Torino, ennesimo tentativo di suicidio in carcere

cordatesaL’ennesimo episodio di suicidio, o come in questo caso, tentato suicidio, non può non far riflettere sulla drammatica situazioni delle carceri italiane. L’episodio in questione riguarda un uomo di 43 anni, detenuto nel carcere delle Vallette di Torino a seguito di condanna per furto e rapina, che ha cercato di impiccarsi nella sua cella nel primo pomeriggio di ieri. L’intervento degli agenti di polizia penitenziaria ha però impedito che l’uomo portasse a compimento il suo intento.

Elio Beneduci, segretario generale del sindacato Osapp, esprime in proposito una considerazione piuttosto dura. Nulla di nuovo, in realtà: si tratta di denunce che si levano continuamente da chi la prigione la vive come luogo ove dover scontare la propria pena, ma anche da chi ci lavora. «Vivere e soprattutto lavorare in questo tipo di carcere non è più possibile – ha dichiarato – perché quello che i poliziotti penitenziari in tutta Italia stanno subendo va ben oltre le conseguenze dei rischi professionali e deriva dall’incuria, dal silenzio e dall’incapacità della classe politica e dei vertici che si sono succeduti nel tempo alla guida dell’amministrazione penitenziaria e del dicastero della giustizia».

Quello avvenuto a Torino è infatti solo l’ennesimo gesto di estrema disperazione e rassegnazione all’interno delle patrie galere. I dati più recenti sono impressionanti, non tollerabili in un Paese che abbia la pretesa di definirsi democratico, civile, avanzato. Attualmente le nostre carceri ospitano circa 70mila detenuti. Ma la capienza massima è di ben 20mila posti in meno.

Le conseguenze del sovrannumero sono celle da tre persone in cui invece vivono in sette, zone degli istituti come palestre o infermerie allestite alla bell’e meglio per permettere ai detenuti di avere uno spazio dove dormire. Il sovraffollamento è una delle principali cause dell’invivibilità di quei luoghi, che porta con sé tutta una serie di problemi tutt’affatto trascurabili strutturali, logistici, sanitari, e via dicendo. Che inevitabilmente si traducono in ulteriore soffocamento dei diritti, anche quelli fondamentali, di chi già sta scontando la propria pena con la privazione della libertà, fino alla totale distruzione della dignità umana, e il conseguente rischio per la sicurezza e l’incolumità fisica di tutti coloro che popolano gli istituti.

Solo nel 2012, e sono numeri pubblicati dalla stessa polizia penitenziaria, «sono stati 56 i suicidi e 97 le morti per cause naturali, 1.300 i tentativi di suicidio, 7.317 gli atti di autolesionismo e 4.651 le colluttazioni. Oltre 1.500 le manifestazioni su sovraffollamento e condizioni di vita intramurarie».

Intanto, questa notte, si è riaccesa la protesta tra le mura della casa circondariale Buoncammino di Cagliari: i detenuti dell’ala sinistra del penitenziario si sono barricati nelle celle e hanno preso a bruciare suppellettili e esporre striscioni che denunciano sovraffollamento, condizioni precarie, abusi. Al riguardo Mauro Muscas, segretario  provinciale di Cagliari della Uil Penitenziari, ha dichiarato che «la situazione del carcere cagliaritano purtroppo è precaria da tempo e l’unica soluzione percorribile a nostro avviso è quella di aprire il nuovo istituto».

Proprio in questo periodo si sta discutendo il cosiddetto “decreto svuotacarceri”. Al riguardo, il ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri, intervistata dai microfoni di Radio24 ha dichiarato: «Il governo ha in merito una strategia complessa, che permetterà di avere entro la fine del 2014 dodicimila posti in più nelle carceri italiane». «Non si tratta di un indulto – ha precisato il ministro – perché tale misura ridurrebbe a 20.000 il numero delle persone recluse». Un aspetto del decreto riguarderebbe la riduzione della pena, quando quest’ultima non venga comminata per più di tre anni. Un emendamento presentato al ddl riguarderebbe poi la reclusione ai domiciliari per i delitti punibili con la pena fino ai 6 anni. Si prevede infine la costruzione di nuove strutture.

C’è da ricordare inoltre che l’Italia è stata sanzionata dalla Corte Europea con la recente sentenza Torreggiani: la Corte ha rilevato palesi violazioni di quanto garantito nel nostro stesso ordinamento penitenziario nella sua applicazione, e dell’articolo 3 della Convenzione Europea. E ha condannato il nostro Paese al risarcimento per i danni morali per una somma di circa 100.000 euro per tutti i ricorrenti, costringendo in qualche modo il governo a prendere atto della situazione drammatica, e a cominciare a mettervi mano.

Anche se c’è chi continua a sostenere che questo non basti, che sarebbe necessario un passo ulteriore, fino al ripensamento totale del sistema che si è rivelato fallimentare; ripensamento che porti a rivedere e magari ribaltare i concetti stessi di “pena” e “reinserimento”.

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