Reggio Emilia – Testimonianza da una camera di sicurezza

cordatesaDiffondiamo da informa-azione questa testimonianza che descrive un’esperienza di detenzione nelle “camere di sicurezza”, dispositivo detentivo di breve termine selezionato dai ragionieri delle pene e dei supplizi come antidoto al cosiddetto fenomeno delle “porte girevoli”, ovvero l’entrata e uscita dal carcere, in “pochi” giorni, delle persone catturate in flagranza di reato. Introdotto come blando rimedio al sovraffollamento strutturale e fisiologico dell’apparato detentivo, si manifesta nella duplice natura di punizione particolarmente afflittiva e di estensione molecolarizzata dei posti-gabbia, in cui per rispondere alla bulimia del mostro carcerario ogni anfratto deve essere trasformato in sua appendice da riempire di corpi. 

Ciao a tutti compagni anarchici,
Sono un ragazzo di 32 anni della zona di Reggio Emilia e, causa motivi che qui non posso spiegare, mi sono trovato in stato di arresto con flagranza di reato alcuni giorni fa;
essendo incensurato era la prima volta che mi trovavo a fare questa drammatica esperienza e sono rimasto profondamente scosso dai metodi che sono stati applicati per restringere la mia persona, oltretutto senza avere opposto alcuna resistenza all’arresto, e vorrei quindi il vostro aiuto per rendere disponibili sulla rete maggiori informazioni in merito all’argomento di cui vi voglio scrivere perchè, cercando informazioni io stesso, ho trovato veramente poco in merito e credo sia una pratica disgustosamente applicata con leggerezza in tutte le zone di Italia (per esempio nella mia ‘pacifica’ emilia…).
Ciò di cui sto parlando è l’usanza di mettere per due giorni gli arrestati in flagranza di reato nelle cosiddette ‘camere di sicurezza’ che si trovano all’interno delle caserme dei carabinieri e nelle stazioni di polizia.
Da quello che ho potuto capire ciò è diretta conseguenza del cosiddetto ‘decreto svuota-carceri’ ed è una soluzione contestata dalle stesse forze dell’ordine anche se con motivazioni differenti da quelle di chi ne è stato vittima.
Questa è dunque la mia testimonianza che spero pubblicherete in prima persona e diffonderete in rete anche attraverso altri mezzi…

Arrivato in caserma ammanettato dopo l’arresto e dopo essere stato fotografato e prese le impronte queste sono le procedure attuate su di me.
Mi sono state tolte le scarpe, la cintura dei pantaloni, tutti gli orecchini e gli occhiali (nonostante il vetro infrangibile e nonostante sia praticamente cieco senza il loro ausilio,mi è stato detto che tanto era buio e non c’era nulla da vedere) e sono stato inserito in questa camera di circa 3 metri per 3 illuminata unicamente da una luce artificiale fissa (nessuna differenza tra giorno e notte, alle 13.30 pensavo fossero le 20.30) proveniente da dietro una grata posta  sopra una porta di ferro munita di spioncino. Ho chiesto,per sopportare l’ansia dovuta al trauma dell’arresto e alla situazione di isolamento, di poter avere qualcosa da leggere (sono davvero molto miope ma da vicino mi posso arrangiare a leggere con un po’ di sforzo) e ho ricevuto, con estrema fatica ed essendo quasi esploso in lacrime, una rivista dell’arma che mi è stata tolta poche ore dopo (aggiungo che mia madre mi ha portato un libro che è stato rifiutato categoricamente) non avevo diritto a nessun tipo di uscita temporanea e per andare in bagno dovevo farmi aprire da almeno due guardie, se una era di pattuglia dovevo aspettare o farla tornare di urgenza, e fare i miei bisogni con la porta aperta. Il “letto” era una piastra di materiale duro con un sottilissimo materasso e tre coperte di lana grezza il tutto lercio e puzzolente all’inverosimile, il pavimento era di cemento grezzo e irregolare sul quale ho consumato entrambi i calzini girando in tondo per ore al fine di alleviare il senso di claustrofobia e l’ansia che mi impedivano di dormire,  causa anche la durezza del letto che impediva qualsiasi posizione comoda a causa delle ossa che cozzavano contro di esso.
L’unico modo che avevo di uscire oltre ad andare in bagno erano alcuni minuti semiclandestini offerti da alcuni ragazzi che facevano la guardia ma evidentemente erano turbati loro stessi dalla mia situazione e che mi hanno trovato in non più di un paio di occasioni una sigaretta e mi hanno accompagnato in un bagno adiacente a consumarla.
Non è stato permesso ai miei familiari di vedermi nemmeno dietro lo spioncino e non mi sono stati somministrati i miei farmaci per la gastrite; invece sono riuscito a ottenere il metadone senza troppa difficoltà devo dire. Più in generale le misure adottate mi hanno causato un fortissimo stress  emotivo che andava oltre quello dell’arresto e della detenzione (seppur di sole 48 ore) poichè l’unica distrazione che potevo avere era il girare ossessivamente in tondo in uno stato di cecità e in un ambiente sporco e insalubre.
Credo sia chiaro che la sicurezza e la salvaguardia della persona arrestata con tutto questo non ha nulla a che vedere e che questa prassi ha un carattere evidentemente punitivo, infatti se in un primo momento non pensavo a nulla di autolesionistico, in queste condizioni ho meditato più volte di mordermi la lingua o crearmi un trauma cranico sbattendo con la testa contro le pareti e sperando in questo modo di essere tirato fuori e portato al pronto soccorso. Mi sono sentito sepolto vivo per 48 ore e oltretutto nello stato mentale in cui ero sono venuti a pormi delle domande alcuni ufficiali ventilandomi la possibilità di una sigaretta se gli davo le informazioni che volevano (informazioni che avrei dovuto eventualmente fornire solo in presenza del mio avvocato e, ritengo io, in uno stato mentale il più possibile normale) ma la sigaretta non mi veniva invece data e, anzi, alcuni ragazzi scoperti a fornirmela sono stati anche leggermente rimproverati.
In tutta questa spiacevole situazione devo dire che non mi è stata fatta violenza fisica e che i ragazzi che mi hanno fatto la guardia, pur obbedendo agli ordini, hanno mostrato il massimo dell’umanità che gli era possibile, biasimo invece, come ho già scritto, gli ufficiali di cui sopra che mi hanno interrogato in quello stato come fossi un asino con davanti una carota. Mi viene da piangere al timore di essere messo ancora lì dentro quando mi arresteranno nuovamente tra due mesi in seguito a una seconda fase delle indagini, spero che sia vero che se il reato non è in flagranza questa misura restrittiva particolare non si applichi, perchè preferirei mille volte passare 48 ore in un carcere vero che non in quella camera che con la sicurezza ha davvero poco a che fare e molto ha invece in comune con la punizione e la perdita di dignità. Spero che nel vostro piccolo mi aiutiate a far pervenire questa mia all’opinione pubblica e la usiate nei modi più opportuni mettendola in evidenza ovunque vogliate, magari correggendo gli errori che ho sicuramente fatto scrivendo a quest’ora del mattino e in modo concitato, vi chiedo solamente di non divulgare  il mio nome perchè sono ancora minacciato ampiamente da ulteriori repressioni che non sono però conseguenza azioni di politiche (nulla di violento comunque, solo azioni dettate dalla situazione economica e di salute mie e della mia famiglia) quindi la mia persona in se non ha nulla di interessante, credo sia invece ‘interessante’ il fatto che nel nostro paese si applichino con tale leggerezza e all’insaputa della maggioranza della popolazione metodi come questo che sfiorano la tortura e che sicuramente predispongono le persone al suicidio e all’autolesionismo; io sono una persona che non ha mai sofferto di claustrofobia, ho sempre avuto un certo controllo sulla mia emotività e gli spazi chiusi in se non mi hanno mai spaventato, ma in questo caso mi sono sentito davvero trattato come una bestia in gabbia e ho letto che anche altre persone e addirittura il sindacato delle forze di polizia riportano il dato di fatto che sia preferibile il carcere alla camera di sicurezza dal punto di vista della dignità umana, dunque non sono le lamentele isolate di qualcuno particolarmente fragile ma una situazione oggettivamente degradante contro la quale bisognerebbe qualcuno si ergesse.


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