Accade nelle camere di sicurezza delle questure

Ha strappato una striscia di coperta, se l’è legata al collo e ne fissato, l’altro capo, alla grata della porta blindata di una delle camere di sicurezza della questura di Firenze. Si è ucciso così Youssef Ahmed Sauri, marocchino di 27 anni, ieri sera, intorno alle 23. Era stato arrestato nel pomeriggio per ubriachezza, lesioni e resistenza a pubblico ufficiale.

Il caso ha subito sollevato polemiche da parte dei sindacati di polizia in relazione al contestato articolo 1 del dl “svuota carceri” che prevede la custodia nelle celle di sicurezza della polizia per gli arresti in flagranza, in attesa di convalida, nel caso in cui l’arrestato non abbia un domicilio.

Il marocchino era stato bloccato presso l’ospedale di Santa Maria Nuova da parte degli agenti di una volante, chiamata dai medici del pronto soccorso dove l’uomo era stato portato in stato di ubriachezza nel pomeriggio, dando in escandescenze.

Portato in questura, l’uomo era stato chiuso in una camera di sicurezza. L’allarme è scattato alle 23,20, nel corso del normale controllo delle celle. I primi a soccorrerlo sono stati gli agenti del corpo di guardia della questura fiorentina e poi i sanitari del 118 che ne hanno tentato a lungo, ma inutilmente, la rianimazione.

Siulp e Silp non hanno esitato a indicare l’inadeguatezza delle strutture disponibili per la custodia degli arrestati, situazione che, secondo i sindacati, non consentirebbe di attuare il decreto del Governo nella parte che prevede la permanenza nelle camere di sicurezza degli arrestati in flagranza di reato. “Quanto accaduto ieri è, se mai ve ne fosse stato bisogno – afferma Riccardo Ficozzi, segretario del Siulp -, la chiara riprova di quanto il provvedimento di legge sia assurdo ed inattuabile e di quanto, almeno la questura di Firenze, non sia in condizione di dare attuazione al provvedimento senza correre il rischio concreto che, episodi analoghi a quelli accaduti ieri sera, possano ripetersi.

I cittadini tratti in arresto – ricorda il Siulp, infatti, vengono “trattenuti” in camere di sicurezza allestite nel sotterraneo della questura e sorvegliate, solo all’esterno, tramite una telecamera, da personale che ha mille altre incombenze (sorveglianza dell’intero plesso presso cui è ubicata la questura, accesso cittadini per ufficio denunce, accesso ed uscita veicoli, ecc.).

“E pensare – aggiunge il Silp Cgil – che si volevano utilizzare proprio le celle degli uffici di Polizia per decongestionare le fatiscenti carceri. Una soluzione tutta italiana che preoccupa gli operatori di polizia fiorentini, perché, alla luce dei fatti, si ha la sensazione (certezza) che chi deve intervenire non abbia chiaro il quadro complessivo nel quale operano quotidianamente le forze dell’ordine a Firenze come altrove”

Ansa, 29 gennaio 2012

 

E per rimanere in tema una storia di cui a suo tempo si erano occupati anche i giornali mainstream con diffusione di un video in cui si vedeva chiaramente l’uomo implorare aiuto.  E’ servito a qualcosa? A giudicare dalla sentenza si direbbe proprio di no.

 

Archiviato. Scende il sipario sulla vicenda della morte di Saydou Gadiaga, il 37enne senegalese morto per una crisi d’asma mentre si trovava nella cella di sicurezza della caserma Masotti di piazza Tebaldo Brusato a Brescia dove era detenuto perché fermato dai carabinieri durante un controllo e risultato privo del permesso di soggiorno. Il Gip di Brescia Cesare Buonamartini ha chiuso il caso, decretando che non siano ravvisabili condotte erronee da parte dei carabinieri durante quella tragica serata in cui l’immigrato, da molti anni nel nostro Paese, ma che al momento risultava senza lavoro, perse la vita dopo una grave crisi respiratoria. L’associazione Diritti per tutti, sostenendo la famiglia dell’uomo, aveva fatto ricorso contro la cancellazione dell’inchiesta per la morte dello straniero, e diverse sono state le manifestazioni a sostegno di Gadiaga, conosciuto dagli amici come El Haji, affinché, come aveva dichiarato il presidente dell’associazione antirazzista Umberto Gobbi, il fascicolo sulla morte di Saydou non venisse “seppellito in un armadio”.
Per l’associazione sarebbero diversi i “punti oscuri” sulla morte dell’immigrato, la cui agonia è stata ripresa dalle immagini interne di videosorveglianza della caserma Masotti. “Diritti per tutti” e la famiglia del senegalese aveva fatto leva, nel ricorso presentato contro l’archiviazione, la testimonianza di un cittadino bielorusso, detenuto in una cella accanto a quella di Saidou, che avrebbe sentito il senegalese lamentarsi e chiedere aiuto per almeno una quindicina di minuti prima di morire. Testimonianza che però il pm Piantoni, titolare del fascicolo aveva ritenuto “imprecisa”. Altri dubbi riguardavano poi gli orari riferiti dai carabinieri sui soccorsi all’uomo colto da malore, ma per il pm che ha condotto le indagini militari hanno agito in buonafede.

www.quibrescia.it, 2 febbraio 2012

 

 


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