L’odore del carcere

cordatesaOdore= sensazione prodotta dal contatto di molecole emanate da una sostanza con i recettori dell’olfatto. Credo che ogni luogo che ho visitato o in cui ho vissuto durante la mia vita sia legato a dei profumi o odori.

Potrei descriverne tanti, ad esempio, quello della casa dove sono nata; era la casa dei miei nonni materni. Ricordo i profumi delle verdure dell’orto che mia nonna coltivava con amore e passione; i profumi dell’autunno, la raccolta dell’uva spremuta per fare il vino; le caldarroste scoppiettanti che annunciavano l’arrivo dell’inverno; il profumo della legna che ardeva nella stufa per riscaldare le stanze; ricordo il risvegli con il profumo del caffè.
La casa dei miei genitori era invece un albergo. Si espandeva il profumo di cibo nella proveniente dalla grande cucina; ricordo il profumo del bucato appena stirato, l’odore dei disinfestanti per la pulizia delle stanze.
Ma soprattutto ricordo il profumo di mia mamma che si cospargeva di borotalco e l’odore acre di sudore di mio padre al ritorno dai campi.

Ricordo il profumo il profumo di casa mia quando sono andata a vivere da sola, sempre annebbiata dal fumo d’incenso naturale o mirra.
Indimenticabili i profumi delle spezie, del pesce nei miei viaggi in India.
Gli odori nauseabondi delle favelas o della capanne in Africa, non li dimenticherò mai, tanto che quando sento nell’aria un cattivo odore mi torna in mente Nampula, grande città Monzambicana.
Il forte profumo di mare, di fiori e frutta sulle isole delle Filippine.
Tutto questo per cercare di descrivere l’odore di carcere: anche se indescrivibile ci proverò.
Non appena entri, il primo impatto è quello dell’odore del ferro, della ruggine, dell’umidità, del chiuso. Man mano percorsi i percorsi i corridoi e il forte odore cibo ti aggredisce.
Poi mentre sali le scale, prive di finestre, l’odore è quello acre dei muri scrostati e ancora quello di ferro, ruggine e umidità.
Non appena entri in sezione, senti l’odore molto forte di tante altre persone; gli odori delle molte etnie che convivono qui dentro, per la diversa sudorazione della pelle, si mescolano.
Sono odori talmente forti che non ti fanno più sentire quello del tuo corpo, che sicuramente non è dei migliori, dato che quasi sempre arrivi qui dopo ore di caserma. Magari passano anche giorni senza che tu ti possa lavare e non vedi quindi l’ora di mettermi sotto la doccia.
Dopo qualche giorni non ci fai più caso, ma nel momento in cui vado al colloquio con i miei famigliari, mi dicono che puzzo di carcere; magari sono appena uscita dalla doccia, ma loro lo sentono subito e me lo fanno notare.
Questo odore ti entra nella pelle, nei vestiti, nelle lenzuola, nelle celle e non c’ è verso di debellarlo. Quando mando all’esterno dei vistiti a mia figlia, poi mi dice che dopo vari lavaggi l’odore non se ne va e così me li butta via.

Quando al mattino mi sveglio, la prima cosa che faccio, è spalancare la finestra alla ricerca di aria nuova, perchè le celle, chiuse per tutta la notte, si impregnano di un cattivo odore.
Spesso, soprattutto quando da caldo, il problema peggiore è l’odore che proviene da un allevamento di mucche, l’aria è carica di una puzza orrenda. A causa di questo, richiudo subito e pulisco la cella con la candeggina e detersivi, cercando di cambiare l’odore, ma dura poco.
Insomma non c’è modo di sgominare questo odore mescolato al fumo di mille sigarette fumate, e all’ odore di cibo proveniente da ogni cella.

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