Amarcord – 2 ottobre: nel 1979 la rivolta nel supercarcere dell’Asinara

La rivolta inizia alle 19 circa: una cinquantina di detenuti si raduna in uno stanzone, dopo aver immobilizzato una guardia e aver aperto le celle. I detenuti sono tutti appertenenti al reparto di massima sorveglianza in località Fornelli. Sono nella quasi totalità detenuti “politici”, tra i quali molti appartenenti alle Brigate Rosse. Le guardie vengono prese di mira da lanci di suppellettili, nei corridoi vengono lanciate le bombolette di gas dei fornelli in dotazione. Centinaia di poliziotti, carabinieri e guardie di finanza vengono fatte affluire sull’isola da tutta la Sardegna.

La battaglia dura diverse ore, il reparto viene in parte distrutto. La polizia interviene con un fitto lancio di lacrimogeni all’interno del carcere e riesce alla fine a riprendere il controllo

dell’edificio.

Dopo la rivolta tutti i detenuti vengono trasferiti in altre carceri speciali.
Le lotte all’interno del carcere riprenderanno con più forza: nel settembre del 1980 ci sarà la rivolta nella sezione speciale del carcere di Badu ‘e Carros (Nuoro) e nel dicembre dell’80, in concomitanza con il sequestro del magistrato D’Urso (responsabile ministeriale dei CS) da parte dalle Brigate Rosse, ci sarà la rivolta nel carcere di Trani.

Il 29 dicembre 1980, il Comitato di Lotta dei Proletari Prigionieri dell’Asinara fa uscire un comunicato in cui vengono ripresi i fatti dell’anno precedente:

“Il movimento organizzato dei Proletari Prigionieri, il movimento rivoluzionario in dialettica con l’iniziativa dell’Organizzazione Comunista Combattente BRIGATE ROSSE, hanno chiuso definitivamente il campo dell’Asinara, portando a termine la battaglia intrapresa il 2 ottobre 1979.
Intorno alla parola d’ordine “Chiudere con ogni mezzo l’Asinara” si è articolata una campagna di lotta del movimento dei proletari prigionieri, del movimento rivoluzionario dispiegatasi a vari livelli, via via più matura ed incisiva. La lotta di resistenza offensiva del nostro Comitato di Lotta, le iniziative di massa nei vari kampi, le battaglie armate e di massa di Volterra, Fossombrone e Nuoro, lo sviluppo della campagna iniziata dalle Brigate Rosse e ancora in corso con la cattura di Giovanni D’Urso, la battaglia di Trani hanno sintetizzato in un disegno unitario e in un’offensiva generale le reali aspirazioni ed interessi del movimento dei Proletari Prigionieri: BATTERE IL PROGETTO CONTRORIVOLUZIONARIO DELLA DIFFERENZIAZIONE E DELL’ANNIENTAMENTO, CHIUDERE L’ASINARA, RAFFORZARE I COMITATI DI LOTTA, COSTRUIRE LA LIBERAZIONE DEI PROLETARI PRIGIONIERI. In quanto laboratorio della pratica di annientamento, polo di massima deterrenza per tutto il Proletariato Prigioniero, punta di diamante dell’intero circuito di differenziazione, quello dell’Asinara era uno dei campi più cari al progetto politico dell’esecutivo rispetto al carcerario. Di fronte all’offensiva rivoluzionaria, allo scardinamento della loro strategia, spaccati al loro interno, costretti a smantellare il campo dell’Asinara dalla forza del movimento dei Proletari Prigionieri e dall’iniziativa della guerriglia, l’unica foglia di fico che i culi di pietra dell’imperialismo hanno trovato alla loro impotenza è stata una sedicente “autonoma iniziativa”. Ma per quanto ripetuta una menzogna non diventa per questo verità e i proletari sanno benissimo riconoscerla: È la lotta del movimento dei Proletari Prigionieri, l’iniziativa del movimento rivoluzionario e della sua avanguardia armata che ha chiuso il campo dell’Asinara e ha colpito il centro nervoso della politica carceraria imperialista!”

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I capi storici delle Brigate rosse (Curcio, Franceschini, Ognibene, Ferrari, Paroli, Litrami) guidano una rivolta nel supercarcere. Una cinquantina di detenuti, asserragliati in un’ala dell’istituto di pena, chiedono di essere trasferiti in altro carcere. Intervengono in forze polizia, carabinieri e guardia di finanza. All’alba del 3 ottobre, con il lancio di candelotti lacrimogeni, la rivolta è sedata.

Strano destino, quello dell’Asinara: un paradiso diventato un inferno. Col decreto interministeriale 450 del 1977 diventò, insieme a Badu ‘e carros, carcere di massima sicurezza. E fu subito il simbolo della linea dura dello Stato contro il terrorismo delle Br, tanto da guadagnarsi il nome di Cayenna sarda. Ma, paradossalmente, fu molto minore l’allarme sociale che creò nella comunità sarda per il pericolo di “contaminazioni” ideologiche e criminali. Prima di tutto perché l’insularità la rendeva un universo separato, lontano. E poi perché la vita del pentenziario era accuratamente blindata e nessuna informazione filtrava su quanto accadeva nella diramazione di Fornelli. Unica eccezione fu il tentativo di rivolta del 2 ottobre 1979. La differenza con Badu ‘e carros era dunque sostanzialmente questa: all’Asinara si viveva una vita blindata e i detenuti politici non avevano alcun contatto con quelli comuni; il carcere nuorese era invece alla periferia della città e ne condizionava in qualche modo la vita.

Di più, la distanza tra detenuti condannati per terrorismo e detenuti comuni era quasi inesistente. A cavallo degli anni Ottanta e Novanta l’Asinara ospitò il gotha di Cosa Nostra e della camorra: Totò Riina, Raffaele Cutolo, Leoluca Bagarella e Nitto Santapaola. Dal 1998 non è più un carcere.

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