Torturate e abusate, l’orrore delle donne rinchiuse nelle carceri siriane

Non sono solo gli uomini a sparire nelle carceri di Assad. Stuprate, picchiate, costrette a vivere in celle di due metri per due, lasciate per giorni interi senza cibo. Sono le donne siriane, inghiottite dal regime di Assad e sparite nelle carceri siriane senza lasciare traccia.

Tra loro Othman, infermiera di Deir ez Zor, incarcerata perché curava i feriti e poi una volta liberata costretta a lasciare suo figlio in un orfanotrofio perché non era più in grado di occuparsi di lui a causa dei traumi delle violenze. O Zahira (il nome è di fantasia), violentata da un gruppo di soldati di Assad perché sospettata di essere la moglie di un oppositore. E, ancora, Amina, arrestata mentre era incinta e sottoposta alle torture con scariche elettriche o costretta a guardare mentre

torturavano il suo altro figlio. Le loro testimonianze sono state raccolte, in occasione dell’International Day of the Victims of Enforced Disappearance, con il sostegno di Amnesty International e di Lawyers and Doctors for Human Rights , in una mostra in cartellone a Manchester per l’8 settembre e con una campagna web sotto l’hashtag #SavemeinSyria.

Come sottolinea Amnesty International, all’inizio il regime arrestava per lo più attiviste o operatrici umanitarie. Poi sono entrate nel mirino anche le donne meno impegnate, per lo più compagne dei miliziani dell’opposizione, spesso usate come moneta negli scambi di prigionieri. Alcune di queste donne sono sopravvissute e una volta uscite di prigione (per lo più le detenute vengono rinchiuse nel carcere di Adra, vicino a Damaco) sono fuggite all’estero, dove ora cercano attraverso le loro testimonianze di portare all’attenzione dell’opinione pubblica le terribili violazioni dei diritti umani commesse in Siria. Particolarmente vulnerabili, come si evince da queste violenze, le prigioniere subiscono, se possibile, ancora più abusi degli uomini. Alle violenze e alle tecniche di tortura riportare da Amnesty International a proposito degli uomini detenuti nel carcere di Sednaya – dal tappeto volante come viene chiamata una tecnica particolarmente cruenta usata nelle carceri siriane alla sedia tedesca che spezza la spina dorsale – per le donne si aggiunge ogni forma di abuso sessuale, dallo stupro di gruppo alle torture psicologiche.

In questo quadro la commissione indipendente d’inchiesta Onu sulla Siria ha raccolto prove a sufficienza per condannare il presidente siriano Bashar al-Assad per crimini di guerra. Tuttavia nulla sembra muoversi. Ed è per questo che Carla Del Ponte, ex procuratrice generale del Tribunale penale internazionale dell’Aja per l’ex Jugoslavia e per il genocidio in Ruanda – ha rassegnato a metà agosto le dimissioni dalla commissione d’inchiesta sulla Siria, in polemica contro la mancanza di progressi. «Per sei anni la commissione ha indagato: adesso un procuratore dovrebbe continuare il nostro lavoro e portare i criminali di guerra davanti a un tribunale speciale, ma questo è esattamente quello che la Russia sta bloccando con il suo veto nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite», ha detto Del Ponte. Eppure nulla ancora si è mosso.

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