era stato chiuso in una camera di sicurezza. L’allarme è scattato alle 23,20, nel corso del normale controllo delle celle. I primi a soccorrerlo sono stati gli agenti del corpo di guardia della questura fiorentina e poi i sanitari del 118 che ne hanno tentato a lungo, ma inutilmente, la rianimazione.

Siulp e Silp non hanno esitato a indicare l’inadeguatezza delle strutture disponibili per la custodia degli arrestati, situazione che, secondo i sindacati, non consentirebbe di attuare il decreto del Governo nella parte che prevede la permanenza nelle camere di sicurezza degli arrestati in flagranza di reato. “Quanto accaduto ieri è, se mai ve ne fosse stato bisogno – afferma Riccardo Ficozzi, segretario del Siulp -, la chiara riprova di quanto il provvedimento di legge sia assurdo ed inattuabile e di quanto, almeno la questura di Firenze, non sia in condizione di dare attuazione al provvedimento senza correre il rischio concreto che, episodi analoghi a quelli accaduti ieri sera, possano ripetersi.

I cittadini tratti in arresto – ricorda il Siulp, infatti, vengono “trattenuti” in camere di sicurezza allestite nel sotterraneo della questura e sorvegliate, solo all’esterno, tramite una telecamera, da personale che ha mille altre incombenze (sorveglianza dell’intero plesso presso cui è ubicata la questura, accesso cittadini per ufficio denunce, accesso ed uscita veicoli, ecc.).

“E pensare – aggiunge il Silp Cgil – che si volevano utilizzare proprio le celle degli uffici di Polizia per decongestionare le fatiscenti carceri. Una soluzione tutta italiana che preoccupa gli operatori di polizia fiorentini, perché, alla luce dei fatti, si ha la sensazione (certezza) che chi deve intervenire non abbia chiaro il quadro complessivo nel quale operano quotidianamente le forze dell’ordine a Firenze come altrove”

Ansa, 29 gennaio 2012

 

E per rimanere in tema una storia di cui a suo tempo si erano occupati anche i giornali mainstream con diffusione di un video in cui si vedeva chiaramente l’uomo implorare aiuto.  E’ servito a qualcosa? A giudicare dalla sentenza si direbbe proprio di no.

 

Archiviato. Scende il sipario sulla vicenda della morte di Saydou Gadiaga, il 37enne senegalese morto per una crisi d’asma mentre si trovava nella cella di sicurezza della caserma Masotti di piazza Tebaldo Brusato a Brescia dove era detenuto perché fermato dai carabinieri durante un controllo e risultato privo del permesso di soggiorno. Il Gip di Brescia Cesare Buonamartini ha chiuso il caso, decretando che non siano ravvisabili condotte erronee da parte dei carabinieri durante quella tragica serata in cui l’immigrato, da molti anni nel nostro Paese, ma che al momento risultava senza lavoro, perse la vita dopo una grave crisi respiratoria. L’associazione Diritti per tutti, sostenendo la famiglia dell’uomo, aveva fatto ricorso contro la cancellazione dell’inchiesta per la morte dello straniero, e diverse sono state le manifestazioni a sostegno di Gadiaga, conosciuto dagli amici come El Haji, affinché, come aveva dichiarato il presidente dell’associazione antirazzista Umberto Gobbi, il fascicolo sulla morte di Saydou non venisse “seppellito in un armadio”.
Per l’associazione sarebbero diversi i “punti oscuri” sulla morte dell’immigrato, la cui agonia è stata ripresa dalle immagini interne di videosorveglianza della caserma Masotti. “Diritti per tutti” e la famiglia del senegalese aveva fatto leva, nel ricorso presentato contro l’archiviazione, la testimonianza di un cittadino bielorusso, detenuto in una cella accanto a quella di Saidou, che avrebbe sentito il senegalese lamentarsi e chiedere aiuto per almeno una quindicina di minuti prima di morire. Testimonianza che però il pm Piantoni, titolare del fascicolo aveva ritenuto “imprecisa”. Altri dubbi riguardavano poi gli orari riferiti dai carabinieri sui soccorsi all’uomo colto da malore, ma per il pm che ha condotto le indagini militari hanno agito in buonafede.

www.quibrescia.it, 2 febbraio 2012

 

 


Iniziativa in Boccaccio


Liberalizzazioni: arrivano le carceri private

Goldman Sachs, Mario Monti e le carceri private

Da “Bello come una prigione che brucia” trasmissione di Radio Blackout

Stiamo vivendo una nuova trasformazione della società capitalista: l’esplicita sovrapposizione/sostituzione dello Stato con entità economiche-finanziarie private. Tralasciamo il fatto che nonostante alcune sue pretese di autonomia e liberismo, il capitalismo abbia potuto proliferare esclusivamente grazie alla sua simbiosi con le autorità politiche sovrane.

Nonostante Goldman Sachs sia tra i principali responsabili dell’attuale crisi finanziaria e dell’occultamento del debito pubblico greco, a gestire e coordinare quelle che vengono propagandate come “operazioni di rianimazione” dell’Italia troviamo:

Mario Monti – Presidente del Consiglio eletto dalla “Soluzione alla Crisi”, consulente internazionale di Goldman Sachs fino al 2011, nonché membro del comitato direttivo del Gruppo Bilderberg, consulente internazionale di Coca Cola Company e insignito di molti altri galloni dello Stato Maggiore del Capitalismo.

Goldman Sachs detiene 29.425.000 bond (obbligazioni finanziarie) di Geo Group, essendone il principale azionista.
Goldman Sachs è (insieme ad American Express) tra i principali azionisti di Correction Corporation of America (CCA).

CCA e Geo Group sono le principali compagnie di carcerazione privata al mondo.

In Italia il governo dei tecno-banchieri ha inaugurato il 20 gennaio 2012 l’ingresso dei privati nella costruzione e gestione delle carceri, esclusa la sorveglianza che, per ora, resta compito dei secondini pubblici. Lo strumento applicato per l’attuazione di questo progetto è il Project Financing, lo stesso che da dicembre invita le banche e i fondi di investimento privati a costruire e gestire tratte autostradali, linee metropolitane, alta velocità ferroviaria e altre infrastrutture.

Il teorema alla base del business delle carceri private è molto semplice: più persone vengono trasformate in “criminali” e quindi detenute, più i gestori delle strutture generano profitto. Si chiama Complesso Industriale Carcerario. La sua espressione più avanzata, molto in voga nelle carceri di CCA e Geo Group, prevede che i detenuti lavorino a prezzi concorrenziali con l’apparato produttivo dei “paesi in via di sviluppo”, generando manodopera schiavizzata.

Se la giustizia penale serve nella maggior parte dei casi a trasformare questioni di disagio sociale ed economico in problemi di “criminalità”, il sistema bancario con il suo ingresso nella gestione dell’apparato detentivo, è riuscito, anche in Italia, a recuperare (in termini di profitto) quell’umanità che ha contribuito a stritolare e che, talvolta, gli si è rivolta contro

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Dal Sole 24 ore 22 gennaio 2012

Il decreto su liberalizzazioni e infrastrutture approvato venerdì dal Consiglio dei ministri consegna il piano di emergenza per realizzare in fretta nuove carceri e decongestionare così quelle esistenti nelle mani della finanza di progetto. È infatti con l’apporto “in via prioritaria”

dei capitali privati che si prevede la realizzazione delle nuove strutture penitenziarie.

Anzi, si può dire che per le carceri nasca una particolare forma di concessione di costruzione e gestione un po’ diversa dalle altre. Per la durata, ad esempio, che qui è di massimo venti anni, contro gli ordinari quaranta. E per il promotore: nel finanziamento si chiede un grosso sforzo alle fondazioni bancarie che devono rilevare almeno il 20% del capitale delle società di progetto. Particolare questo che attende però una conferma definitiva. Il canone corriposto al concessionario deve comprendere i costi di costruzione e quelli di gestione e dei servizi, esclusa la parte relativa alla sicurezza e alla custodia dei detenuti. Ammessa anche la residua possibilità di società di progetto con capitale tutto in mano all’economia.

 Decreto “Liberalizzazioni”

 Art. 44 – Project financing per la realizzazione di infrastrutture carcerarie

 1. Al fine di realizzare gli interventi necessari a fronteggiare la grave situazione di emergenza conseguente all’eccessivo affollamento delle carceri, si ricorre in via prioritaria, previa analisi di convenienza economica e verifica di assenza di effetti negativi sulla finanza pubblica con riferimento alla copertura finanziaria del corrispettivo di cui al comma 2. alle procedure in materia di finanza di progetto, previste dall’articolo 153 del decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163 e successive modificazioni. Con decreto del Ministro della Giustizia, di concerto con il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti e dell’economia e delle finanze, sono disciplinati condizioni, modalità e limiti di attuazione di quanto previsto dal periodo precedente, in coerenza con le specificità anche ordinamentali, del settore carcerario.

2. Al fine di assicurare il perseguimento dell’equilibrio economico-finanziario dell’investimento, al concessionario è riconosciuta a titolo di prezzo, una tariffa per la gestione dell’infrastruttura e per i servizi connessi, a esclusione della custodia, determinata in misura non modificabile al momento dell’affidamento della concessione, e da corrispondersi successivamente alla messa in esercizio dell’infrastruttura realizzata ai sensi del comma 1. È a esclusivo rischio del concessionario l’alea economico-finanziaria della costruzione e della gestione dell’opera. La concessione ha durata non superiore a venti anni.

3. Il concessionario nella propria offerta deve prevedere che le fondazioni di origine bancaria contribuiscano alla realizzazione delle infrastrutture di cui al comma 1, con il finanziamento di almeno il venti per cento del costo di investimento.


Una buona notizia e una cattiva

Cominciamo con una buona notizia.

Una detenuta madre di nazionalità argentina, di 38 anni e in attesa di giudizio definitivo, con fine pena tra 7 mesi, è evasa alle 22 di martedì 17 gennaio dall’apposita sezione a custodia attenuata annessa alla casa circondariale di San Vittore. La detenuta è fuggita aprendosi un varco tra le inferriate del piano terra portandosi appresso la figlioletta di due anni ed è attualmente ricercata dalla polizia penitenziaria.

 

E terminiamo con la brutta.

 

FIRENZE – Un detenuto italiano di 29 anni, di Lucca, si è tolto la vita nell’istituto penitenziario a custodia attenuata Gozzini, conosciuto come Solliccianino, a Firenze. Lo rende noto il sindacato di polizia penitenziaria Sappe secondo il quale il giovane recluso si è impiccato con le tendine delle finestre. Il ventinovenne, spiega sempre il sindacato, era detenuto per reati di rapina e spaccio di stupefacenti, con fine pena al 29 giugno 2014. Il 7 gennaio, Davide, un fiorentino di 30 anni si era ucciso impiccandosi in un bagno di Sollicciano.

«La notizia dell’ennesimo detenuto suicida – commenta il Sappe in una nota – è sempre, oltre che una tragedia personale e familiare, una sconfitta per lo Stato. Quella delle morti in carcere, per suicidio o per cause naturali, si sta configurando come una vera e propria ecatombe. E se il drammatico numero non sale ulteriormente è grazie alle donne e agli uomini della polizia penitenziaria, che quotidianamente sventano numerosi tentativi di suicidi».

Dal Corriere 19/01/2012


Lettera di un carcerato

Pubblichiamo questo estratto da un romanzo. E’ una lettera dal carcere. E’ frutto di fantasia ma differisce in poco da quelle vere e sopratutto pone parecchi spunti di riflessione. Buona lettura.

 

Cara mamma,

il tempo sembra che passi, anche se poi non passa mai. Sta sempre fermo lì. Siamo noi che ci avviciniamo e questo movimento lo intitoliamo a lui. Che sta lì. Fermo. Sardonico. A non dire e a non fare niente.

Qui da noi, poi, il tempo non solo non ci passa mai. Ma nemmeno ci butta lo sguardo qualche volta. Nemmeno per sbaglio. Nisba.

Noi siamo le cazzimme eternaute dell’infinito.

L’irrilevante della realtà.

Non esiste tempo giusto della pena rispetto alla colpa. Per noi sarebbe meglio pagar tutto e subito. Ci si toglie il dente e non ci si pensa più. Così sembra che ci facciate pagare gli interessi… Gli interessi sulla quota d’innocenza che avete anticipato per noi, non accoppandoci immantinente. Ultima novità in fatto di schiavismo. Inchiavardati qui dentro, a sbobba e puzza. Interessi di tempo e di vita, strozzinaggio d’esistenza rinchiusa, incravattata da una punizione interminabile, che continua anche quando è ormai finita. Per aver spacciato banconote di vita falsa, non legalmente riconosciute dalla grande banca dei vostri valori, della vostra riserva aurea di bontà e giustizia.

Tutti qui, nell’immondezzaio dei pezzi spuri, sfrido inutile da dimenticare, da rottamare, per acquistare qualcosa di nuovo, di pi utile e divertente di un prossimo nostro rompicoglioni e un po’ imbarazzante…

Chi ha detto che il gatto a nove code è un metodo incivile? E l’usura, allora, l’usura sul tempo e sulla libertà?

Ficcatevi al culo il vostro personale, rassicurante Dei delitti e delle pene… Di qua occorre venir fuori… in qualsiasi modo… poco da dire…

Ma così, per tornare a divagare, direi che, se il tempo passasse, porterebbe consiglio… (è come la notte, il tempo) chiarirebbe i dubbi… Il tempo è quello che medica le ferite… fa dimenticare disgusti e tradimenti… il tempo… è quello che uccide gli amori falsi… fa risplendere, eroici, quelli veri…

Dite che ci private dello spazio e invece è il tempo quello che ci fregate, per illudervi di averlo tutto voi, per baloccarvi con l’idea che voi siete liberi, che avete spazio e tempo per vivere e che ve li meritate. Convinti come siete che per voi il tempo passi, che siate liberi di spaziare nello spazio spazioso del mondo. E invece siete inchiodate lì anche voi. Crocifissi nell’istante stesso in cui avete crocifisso noi.  Senza Cristo, né Buona Novella, né Regno dei Cieli. Esattamente come noi.

Tutte fole le vostre… come quelle sul pentimento, sulla rieducazione… Palle, bugione nere a pois scuri, da pinocchi arti il naso in un istante… Nessuno si pente dei propri delitti. Al massimo, se proprio dentro di sé ci si fa schifo, si  prova a dimenticare. Si fa finta di niente. Lo gnorri con la propria coscienza.

In realtà nessuna pena rimedia al danno, al delitto. Chi rompe paga e i cocci e tutti i cazzi conseguenti sono suoi. Ma di qui a ricomporre il vaso ce ne passa…

La galera è la galera e basta. Vendetta allo stato puro. Uguale all’occhioperocchio, al dente perdente. Solo un po’ più sofisticata. Col look rifatto. Democratica. Fai il biccolo sghiavo negro… stronzetto… che così impari a rompere le palle in giro…

E poi qui, dentro all’appendici pilorica dell’universo, tutti noi riuniti, i fracassa tori di palle altrui, come possiamo, tra noi, trovare qualcosa che non siamo noi stessi, le nostre puzze, i nostri sudori, le nostre seghe en plein air, le pisciate e le cagate condominializzate? Ci volete pure creativi, oltre che reclusi?

Se il tempo passasse, capisco… si potrebbe dirci: state lì, fottetevi per un po’ po’ danni, piccole merdette, ciucciatevi il dito e smenatevi ml fardellinno fratellino. Buoni lì, che poi passa, e tutto sarà diverso, vi ritroverete altrove. Tutti rinnovati. Ricollaudati e rigarantiti, un prodotto nuovo e migliorato, tutti pronti a lavare più bianco del bianco… a mordere la strada… schermo ultrapiatto, puliti al limone verde, disinfettati all’odore di Pino Vidàl…

Ma il tempo non passa e quando, con un calcio al culo, ci deporteranno fuori di qui, saremo nello stesso medesimo luogo da dove siamo partiti. Perché non sarà accaduto nulla. Perché il tempo non passa. Il tempo arriva e si accumula tutto lì, nello stesso luogo. Nel nostro luogo di noi. Lì, sula nostra cucurbita e preme e sciaccia e ci crepa e ci affonda. Lì. Proprio lì dove, se ti concentri, lo senti anche tu mamma cara, quel dolore sordo, come emicrania, ascesso dentario, gengivite della fantasia e della volontà.

Provare per credere… Test clinici effettuati garantiscono l’efficacia del nostro metodo.

[…]

In realtà siete prigionieri come me.

Vi spostate velocissimi da un punto all’altro del globo e non vi rendete conto che ormai siete come farfalle impazzite che sbattono contro le pareti del bicchiere sotto cui qualcuno le ha rinchiuse.

La stasi, la stipsi da eccesso di dinamica, movimento, evacuazione. Se non ve ne accorgete è solo perché siete stati tanto furbi da mettere il ralenti al filmato. Vivete in moviola. La  vostra è una libertà a rallentatore. Ma, in realtà, restate eternamente e fulmineamente sempre nello stesso luogo, sempre nello stesso attimo. Immobile e infinito.

Le galere le avete costruite per questo. Per illudervi del fato che voi siete fuori, liberi. E invece siete dentro una galera anche voi. Certo più grande, certo senza sbarre. Ma sempre galera. Avete annullato lo spazio, avete condannato a morte la geografia e poi, stupidi che siete, avete anche festeggiato l’avvenimento.

Tutto è ormai così veloce da divenire immobile. Come la ruota dell’automobile che, ferma, vortica ei fotogrammi del film durante l’inseguimento da guardie & ladri. Mentre corre a velocità folle. Statica per overdose dromologica. Come voi.

E la vostra è una galera dalla quale non si può evadere.

 

Testo estratto da Cucarachas di Lello Voce (ed. Derive e Approdi, 2002)


Rivolta al CIE di via Corelli

Nel primo pomeriggio c’è stata una rivolta nel Cie di via Corelli, alla fine la polizia ha arrestato 27 persone, quasi tutte provenienti dal nordafrica. Poche le informazioni disponbili, alcuni detenuti hanno appiccato un incendio dopo una perquisizione da parte della polizia. Gli agenti cercavano oggetti metallici, pile, lamette, batterie di cellulari e altri oggetti spesso usati per atti di autolesionismo. Gesti estremi per finire in ospedale e riannusare per qualche ora aria di libertà.
I detenuti hanno dato fuoco a materassi e altri oggetti a portata di mano, le fiamme si sono estese rendendo inagibile tutto il settore composto di cinque camerate. I vigili del fuoco hanno spento l’incendio e dichiarato inagibile il settore.
In 27 sono finiti in Questura e poi nel carcere di San Vittore, dove sarebbero tutt’ora. Non è chiaro dove saranno spostate le altre persone detenute in quel settore del Cie dato che le cinque camerate sono inagibili.
Tra gli arrestati non ci sarebbero feriti.

15/01/2012


Evasione da Regina Coeli

ROMA_

Due detenuti, uno romeno e l'altro albanese ristretti nelle 2/a sezione 
dell'istituto per rapina, sono evasi stamani dal carcere romano di
Regina Coeli. Lo si apprende dalla polizia. I due, probabilmente dopo
aver segato le sbarre, si sono calati unendo delle lenzuola.

La fuga, a quanto si e' appreso, sarebbe stata scoperta alle 8,30. Nella
cella c'era anche un terzo detenuto che non e' potuto fuggire perche'
era ''troppo grosso'' per riuscire a passare nel buco realizzato dai tre
segando le sbarre.

''A Regina Coeli i detenuti hanno raddoppiato le presenza consentite
superando del 25% persino la capienza massima raggiungibile (1.180
presenti per 724 posti) - aggiunge il segretario generale dell'Osapp
Beneduci - ma il vero problema riguarda la carenza di personale di
polizia penitenziaria (oltre il 30%), tant'e' che i due detenuti si sono
potuti agganciare al muro di cinta per poi calarsi nelle vicinanze di
una delle garitte prive di sentinelle da tempo, proprio per la mancanza
di addetti''.

''Nel frattempo e' in atto nella Capitale e nelle cittadine del litorale
laziale - aggiunge - una vastissima operazione della polizia
penitenziaria e delle forze dell'ordine per la cattura degli evasi ma
l'episodio e' significativo di come la tensione e i pericoli derivanti
dall'attuale e grave emergenza penitenziaria non siano per nulla
diminuiti e di quanto il Governo - conclude il sindacalista - abbia
ancora da fare rispetto alle esigenze, anche riorganizzative, del corpo
di polizia penitenziaria''.

Evasione a Pisa

 

PISA, 9 GEN – Due detenuti sono evasi stamani dal carcere Don Bosco di Pisa, facendo un buco nel muro e poi riuscendo a calarsi a terra con un lenzuolo usato come corda. Uno dei due evasi, un nordafricano, durante la fuga è caduto, si è fatto male ed è stato subito fermato ed arrestato. Ora si trova ricoverato e piantonato nel reparto di ortopedia dell’ospedale pisano. Proseguono le ricerche dell’altro evaso, un italiano.


Saluto di Capodanno al carcere di Monza

Nella prima ora dell’anno nuovo in ottanta siamo andati a portare i nostri saluti e la nostra solidarietà sotto le mura del carcere di Sanquirico. Abbiamo cercato per quanto possibile di trascinare fuori dal centro e dai quartieri un pezzetto di quella felicità e di quella festa che riempiva le strade e le case dei cittadini monzesi. Abbiamo cercato anche solo per venti minuti di condividerle con i detenuti, regalando loro un po’ di luci e rumori con fuochi d’artificio, botti, battiture, slogan e uno speakeraggio con cui si spiegava il motivo che ci ha spinto ad andare sotto quelle mura per ribadire ulteriormente il nostro rifiuto per ogni forma di detenzione. Abbiamo pensato fosse importante per noi “liberi” e gradito a loro “reclusi” creare un momento per legare il dentro al fuori, anche se soltanto in maniera simbolica, e che esprimesse la ragion d’essere del nostro collettivo. Siamo convinti che questo gesto sia stato molto importante sia per dimostrare che qualcuno fuori si interessa a quel che succede dietro le mura e che, soprattutto in situazioni come quella del carcere di Monza, in cui due settimane fa si è ucciso un detenuto e dove le condizioni strutturali e di permanenza sono pessime, sia d’importanza fondamentale far sentire la nostra vicinanza nei confronti dei ristretti, specialmente in un giorno di festeggiamenti come l’ultimo dell’anno.

Abbiamo provato e i fatti ci hanno dato ragione: la risposta giunta da dentro è stata calorosa e molto partecipata. Grazie anche all’eco naturale dell’ambiente circostante le grida di ringraziamento e gli inni alla libertà hanno vibrato nitidi nell’aria e hanno davvero raggiunto i nostri cuori. Il calore empatico creatosi ha rinforzato la nostra convinzione che la lotta contro qualunque forma di reclusione, siano essi carceri, CIE, TSO o OPG e contro un potere che sempre più reprime senza mai dare risposte, se non creando nuovi luoghi di prigionia ai margini delle città e lontani dagli sguardi del cittadino medio, sia una lotta seminale e fondamentale per ogni collettivo o individuo che fa politica.

Contro il carcere e la società che lo crea

 

CordaTesa


Il carcere uccide ancora

Due detenuti sono morti in carcere, uno a Trani, per cause da accertare,
un altro a Torino, impiccandosi in cella. Ed un altro ha tentato il
suicidio a Vigevano.
Il carcerato che si e' tolto la vita nell'istituto penitenziario delle
Vallette si e' impiccato in cella con un lenzuolo. E' successo ieri sera
un paio d'ore prima della mezzanotte. Il suicida, secondo quanto si
apprende, e' C.A., un romeno 37 anni in attesa di giudizio. Era recluso
nella sezione ''Rugby'' del blocco E. ''La polizia penitenziaria -
commenta Leo Beneduci, segretario generale del sindacato Osapp - e'
sempre piu' sola nel fronteggiare questo tipo di emergenze e, purtroppo,
sempre meno in grado di risolverle. Avremmo voluto che nel 2012 il
governo avesse varato misure veramente risolutive, e non i palliativi
che lasciano le cose come stanno. Comprese le morti nelle carceri''.

Un detenuto di 34 anni, di Lecce, e' morto ieri nel carcere di Trani per
cause in corso di accertamento. La notizia e' stata resa nota dal
vicesegretario generale nazionale dell'Osapp, Domenico Mastrulli. La
scoperta e' stata fatta dagli agenti della polizia penitenziaria nel
corso di un giro di ispezione. I genitori dell'uomo, secondo i quali il
loro congiunto non era in condizioni fisiche tali da poter sopportare il
regime carcerario, chiedono che si faccia chiarezza sulle circostanze
della morte. Il 34/enne era detenuto per reati contro la persona e il
patrimonio. ''Nel carcere di Trani - sottolinea Mastrulli - ci sono
circa 400 detenuti uomini e 39 donne contro una capienza regolamentare
di 233 posti letto''.

Un detenuto nel carcere di Vigevano ha tentato di suicidarsi nella
propria cella intorno alla mezzanotte di ieri. Lo comunica la Uil
Penitenziari. "Si tratta di un detenuto 37enne di nazionalit=E0 italiana -
afferma Eugenio Sarno, Segretario generale Uil penitenziari - che ha
tentato di impiccarsi con una striscia di stoffa ricavata dalle
lenzuola. Fortunatamente l'agente di sorveglianza si =E8 accorto di quanto
stava capitando ed =E8 intervenuto per liberarlo", salvandogli la vita.

Il sindacato di Polizia Penitenziaria rinnova l'appello ai politici per
una soluzione al sovraffolamento carcerario. La politica trovi con
urgenza soluzioni "politiche e amministrative" al problema, sempre pi=F9
grave, e che lo stesso presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano,
ha segnalato nel suo discorso di fine anno tra le nuove emergenze della
vita civile. E' l'auspicio di inizio 2012 espresso dal Sappe, sindacato
di polizia, che ha espresso in una nota "vivo apprezzamento" per le
parole del capo dello Stato. "Come Sindacato Autonomo Polizia
Penitenziaria SAPPE, il primo e pi=F9 rappresentativo della Categoria,
auspichiamo - afferma Donato Capece, segretario generale del SAPPE - che
Governo e Parlamento trovino con urgenza soluzioni politiche e
amministrative per evitare il tracollo del sistema penitenziario
italiano". "Alla vigilia dell"indulto del 2006 - aggiunge - dicemmo che
quell"iniziativa sarebbe stata un autentico suicidio politico se alla
stessa non si fosse aggiunta una profonda rivisitazione delle politiche
della Giustizia e dell"assetto dell"Amministrazione penitenziaria. E
questo vale anche per una ipotetica amnistia". Misure strutturali,
dunque, che il Sappe torna a sollecitare.

Un altro decesso nel carcere di Monza

A pochi giorni di distanza dall’approvazione del decreto legge sul carcere, in cui si cerca di porre un rimedio ad una situazione sempre più critica, un ennesimo suicidio giunge a rimarcare l’emergenza sempre più pressante che questo tema rappresenta.Suicidio che questa volta è capitato nel carcere di Monza, carcere di cui già erano note le pessime condizioni di esistenza che vigono all’interno.Questo è il terzo decesso del 2011 ma, mentre negli altri due casi le cause erano “da accertare”, in quest’ultimo caso la verità è schiacciante e racchiusa nel gesto disperato che un individuo compie dietro le sbarre.Il decesso è avvenuto a causa dell’inalazione eccessiva di gas dalla bombola del fornello che i ristretti tengono in cella. Questa è la causa più diffusa di morte in cella, spesso anche utilizzata in maniera ludica come modo per sballarsi.

Subito il Sappe ha puntato il dito contro la possibilità, garantita dall’ordinamento penitenziario, di cucinare in cella dicendo che è una cosa da togliere, anche perché il cibo viene fornito già dall’amministrazione penitenziaria.Peccato che il più delle volte questo cibo sia insufficiente rispetto all’elevato numero di detenuti che sono e questo fatto costringe molti reclusi a saltare i pasti!

Tutte le carceri della penisola hanno un elevato indice di sovraffollamento, segno che si rinchiude sempre più spesso e per pene sempre più insulse.E mentre il governo cerca di correre ai ripari con decreti tesi a rendere la detenzione “migliore”, come se potesse esserci una prigionia piacevole, le carceri di tutta Italia sono scosse da rivolte: materassi dati alle fiamme, aggressioni alle guardie, scioperi della fame; per citare soltanto alcuni tra i modi più diffusi per protestare dietro le sbarre.

Soltanto nel carcere di Monza, durante il 2011, ci sono stati 11 tentativi di suicidio, 87 episodi di autolesionismo, 2 aggressioni subite dagli agenti della polizia penitenziaria, 84 scioperi della fame e, aggiungiamo noi, due morti da accertare a cui si va ad aggiungere il suicidio del 18 dicembre.Come si vede non è proprio una situazione tranquilla nonostante il silenzio della stampa locale più preoccupata a far credere che Monza sia ormai preda del crimine e di una delinquenza dilagante. Fatto che turba i sonni del monzese medio, solitamente dotato di un’ottima posizione economica e sociale per cui il carcere rappresenta o un luogo di vergogna, da ignorare e nascondere, o una presenza rassicurante.Questa morte come tutte le altre del resto, sono tutte da imputare al carcere così come tutte le malattie che causa.

Carcere che significa sofferenze e soprusi anche per i familiari del detenuto, umiliati da una burocrazia arrogante che li tratta come se anche loro dovessero pagare per la colpa di avere un familiare in prigione.Come già detto per l’amnistia, non ci aspettiamo certo che sia lo stato a trovare la soluzione. Stato che è anche quello che rinchiude e che usa il codice penale come unico metodo per mediare il conflitto sociale.Lo stesso stato che promulga leggi repressive (un esempio per tutti la Fini-Giovanardi o ancora peggio la Bossi-Fini, che sono tra le prime cause del sovraffollamento tra le mura) e che poi pensa di pulirsi la cattiva coscienza dimostrando, attraverso l’amnistia o il nuovo decreto, che in realtà si interessa ai detenuti e alle loro condizioni, ma rivelando solamente il suo disinteresse nei confronti dei problemi ma soprattutto nei confronti delle cause che li originano.Molti, ad eccezione dei soliti forcaioli della Lega e del PDL, hanno salutato la riforma del ministro Severino come un atto dovuto, un primo passo concreto verso una carcerazione dal volto umano.Tutti ottimi propositi ma che non affrontano il vero problema: il carcere.

Nella realtà attuale con un diminuire esponenziale di crimini commessi, si ha una crescita ormai costante e inarrestabile del numero dei detenuti. Nel 2011 siamo arrivati al numero record di 68.000 presenze in tutta Italia.Il carcere come baluardo di una società che si sta disgregando è la pratica sempre più diffusa a livello nazionale, anzi addirittura a livello planetario. (pensiamo che il maggior numero di detenuti a livello mondiale si ha negli Stati Uniti con un milione di persone rinchiuse).Il carcere in quanto tale, racchiude in sé la propria disumanità. Il pensare di liberare il carcere dai suoi mali, appare quindi un’impresa impossibile che contrasta con il motivo per cui esiste.

CordaTesa Dicembre 2011


Suicidio in carcere a Monza

Monza – Tragedia in carcere a Monza. Nel pomeriggio di domenica un detenuto della sezione maschile, di nazionalità italiana e poco più che quarantenne, si è tolto la vita inalando il gas contenuto nella bomboletta che tutti i detenuti hanno in dotazione. Inutili i soccorsi della Croce rossa di Brugherio, giunta sul posto con un’ambulanza e un’automedica. Sono comunque ancora in corso accertamenti per stabilire se si è trattato di suicidio o di una morte dovuta ad un ”eccesso di sballo’

”L’ennesimo suicidio di un detenuto morto dopo aver inalato il gas della bomboletta, avvenuto nel carcere di Monza, bomboletta che tutti i reclusi legittimamente detengono per cucinarsi e riscaldarsi cibi e bevande come prevede il regolamento penitenziario, impone a nostro avviso di rivedere la possibilità che i ristretti continuino a mantenere questi oggetti nelle celle. Ogni detenuto puo’ disporre di queste bombolette di gas, che però spesso servono o come oggetto atto ad offendere contro i poliziotti o come veicolo suicidario. Riteniamo che sia giunto il momento di rivedere il regolamento penitenziario, al fine di vietare l’ uso delle bombolette di gas, visto che l’Amministrazione fornisce comunque il vitto a tutti i detenuti”. E’ quanto dichiara Donato Capece, segretario generale del Sindacato autonomo polizia penitenziaria Sappe, la prima e piu’ rappresentativa organizzazione di categoria, alla notizia di una nuova morte in carcere a Monza.

Il dramma che ha coinvolto la casa circondariale di via San Quirico è solo l’ultimo di una lunga serie che ha funestato l’anno che si sta per chiudere. Nel corso del 2011 sono stati 11 i tentativi di suicidio registrati, 87 gli episodi di autolesionismo, 2 le aggressione subite dagli agenti della polizia penitenziaria, 84 gli scioperi della fame. Alla base di questa protesta continua, il sovraffollamento del carcere monzese, che conta oggi 713 detenuti a fronte di una capienza massima stimata in 405 unità. E proprio la prigione monzese potrebbe essere una delle prime a essere interessata dal decreto svuota-carceri in fase di ultimazione da parte del ministro di Grazia e giustizia Paola Severino. A novembre alcuni settori del carcere erano stati chiusi perché dichiarati inagibili: 150 detenuti erano così stati trasferiti in altri penitenziari lombardi.

Fonte: Il Cittadino di Monza e Brianza, 18/12/2011

 


Nuovi suicidi e svuotacarcere all’orizzonte

 

Da inizio anno 64 detenuti si sono tolti la vita, mentre il numero complessivo dei decessi in carcere sale a 180. I due suicidi sono avvenuti nelle carceri di Busto Arsizio (Varese) e Civitavecchia (Roma). In entrambi i casi si sono tolti la vita cittadini stranieri.

Si è tolto la vita impiccandosi con un lenzuolo a una finestra. È successo questa mattina nel carcere di Civitavecchia dove un detenuto, di nazionalità greca, si è tolto la vita nel locali dell’infermeria. A quanto si apprende da fonti mediche l’uomo, detenuto dall’8 agosto scorso nella casa circondariale, soffriva di depressione. Sul suo corpo non sono stati trovati segni di violenza. La salma è stata trasportata presso l’obitorio del Verano a Roma per l’esame autoptico.
Nel carcere di Busto Arsizio un detenuto si è suicidato ingerendo gas da una bomboletta. Il giovane, stando alle prime notizie, è morto dopo aver sniffato il gas delle bombolette usate in carcere per cucinare. La cosa più drammatica è sapere che non ha retto ben sapendo che tra solo un mese sarebbe uscito dal penitenziario. Il ragazzo, tuttavia, non è riuscito ad aspettare il fine pena e, probabilmente assillato dalle drammatiche condizioni di vita dietro le sbarre ha deciso di farla finita.

Fonte: Ristretti Orizzonti

Nel frattempo mentre nelle patrie galere ci si ribella e si muore in Parlamento si fa ancora una volta finta di interessarsi ai detenuti.

Sono 3.300 i detenuti che, con il piano “svuota carceri”, usciranno sei mesi prima e sconteranno quel che resta della pena ai domiciliari. Il “pacchetto” predisposto dal ministro della Giustizia Paola Severino, contenente anche interventi sul processo civile e la conciliazione obbligatoria, punta sulle pene alternative e consentirà risparmi di 380 mila euro al giorno. Tolto dal pacchetto il “braccialetto elettronico” per il controllo a distanza dei detenuti. Arrestati trattenuti nelle caserme prima delle direttissime.

Venerdì, a 48 ore dalla visita del Papa Benedetto XVI a Rebibbia che domenica mattina celebrerà la messa davanti ai detenuti, arriva in consiglio dei ministri il pacchetto carceri del ministro della Giustizia Paola Severino. Il Guardasigilli sta mettendo a punto un testo a due velocità (un decreto e un ddl) per alleggerire la pressione sui 206 istituti italiani stracolmi (68.047 presenze) oltre ogni capienza regolamentare: “La situazione è esplosiva – hanno scritto al ministro i direttori delle carceri – e se deflagrasse le conseguenze sarebbero devastanti e capaci di minare la credibilità dello Stato”.
Nel pacchetto Severino – contenente anche un intervento sul processo civile e sulla conciliazione obbligatoria – il decreto legge punta alle pene alternative, amplificando gli effetti del decreto “svuota carceri” varato nel dicembre del 2010 dal ministro Angelino Alfano che m un anno ha consentito a circa 4.000 detenuti di scontare il residuo pena (massimo 12 mesi) ai domiciliari, il governo Monti riprende quella formula (si passa a 18 mesi di residuo pena da scontare a casa), stimando che ora saranno 3.300 i detenuti destinati con effetto immediato ad uscire dal carcere per passare alla “detenzione domiciliare”: il risparmio teorico sarebbe di 380 mila euro al giorno. Il nuovo “svuota carceri” rimane un provvedimento a tempo che scade il 31 dicembre del 2013 anche se il Pd, con Donatella Ferranti, insiste perché vada a regime.
Se il decreto produrrà effetti immediati – verrà forse rafforzato anche l’obbligo, non sempre rispettato dalle forze dell’ordine, di trattenere gli arrestati in camera di sicurezza fino al processo per direttissima – bisognerà aspettare tempi più lunghi per valutare l’impatto del disegno di legge che modificherà il codice penale. In particolare, i tecnici di via Arenula si stanno concentrando sulla detenzione domiciliare intesa come pena principale (al pari della reclusione e dell’ammenda) che il giudice potrà infliggere. In altre parole, il condannato in via definitiva alla detenzione domiciliare non passerà un solo giorno in carcere.
Il ministro – che lunedì ha visitato il carcere di Buoncammino dove ieri si è suicidato un detenuto algerino di 25 anni (è il secondo caso in pochi giorni a Cagliari) – è rimasta molto colpita anche dalla mini rivolta del carcere di Monteacuto (Ancona) che ha fatto accelerare i tempi. Tanto da anticipare il varo del decreto al Consiglio dei ministri di venerdì togliendo dal pacchetto, però, il “braccialetto elettronico” per il controllo a distanza dei detenuti che (11 milioni all’anno per 450 dispositivi disponibili) non convince il ministro: in realtà sono funzionanti solo 9 bracciali, 7 dei quali utilizzati dagli uffici giudiziari di Campobasso, i cui responsabili, il procuratore Armando D’Alterio e il presidente del tribunale Enzo Di Giacomo, oggi saranno ricevuti al ministero.
Il problema, per il governo, è sempre quello di contemperare il rispetto della legalità in carcere e il diritto alla sicurezza riconosciuto a ogni cittadino. Lo “svuota carceri” del 2010, osservano in via Arenula, non ha prodotto evasioni e recidive perché i beneficiari sono stati selezionati secondo criteri rigidi: rimangono fissi, dunque, i paletti fissati che escludono i reati gravi e di particolare allarme sociale dalla lista II ministro vuole agire con prudenza e lo ha ribadito anche nel recente incontro con l’Associazione nazionale magistrati. Ma domani, in sede di approvazione della manovra alla Camera, la radicale Rita Bernardini presenterà un ordine del giorno in cui si impegna il governo “a prevedere scadenze certe entro le quali dimezzare i procedimenti penali pendenti” e a varare “un ampio provvedimento di amnistia e di indulto”.

Dal Corriere Della Sera 14/12/2011

 


E dopo Ancona e Parma anche a Bologna è rivolta

Bologna, 13 dicembre 2011 – Non solo a Parma, da due giorni i detenuti del carcere di Bologna battono le
stoviglie contro le grate e i cancelli e fanno scoppiare alcune bombolette di gas per protestare e per chiedere l’amnistia. “Ancora una volta la Polizia penitenziaria e’ impegnata a mantenere la situazione sotto controllo – dice in una nota Domenico Maldarizzi, coordinatore provinciale della Uil penitenziari di Bologna. Il problema e’ noto, la Dozza e’ sovraffollata e i poliziotti sono pochi e ora il “fiorire di tensioni interne al penitenziario e’ un problema aggiuntivo che il personale, gia’ oberato dalle emergenze, deve affrontare in solitudine e con scarsi mezzi”.

Dopo le violente proteste nella casa circondariale di Parma, con l’accensione di fuochi nelle celle, anche Bologna sembra avere problemi. Per Maldarizzi, insomma, non si puo’ annunciare la costruzione di cinque nuovi padiglioni in Emilia-Romagna, “mentre gli attuali stanno crollando per mancanza di fondi per la manutenzione”. E soprattutto non si puo’ dimenticare il fatto che il personale in regione, “gia’ oggi e’ carente di oltre 700 agenti“, e nella sola Bologna “ci sono oltre 140 agenti distaccati nei superiori uffici”.

E’ “inutile varare leggi che alimentano, vanamente, la speranza, ma non producono deflazioni significative alle presenze detentive”. Infine, conclude Maldarizzi, “e’ ingiusto e immorale che al personale si chiedano sforzi e sacrifici per evitare il crollo, ma poi gli si neghino riposi, congedi e persino le spettanze economiche dovute a questo surplus di lavoro ed impegno”.

Da: Il Resto Del Carlino

 


Rivolta nel carcere di Parma

Una violenta protesta è scoppiata nella struttura penitenziaria. Carcerati hanno gettato nei corridoi bombolette di gas, bastoni, scope e generi alimentari e poi hanno dato fuoco alle lenzuola. Il Sappe: “Temiamo che le proteste possano estendersi in altri istituti del Paese”

Carcere, detenuti in rivolta Un agente intossicato
Violenta protesta ieri sera in un reparto del carcere di Parma. Intorno alle 20.30 – si legge in una nota del Sappe, il Sindacato autonomo polizia penitenziaria – alcuni detenuti hanno gettato nei corridoi bombolette di gas, bastoni, scope e generi alimentari e poi hanno dato fuoco alle lenzuola, creando una grossa nuvola di fumo. Ad avere la peggio l’agente in servizio nella sezione cui è stata riscontrata una intossicazione guaribile in 15 giorni.

La protesta nel carcere parmigiano – che segue i recenti fatti di Ancona – è stata tenuta sotto controlli dagli agenti della polizia penitenziaria i quali, in breve tempo, hanno fatto rientrare tutto nell’alveo della normalità. “Temiamo che le proteste possano estendersi in altri istituti del Paese – si legge nella nota del Sappe – dove ormai diventa difficile gestire la situazione, a causa delle gravi difficoltà operative, dovute alla carenza di personale di Polizia penitenziaria ed al sovraffollamento dei detenuti”.

In Italia, viene osservato, ci sono 68.047 detenuti, a fronte di una capienza di 45.636 posti. L’Emilia Romagna è una delle regioni più affollate d’Italia, con una percentuale di oltre il 180%: i detenuti presenti sono 4.041, a fronte di una capienza di 2394 posti. In Italia, sottolinea ancora l’organizzazione sindacale, “mancano 6.500 unità di personale, tra agenti, sovrintendenti, ispettori, commissari; in Emilia Romagna ne mancano 650 e Parma non è esente da questa situazione: mancano 170 unità di personale, in un
carcere dove bisogna gestire oltre 50 detenuti sottoposti al regime del 41 bis, in una una delle strutture più complesse d’Italia”.


Rivolta nel carcere di Ancona

 

ANCONA – Il carcere di Montacuto, ad Ancona, scoppia e i problemi di sovraffollamento e in generale le condizioni di vita all’interno del penitenziario hanno fatto divampare la protesta, accendendo tra la tarda serata di ieri e questa mattina una rivolta cui ha preso parte una ventina di detenuti, tutti maghrebini, che si sono asserragliati nelle celle armati di lamette da barba per poi appiccare incendi in cinque-sei locali. La protesta è stata spenta dalla polizia penitenziaria in assetto antisommossa, e non vi sarebbero stati feriti. L’emergenza ora è rientrata e i detenuti sono in isolamento.

Tutto è cominciato ieri sera, quando un detenuto marocchino si è cucito la bocca con ago e filo. Altri hanno dato alle fiamme le lenzuola, e oggi la contestazione è ripresa, con un altro magrebino che si è cucito la bocca. Poi il caos, con piccoli roghi, alimentati da bombolette di gas da campeggio, spenti dal personale con gli estintori. Il fumo ha invaso la sezione interessata dagli incidenti, e i detenuti che non vi avevano preso parte sono stati messi in sicurezza. Nessuno, tra i carcerati e gli agenti, è stato ricoverato in ospedale, ma è probabile che qualcuno abbia fatto ricorso alle cure in infermeria.

Che Montacuto sia una polveriera è ormai noto, tanto che, solo due giorni fa, il capo dipartimento dell’amministrazione penitenziaria Franco Ionta vi ha fatto una visita a sorpresa. Oggi, ha ammesso che le condizioni del carcere sono “difficili”, a causa del sovraffollamento,

della mancanza di personale e di carenze varie, aggiungendo che il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria esaminerà in tempi rapidi gli interventi da adottare.

E non si contano le interrogazioni parlamentari sul problema del sovraffolamento: 440 detenuti a fronte di una capienza di 178. Ultima in ordine di tempo quella dei parlamentari radicali Rita Bernardini e Mario Perduca ai ministri della Giustizia e della Sanità, in cui si segnalava il fatto che i detenuti dormono su materassi per terra perché il carcere è ormai al collasso. Mentre la protesta di oggi sarebbe stata motivata anche dalla mancanza di riscaldamento.

Anche il Garante regionale dei detenuti, Italo Tanoni, ha inviato giorni fa una lettera al neo ministro della Giustizia Paola Severino – che oggi si è messa immediatamente in contatto con Ionta per chiedere informazioni – facendo presente che “con il rapporto di 236 detenuti ogni 100 posti (la media Ue è 97 su 100, quella italiana 148 su 100), la struttura di Ancona è al quarto posto nella graduatoria del sovraffollamento assieme a Catania”.
I sindacati della polizia penitenziaria tornano a far sentire la propria voce: “Ancona – dice il segretario regionale e consigliere nazionale del Sappe Aldo Di Giacomo – è ormai un caso nazionale, come vado ripetendo da tempo. Ma questo non giustifica quello che è avvenuto: per i responsabili della rivolta auspico punizioni esemplari”. “Quello accaduto nel carcere di Montacuto è un episodio gravissimo – gli fa eco il segretario nazionale dell’Ugl Giuseppe Moretti -. L’istituto vive delle gravi problematiche a causa del sovraffollamento, problema che riguarda gran parte delle strutture italiane ed è per questo che, per evitare il ripetersi di simili e ingiustificabili episodi, servono provvedimenti urgenti”.

Gli ultimi dati nazionali forniti due giorni fa dalla Uil penitenziari parlano di una popolazione carceraria che ha sfondato quota 68mila persone, a fronte di una capienza di 44.385 posti. I detenuti sono diventati esattamente 68.017 (65.121 gli uomini, 2.896 le donne), 23.632 in più di quanto gli istituti potrebbero contenerne. Il sovraffollamento medio nazionale ha così raggiunto il 53,2%.


Italia, detenuto si suicida in cella

La scorsa notte, nel carcere del Dozza di Bologna, si è tolto la vita un carcerato di 34 anni di origine marocchina. Era detenuto da luglio, in attesa del processo per traffico di stupefacenti. Si tratta del secondo suicidio in pochi giorni a Bologna, il terzo in Emilia in due settimane e il sessantesimo in Italia dall’inizio del 2011.

L’uomo si è tolto la vita inalando gas da una bomboletta e a nulla è servito l’intervento degli agenti.

Lo denuncia il Sappe, il sindacato autonomo di polizia giudiziaria. E la Uil si unisce con un comunicato che grida all’emergenza: ”Proprio la Dozza, con circa 1.100 detenuti presenti contro i 480 che potrebbe ospitare, è uno dei luoghi emblematici del sovraffollamento penitenziario”.

Fonte: Peace Reporter 05!12/2011

 


Wacquant-Tolleranza zero

Mettiao disponibile in download un testo di Loic Wacquant sulla trasformazione della società contemporanea in società carceraria. Il testo è del 2000 ma delinea in maniera molto chiara fatti che poi si sarebbero materializzati negli anni seguenti.

Il download qui

WACQUANT-Parola d’ordine_ tolleranza zero


Nuove modalità di carcerazione nella circolare del DAP

La circolare Dietro le sbarre solo per il pernottamento
Dal bianco al rosso Ogni detenuto avrà il suo codice
Celle aperte per i meno pericolosi Sovraffollamento Una piccola rivoluzione nel tentativo di rendere meno dura la vita
nelle prigioni sovraffollate Il documento «I trattamenti devono essere conformi ad umanità e rispettosi della dignità
della persona»
ROMA – Un tempo si chiamavano celle, e tutti continuiamo a usare quel termine. Ma la dizione ufficiale è «camere di
pernottamento» e così dovranno essere di fatto, non solo di nome. I detenuti italiani assegnati al regime di «media sicurezza» –
la grande maggioranza, più di 50.000 rispetto al totale di 67.500 – dovranno tornare nelle «camere» solo di notte. Durante il
giorno potranno muoversi liberamente all’ interno della prigione: «Il perimetro della detenzione dovrà estendersi quanto meno
ai confini della sezione ovvero, dove possibile, anche agli spazi esterni alla stessa, seguendo così l’ indicazione dell’
ordinamento penitenziario sin qui scarsamente attuata». È quanto dispone la nuova circolare intitolata «Modalità di esecuzione
della pena – Un nuovo modello di trattamento che comprenda sicurezza, accoglienza e rieducazione», diramata ieri dal
Dipartimento dell’ amministrazione penitenziaria a tutti i provveditori e direttori delle carceri. L’ ha firmata il responsabile del
Dap, Franco Ionta, insieme a Sebastiano Ardita, il direttore dell’ Ufficio detenuti che l’ ha materialmente redatta come ultimo
atto della sua decennale permanenza al Dipartimento, prima di tornare a fare il pubblico ministero in Sicilia. Si tratta di una
piccola rivoluzione, un tentativo di rendere meno dura la vita nelle prigioni sovraffollate come mai lo erano state prima d’ ora, e
di attuare il principio costituzionale della pena tesa al reinserimento sociale dei condannati. Anche attraverso la loro
collaborazione. Il presupposto del nuovo corso è che «per larga parte della popolazione detenuta è possibile e saggio applicare
un regime penitenziario più aperto». E forse anche alla luce di episodi più o meno gravi di persone che dietro le sbarre hanno
subito abusi o soprusi, nella circolare si ricorda che nei confronti del detenuto «devono essere attuati interventi trattamentali
conformi ad umanità e rispettosi della dignità della persona». Quanto ai reclusi, con le norme appena varate viene «elevato il
grado di responsabilizzazione di ciascuno, potendo ogni ristretto contribuire, con la propria condotta, alla adozione per tutti del
regime meno afflittivo»; cioè quello di una «vita penitenziaria connotata da libertà di movimento, secondo precise regole di
comportamento». Entro tre mesi negli istituti dovranno essere pronte le sezioni aperte dove i reclusi ammessi potranno
muoversi a piacimento per l’ intera giornata, al di là della tradizionale ora d’ aria. E per stabilire chi potrà accedere a questo
regime si procederà al censimento e a un’ inedita catalogazione della popolazione detenuta. Tenendo conto della «ragione dell’
ingresso in carcere», quindi dei reati di cui si è accusati, ma anche della «condotta intramuraria» (cioè all’ interno dell’ istituto),
della «risposta al trattamento penitenziario», delle «reazioni mantenute nei momenti difficili» e del «rispetto non meramente
formale né strumentale delle disposizioni interne», nonché del «modo di relazionarsi con altri ristretti». Ne verrà fuori una
classificazione legata alla pericolosità che ricalca quella adottata nei Pronto soccorso degli ospedali: codice bianco, verde,
giallo e rosso, per misurare la pericolosità del detenuto, e dunque «il concreto rischio che il ristretto, condannato o imputato, si
renda autore di evasione o di episodi di turbamento dell’ ordine e della sicurezza interna all’ istituto». Col codice bianco saranno
classificati i reclusi per «reati che non hanno comportato violenza o minaccia alle persone», oppure che risultino
potenzialmente preliminari ad atti di violenza, come il possesso di armi; che non appartengano ad associazioni per delinquere o
«comunque gravitanti in contesti di criminalità mafiosa» e che abbiano fin qui tenuto una «buona condotta intramuraria,
partecipando al trattamento in modo attivo». Questi andranno direttamente ammessi al «regime aperto», senza altri accertamenti
e vincoli. Per i detenuti col codice verde – stessi requisiti del bianco a parte il primo, e cioè siano accusati di reati «connotati da
violenza o minaccia alle persone» – andrà fatta un’ attenta valutazione per escludere pericoli di fuga o di «turbamento dell’
ordine e della sicurezza» prima di essere ammessi alla libertà di movimento, che in ogni caso andrà «tendenzialmente»
concessa. Il codice giallo verrà attribuito ai detenuti per reati di violenza che «pur non avendo tenuto comportamenti
intramurari violenti né condotte pericolose, abbiano mantenuto atteggiamenti di tipo dissociale ovvero siano incorsi in
violazioni disciplinari». Per loro la regola s’ inverte, e la possibilità trascorrere le giornate fuori dalle «camere di
pernottamento» sarà riconosciuta solo dopo «una prima ragionata scelta che tenga conto di altri fattori in grado di escludere il
pericolo di evasione o turbamento». Infine ci sarà il codice rosso, assegnato ai reclusi responsabili di atti di violenza o tentativi
di evasione, che abbiano partecipato ad associazioni per delinquere finalizzate a reati violenti o collegate, sia pure
indirettamente, alla criminalità organizzata. Ad essi il regime aperto sarò di norma negato, «salvo il manifestarsi di specifiche
evidenze di senso contrario tanto rilevanti da far escludere in modo ragionevole la possibilità di pericoli»; in ogni caso ciò potrà
avvenire dopo un «adeguato lasso di tempo» nel quale l’ équipe di osservatori e responsabili dovrà decidere all’ unanimità l’
ammissione al «regime aperto». L’ assegnazione del codice non sarà definitiva bensì legata a «riunioni periodiche dell’ équipe
che potranno rivedere in senso positivo o negativo le valutazioni sul livello di pericolosità del detenuto e procedere ad una loro
modifica». Inoltre, «l’ ammissione alla detenzione aperta non costituisce un diritto acquisito», ma potrà essere revocata «ove il
detenuto tenga condotte che ne dimostrino la pericolosità e quindi l’ inidoneità ad un regime meno custodiale di quello
“chiuso”». Da oggi i direttori del penitenziari hanno sessanta giorni di tempo per attribuire i codici – che andranno indicati nei
fascicoli personali e in tutti i documenti delle persone finite in carcere, subito dopo il nome e il cognome – stilare gli elenchi di
coloro che possono essere ammessi alla detenzione aperta e indicare gli spazi da assegnare a chi potrà circolare durante il
giorno all’ interno delle sezioni «aperte».

Fonte: Corriere Della Sera.