Torino – incontro per la creazione di un bollettino anticarcerario nazionale

cordatesaIMPORTANTEA seguito degli arresti di lunedì 9 dicembre è stato indetto un presidio solidale a Torino sotto il carcere delle Vallette per sabato 14 alle 17e30. Considerando che molti compagni e compagne vorranno parteciparvi, si è pensato di spostare da Bologna a Torino l’appuntamento per l’incontro nazionale sulla proposta di un bollettino anticarcerario fissato per il 14 e 15 dicembre, anche per evitare inutili spostamenti. Il nuovo appuntamento è quindi a Torino presso i locali di Radio Blackout in via Cecchi 21/a dalle ore 14 di sabato 14 dicembre, incontro che proseguirà nella giornata di domenica.

 

Ricordiamo l’invito a partecipare all’incontro per la creazione di un bollettino anticarcerario nazionale il 14 e 15 dicembre a Bologna. per dare ai compagni il tempo di organizzare l’ospitalità sarebbe utile comunicare le adesioni.

per farlo scrivere a invece@autistici.org

per info sull’incontro http://www.informa-azione

La proposta di dar vita ad un bollettino anticarcerario, apparsa sul numero 21 del febbraio scorso di Invece, ha suscitato l’interesse di diversi compagni. Così per poterne discuterne insieme abbiamo pensato di incontrarci a Bologna sabato 14 dicembre dalle ore 14 al circolo Iqbal Masih, con l’idea poi di poter continuare anche il giorno dopo in modo da aver il tempo sufficiente per poterne discutere approfonditamente e magari lasciarci con un’idea precisa su come impostare questo bollettino e sui tempi in cui farlo.  Di seguito riportiamo la proposta apparsa su Invece.

Il cirsolo Iqbal Masih si trova in via dei Lapidari 13/L

Giorno dopo giorno aumenta il numero delle persone che in questo mondo risultano di troppo. Inutili. Aggravando le pene per alcuni reati già esistenti e creandone di nuovi, lo Stato indica dove queste eccedenze debbano essere stipate, in carcere. Così continua costantemente a crescere il numero dei prigionieri, privati oltre che della libertà anche del benché minimo spazio vitale, ammassati gli uni sugli altri al di là di ogni limite d’immaginazione.
Purtroppo al peggioramento delle condizioni di detenzione non sta corrispondendo una reazione adeguata da parte dei prigionieri. Trent’anni di pace sociale, fuori come dentro, hanno scavato un solco profondo nella volontà di lottare, nel sentire che è possibile farlo come nella capacità di organizzarsi. Ogni tanto da quotidiani locali o siti specializzati si viene a conoscenza di piccole proteste e mobilitazioni o di atti di ribellione all’interno delle carceri che non riescono però quasi mai a raggiungere un’ampiezza e una radicalità maggiori. Ciò che sta invece cadenzando il tempo con una regolarità agghiacciante sono i suicidi di uomini e donne che non trovano altro modo per dire: “basta!”.
Fuori, le principali voci che di tanto in tanto si levano sono quelle dei pannella di turno o delle varie organizzazioni che denunciano il sovraffollamento nelle carceri italiane. Poco altro si muove. Le lotte o le azioni condotte da chi ritiene che il carcere vada distrutto e non reso più umano non risultano particolarmente significative e restano per lo più slegate da ciò che avviene dentro. Difficilmente, per sostenere una lotta o un particolare fatto repressivo avvenuto dentro, si riesce a fare qualcosa in più di un presidio.
Presìdi che per quanto preziosi, dato che consentono di far sentire la propria solidarietà ai prigionieri in lotta e al contempo ribadire ai carcerieri che chi è dentro non è solo, come uniche o principale armi di una lotta contro il carcere risultano spuntate. Da soli infatti non sono in grado non tanto evidentemente di buttar giù le odiate mura, ma neanche di rompere efficacemente quell’isolamento che sbarre e mura producono. E rompere l’isolamento a cui tutti i prigionieri sono condannati è uno degli obiettivi che chi fuori vuole lottare contro il carcere dovrebbe porsi.
Alcuni anni fa, in occasione di uno sciopero della fame contro l’ergastolo portato avanti da ergastolani ed altri prigionieri che avrebbe dovuto protrarsi anche a tempo indeterminato, alcuni compagni diedero vita a “La Bella”, un bollettino che intendeva sostenere questa lotta anche dando voce a chi la conduceva. Pur critici riguardo la scelta dello sciopero della fame e consapevoli che la fine dell’ergastolo non avrebbe risolto il problema della prigionia, diversi compagni sostennero questa lotta considerandola particolarmente importante perché autorganizzata da prigionieri di un po’ tutte le carceri italiane.
L’esser nata in occasione di una mobilitazione così partecipata dentro, garantì a “La Bella” una diffusione e un’attenzione nelle carceri che normalmente le pubblicazioni di movimento non hanno, dato che spesso i giornali anticarcerari “militanti” risultano magari anche molto interessanti ma vengono percepiti come qualcosa di lontano cui non è possibile per un comune prigioniero partecipare attivamente. “La Bella” invece, pur nel suo piccolo, fu sin da subito sentita da molti come uno spazio di confronto reale in cui i prigionieri potevano dialogare tra loro, scambiarsi notizie, suggerimenti, critiche e eventualmente proposte. Uno spazio condiviso poi non solo con chi intendeva lottare dentro, ma anche con chi voleva farlo fuori. Così, ad esempio, grazie ai contributi tanto dei compagni quanto dei prigionieri, si sviluppò un confronto sull’efficacia delle pratiche da adottare in una lotta che superò la specificità per cui “La Bella” era nata.
Diversi prigionieri espressero critiche decise nei confronti dello sciopero della fame, ritenuto, oltre che autolesionista, inefficace data la cecità dell’opinione pubblica, proponendo poi altre pratiche come lo sciopero della spesa che consentivano invece di “colpire” le autorità carcerarie laddove può far loro più male, nei profitti.
Oggi sono diverse le mobilitazioni che avvengono in alcune carceri o sezioni per ottenere dei miglioramenti delle condizioni di prigionia. Indipendentemente dalla limitatezza delle loro rivendicazioni queste lotte sono importanti perché la determinazione, la capacità di osare e di organizzarsi non sono elementi fissi, immutabili, ma, dentro come fuori, si modificano anche in base alle esperienze vissute direttamente. Per tutti, compagni compresi, l’unico modo per imparare a lottare è farlo.
Oggi un bollettino simile, consentendo a mobilitazioni, proposte, atti di ribellione collettivi o individuali di oltrepassare le mura delle singole carceri, favorirebbe sia un quadro complessivo più chiaro di cosa si muove oggi nelle carceri italiane, sia lo sviluppo di lotte al loro interno ridando al contempo slancio e idee agli interventi anticarcerari fuori, facendoci trovare meno impreparati. A scanso di equivoci questa proposta non rappresenterebbe la soluzione alle mancanze degli attuali interventi anticarcerari; non può da sola colmare i vuoti accumulatisi negli anni per l’incapacità di agire con efficacia, ma rappresenterebbe piuttosto una valida intelaiatura per ripensare e riiniziare un intervento contro il carcere che sia meno estemporaneo.
Se a differenza de “La Bella” oggi un eventuale bollettino non nascerebbe in occasione di una lotta e quindi la sua diffusione e soprattutto la chiarezza dei suoi intenti richiederebbero, almeno inizialmente, maggiori sforzi ed attenzioni, la sua minor specificità potrebbe del resto favorire un radicamento maggiore nelle varie carceri in cui i compagni hanno già delle corrispondenze attive e un minimo di continuità d’intervento. Anche le giornate di colloqui con i familiari potrebbero essere una buona occasione tanto per diffondere il bollettino quanto per discuterne contenuti.
Se questa proposta dovesse incontrare l’interesse di altri compagni o prigionieri, “Invece” potrebbe ospitare suggerimenti, critiche ed approfondimenti a riguardo in previsione magari di organizzare un incontro, evidentemente autonomo da questo giornale, per discuterne apertamente.

i compagni e le compagne di “Invece”

 

 


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