Carceri Usa, 80 mila persone in isolamento “estremo e prolungato”

carcere_2La denuncia è del “Relatore speciale sulle torture e altre punizioni crudeli, inumane e degradanti” Juan Ernesto Mendez durante conferenza stampa della 28ª sessione del Consiglio delle Nazioni Uniti per i diritti umani. I numeri sono in continua evoluzione, ma la cosa peggiore è la lunghezza dei termini: non è inusuale, per un prigioniero, passare 25-30 anni o anche di più senza alcun contatto umano. Le prigioni federali sono “indisponibili” ai controlli esterni. “Come nel Bahrein”, afferma Mendez

Carceri Usa, 80 mila persone in isolamento “estremo e prolungato”

Stephen Slevin, un detenuto “dimenticato” per due anni in cella in un carcere del New Mexico
ROMA – Nelle prigioni statunitensi i diritti umani non sono i benvenuti. O forse lo sono soltanto a determinate condizioni. È questa la denuncia del “Relatore speciale sulle torture e altre crudeli, inumane e degradanti punizioni” Juan Ernesto Mendez, che ha vissuto la barbarie dei metodi di interrogatorio “non convenzionali” sulla propria pelle: nell’Argentina degli anni ’70, quella dei colonnelli, dei voli della morte e dei desaparecidos. “Negli Stati Uniti si stima che ci siano 80mila persone in isolamento estremo e prolungato – ha dichiarato Mendez durante la conferenza stampa della 28ª sessione del Consiglio delle Nazioni Uniti per i diritti umani – nelle prigioni federali e in quelle statali. I numeri sono in continua evoluzione, ma la cosa peggiore è la lunghezza dei termini: non è inusuale, per un prigioniero, passare 25-30 anni o anche di più in isolamento”. Ma la vera stoccata verso l’amministrazione a stelle strisce viene lanciata poco dopo. “In una delle ultime conversazioni che abbiamo avuto – denuncia Mendez – mi è stato risposto che le prigioni federali sono “indisponibili”. E io vorrei sapere cosa significa “indisponibili”. Perché io non posso accettare un invito a visitare le prigioni statali della California se le carceri federali sono fuori dalla mia portata”.

Gli Stati Uniti come il Bahrain. La Georgia, a differenza degli Stati Uniti, ha permesso all’ispettore Onu il pieno accesso alle sue carceri dal 12 al 19 marzo. All’interno del report di Mendez le carceri americane risultano tra le “richieste pendenti”: “Il relatore speciale continua a richiedere un invito dal governo degli Stati Uniti d’America per visitare il centro detentivo della Baia di Guantanamo, a Cuba, a condizioni che possa accettare (era stato proposto a Mendez di visitare il carcere di massima sicurezza, ma senza poter parlare da solo con i detenuti, ndc). La sua richiesta di visitare le prigioni federali, inoltre, è ancora in sospeso”. A questo punto tornano alla mente due immagini. La prima è quella di un neoletto Barack Obama che firma in diretta mondiale la chiusura del carcere di Guantanamo. L’altra è un collage delle note di biasimo o minacce di invasione, in ultimo quella siriana, ingiunte dai vari presidenti Usa ai cosiddetti rogue state che non intendevano far entrare gli ispettori Onu nei loro confini. Oggi, nella speciale lista degli “gnorri” dei diritti umani, gli Stati Uniti sono in compagnia del Bahrain. La monarchia mediorientale ha rimandato una visita di Mendez alle sue prigioni visita prevista già due anni fa. “Sono addolorato per il popolo del Barhain” ha dichiarato l’ispettore Onu.

Kenny Zulu Whitmore, 35 anni in isolamento. A volte dagli States giungono repliche dalle autorità, sostiene Mendez, ma non da quelle che amministrano le strutture che vorrebbe visitare. Così restano in bilico i suoi viaggi nelle carceri degli stati della California, di New York, della Louisiana e della Pennsylvania. Tra i 7 casi pendenti che riguardano l’amministrazione statunitense contenuti nel rapporto del Relatore speciale, 3 avvisi hanno ricevuto risposte ritenute insufficienti e 4 comunicazioni sono cadute nel vuoto. Colpisce, in particolare, la storia di Kenny Zulu Whitmore, su cui il governo statunitense tace dal 10 gennaio 2014: è stato detenuto in isolamento per 35 anni, di cui 27 consecutivi, nella Louisiana State Prison, meglio conosciuta come Angola. “Il Relatore Speciale – si legge nel rapporto – ha definito l’isolamento prolungato e estremo come un qualsiasi periodo di isolamento superiore a 15 giorni. La definizione è basata sulla grande maggioranza degli studi scientifici che indicano che dopo 15 giorni di isolamento spesso si manifestano effetti psicologici dannosi e possono anche diventare irreversibili”. Nel prosieguo del rapporto il relatore ricorda che, secondo le convenzioni internazionali, l’isolamento prolungato ed estremo è una forma di tortura.

La condizione dei minorenni in carcere. Oltre alle condizioni di detenzione negli Stati Uniti, ad emergere è la realtà sconvolgente della privazione della libertà infantile, a cui sono dedicate la maggior parte delle pagine del rapporto. A rigor di convenzioni internazionali, per i minorenni, la prigionia dovrebbe essere una “ultima ratio” come sottolineato da Mendez nelle conclusioni. Purtroppo, invece, si tratta di una realtà endemica: “La maggioranza dei bambini privati della loro libertà sono in detenzione preventiva, spesso per periodi prolungati e per reati minori, in locali non idonei e sovraffollati”. Non solo, Mendez durante le sue visite “osserva regolarmente la pratica delle punizioni corporali come misure disciplinari per i bambini detenuti, incluse dure bastonate, fustigazioni, colpi ripetuti con bastoncini o corde elettriche, percosse sui glutei con tavole di legno e la costrizione a inginocchiarsi per lunghi periodi con le mani in aria”. I casi citati sono quelli delle prigioni del Ghana e del Marocco.

Il trattamento dei richiedenti asilo in Australia. Il primo ministro australiano Tony Abbott, durante la presentazione del rapporto di Mendez, si è detto “stanco di ricevere lezioni della Nazioni Unite” sul trattamento dei richiedenti asilo. E ha aggiunto che l’Onu potrebbe “guadagnare un po’ di credibilità se concedesse il giusto riconoscimento al governo australiano” per quello che ha fatto nella sua area di competenza contro l’afflusso dei barconi, principale causa del disagio dei migranti, a suo modo di vedere. Il rapporto di Mendez denuncia situazioni di “detenzione indefinita dei richiedenti asilo, cattive condizioni di detenzione, presunta detenzione di bambini e un’escalation di violenza al “Regional Processing Center” (culminata nella morte del 23enne richiedente asilo iraniano Reza Berati, ndc) ” la prigione per migranti allestita dal governo australiano sull’isola di Manus, in Nuova Guinea. “Penso che le persone prigioniere in alto mare e soggette a detenzione prolungata sulla base del loro status – ha replicato Mendez ad Abbott – non debbano essere rispedite in un paese dove potrebbero subire torture”.

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