gen 25 2012

Iniziativa in Boccaccio


gen 23 2012

Liberalizzazioni: arrivano le carceri private

Goldman Sachs, Mario Monti e le carceri private

Da “Bello come una prigione che brucia” trasmissione di Radio Blackout

Stiamo vivendo una nuova trasformazione della società capitalista: l’esplicita sovrapposizione/sostituzione dello Stato con entità economiche-finanziarie private. Tralasciamo il fatto che nonostante alcune sue pretese di autonomia e liberismo, il capitalismo abbia potuto proliferare esclusivamente grazie alla sua simbiosi con le autorità politiche sovrane.

Nonostante Goldman Sachs sia tra i principali responsabili dell’attuale crisi finanziaria e dell’occultamento del debito pubblico greco, a gestire e coordinare quelle che vengono propagandate come “operazioni di rianimazione” dell’Italia troviamo:

Mario Monti – Presidente del Consiglio eletto dalla “Soluzione alla Crisi”, consulente internazionale di Goldman Sachs fino al 2011, nonché membro del comitato direttivo del Gruppo Bilderberg, consulente internazionale di Coca Cola Company e insignito di molti altri galloni dello Stato Maggiore del Capitalismo.

Goldman Sachs detiene 29.425.000 bond (obbligazioni finanziarie) di Geo Group, essendone il principale azionista.
Goldman Sachs è (insieme ad American Express) tra i principali azionisti di Correction Corporation of America (CCA).

CCA e Geo Group sono le principali compagnie di carcerazione privata al mondo.

In Italia il governo dei tecno-banchieri ha inaugurato il 20 gennaio 2012 l’ingresso dei privati nella costruzione e gestione delle carceri, esclusa la sorveglianza che, per ora, resta compito dei secondini pubblici. Lo strumento applicato per l’attuazione di questo progetto è il Project Financing, lo stesso che da dicembre invita le banche e i fondi di investimento privati a costruire e gestire tratte autostradali, linee metropolitane, alta velocità ferroviaria e altre infrastrutture.

Il teorema alla base del business delle carceri private è molto semplice: più persone vengono trasformate in “criminali” e quindi detenute, più i gestori delle strutture generano profitto. Si chiama Complesso Industriale Carcerario. La sua espressione più avanzata, molto in voga nelle carceri di CCA e Geo Group, prevede che i detenuti lavorino a prezzi concorrenziali con l’apparato produttivo dei “paesi in via di sviluppo”, generando manodopera schiavizzata.

Se la giustizia penale serve nella maggior parte dei casi a trasformare questioni di disagio sociale ed economico in problemi di “criminalità”, il sistema bancario con il suo ingresso nella gestione dell’apparato detentivo, è riuscito, anche in Italia, a recuperare (in termini di profitto) quell’umanità che ha contribuito a stritolare e che, talvolta, gli si è rivolta contro

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Dal Sole 24 ore 22 gennaio 2012

Il decreto su liberalizzazioni e infrastrutture approvato venerdì dal Consiglio dei ministri consegna il piano di emergenza per realizzare in fretta nuove carceri e decongestionare così quelle esistenti nelle mani della finanza di progetto. È infatti con l’apporto “in via prioritaria”

dei capitali privati che si prevede la realizzazione delle nuove strutture penitenziarie.

Anzi, si può dire che per le carceri nasca una particolare forma di concessione di costruzione e gestione un po’ diversa dalle altre. Per la durata, ad esempio, che qui è di massimo venti anni, contro gli ordinari quaranta. E per il promotore: nel finanziamento si chiede un grosso sforzo alle fondazioni bancarie che devono rilevare almeno il 20% del capitale delle società di progetto. Particolare questo che attende però una conferma definitiva. Il canone corriposto al concessionario deve comprendere i costi di costruzione e quelli di gestione e dei servizi, esclusa la parte relativa alla sicurezza e alla custodia dei detenuti. Ammessa anche la residua possibilità di società di progetto con capitale tutto in mano all’economia.

 Decreto “Liberalizzazioni”

 Art. 44 – Project financing per la realizzazione di infrastrutture carcerarie

 1. Al fine di realizzare gli interventi necessari a fronteggiare la grave situazione di emergenza conseguente all’eccessivo affollamento delle carceri, si ricorre in via prioritaria, previa analisi di convenienza economica e verifica di assenza di effetti negativi sulla finanza pubblica con riferimento alla copertura finanziaria del corrispettivo di cui al comma 2. alle procedure in materia di finanza di progetto, previste dall’articolo 153 del decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163 e successive modificazioni. Con decreto del Ministro della Giustizia, di concerto con il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti e dell’economia e delle finanze, sono disciplinati condizioni, modalità e limiti di attuazione di quanto previsto dal periodo precedente, in coerenza con le specificità anche ordinamentali, del settore carcerario.

2. Al fine di assicurare il perseguimento dell’equilibrio economico-finanziario dell’investimento, al concessionario è riconosciuta a titolo di prezzo, una tariffa per la gestione dell’infrastruttura e per i servizi connessi, a esclusione della custodia, determinata in misura non modificabile al momento dell’affidamento della concessione, e da corrispondersi successivamente alla messa in esercizio dell’infrastruttura realizzata ai sensi del comma 1. È a esclusivo rischio del concessionario l’alea economico-finanziaria della costruzione e della gestione dell’opera. La concessione ha durata non superiore a venti anni.

3. Il concessionario nella propria offerta deve prevedere che le fondazioni di origine bancaria contribuiscano alla realizzazione delle infrastrutture di cui al comma 1, con il finanziamento di almeno il venti per cento del costo di investimento.


gen 19 2012

Una buona notizia e una cattiva

Cominciamo con una buona notizia.

Una detenuta madre di nazionalità argentina, di 38 anni e in attesa di giudizio definitivo, con fine pena tra 7 mesi, è evasa alle 22 di martedì 17 gennaio dall’apposita sezione a custodia attenuata annessa alla casa circondariale di San Vittore. La detenuta è fuggita aprendosi un varco tra le inferriate del piano terra portandosi appresso la figlioletta di due anni ed è attualmente ricercata dalla polizia penitenziaria.

 

E terminiamo con la brutta.

 

FIRENZE – Un detenuto italiano di 29 anni, di Lucca, si è tolto la vita nell’istituto penitenziario a custodia attenuata Gozzini, conosciuto come Solliccianino, a Firenze. Lo rende noto il sindacato di polizia penitenziaria Sappe secondo il quale il giovane recluso si è impiccato con le tendine delle finestre. Il ventinovenne, spiega sempre il sindacato, era detenuto per reati di rapina e spaccio di stupefacenti, con fine pena al 29 giugno 2014. Il 7 gennaio, Davide, un fiorentino di 30 anni si era ucciso impiccandosi in un bagno di Sollicciano.

«La notizia dell’ennesimo detenuto suicida – commenta il Sappe in una nota – è sempre, oltre che una tragedia personale e familiare, una sconfitta per lo Stato. Quella delle morti in carcere, per suicidio o per cause naturali, si sta configurando come una vera e propria ecatombe. E se il drammatico numero non sale ulteriormente è grazie alle donne e agli uomini della polizia penitenziaria, che quotidianamente sventano numerosi tentativi di suicidi».

Dal Corriere 19/01/2012


gen 18 2012

Lettera di un carcerato

Pubblichiamo questo estratto da un romanzo. E’ una lettera dal carcere. E’ frutto di fantasia ma differisce in poco da quelle vere e sopratutto pone parecchi spunti di riflessione. Buona lettura.

 

Cara mamma,

il tempo sembra che passi, anche se poi non passa mai. Sta sempre fermo lì. Siamo noi che ci avviciniamo e questo movimento lo intitoliamo a lui. Che sta lì. Fermo. Sardonico. A non dire e a non fare niente.

Qui da noi, poi, il tempo non solo non ci passa mai. Ma nemmeno ci butta lo sguardo qualche volta. Nemmeno per sbaglio. Nisba.

Noi siamo le cazzimme eternaute dell’infinito.

L’irrilevante della realtà.

Non esiste tempo giusto della pena rispetto alla colpa. Per noi sarebbe meglio pagar tutto e subito. Ci si toglie il dente e non ci si pensa più. Così sembra che ci facciate pagare gli interessi… Gli interessi sulla quota d’innocenza che avete anticipato per noi, non accoppandoci immantinente. Ultima novità in fatto di schiavismo. Inchiavardati qui dentro, a sbobba e puzza. Interessi di tempo e di vita, strozzinaggio d’esistenza rinchiusa, incravattata da una punizione interminabile, che continua anche quando è ormai finita. Per aver spacciato banconote di vita falsa, non legalmente riconosciute dalla grande banca dei vostri valori, della vostra riserva aurea di bontà e giustizia.

Tutti qui, nell’immondezzaio dei pezzi spuri, sfrido inutile da dimenticare, da rottamare, per acquistare qualcosa di nuovo, di pi utile e divertente di un prossimo nostro rompicoglioni e un po’ imbarazzante…

Chi ha detto che il gatto a nove code è un metodo incivile? E l’usura, allora, l’usura sul tempo e sulla libertà?

Ficcatevi al culo il vostro personale, rassicurante Dei delitti e delle pene… Di qua occorre venir fuori… in qualsiasi modo… poco da dire…

Ma così, per tornare a divagare, direi che, se il tempo passasse, porterebbe consiglio… (è come la notte, il tempo) chiarirebbe i dubbi… Il tempo è quello che medica le ferite… fa dimenticare disgusti e tradimenti… il tempo… è quello che uccide gli amori falsi… fa risplendere, eroici, quelli veri…

Dite che ci private dello spazio e invece è il tempo quello che ci fregate, per illudervi di averlo tutto voi, per baloccarvi con l’idea che voi siete liberi, che avete spazio e tempo per vivere e che ve li meritate. Convinti come siete che per voi il tempo passi, che siate liberi di spaziare nello spazio spazioso del mondo. E invece siete inchiodate lì anche voi. Crocifissi nell’istante stesso in cui avete crocifisso noi.  Senza Cristo, né Buona Novella, né Regno dei Cieli. Esattamente come noi.

Tutte fole le vostre… come quelle sul pentimento, sulla rieducazione… Palle, bugione nere a pois scuri, da pinocchi arti il naso in un istante… Nessuno si pente dei propri delitti. Al massimo, se proprio dentro di sé ci si fa schifo, si  prova a dimenticare. Si fa finta di niente. Lo gnorri con la propria coscienza.

In realtà nessuna pena rimedia al danno, al delitto. Chi rompe paga e i cocci e tutti i cazzi conseguenti sono suoi. Ma di qui a ricomporre il vaso ce ne passa…

La galera è la galera e basta. Vendetta allo stato puro. Uguale all’occhioperocchio, al dente perdente. Solo un po’ più sofisticata. Col look rifatto. Democratica. Fai il biccolo sghiavo negro… stronzetto… che così impari a rompere le palle in giro…

E poi qui, dentro all’appendici pilorica dell’universo, tutti noi riuniti, i fracassa tori di palle altrui, come possiamo, tra noi, trovare qualcosa che non siamo noi stessi, le nostre puzze, i nostri sudori, le nostre seghe en plein air, le pisciate e le cagate condominializzate? Ci volete pure creativi, oltre che reclusi?

Se il tempo passasse, capisco… si potrebbe dirci: state lì, fottetevi per un po’ po’ danni, piccole merdette, ciucciatevi il dito e smenatevi ml fardellinno fratellino. Buoni lì, che poi passa, e tutto sarà diverso, vi ritroverete altrove. Tutti rinnovati. Ricollaudati e rigarantiti, un prodotto nuovo e migliorato, tutti pronti a lavare più bianco del bianco… a mordere la strada… schermo ultrapiatto, puliti al limone verde, disinfettati all’odore di Pino Vidàl…

Ma il tempo non passa e quando, con un calcio al culo, ci deporteranno fuori di qui, saremo nello stesso medesimo luogo da dove siamo partiti. Perché non sarà accaduto nulla. Perché il tempo non passa. Il tempo arriva e si accumula tutto lì, nello stesso luogo. Nel nostro luogo di noi. Lì, sula nostra cucurbita e preme e sciaccia e ci crepa e ci affonda. Lì. Proprio lì dove, se ti concentri, lo senti anche tu mamma cara, quel dolore sordo, come emicrania, ascesso dentario, gengivite della fantasia e della volontà.

Provare per credere… Test clinici effettuati garantiscono l’efficacia del nostro metodo.

[…]

In realtà siete prigionieri come me.

Vi spostate velocissimi da un punto all’altro del globo e non vi rendete conto che ormai siete come farfalle impazzite che sbattono contro le pareti del bicchiere sotto cui qualcuno le ha rinchiuse.

La stasi, la stipsi da eccesso di dinamica, movimento, evacuazione. Se non ve ne accorgete è solo perché siete stati tanto furbi da mettere il ralenti al filmato. Vivete in moviola. La  vostra è una libertà a rallentatore. Ma, in realtà, restate eternamente e fulmineamente sempre nello stesso luogo, sempre nello stesso attimo. Immobile e infinito.

Le galere le avete costruite per questo. Per illudervi del fato che voi siete fuori, liberi. E invece siete dentro una galera anche voi. Certo più grande, certo senza sbarre. Ma sempre galera. Avete annullato lo spazio, avete condannato a morte la geografia e poi, stupidi che siete, avete anche festeggiato l’avvenimento.

Tutto è ormai così veloce da divenire immobile. Come la ruota dell’automobile che, ferma, vortica ei fotogrammi del film durante l’inseguimento da guardie & ladri. Mentre corre a velocità folle. Statica per overdose dromologica. Come voi.

E la vostra è una galera dalla quale non si può evadere.

 

Testo estratto da Cucarachas di Lello Voce (ed. Derive e Approdi, 2002)


gen 16 2012

Rivolta al CIE di via Corelli

Nel primo pomeriggio c’è stata una rivolta nel Cie di via Corelli, alla fine la polizia ha arrestato 27 persone, quasi tutte provenienti dal nordafrica. Poche le informazioni disponbili, alcuni detenuti hanno appiccato un incendio dopo una perquisizione da parte della polizia. Gli agenti cercavano oggetti metallici, pile, lamette, batterie di cellulari e altri oggetti spesso usati per atti di autolesionismo. Gesti estremi per finire in ospedale e riannusare per qualche ora aria di libertà.
I detenuti hanno dato fuoco a materassi e altri oggetti a portata di mano, le fiamme si sono estese rendendo inagibile tutto il settore composto di cinque camerate. I vigili del fuoco hanno spento l’incendio e dichiarato inagibile il settore.
In 27 sono finiti in Questura e poi nel carcere di San Vittore, dove sarebbero tutt’ora. Non è chiaro dove saranno spostate le altre persone detenute in quel settore del Cie dato che le cinque camerate sono inagibili.
Tra gli arrestati non ci sarebbero feriti.

15/01/2012


gen 16 2012

Evasione da Regina Coeli

ROMA_

Due detenuti, uno romeno e l'altro albanese ristretti nelle 2/a sezione
dell'istituto per rapina, sono evasi stamani dal carcere romano di
Regina Coeli. Lo si apprende dalla polizia. I due, probabilmente dopo
aver segato le sbarre, si sono calati unendo delle lenzuola.

La fuga, a quanto si e' appreso, sarebbe stata scoperta alle 8,30. Nella
cella c'era anche un terzo detenuto che non e' potuto fuggire perche'
era ''troppo grosso'' per riuscire a passare nel buco realizzato dai tre
segando le sbarre.

''A Regina Coeli i detenuti hanno raddoppiato le presenza consentite
superando del 25% persino la capienza massima raggiungibile (1.180
presenti per 724 posti) - aggiunge il segretario generale dell'Osapp
Beneduci - ma il vero problema riguarda la carenza di personale di
polizia penitenziaria (oltre il 30%), tant'e' che i due detenuti si sono
potuti agganciare al muro di cinta per poi calarsi nelle vicinanze di
una delle garitte prive di sentinelle da tempo, proprio per la mancanza
di addetti''.

''Nel frattempo e' in atto nella Capitale e nelle cittadine del litorale
laziale - aggiunge - una vastissima operazione della polizia
penitenziaria e delle forze dell'ordine per la cattura degli evasi ma
l'episodio e' significativo di come la tensione e i pericoli derivanti
dall'attuale e grave emergenza penitenziaria non siano per nulla
diminuiti e di quanto il Governo - conclude il sindacalista - abbia
ancora da fare rispetto alle esigenze, anche riorganizzative, del corpo
di polizia penitenziaria''.

gen 9 2012

Evasione a Pisa

 

PISA, 9 GEN – Due detenuti sono evasi stamani dal carcere Don Bosco di Pisa, facendo un buco nel muro e poi riuscendo a calarsi a terra con un lenzuolo usato come corda. Uno dei due evasi, un nordafricano, durante la fuga è caduto, si è fatto male ed è stato subito fermato ed arrestato. Ora si trova ricoverato e piantonato nel reparto di ortopedia dell’ospedale pisano. Proseguono le ricerche dell’altro evaso, un italiano.


gen 3 2012

Saluto di Capodanno al carcere di Monza

Nella prima ora dell’anno nuovo in ottanta siamo andati a portare i nostri saluti e la nostra solidarietà sotto le mura del carcere di Sanquirico. Abbiamo cercato per quanto possibile di trascinare fuori dal centro e dai quartieri un pezzetto di quella felicità e di quella festa che riempiva le strade e le case dei cittadini monzesi. Abbiamo cercato anche solo per venti minuti di condividerle con i detenuti, regalando loro un po’ di luci e rumori con fuochi d’artificio, botti, battiture, slogan e uno speakeraggio con cui si spiegava il motivo che ci ha spinto ad andare sotto quelle mura per ribadire ulteriormente il nostro rifiuto per ogni forma di detenzione. Abbiamo pensato fosse importante per noi “liberi” e gradito a loro “reclusi” creare un momento per legare il dentro al fuori, anche se soltanto in maniera simbolica, e che esprimesse la ragion d’essere del nostro collettivo. Siamo convinti che questo gesto sia stato molto importante sia per dimostrare che qualcuno fuori si interessa a quel che succede dietro le mura e che, soprattutto in situazioni come quella del carcere di Monza, in cui due settimane fa si è ucciso un detenuto e dove le condizioni strutturali e di permanenza sono pessime, sia d’importanza fondamentale far sentire la nostra vicinanza nei confronti dei ristretti, specialmente in un giorno di festeggiamenti come l’ultimo dell’anno.

Abbiamo provato e i fatti ci hanno dato ragione: la risposta giunta da dentro è stata calorosa e molto partecipata. Grazie anche all’eco naturale dell’ambiente circostante le grida di ringraziamento e gli inni alla libertà hanno vibrato nitidi nell’aria e hanno davvero raggiunto i nostri cuori. Il calore empatico creatosi ha rinforzato la nostra convinzione che la lotta contro qualunque forma di reclusione, siano essi carceri, CIE, TSO o OPG e contro un potere che sempre più reprime senza mai dare risposte, se non creando nuovi luoghi di prigionia ai margini delle città e lontani dagli sguardi del cittadino medio, sia una lotta seminale e fondamentale per ogni collettivo o individuo che fa politica.

Contro il carcere e la società che lo crea

 

CordaTesa


gen 1 2012

Il carcere uccide ancora

Due detenuti sono morti in carcere, uno a Trani, per cause da accertare,
un altro a Torino, impiccandosi in cella. Ed un altro ha tentato il
suicidio a Vigevano.
Il carcerato che si e' tolto la vita nell'istituto penitenziario delle
Vallette si e' impiccato in cella con un lenzuolo. E' successo ieri sera
un paio d'ore prima della mezzanotte. Il suicida, secondo quanto si
apprende, e' C.A., un romeno 37 anni in attesa di giudizio. Era recluso
nella sezione ''Rugby'' del blocco E. ''La polizia penitenziaria -
commenta Leo Beneduci, segretario generale del sindacato Osapp - e'
sempre piu' sola nel fronteggiare questo tipo di emergenze e, purtroppo,
sempre meno in grado di risolverle. Avremmo voluto che nel 2012 il
governo avesse varato misure veramente risolutive, e non i palliativi
che lasciano le cose come stanno. Comprese le morti nelle carceri''.

Un detenuto di 34 anni, di Lecce, e' morto ieri nel carcere di Trani per
cause in corso di accertamento. La notizia e' stata resa nota dal
vicesegretario generale nazionale dell'Osapp, Domenico Mastrulli. La
scoperta e' stata fatta dagli agenti della polizia penitenziaria nel
corso di un giro di ispezione. I genitori dell'uomo, secondo i quali il
loro congiunto non era in condizioni fisiche tali da poter sopportare il
regime carcerario, chiedono che si faccia chiarezza sulle circostanze
della morte. Il 34/enne era detenuto per reati contro la persona e il
patrimonio. ''Nel carcere di Trani - sottolinea Mastrulli - ci sono
circa 400 detenuti uomini e 39 donne contro una capienza regolamentare
di 233 posti letto''.

Un detenuto nel carcere di Vigevano ha tentato di suicidarsi nella
propria cella intorno alla mezzanotte di ieri. Lo comunica la Uil
Penitenziari. "Si tratta di un detenuto 37enne di nazionalit=E0 italiana -
afferma Eugenio Sarno, Segretario generale Uil penitenziari - che ha
tentato di impiccarsi con una striscia di stoffa ricavata dalle
lenzuola. Fortunatamente l'agente di sorveglianza si =E8 accorto di quanto
stava capitando ed =E8 intervenuto per liberarlo", salvandogli la vita.

Il sindacato di Polizia Penitenziaria rinnova l'appello ai politici per
una soluzione al sovraffolamento carcerario. La politica trovi con
urgenza soluzioni "politiche e amministrative" al problema, sempre pi=F9
grave, e che lo stesso presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano,
ha segnalato nel suo discorso di fine anno tra le nuove emergenze della
vita civile. E' l'auspicio di inizio 2012 espresso dal Sappe, sindacato
di polizia, che ha espresso in una nota "vivo apprezzamento" per le
parole del capo dello Stato. "Come Sindacato Autonomo Polizia
Penitenziaria SAPPE, il primo e pi=F9 rappresentativo della Categoria,
auspichiamo - afferma Donato Capece, segretario generale del SAPPE - che
Governo e Parlamento trovino con urgenza soluzioni politiche e
amministrative per evitare il tracollo del sistema penitenziario
italiano". "Alla vigilia dell"indulto del 2006 - aggiunge - dicemmo che
quell"iniziativa sarebbe stata un autentico suicidio politico se alla
stessa non si fosse aggiunta una profonda rivisitazione delle politiche
della Giustizia e dell"assetto dell"Amministrazione penitenziaria. E
questo vale anche per una ipotetica amnistia". Misure strutturali,
dunque, che il Sappe torna a sollecitare.

dic 29 2011

Un altro decesso nel carcere di Monza

A pochi giorni di distanza dall’approvazione del decreto legge sul carcere, in cui si cerca di porre un rimedio ad una situazione sempre più critica, un ennesimo suicidio giunge a rimarcare l’emergenza sempre più pressante che questo tema rappresenta.Suicidio che questa volta è capitato nel carcere di Monza, carcere di cui già erano note le pessime condizioni di esistenza che vigono all’interno.Questo è il terzo decesso del 2011 ma, mentre negli altri due casi le cause erano “da accertare”, in quest’ultimo caso la verità è schiacciante e racchiusa nel gesto disperato che un individuo compie dietro le sbarre.Il decesso è avvenuto a causa dell’inalazione eccessiva di gas dalla bombola del fornello che i ristretti tengono in cella. Questa è la causa più diffusa di morte in cella, spesso anche utilizzata in maniera ludica come modo per sballarsi.

Subito il Sappe ha puntato il dito contro la possibilità, garantita dall’ordinamento penitenziario, di cucinare in cella dicendo che è una cosa da togliere, anche perché il cibo viene fornito già dall’amministrazione penitenziaria.Peccato che il più delle volte questo cibo sia insufficiente rispetto all’elevato numero di detenuti che sono e questo fatto costringe molti reclusi a saltare i pasti!

Tutte le carceri della penisola hanno un elevato indice di sovraffollamento, segno che si rinchiude sempre più spesso e per pene sempre più insulse.E mentre il governo cerca di correre ai ripari con decreti tesi a rendere la detenzione “migliore”, come se potesse esserci una prigionia piacevole, le carceri di tutta Italia sono scosse da rivolte: materassi dati alle fiamme, aggressioni alle guardie, scioperi della fame; per citare soltanto alcuni tra i modi più diffusi per protestare dietro le sbarre.

Soltanto nel carcere di Monza, durante il 2011, ci sono stati 11 tentativi di suicidio, 87 episodi di autolesionismo, 2 aggressioni subite dagli agenti della polizia penitenziaria, 84 scioperi della fame e, aggiungiamo noi, due morti da accertare a cui si va ad aggiungere il suicidio del 18 dicembre.Come si vede non è proprio una situazione tranquilla nonostante il silenzio della stampa locale più preoccupata a far credere che Monza sia ormai preda del crimine e di una delinquenza dilagante. Fatto che turba i sonni del monzese medio, solitamente dotato di un’ottima posizione economica e sociale per cui il carcere rappresenta o un luogo di vergogna, da ignorare e nascondere, o una presenza rassicurante.Questa morte come tutte le altre del resto, sono tutte da imputare al carcere così come tutte le malattie che causa.

Carcere che significa sofferenze e soprusi anche per i familiari del detenuto, umiliati da una burocrazia arrogante che li tratta come se anche loro dovessero pagare per la colpa di avere un familiare in prigione.Come già detto per l’amnistia, non ci aspettiamo certo che sia lo stato a trovare la soluzione. Stato che è anche quello che rinchiude e che usa il codice penale come unico metodo per mediare il conflitto sociale.Lo stesso stato che promulga leggi repressive (un esempio per tutti la Fini-Giovanardi o ancora peggio la Bossi-Fini, che sono tra le prime cause del sovraffollamento tra le mura) e che poi pensa di pulirsi la cattiva coscienza dimostrando, attraverso l’amnistia o il nuovo decreto, che in realtà si interessa ai detenuti e alle loro condizioni, ma rivelando solamente il suo disinteresse nei confronti dei problemi ma soprattutto nei confronti delle cause che li originano.Molti, ad eccezione dei soliti forcaioli della Lega e del PDL, hanno salutato la riforma del ministro Severino come un atto dovuto, un primo passo concreto verso una carcerazione dal volto umano.Tutti ottimi propositi ma che non affrontano il vero problema: il carcere.

Nella realtà attuale con un diminuire esponenziale di crimini commessi, si ha una crescita ormai costante e inarrestabile del numero dei detenuti. Nel 2011 siamo arrivati al numero record di 68.000 presenze in tutta Italia.Il carcere come baluardo di una società che si sta disgregando è la pratica sempre più diffusa a livello nazionale, anzi addirittura a livello planetario. (pensiamo che il maggior numero di detenuti a livello mondiale si ha negli Stati Uniti con un milione di persone rinchiuse).Il carcere in quanto tale, racchiude in sé la propria disumanità. Il pensare di liberare il carcere dai suoi mali, appare quindi un’impresa impossibile che contrasta con il motivo per cui esiste.

CordaTesa Dicembre 2011