Papua Nuova Guinea, violento raid della polizia nel “carcere” per rifugiati dell’isola di Manus

Caos e violenze sull’Isola di Manus: dove la polizia ha fatto irruzione nel famigerato centro di detenzione per richiedenti asilo che fin dal 2012 ospita i migranti che tentavano di raggiungere l’Australia dai paesi dell’Asia sud-orientale. Dichiarato incostituzionale, il centro era stato chiuso lo scorso 31 ottobre, ma centinaia di persone avevano rifiutato di lasciarlo affermando di temere per il loro futuro e la loro sicurezza. Secondo le prime notizie decine di persone sarebbero state arrestate, compreso il portavoce dei richiedenti asilo, il giornalista iraniano Behrouz Boochani.

Il centro di Manus era nato in virtù di quella “Pacific Solution” firmata nel 2001 dove di pacifico c’era solo l’Oceano che i disperati tentavano di attraversare, ma che di fatto era una soluzione estrema per dissuaderli a raggiungere l’Australia. Il governo di Canberra aveva infatti firmato un accordo con la vicina Papua Nuova Guinea affinché, in cambio di aiuti economici, l’arcipelago si facesse carico dei rifugiati diretti in Australia. Nel 2012 erano nati così due centri di detenzione: quello di Manus, appunto, esclusivamente maschile e quello di Nauru per donne e bambini. Qui in teoria le persone sarebbero dovute rimanere il tempo di esaminare le loro domande d’asilo. Ma di fatto nessuna delle persone entrate è mai riuscita ad ottenere il visto d’entrata in Australia. I centri in breve tempo si sono trasformati in lager: tanto che sia Amnesty International che l’Unhcr ne avevano denunciato più volte sovraffollamento, soprusi, e violenze fra le diverse etnie, visto che nel campo c’erano iraniani, pachistani, siriani, afghani ma anche persone fuggite da Myanmar, Sri Lanka e perfino dalla Somalia.

Dopo la sentenza di un tribunale di Port Moresby arrivata dopo che nel 2014 violente proteste all’interno del centro erano sfociate nell’uccisione di un migrante iraniano e la condanna arrivata perfino dalle Nazioni Unite, ad agosto 2016 i governi di Australia e Papua Nuova Guinea avevano concordato la chiusura di Manus. Una scelta diventata esecutiva solo alla fine di ottobre 2017. Su seicento rifugiati presenti, però, almeno quattrocento avevano rifiutato di lasciare il centro di detenzione lamentando che il loro futuro era troppo incerto. Poco appetibile l’offerta di essere spostati in un altro campo a Lorengau, sempre sull’isola di Manus, tanto più dopo le minacce nei loro confronti da parte della popolazione locale. E anche le altre possibilità offerte non avevano nulla di convincente visto che si parlava o di rimpatrio o di trasferimento in altri paesi come la Cambogia. “Non vogliamo altre prigioni” avevano protestato i profughi occupando illegalmente il centro.

Nel raid di stanotte, denunciano i migranti attraverso foto e video postati su Facebook e Twitter, ci sono stati tafferugli, la polizia ha fatto numerosi arresti e ha distrutto i pochi beni di quelle persone affinché non avessero nulla a cui tornare. “Hanno bruciato le nostre scorte di cibo e le nostre coperte e distrutto la riserva d’acqua pulita”. Parlando alla radio poche ore fa, il ministro dell’immigrazione australiano Peter Dutton, l’evacuazione è avvenuta senza violenze, ma ha confermato la linea dura: “I contribuenti australiani hanno speso 10 milioni di dollari per una nuova struttura e vogliamo che si spostino”.

Al momento la situazione sembra essere sotto il controllo della polizia: secondo quanto riportato da Tim Costello, capo dell’associazione umanitaria World Vision Australia, presente fuori dal campo “la polizia ha costretto le persone rimaste a salire su dei bus che sono poi partiti”.

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