Detenuta abortisce in carcere, i difensori: “Si indaghi sulle cure ricevute”

cordatesaHa abortito nel carcere di Bari dove stava scontando una condanna definitiva a sette mesi di reclusione per reati contro il patrimonio. E’ accaduto lo scorso 21 giugno ad una 22enne rom, A. C., nata in provincia di Roma ma residente nel campo rom di via Saverio Milella, a Bari. I suoi difensori, gli avvocati Vincenzo La Vacca e Michele Mitrotti, hanno depositato il 16 luglio scorso un’istanza presso il magistrato di Sorveglianza di Bari perchè “voglia accertare se vi siano responsabilità, civili e/o penali, riconducibili alla morte del nascituro e, per l’effetto, procedere d’ufficio alle dovute denunce”.

La ragazza è stata arrestata il 31 maggio, quando la condanna a 7 mesi di reclusione è diventata definitiva. “Al momento dell’arresto – si legge nell’istanza – si trovava nella condizione di donna incinta (ai primi mesi di gravidanza, ndr) così come da lei espressamente dichiarato, sia ai carabinieri, sia al personale della casa circondariale. Già dai primi giorni della sua permanenza veniva sottoposta agli accertamenti clinici del caso che davano tutti un esito positivo”. Ciò nonostante – continuano i legali – “veniva ancora inspiegabilmente trattenuta” in carcere, “fino al 21 giugno, giorno in cui, a seguito di abbondanti perdite ematiche associate a forti dolori, aveva un aborto”. Portata d’urgenza al Policlinico di Bari le è stato diagnosticato un aborto alla dodicesima settimana ed è stata sottoposta ad intervento di svuotamento. Nell’istanza i difensori comunicano, inoltre, di aver chiesto copia delle cartelle cliniche “al fine di accertare l’idoneità delle cure mediche alle quali è stata sottoposta, sia durante tutta la permanenza presso la casa circondariale di Bari, sia durante il ricovero presso il reparto di Ginecologia e Ostetricia del Policlinico”. Dimessa dall’ospedale, il magistrato di sorveglianza ha subito disposto la sospensione della pena fino alla decisione del Tribunale di Sorveglianza. “Ora è libera ma ha perso il suo bambino”, commenta l’avvocato Mitrotti. “Suo marito è in carcere e lei è sola. Quando è stata arrestata – dice il legale – abbiamo chiesto che le fossero concessi i domiciliari ma i campi nomadi non sono riconosciuti come luoghi idonei per la detenzione”.

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